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La Sega delle Seghe

roberto+mascilongoQuello che ho in mente,” rimbomba stentorea la voce del Teo, o Salvo, come l’appellano di preferenza gli amici diggiù, “è una Sega delle Seghe.”

Un improbabile progettone onanistico? Una miscela spericolata di pratiche masturbatorie estreme? Niente di tutto questo. Non vi figurate, allora, architetture di bistecche e termosifoni, o sottilette e gatti golosi di aldonoviana memoria; nemmeno pingui politici agganciati al lampadario per la cravatta, rigorosa e verde, con le braghe calate.

Salvo, consapevole del rischio fraintendimento che tale ambigua parola avrebbe favorito, ha voluto spazzolare subito il radioso cielo dell’avvenire, scacciare ogni nube, ogni minaccia. Ha chiarito subito, proprio lì, sul pratone di Pontida, Maradagàl, agli astanti rapiti, come per esempio: il boscaiolo metropolitano coi baffi a manubrio che fa la gara di peti; quello con le corna in testa da vichingo (beve birra usando un water per boccale, gli si incastrano le corna e allora gira con il cesso in testa per tutto il pomeriggio); la sciura che la g’ha un tatuaggio, un capricorno tribale con intorno scritto: “Cascià föra i négher!”; tra i cartelli agitati in aria: W LA SEGA, LA SEGA AI SEGAIOLI, PADRONI DELLA NOSTRA SEGA, VOTA LA SEGA; e l’immancabile tripudio di battimani e lancio di nani da giardino superdotati; dicevamo che Salvo ha voluto chiarire subito che cosa intenda, per Sega delle Seghe: “Una Sega d’Europa, che riunisca tutte le seghe del vecchio continente, tutti i movimenti liberi e sovrani”.

Si tratta di un macchinario unico, insomma, che raccolga in un insieme coerente ogni tipo di sega, di movimento: circolare, a nastro, a trabucco, a batacchio, a berlingo, alternativa, da traforo, ad affondamento, a gattuccio e, perché no? Il buon vecchio su e giù manuale.

Il grande progetto del Teo (sempre Salvo per gli amici del Sud) è stato infine realizzato, messo a punto. Ieri la sperimentazione, il collaudo, in un luogo TOP SEGRÉT, nel Maradagàl, un deserto che fa la barba al Resegùn, il famoso monte a dorso di drago, o a forma di sega. Frutto del lavoro di tennici delle seghe di tutta Europa, e del mondo – un nome su tutti? Mariano El Pene, dal Parapagàl – che hanno mostrato di poter sorpassare i regionalismi, i nazionalismi, i particolarismi, nel nome di una grande Sega comune.

Purtroppo il marchingegno, groviglio assurdo di pulegge, cinghie, nastri, alberi, lame, castrofalli, battenti, martingoldi e balarioni, non è stato all’altezza delle aspettative. Privo di un sistema di sicurezza di bloccaggio automatico in caso di inavvedutezza del conduttore, in questo caso il Teo intento all’avvio inaugurale, la maxisega ha finito per tirar dentro il malcapitato, per la verità sportosi inavvertitamente un po’ troppo verso le lame sferraglianti, a offrire carne da taglio seghista al supersegone. Il collaudo, alla fine della fiera, è stato sospeso.

Niente di troppo grave, il leader è menomato (ma c’è assoluta riservatezza su quale parte del corpo sia finita nel grancassone raccoglisegatura), ma vivo. E lotta insieme a noi.

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Lettera di un figlio a un papà/ministro che lo tira sempre in ballo

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Caro papà,

ho notato che negli ultimi mesi, durante la campagna elettorale e, in misura anche maggiore, nelle tue prime dichiarazioni da ministro, parli spesso di me. È vero, di solito non ti riferisci a me direttamente, in effetti non mi dai in pasto alle tv e ai giornalisti come fanno certi genitori a caccia di notorietà, di questo, certo, non ti posso accusare. Tuttavia, non puoi negarlo, mi chiami in causa molto spesso quando ti riferisci al tuo essere genitore, al tuo essere un papà, proponendo questa condizione a premessa delle politiche che porti avanti. Il mio è un coinvolgimento indiretto, ma pur sempre compromettente, nel tuo discorso pubblico. Le tue politiche, infatti, sono mirate a costruire consenso elettorale sulla pelle di chi fugge dalla disperazione, a favorire la diffusione indiscriminata delle armi in nome di una concezione premoderna di legittima difesa, a cementare identità sulla discriminazione di chi crede che la famiglia e la genitorialità si fondino sull’amore, a escludere le fasce più deboli della popolazione da servizi pubblici essenziali, sollevando i cittadini più abbienti dal dovere di contribuire al benessere della comunità. Le tue idee, papà, sono abominevoli: prospettano un futuro dominato da un mostro che già si è affacciato sul palcoscenico della storia, un mostro che è stato condannato ma che, evidentemente, non è stato sconfitto. Quella che potremmo chiamare “retorica del buon papà” è uno degli strumenti che sfrutti per rendere accettabili le tue posizioni. Sei prima di tutto un genitore, vai ripetendo, e proprio in virtù di questa tua condizione puoi prospettare qualunque iniziativa possa favorire la tua personale affermazione, anche la più miserabile, la più infame. “Sono un papà,” sembri dire: “figuriamoci se posso volere il male di qualcuno”.

