Archive | febbraio 2012

Una speranza per il movimento NO TAV

Prima di lanciarsi nella solita virulenta polemica contro i manifestanti NO TAV, la maggior parte dei commentatori politici, almeno di quelli progressisti, precisa che, questa volta, non è come a Genova nel 2001. Lì, dicono, c’era una precisa regia politica. Qualcuno rammenta anche la presenza di Gianfranco Fini nella sala dei bottoni. Quella repressione fu spropositata, abnorme, intollerabile, cieca. Il movimento infatti, per quanto farraginoso e confuso, era vitale e propositivo. Stava, come mostra l’attuale crisi economica, dalla parte della ragione. In Val di Susa, gli attivisti NO TAV, sorta di trogloditi dalle ridotte capacità di discernimento, non capiscono che la loro protesta, legittima, per carità, ma antimoderna, offre a professionisti del disordine di ogni parte d’Italia l’occasione per darsi da fare.

Ricordo la versione ai tempi di Genova. Non sono più gli anni Settanta, la Celere non è più quella cosa mostruosa di una volta, i manifestanti non isolano i violenti, gli infiltrati sono la classica paranoia da antagonisti, ecc.

Allora, un po’ di matematica:

1977 – 2001, fanno 24 anni;

2001 – 2012, sono 12 anni;

mantenendo questa tendenza al dimezzamento dei tempi, dovuta probabilmente all’evoluzione dei media, tra cinque o sei anni gli attivisti NO TAV potranno sentirsi dire che questa repressione è spropositata e, con un po’ di fortuna, che non avevano tutti i torti.

Oh, in fondo, a me per Genova ha fatto piacere.

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I gatti di Vernazza

Ha gli occhi trasparenti e i capelli radi, una maglia a righe colorate sotto la giacca sbottonata. Sta seduto a gambe larghe per far posto alla pancia che penzola giù verso la panca. Guarda il mare, o la spiaggia ancora ingombra di macerie. Se ne sta zitto, a differenza degli altri due: un anziano dal corpo asciutto che fa andare una sigaretta dopo l’altra, passandosi di tanto in tanto una mano tra i capelli bianchi pettinati all’indietro e una donna rinchiusa in una giacca a vento che sorseggia Beck’s dal collo della bottiglia. E il gatto di Mario? Dicono. Andato anche quello, morto. Nell’alluvione? Nell’alluvione.

Qualche gatto si aggira ancora tra le macerie di Vernazza alluvionata. Molti altri sono stati travolti. Sono passati quattro mesi dalla catastrofe e il paese lentamente rinasce, anche se ad oggi pare ancora di essere in un villaggio fantasma. Funziona il circolo CSI della piazza, funziona la chiesa. Ma tutto il resto è sprangato. Gli abitanti, che vivono quasi tutti fuori, vengono a vedere come vanno le cose. Parlano dell’acqua, della montagna venuta giù, di centoundici frane, del bombolone del GPL che non è esploso, ché sennò addio. Parlano dei gatti.

È un dolore immenso un paese distrutto, quel paese distrutto. Mentre guadagno la stazione, mi viene in mente come le Cinque Terre sfasciate e i gatti affogati siano un po’ una metafora di quest’Italia allo sbando, fatta di colpe di cui nessuno si assume le responsabilità, di classi dirigenti ottuse e di cittadini che delegano e curano, avidi, l’orticello. Poi mi viene in mente che questa della metafora è proprio una scemenza. Che quando la natura si scatena e spacca tutto non c’è niente da dire.

Sala d’attesa della stazione di Vernazza. I cartelli dell’ente parco sono sempre appesi alle pareti, chiazzati dal fango. Si leggono ancora le tariffe: Cinque Terre card, 5€ dal lunedì al venerdì, 6€ il sabato, 7€ la domenica. Dove sono finiti, per cosa sono stati utilizzati?

