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Vongole corsare

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Ficcare la macchina nell’unico buco rimasto non è mica impresa da poco, se il sole che picchia sulla carrozzeria nera ti spreme via le estreme energie vitali in forma di grosse gocce di sudore. Cali manate sullo sterzo sbuffando: che affanno il vivere moderno. Alla radio, tanto per cambiare, c’è un cuoco che espone la sua visione del mondo. Sollecitato da un giornalista pennella risposte di ampio respiro, al limite del visionario. Da un ristorante stellato arroccato sulle Prealpi lombarde pare possa partire una riscossa culturale destinata a schiantare lo Stato islamico, levando terreno fertile di sotto i piedi dei reclutatori di terroristi combattenti. Si tratta di riscoprire i cereali integrali e i legumi ad alta digeribilità, abbinandoli alla tenera sapida carne di beccaccia e di farne un cutter con il quale squarciare la coltre spessa di ignoranza che chiude le periferie d’Europa nell’odio, come tante Moelenbeek. Perché il cibo, cazzo, è cultura. Una prospettiva originale, suggestiva, feconda.

La conferenza si tiene in una sala ancora più calda dell’abitacolo surriscaldato dal sole dell’automobile nera. Più calda e più umida: i fiati di decine di letterati dolenti appestano l’aria. Il vecchio critico è curvo sul microfono, lassù, dietro il cavaliere segnanome in plexiglass, è un vero guru: con gli occhi chiusi emette un paludato continuo gorgoglio di granitiche certezze, giudizi taglienti, ritratti affilati come lame di uno chef. Traccia linee, suggerisce canoni. Raccoglie gli applausi entusiasti della platea, risponde a qualche domanda. Ci sono i soliti professori dei licei che saltano su, che chiedono che cosa sia il Novecento, oggi che il Novecento è trascorso. Semplice, fa lui: Svevo, Pirandello, Montale e il Gadda. Buono a sapersi, rispondono loro, speriamo che con una nuova riforma allunghino di un anno la scuola superiore, così ci arriviamo. C’è uno che si azzarda a reclamare un posto per Pier Paolo Pasolini. Il guru è categorico: Pasolini, per carità! È imbarazzante come letterato, come cineasta fa venire l’orticaria. In due secondi ci ha convinti tutti: e come no? Abbiamo tutti studiato sui suoi libri e tutti insegniamo a studiare sui suoi libri. Ma nemmeno Ragazzi di vita? No. Nemmeno quello.

La macchina è ancora più calda. Giri la chiave e si accendono i fari, le frecce, i ventilatori, i tergi la cui leva hai per sbaglio urtato con il dorso della mano e, naturalmente, la radio. In diretta c’è uno che parla di vongole del Pacifico i cui sughi, dice, adeguatamente filtrati, si sposano con anguria a dadini e semi di vaniglia per un aperitivo diverso. Pare che questo piatto singolare serva a far capire a tutti noi che la diversità è un valore, e che perciò sia un modo nuovo per combattere varie declinazioni della violenza: il bullismo, gli ultras del calcio, il femminicidio. Perché il cibo, cazzo, è cultura. Guidi nel traffico, il cuoco ora è lì che disserta sulle primarie USA: si chiede se Donald Trump possa davvero mantenere ciò che promette. Pensi alla voce discreta di Pasolini in un filmato Rai: quella omologazione che il regime (fascista n.d.r.) non è riuscito assolutamente ad ottenere, il potere di oggi, che è il potere della civiltà dei consumi, invece riesce ad ottenere perfettamente. E certo, è vero, il critico ha buone ragioni: Ragazzi di vita non è La cognizione del dolore, non è La coscienza di Zeno. Ma di cose importanti, lucide, su questo orrore in cui annaspiamo disperati, Pier Paolo Pasolini ne ha dette.