Ecco, papà, il motivo per cui ti scrivo questa lettera: ti chiedo di non tirarmi in ballo nei tuoi comizi, quando fai le tue comparsate nei salotti televisivi, quando rilasci dichiarazioni a caldo tra gli spintoni dei cronisti nell’agitarsi confuso di microfoni e taccuini. Sono un bambino, per definizione buono: non chiazzare il completino del Milan che mi hai regalato con la melma del tuo odio e vendi la tua, di dignità, al demone del successo. La mia ingenuità e la mia purezza, infatti, non sono valuta pregiata da investire nel mercato del potere. Sono un bambino, per definizione disobbediente: abbraccio chi viene da lontano e mi fido istintivamente di chi è diverso, mentre ho paura delle armi e non voglio intravedere il luccichio sinistro della canna di una pistola, quando per gioco o per curiosità apro un cassetto sbagliato. Sono un bambino, per definizione coraggioso, e nei miei occhi aperti e sfrontati c’è la sfida a chiunque ritenga accettabile che altri bambini come me subiscano violenza, dal vicino o dallo Stato, perché rom, perché figli di migranti, perché figli di due papà, o due mamme, o perché i genitori li hanno perduti, chissà dove, nel mare immenso tra due mondi o nel mare nero della vita – tu che sei papà, questo, lo capirai bene.

Dear minister (o le FAQ della fertilità)

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«Si piglia gioco di me?» interruppe il giovine. «Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?» (Manzoni)

Per venire incontro alle numerose perplessità suscitate dall’iniziativa prevista per il 22 settembre, il Ministry of health, wellness and youth dell’Italian Republic ha predisposto un’apposita FAQ sul tema della fertility. Intento del Ministry è evitare qualsiasi misunderstanding nei confronti dell’iniziativa e promuovere contestualmente good behaviours tra la popolazione giovanile chiamata alla mission dell’implementation of the population. Di seguito un little sample delle clarifications, direttamente dalla lista di questions e relative answers, postate sul website del Ministry.

  • Dear minister, io e mio marito abbiamo tutti i requisiti necessari alla procreazione e anche qualcosina in più: siamo rigidamente eterosessuali, italiani e bianchi, abbiamo entrambi un posto di lavoro stabile (un full e un part-time), siamo discretamente giovani e fiduciosi nel futuro, abbiamo contratto regolare matrimonio. I nostri stipendi, sommati tra loro, però ammontano a soli duemila euro al mese. La rata del mutuo ne assorbe circa ottocento, le utenze succhiano un’altra quota significativa, mantenere due automobili esaurisce quanto rimane. Come potremmo, per esempio, pagare una retta mensile in un nido comunale, dal momento che questa si aggira, per la nostra fascia di reddito, intorno ai cinquecento euro?

Dear young woman, don’t worry. Se a una biological fertility non corrisponde una economic fertility, c’è sempre una solution. Scelga tra queste options: ask for help (non allo stato, non fare il piagnone, ma a mom and dad); stay hungry, stay hungry (scelta adatta a chi non può chiedere a mom and dad, vedrete che più di tutto potrà il digiuno); there is always a loan shark in the neighborhood (e più d’uno è anche amico mio, quindi se necessario, poiché la fertilità è un bene comune, contattami in private).

  • Dear minister, sono stata recentemente assunta a tempo indeterminato presso un’azienda della grande distribuzione. Mi è stato vivamente consigliato di nascondere il più a lungo possibile la gravidanza, per evitare noie. Mi chiedo, tuttavia, se questo comportamento sia responsabile sotto il profilo sanitario, considerato che tra le mie mansioni attuali vi sono anche lavori pesanti, come il carico/scarico e la movimentazione merci. Inoltre, paradossalmente, mi sentirei in imbarazzo al momento di svelare la verità di fronte ai colleghi. Non solo subirei una violenza, me ne dovrei anche vergognare.

Dear young woman, it’s ok! Sono reperibili sul mercato busti contenitivi molto efficaci che, oltre a comprimere a dovere il pancione, proteggono il feto da eventuali shocks e hits tipici del lavoro di magazzino. Inoltre, ti fanno più bella, perché la beauty non ha età, la fertility sì. Imbarazzo? Ma quale imbarazzo, look at us! E fai come noi quando ci troviamo alle strette: abbozza.