Divido una panca di legno con tre persone. Parlano in dialetto di un vicino di casa che sta trafficando per riuscire a ristrutturare il bagno con i soldi per la ricostruzione. Dicono, ovviamente, che è uno schifo.

Al Teatro degli orrori

Allora.

C’è l’amministratore che butta per aria i fogli e ulula: “E allora toglietemi l’incarico! Toglietemelo!”

C’è il maniaco del rumore la cui vita è rovinata da un paio di studentesse del piano terra che, a suo dire, “ricevono” dietro compenso e turbano la quiete notturna.

C’è la signora che, convinta dell’utilità di stare sempre e comunque dalla parte del potere o da chi pare incarnarlo, passa la serata ad ammansire l’amministratore e a dar contro a chi gli chiede conto di qualcosa.

C’è il bancario in pensione, che pare goda a sborsare in spese di condominio.

C’è la vecchia sorda, che non capendo nulla di ciò che le succede attorno butta nella mischia cifre a caso pescate tra le pieghe di alcune carte ingiallite che consulta corrugando la fronte.

C’è l’anziano proprietario dell’appartamento delle studentesse, che pare tragga giovamento dal mandare fuori dai gangheri l’amministratore.

E poi ci siamo noi, Emiliano B. e consorte, che trascorriamo la sera di San Valentino in buona compagnia, al Teatro degli Orrori.

Un’infanzia felice

C. mi sventola orgogliosa sotto il naso la sua tessera della Costa Concordia: è personale, riporta nome e cognome, ed è datata aprile 2011. Lei, mi dice, ha fatto una bella crociera sulla nave naufragata miseramente il mese scorso. Quest’anno sarebbe dovuta partire per un’analoga avventura, questa volta ai Caraibi, ma i suoi genitori hanno dovuto sostituire l’auto e il viaggio è saltato. “Anch’io ci sono andata prof., sa?” mente B., la cui madre badante guadagna bene, ma sicuramente non spende soldi per mandare la figlia in crociera con Schettino e l’allegra brigata di Costa.

Capita che oggi la mia compagna mi dica che è impossibile io non abbia mai fatto un “trenino” o un’altra di quelle belle danze di gruppo. Le dico che no, figurarsi. Poi mi viene in mente un episodio, in quinta elementare: tutti dietro la maestra attorno ai banchi sulle note della Lambada. Voglia di spararmi e, credo, di sparare alla maestra. Però, tutto sommato, mi è andata bene. Con i miei genitori niente villaggi, nessuna festicciola, zero animazione.

Comunque, tornando a C., lei ci tornerà in primavera, mi dice, in crociera, anche se non sa ancora dove. Io le rispondo che il dove non conta, basta l’andare. La immagino su uno di quei mostri galleggianti, con tutta quella gente, che fa il trenino sopra l’oceano sotto la luna piena. Le sorrido e le dico “beata te” e penso di aver trascorso un’infanzia felice.

Spegnere il cellulare

Tra tutte le abitudini che vedo affermarsi in questi tempi “tecnologici” una mi lascia particolarmente perplesso: smanettare con oggetti dallo schermo luminoso (smartphones, macchine fotografiche digitali, ecc.) durante spettacoli al buio.

Ieri, per esempio, ho assistito a uno straordinario concerto di Tim Hecker nella chiesa di Santa Cristina a Parma. All’interno della struttura seicentesca l’artista canadese si è dato da fare con un organo costruito nel 1764 da Antonio Poncini Negri. La serata è cominciata con il saluto degli organizzatori e l’invito a spegnere i telefoni. Poi il buio è calato sugli affreschi della chiesa barocca. Per pochi istanti sono rimaste accese solo due candele a illuminare cantoria, musicista e organo, quindi qua è là schermi di varie forme e dimensioni, ma tutti piuttosto grossi, hanno iniziato a punteggiare le navate illuminando i volti cinerei dei convenuti. Chi scriveva, chi fotografava, chi chattava, chi riprendeva. Più o meno la stessa scena cui ormai si assiste nei cinema, a teatro (un po’ meno), durante concerti di qualsiasi genere.