  • Dear minister, sono lesbica. Io e la mia compagna siamo entrambe fertili, ma la genitorialità ci è negata per legge. Come la mettiamo?

Dear young woman, non è questo il luogo per affrontare temi, come la genitorialità, che poco hanno a che fare con la fertility. Quindi la invito a discutere del merito, lasciando da parte le provocazioni. Mi sembra che il problema, qui, sia definibile in termini di lack of sperm. In questi casi, come potrà ben comprendere, suggeriamo un gentlemen’s agreement con soggetto atto a compensare la carenza.

La FAQ completa è disponibile sul website del Ministry.

Pulizie di primavera

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Nel disordine dei nostri garage si riflette la perdita di certezze dell’uomo contemporaneo. La macina spersonalizzante del turbocapitalismo finanziario ci ha reso soli e impotenti. Solleviamo la saracinesca e di fronte alla confusione, stratificata in lunghi anni di incuria, oscilliamo tra nipponiche tentazioni di decluttering e sogni da maschio bianco alla Walt Kowalski: trascorrere un’intera esistenza ad accumulare, sistemare, accudire attrezzi nell’autorimessa, tempio da consacrare a una Gran Torino qualsiasi. La realtà, lo sappiamo, è che non ce la faremo mai a scegliere una strada o l’altra e, generazionalmente votati al disordine, lasceremo le cose come stanno, eccezion fatta per qualche effimero intervento di maquillage.

Così, mentre lo stato sociale va in pezzi, il sistema sanitario nazionale, la scuola, la previdenza sono allo sbando, lo Statuto dei lavoratori e tutti gli avanzamenti del diritto e culturali si sbriciolano come certa carta estenuata dal tempo, noi fissiamo abbattuti la nostra vita depositarsi nel box. Latte di vernice sul cui fondo induriscono rocce sedimentarie non ancora classificate; ricambi per automobili rottamate da anni; cassette degli attrezzi stracolme di chiavi, brugole, pinze arrugginite e cacciaviti spuntati; cataste di VHS, CD, DVD ricoperte di polvere e innervate di cavi elettrici, antenne, cavi ethernet o USB; tende da campeggio, tappetini per auto, lampade, latte d’olio minerale, diverse edizioni incomplete o con volumi doppi del Baldi, del Luperini, del Ferroni, eccetera. Qui, dove tutto si accumula, tutto è senza un perché. Come le statue (africane?) di legno che qualcuno ha comprato a una fiera, come le scatole di cartone di cento traslochi mai finiti davvero.

È che non abbiamo mica tempo per pensare a tutto, oggi come oggi, ci diciamo. E come si fa? Con il lavoro, gli impegni, le code da fare alla banca o alla posta. Lasciamo  le cose ad ammucchiarsi e forse, inconsciamente, confidiamo in questo guazzabuglio come forma di previdenza complementare: quando dopo decenni di contributi versati, da ultrasettantenni, avremo bisogno di sostituire qualcosa che ci si è rotto in casa, e l’assegno dell’INPS sarà così magro da non potercelo permettere, allora scenderemo quaggiù a frugare tra la roba impolverata che non si sa mai, un bicchiere buono, una lampadina, un rotolo di scotch marrone da pacchi, salterà pur fuori.

O forse non è questione di tempo, né di altro, forse è solo pigrizia. L’indolenza che ci prende di fronte al disordine privato dei nostri oggetti è la medesima indolenza che ci induce ad accettare il disordine pubblico del presente stato delle cose, a rinunciare alla lotta, alla partecipazione. Un’indolenza comprensibile, certo, quando pare che per raggiungere ogni obiettivo, ancorché minimo, si debbano scalare montagne, quando l’impresa è impossibile. Comprensibile ma non più giustificabile, quando da difendere non ci resta oramai molto altro oltre alla dignità.

Islamofobia

thC3NY3MPENei giorni che seguono gli attentati di matrice islamista il mio barbiere se la passa male. Il negozio rimane vuoto per tutta la giornata e a lui non rimane che starsene in attesa, con la schiena appoggiata allo stipite in ottone della porta a vetri. Osserva pensieroso i mulinelli di polvere arrotolarsi sull’asfalto, mentre distratto fa ballare il rasoio a mano libera tra le dita nervose. Prima Parigi, poi Bruxelles, per Ibrahim, è la stessa storia: dopo queste stragi orribili gli abitanti del quartiere si mostrano improvvisamente restii a farsi accarezzare la gola dalle lame leggere del barbiere di fiducia. Ibrahim infatti è tunisino ma è un bravo ragazzo, e tuttavia non si sa mai… con le robe che si sentono, di gente che sembra normale e poi… Meglio arrangiarsi da soli per un po’. Che poi, arrangiarsi da soli significa che qui nel quartiere andiamo tutti in giro con barbe ispide e capelli arruffati e ciuffi di pelo che sbucano indomabili dal naso o dalle orecchie. Una sorta di catastrofe, sotto il profilo estetico. In verità, una soluzione ci sarebbe: l’altro negozio. L’altro negozio, il cui titolare è italiano e non può essere sospettato di simpatie islamiste, presenta tuttavia una serie di controindicazioni. Primo: l’altro negozio è unisex, chissà cosa vuol dire. Secondo: quelli che vengono fuori di lì hanno tutti la barba morbida e profumata e i capelli ingellati che fanno un’onda. Terzo: le uniche riviste che si intravedono sparpagliate sui tavolini sono cataloghi di balsami, oli e cremine per la cura della pelle, della barba, dei capelli. Niente Gazzetta dello Sport, niente Quattroruote. Di che si parlerà là dentro? Di cosmetici? La desertificazione culturale, è evidente, avanza implacabile. Quindi, dell’altro negozio, manco a parlarne. In questa situazione difficile, i più giovani, non potendo permettersi di sprecare occasioni galanti a causa di un look impresentabile, hanno tentato con il fai da te. Su amazon macchinette e lame vengono via per pochi euro, quasi quasi, mi fa uno di questi ragazzi al parco mentre il suo pitbull trattenuto appena dal laccio addenta furibondo l’aria a due dita dal mio ginocchio, da Ibrahim non metto più piede e risparmio duecentocinquanta carte all’anno. Il giorno successivo si presenta con un colbacco e una ferita profonda al collo. Gli dico che è carino, il cappello stile sovietico. Viene via a venti euro su amazon, mi fa lui, adesso scusa non parlo più sennò mi si riapre il taglio.

Insomma, si capisce anche senza farla troppo lunga. Se da qualche giorno non ci facciamo più sistemare la peluria è perché l’islamofobia è arrivata anche qui, nel quartiere, un posto apparentemente così lontano da città come Bruxelles, con i loro palazzi istituzionali di vetro e acciaio, le stazioni della metro, gli aeroporti, la gente che fluisce con trolley e valigette su pavimenti tirati a lucido; eppure così vicino, a quelle capitali, con questo coesistere di differenze ancora così incomprensibili. L’islamofobia è arrivata fino a qui, e i nostri comportamenti irrazionali danneggiano gente come Ibrahim, che ha due figli che vanno alla scuola materna. E certo, è colpa dell’IS ed è colpa di tutti coloro che ordiscono stragi di innocenti. E poi è colpa di Salvini, e di tutti gli altri razzisti: radicali, moderati e riformisti. Ma è colpa anche nostra, che ci guardiamo bene dal lasciarci alle spalle le nostre insicurezze, le nostre paure, dall’imboccare l’unica strada, impervia, per pensare un futuro accettabile.