Ora, si tratterebbe di educazione. C’è un inquinamento acustico, ma c’è anche un inquinamento visivo. Un lampione acceso nel sedile a fianco disturba quanto il vicino che commenta ad alta voce. E mi sembra che sia anche irrispettoso nei confronti di chi sta eseguendo una performance dal vivo. Ma lasciamo da parte l’educazione. Non è patrimonio dell’italianità. Si tratta anche di più spicciola opportunità: cioè, hai pagato il biglietto per non guardare nulla se non la tua macchinetta, verrebbe da dire a questi tecnodipendenti. Ma cosa registri! Ma cosa filmi, ma che foto fai! Tanto le tue immagini, i tuoi filmini e le tue registrazioni prese dal pubblico non possono che fare schifo. Guarda lo spettacolo, ascolta!

Comunque me ne sto zitto. Non sia mai passare per intolleranti.

Divieto di Carnevale

ImmagineNel comune dove lavoro, con ordinanza del sindaco, è stato vietato l’uso di schiumogeni durante il periodo di Carnevale, dal 12 al 21 febbraio. Non si tratta di un caso isolato: ci sono numerose città, tra le quali Verona, dove le bombolette di schiuma spray saranno off-limits per qualche giorno. A Fano non si potranno usare nemmeno le bombolette filanti. Sanzioni da 25 a 500 euro circa.

Ordinanze di questo genere sono sempre più comuni, dal divieto di sdraiarsi sulle panche, a quello di sgranocchiare qualcosa nei parchi, a quello di sedersi in prossimità dei monumenti. Gli amministratori tentano di intercettare gli umori dei propri cittadini e di interpretarne i desideri e quindi questi assurdi divieti sono in qualche modo normali. Siamo un popolo goffo e ignorante, ripiegato su se stesso, ma allo stesso tempo teso con protervia all’affermazione delle proprie intolleranze. Chiusi all’interno dei puzzolenti abitacoli insonorizzati delle nostre autovetture o protetti da spesse sbarre alle finestre, mentre la luce dei televisori investe i nostri corpi pallidi, noi italiani odiamo. Odiamo il prossimo. Odiamo tutti, ma con particolare livore odiamo quelli che si divertono, che si spruzzano con la schiuma a Carnevale. Chiediamo alle Istituzioni di perseguire quelli che godono dei piaceri banali che noi, impegnati a leccare il touch-screen del nostro ipad, abbiamo scordato: un pic-nic domenicale al parco, una birretta ghiacciata all’aperto in una sera d’estate.

Quando è cominciato tutto questo? Come si spiega? Non saprei.

Anzi, una teoria ce l’ho e nemmeno tanto originale, anzi, è puro accatto: è tutta colpa del consumismo e della pubblicità, quindi di quel liberismo che, anche per questo, ha i giorni sempre più contati. Quando, con il benessere, anche gli strati popolari hanno avuto accesso ad alcuni particolari beni di consumo, auto a rate, cellulari, grossi televisori, ecc. si è verificato un doppio fenomeno: da un lato la difesa della roba conquistata al prezzo di indebitamenti importanti è diventata un’ossessione diffusa, dall’altro la fame insaziabile di oggetti da acquistare produce una costante e frustrante insoddisfazione. Più che naturale quindi prendersela con chi riesce ancora a godersi qualche piccola cosa della vita o con chi, probabilmente con il suo solo esistere e uscire di casa, pare minacciare l’integrità dei nostri beni. Tanto più che si tratta quasi sempre di categorie invise alla maggioranza chiacchierona: ragazzi, stranieri, sognatori. Persone in gran parte tagliate fuori dalla nostra democrazia e contro le quali i nostri rappresentanti nei luoghi di potere hanno buon gioco.

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