Da Mayor/Il Sindaco

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Qui, tra i muri graffiati delle case del Quartiere, Marino, il pensionato che abita sopra di me, è così popolare che tutti lo chiamano Il Sindaco. Assomiglia, in effetti, all’attaccabottoni alcolizzato di Fa’ la cosa giusta, il capolavoro di Spike Lee, soprannominato appunto Da Mayor. In comune hanno alcune passioni, come il gusto per il Tavernello succhiato direttamente da un foro nel cartone e per la conversazione molesta, ma bisogna ammettere che il primo cittadino nostrano è un po’ meno sfaccendato del Mayor. Per anni macellaio, il Sindaco ha chiuso bottega quando tra le clienti più affezionate è iniziata a circolare la voce che la sua specialità, costate vermiglie altre tre dita, non fossero di origine bovina, ma prodotte con una stampante 3D in un capannone di Orzinuovi. Ma decisiva è stata anche l’apertura di Esselunga, che gli ha fatto una concorrenza spietata a colpi di supersconti e cassieri abbonzati e palestrati. Ormai in pensione, si dedica a una lunga serie di occupazioni che in Italia restano tutt’oggi popolari, tipo passare avanti agli altri nelle interminabili code in posta, gettare cartacce e mozziconi nelle aree verdi e molestare incaute passeggiatrici solitarie, magari con il vecchio numero di aprirsi improvvisamente l’impermeabile rivelando una pingue irsuta nudità.
A poco a poco, dal rappresentare per noi vicini semplicemente un incontro saltuario, e non sempre gradito, Il Sindaco è riuscito con le sue imprese a intrufolarsi nelle vite di tutti noi: non passa giorno, giuro, che non ci imbattiamo in qualcosa di quantomeno evocativo della sua esistenza. Un’esperienza da mettere alla prova la sanità mentale di chiunque. A dire la verità, però, tutta questa popolarità non se l’è cercata da sé, una bella colpa ce l’hanno i media. Sono stati gli anziani, colonna portante della voce più potente del Quartiere, Radioscarpa, a fare sì che il suo nome assumesse per noi tutti l’ossessività del mantra: non ti dico cos’ha fatto Marino… Hai sentito del Sindaco? Che schifoso! L’ha fatta di nuovo fuori dal vaso. Un contributo importante è venuto anche dal curato, che ha interrotto l’omelia domenicale per puntarlo con il dito e domandargli: “Oh, ma te, chi diavolo ti ha invitato?”
Ma per tornare a noi qui del Quartiere, diciamo che i mille vizietti del Sindaco sono stati dapprima un diversivo, poi sono divenuti un fastidio, quindi un problema, poi una maledizione. Infine, gradualmente, abbiamo iniziato ad apprezzarne un imprevisto potenziale positivo per noi, che potremmo definire come una specie di funzione autoassolutoria del linciaggio. C’è sempre lui, peggio di noi. Teniamocelo sempre bene fisso in mente, Il Sindaco e che il suo nome circoli incessante, rimbalzi impazzito di bocca in bocca. Così che possiamo starcene belli tranquilli e fare tutto quello che ci passa in mente.
Oggi, vedendo una vecchietta attraversare sulle strisce, le ho inchiodato a un centimetro, sono uscito con tutto il torso dal finestrino dell’auto e le ho urlato: “Oh vecchia rimbambita! E levati dalle palle!” Alla mia compagna che mi guardava con una punta di sorpresa ho opposto: “Ma hai sentito che ieri, in chiesa, Marino ha ruttato dopo aver inghiottito l’ostia?” “Ah, ah! Che ridere! E non era neanche invitato. È proprio un balordo!” Ha ribattuto lei approfittando della frenata per svuotare il portacicche stracolmo sul marciapiedi. Sono ripartito con una sgommata.

Cronache da sotto l’assedio

trifidi2Ma quanto è rigoglioso il verde in questa città? Sarà che acqua non ne manca e che il sole ancora la bacia, benché filtrato da nebbie di fumi mefitici. La vegetazione, in questa stagione, strappa centimetri al cemento un po’ ovunque. Macchia i viali neoclassici del Parco Ducale, guadagna sull’asfalto debordando dai fossi, lungo le strade che sonnecchiano dove la periferia trascolora in campagna. Persino qui, nel Quartiere, il prodigio della vita vegetale si afferma. Complici le politiche comunali di austerità, la manutenzione del verde è praticamente inesistente. Ciuffi di erbe coriacee spaccano i marciapiedi e crepano i muretti. I tigli, poi, crescono incontrollati. Assediano le finestre e i balconi delle case anni Cinquanta color pastello. Allungano i loro tentacoli con velocità sorprendente, guadagnando centimetri ogni giorno. I cittadini, preoccupati, si difendono come possono da quella che si configura come una vera e propria invasione: la professoressa Tarasconi, ad esempio, ci dà in modo compulsivo di aspirapolvere, ossessionata com’è da pollini e insetti che in spessi strati si depositano su davanzali e terrazzi, finendo per penetrarle in casa. Così facendo trascura i rami, che mostrano ormai di volerle sfondare i vetri della portefinestra. Greco, campagnolo inurbato, ha risfoderato la roncola dei giorni migliori. Mena colpi decisi e rabbiosi per liberare i suoi spazi. La pioggia di rami prodotta si schianta sulle auto posteggiate nella via. L’ira del vicinato non s’è fatta attendere e nella cassetta della posta di Greco è stata recapitata una lettera anonima, scritta in lettere grandi ritagliate dai giornali: “Tu hai la roncola, io la motosega”. La signora Gallardo, da Lima, si affida alla Vergine di Guadalupe che, a starla a sentire, apparirebbe tra i rami di fronte civico 12, luminosa e trionfante proprio sopra un bel nido di cornacchia. Davanti alla visione, cade in ginocchio con un tonfo, prega e si segna, mentre la famiglia di uccelli le gironzola per casa, le fruga nella dispensa e si diverte a provare i suoi abiti fumando Lucky Strike infilate in lunghi bocchini. Fenomeno probabilmente non riconducibile alla mancata manutenzione del verde, quello di ritrovarsi ovunque assediati da grossi uccellacci che hanno soppiantato gli uccellini di un tempo. Andrebbe affrontato, certo, con politiche ambientali mirate. Ma vista la totale immobilità delle autorità, Matteo Salvi, il tossico del terzo, ha giurato lotta senza quartiere ai volatili invasori, dopo che l’intrusione di una gazza svolazzante in salotto gli ha sparpagliato cristalli e polverine per tutto l’appartamento. Finanziato da Speranza, il vecchio gobbo e macilento dell’ultimo, prestatore di denari a interesse, ha acquistato una motosega a benzina. Lo si vede oltre le finestre spalancate correre per casa in mutande, in preda a potenti allucinogeni, impugnando a due mani sopra la testa una grossa Vigor , a caccia di pennuti veri o immaginari. È qualche giorno che l’anziana madre di Matteo non fa il consueto giro di compere mattutine per le botteghe del Quartiere.
Insomma, qui si resiste, ciascuno come può, ogni giorno, all’assedio di una realtà sempre più aggressiva. Ed è difficile criticare le scelte di ciascuno, anche se non condivisibili. Si resiste qui come ovunque, all’alluvione di debiti, tasse e bollette. All’invasione di furbetti, trafficoni, slot machine e Compro Oro. Al diluvio di mancanze, malfunzionamenti e disservizi. Alla sfilata di facce di bronzo dalla parlantina sciolta e senza risposte, sulla scena tanto affollata della Pubblica Incuria.

 

Bella, zio

11205992_762563470524853_991803616826747373_nDi capire come sia possibile che un servizio del TGCOM24 diventi il principale strumento di analisi della giornata di protesta No Expo, proprio non mi riesce. Pare che l’informazione affidata al social, alla condivisione, orizzontale, dal basso, prepotentemente libera, si mostri per quel che è: un mito del tutto inconsistente. Quando Mediaset chiama, la rete risponde presente.

Il network fondato da Berlusconi realizza un’intervista che è del tutto insignificante dal punto di vista giornalistico: Mattia è un ventenne che risponde alle domande di un cronista, ma non si capisce nemmeno il perché sia stato scelto o meglio, forse lo si capisce fin troppo bene. Il ruolo del ragazzo negli scontri non è chiaro, avrebbe voluto spaccare qualcosa, ma non ha spaccato nulla, parla a volto scoperto, ma porta il cappuccio (prova inconfutabile di militanza pluriennale nel blocco nero), ha poche idee, ma confuse, su proteste di piazza e cortei. Di fronte a un servizio di questo genere, l’unica reazione accettabile da parte del pubblico dovrebbe essere un bel: Beh? Ecchissenefrega!

Comunque il video comincia a girare, diventa virale, si dice. Il ragazzo viene messo alla gogna su facebook, deriso, offeso, insultato. Chi auspica randellate, chi si sbizzarisce e sogna sevizie di ogni genere. Leggo un se fosse mio figlio finirebbe dritto in psichiatria dopo essere passato dal reparto gessi. Qualcuno invoca l’intervento della mamma coraggio afroamericana, a pigliarlo per le orecchie. Qualcuno auspica una nuova Diaz, una nuova Bolzaneto. Qualcuno che, evidentemente, o non ha idea di che cosa siano state Diaz e Bolzaneto, o pensa che torturare a freddo manifestanti inermi e pacifici sia un intervento efficace contro le devastazioni.

Nascono gruppi dai nomi fantasiosi, ispirati al gergo del guerrigliero black bloc che presta il suo volto al TGCOM24: Minchia, zio, se non bruci una banca non sei nessuno; Figa zio se non bruci la banca sei un coglione; più originale il Se non bruci un coglione sei una banca ecc. Sono gruppi popolari, in molti si iscrivono, in molti condividono. In tantissimi decostruiscono l’intervista, la sezionano, per meglio evidenziare quanto, secondo loro, sia stupido e ignorante il giovane. Molti mostrano di avere acquisito fini competenze nell’analisi testuale, durante gli anni del liceo, altri commentano con supponenza piuttosto immotivata, e con un’ortografia piuttosto irregolare. Poco importa, il viso di Mattia, le sue parole un po’ sconnesse, sono confortanti, ci rassicurano in merito alla nostra superiorità intellettuale. Ma quanto siamo intelligenti, meno male.

Il quarantenne che si spertica ad augurargli cose indicibili, davanti a Mattia, si sente al suo posto, dalla parte della ragione. Ha studiato, lui. Mica come quell’imbecille figlio di operai che a ventun anni fa ancora le superiori. Mica come quell’idiota bruciamacchine che è così coglione che non sa nemmeno parlare. E che Mediaset gli offre sul 30 pollici smart ultrapiatto, mentre all’aperitivo si succhia un flûte di Franciacorta stravaccato sul divano.

C’è il mostro, signori rivoluzionari da tastiera, sbattuto in prima pagina. È un ragazzo sprovveduto come ce ne sono tanti: voi siete più istruiti, più intelligenti, o almeno più vecchi e scafati. Eccolo qui, prendetevela con lui, come se le responsabilità di quanto accaduto a Milano fossero le sue; accanitevi, mi raccomando, contro di lui e lasciate in pace il potere, che i responsabili ringraziano.

Non ci avevo mica pensato

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Le murate poderose del traghetto Minoan si fanno un baffo delle intemperanze del Canale d’Otranto. La nave avanza diritta, non si avverte rollio né beccheggio, solo la vibrazione implacabile dei motori. Calma piatta, insomma, non fosse per la violenza del vento, che dà l’impressione di poterti levar via dal ponte per scaraventarti in mare in un baleno. Due figure solitarie fissano le onde nere là sotto infrangersi contro l’acciaio dello scafo. Fisico pesante da camionisti, rughe profonde sulla fronte, quattro capelli strapazzati dai turbini. Florian pinza una MS tra pollice e indice e con le altre fa una coppa a proteggere la brace. Sergio s’affanna a distendere i lembi disobbedienti di un poncho impermeabile in plastica azzurrina. “Che ti salta in mente di infilarti in quell’affare? Non vedi, si gonfia come una vela!” “Così mi riparo dall’umidità. Sennò mi escono fuori i dolori. Certo che c’è proprio mare grosso, eh?” Florian getta la cicca tra i flutti con uno scatto dell’indice, sbuffa il fumo dal naso: “È così sempre nel Canale, qui i due mari si incontrano e fanno a botte. Anzi, questo giro è più tranquillo di altri.” Sergio lo guarda in tralice, scettico, lo apostrofa con sarcasmo: “Ma piantala lì di fare il lupo di mare Albània, cosa ne sai tu? È la prima volta che facciamo questa tratta.” Il fumatore si volta, un sorriso accennato solamente: “Torniamo dentro, su, che sento freddo.” Si siedono in un bar del ponte di mezzo, tra i pochi turisti ancora insonni. Guardano oltre un vetro la sala giochi dove un paio di disperati si ammazzano di slot, Stravecchio e solitudine. “Lo faccio tutti gli anni, questo canale. Lo attraverso ogni volta che torno a Durazzo, in Albania. Non è la prima volta che prendo un traghetto sull’Adriatico; anche se è la prima che facciamo una linea dalla Grecia all’Italia per l’azienda, questo sì. Però il canale d’Otranto lo conosco bene, io.” “Certo, che scemo. Non ci avevo mica pensato che passi di qui per andare in Albania, e sì che lo so bene dov’è l’Albania. Ormai siete più voi albanesi che italiani quelli con cui lavoro, lo so bene dov’è l’Albania.” “Qui, i due mari fanno a botte. Sempre onde alte, correnti, vento teso. L’ho fatto anche in gommone, quattro volte, negli anni Novanta.” Sergio strabuzza gli occhi: “In gommone? Come in gommone?” “In gommone. Non c’era altro modo, allora, per venire di qua in Italia. Non lo sapevi?” “Certo, che lo sapevo. Ma non ci avevo mica pensato che potessi davvero essere arrivato in gommone, proprio tu.” “Stavamo tutti in piedi, in cinquanta, sessanta, non lo so. Tutti ritti come asparagi, su quel gommone. Un ragazzino reggeva il timone con una mano, il kalashnikov con l’altra: sapeva assecondare la rabbia delle onde, procedendo a zig-zag per ore e ore. Nient’altro. Era addestrato solo per quello. I trafficanti mandavano i ragazzini per non rischiare in prima persona di essere arrestati. Gli insegnavano in fretta e furia l’essenziale. Ti dovevi fidare, lungo una notte intera di terrore. Non c’era scelta. Se chiedevi qualcosa, se protestavi, la risposta arrivava dalla canna del fucile. Senza la minima esitazione.” “Ma come? E viaggiavate tutti così?” “Non avevamo scelta. Cosa pensavi che fosse, sfuggire dalla miseria? Un pranzo di gala?” “No, beh, sì… È solo che non ci avevo mica pensato davvero.” “Tutto quello che ho sopportato da allora, tutto, il lavoro duro, la fatica, il dolore, la nostalgia che torce lo stomaco, tutto, l’ho fatto perché mio figlio non debba mai fare un’esperienza del genere. Nessuno dovrebbe provare una paura del genere per cercare un futuro.”

Nella pancia della nave, nel garage dedicato ai mezzi pesanti, due ragazzi, probabilmente curdi, lottano contro il caldo infernale della stiva e la fame, nascosti sotto due TIR, magari proprio sotto quelli di Florian e Sergio. Sono saliti a Patrasso, scattando al momento buono per eludere i controlli della temuta polizia greca. Ieri mattina, mentre vagavo per il porto nel tentativo di raggiungere il molo giusto per l’imbarco, li ho visti attendere l’istante giusto nascosti dietro una Jeep. Loro mi hanno visto che li ho visti, mi hanno fatto segno di stare zitto, per favore. Allora mi sono spicciato a trovare l’imbarco, mi sono messo in fila con gli altri vacanzieri di ritorno, un po’ scosso. Cioè, lo sapevo che sono in molti a viaggiare distesi sotto i camion, a sfidare la sorte in questo modo, per arrivare in Italia. Ho letto più di un reportage sull’argomento. Ma che qualcuno potesse farlo qui, di rischiar di crepare per raggiungere Ancona, qui, sulla nave con cui torno dalle vacanze, ecco, non ci avevo mica pensato.

Sergio che non ci aveva mica pensato non può dirsi innocente. Io che non ci avevo mica pensato non posso dirmi innocente.
Chi prima non ci aveva mica pensato, e ora interrompe le campagne elettorali per fingere di combinare qualcosa, sicuramente può dirsi colpevole.
Chi ci ha pensato e ha deciso di tagliare i finanziamenti alle missioni di soccorso può dirsi assassino.
Chi ci ha pensato per auspicare eccidi in modo da poter speculare politicamente sui morti può dirsi sciacallo.

Cartolina napoletana: Sanità

Case bianco sporco sgangherato traballano come i denti nelle bocche degli anziani che ci vivono; autofficine a forma di grotta bucano le facciate dei palazzi: i meccanici siedono a fumare all’interno e le auto si accumulano sul marciapiedi con il cofano aperto; i bassi allargati sulla via strappano centimetri di suolo pubblico a forza di muretti e gradini ricoperti di maioliche; i cinquantini cavalcati da ragazzi incappucciati ronzano implacabili. Quasi alla fine, quando ormai ti sei convinto che non arriveranno mai, scopri due navate enormi che bucano un colle di tufo: è il cimitero delle Fontanelle. Ci sono tre custodi: stanno conficcati tutti insieme in un’edicola in legno, microscopica. Come possono respirare così compressi? Quando arrivi cercano di sollevare il vetro sul davanti, ma stretti come sono non hanno spazio per muovere le braccia e allora rinunciano e ti urlano da dentro: “L’ingresso è libero, le foto sono vietate!”. Passi oltre, entri all’interno del cimitero dove sono accatastate le ossa di chissà quanti morti, anonime vittime della miseria e delle epidemie, da quella di peste del 1656 a quella di colera del 1836. Femori, tibie e omeri formano muriccioli spessi lungo le pareti della caverna. In cima a questi, per bene allineati, teschi a migliaia. Alla fine del XIX secolo, in questo luogo, si diffuse il culto delle anime pezzentelle, che, a quanto pare, qualcuno, qui in città, ancora pratica. Si tratta di adottare un teschio, rinchiuderlo in una teca, pregarlo con devozione per far sì che l’anima del defunto titolare del teschio giunga in paradiso. Una volta assisa tra i beati, questa anima pezzentella intercederà per il suo “curatore” garantendo grazie di vario genere: guarigioni, botte di fortuna, numeri del lotto e cose così. Qualche dubbio sulla effettiva efficacia di tale culto è legittima, ma se ben rammenti la scommessa di Pascal, puoi rapidamente convincerti che praticarlo convenga: tu ti occupi del tuo teschietto e se ti va bene ottieni la grazia, se ti va male hai vissuto in letizia confidando che il teschietto si smazzasse il lavoro sporco con l’Altissimo in vece tua. Così, dopo averlo scelto con cura, raccogli il tuo cranio. È polveroso, ti levi il berretto e con quello lo strofini per bene, fino a farlo brillare nella penombra della caverna. Gli dai un nome: Antonello; un lavoro: venditore di almanacchi. Ti ricacci il berretto in testa. Gli costruisci una cornice appiccicando tra loro tre tibie con le Vivident alla menta e lo metti lì sotto. Con l’UniPOSCA fucsia gli scrivi sopra il nome e due date a caso. Poi intoni una preghiera che è un impasto di speranza e sogno: “Spirito bello e pezzentello, mio caro Antonello, fammi la grazia… Come? Che dici? Una sigaretta? Vuoi una sigaretta. Va bene, te la incastro qui tra le mandibole. Accendo? Dicevo fammi la grazia per questo 2015 e ripulisci gli scaffali delle italiche librerie dalle immondizie letterarie dell’anno trascorso: che Gramellini abbia cura di sé e si prenda un anno sabbatico; che la Littizzetto strilli un’incredibile Urka quando va alla toilette; che D’Avenia non abbia più collegi docenti durante i quali pensare a ciò che inferno non è, per poi spiegarcelo in centinaia di pagine scritte drammaticamente male. Ecco, va bene. Solo questo, Antonello bello. Ah, e poi fa’ che qualcuno scopra, in qualche cassetto dimenticato, un inedito guidogozzano, o un Calvino, ma anche soltanto un Tabucchi. Mica chiedo troppo.”

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