Vita dei campi. Digitali, satellitari e terrestri

vita-campi-nuove-novelle-giovanni-verga-seconda-7bdd2c5d-166e-43ba-a06f-4cd31dfb34beEcco, ragazzi: grazie alla tecnica della regressione, Giovanni Verga rende vivida l’atmosfera che vede le sue storie prendere forma. Ci immergiamo in una società asfissiante, arretrata, per certi versi arcaica, dominata dalla ferinità e dalla lotta per sopravvivere, dove il Risorgimento non è arrivato se non nei suoi aspetti più deteriori, come forma di dominio insensato e cieco. Si tratta di un ambiente soffocante, quello che fa da sfondo a Vita dei campi, ed è impossibile non sentirsi schiacciare, opprimere. Un po’ la sensazione che prende allo stomaco quando si assiste a uno di quei talk show televisivi, dove personaggi pubblici completamente inadeguati sotto il profilo politico e culturale, si affrontano sulle tematiche all’ordine del giorno e mettono in scena, senza imbarazzo alcuno, pietosi esercizi di tracotanza e incompetenza. Tu li guardi e qualsiasi sia l’argomento di discussione li ascolti profondersi nella litania imbarazzante dei loro luoghi comuni, delle loro bizzarre, oscene, ridicole credenze. Cominci a sperare che arrivi qualcuno che dica qualcosa di intelligente, ma è inutile. C’è spazio solo per le idiozie. Ci sono, è vero, programmi più ambiziosi, che saltuariamente ospitano giornalisti ed esperti veri o politici seri. Ma normalmente non consentono loro di parlare: se per caso qualcuno abbozza un ragionamento, arriva provvidenziale la pubblicità, perché sia chiaro che posto c’è, ma solo per chi spara grosse fesserie.

Beh, professore, ma che paragoni sono? Ma le sembra il caso? Mica c’è più qualcuno che dice che se hai i capelli rossi sei automaticamente un ragazzo malizioso e cattivo. O che fa la conta di quanti soldi portavi a casa a fine settimana quando schiatti! Il suo punto di vista a me pare esagerato. E poi non mi pare di vedere esseri umani comportarsi come animali famelici.

Giusto, però… Però. Però, ieri ho visto uno sciacallo scapigliato additare i migranti che ci attaccano l’ebola, la tubercolosi, la scabbia; aspiranti ducetti barbuti con le orecchie da asino che ci allarmano contro i musulmani che ci taglieranno la gola dopo avere fatto dello stivale un califfato; impomatate volpi riformiste che sanno tutto su come rivitalizzare il mercato del lavoro e ci spiegano che oramai, in Italia, le fabbriche non esistono più (e forse non sono mai esistite). Non hanno mai lavorato, non ne hanno viste mai e persino dalla specola della Leopolda non si scorgono. Così se chiedi loro, per esempio, che cosa diavolo sia la Barilla, quelli ci pensano un po’, poi ti dicono che è un tipo di pasta. Poi ci sono anche specie anfibie:  vivono bene all’asciutto, prosperano nella guazza, e finiscono sempre per fare i ministri. Ce n’è uno che assomiglia a un Ranocchio, ma non ne ha l’innocenza. Dice che finalmente il governo fa tutte quelle riforme che lui caldeggiava quando sosteneva il governo che c’era prima. Su questo, almeno, non racconta balle. Animali famelici, vedete, ce ne sono. Mica bonaccioni come Misciu Bestia. Sono esemplari adattati da vent’anni di implacabile selezione artificiale, e troppo giovani pure per buscarsi l’uveite.

L’angoscia dell’influenza

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Stando ai dati Istat 2011 il 47% delle donne italiane, in quell’anno, non ha letto libri. Per quanto riguarda i maschietti, tradizionalmente dediti a più virili occupazioni, tanto che già il Boccaccio si rivolgeva a un pubblico femminile, i non lettori arrivano al 60%. Che in Italia si legga pochissimo non è certo una novità. Ma di fronte a tanta desolazione non può che sorprendere e consolare come la lettura, nel nostro paese, per quanto scarsa, si riveli tuttavia decisamente feconda. A quanto pare infatti ciascun italiano, nella vita, è stato influenzato da dieci libri. Le tendenze sui social parlano chiaro: le liste con “i dieci libri che più mi hanno influenzato” o “che più hanno segnato la mia vita” irrompono epidemiche e prepotenti sugli schermi azzurro facebook di telefonini e tablet.

Ecco, che fossimo un popolo profondamente influenzato dalla buona letteratura, lo sospettavo da tempo. L’elevato grado di civiltà che si respira all’interno di un outlet della pianura padana, per esempio, è una spia inequivocabile di come la lezione dei classici sia viva nel quotidiano degli italiani. E cosa dire poi della qualità sopraffina della TV generalista nazionale? Chiaramente si rivolge a un pubblico il cui gusto è plasmato da letture altissime. Gli ingorghi stradali, in città, si risolvono spesso in dispute tra dantisti, categoria che per altro annovera tra le sue fila anche celebrità come Marcello Dell’Utri. In quale altro paese, se non la coltissima Italia, lo sbarco di profughi in gran parte in fuga dalla Siria scatenerebbe un allarme tubercolosi? Mi rendo conto che tendo a divagare e che sia invece meglio restare sul pezzo, che poi è il tema di questo post: il problema dell’influenza.

Influenza, già. Perché qui non si parla dei dieci libri che sono semplicemente piaciuti di più, ma di quelli che hanno segnato le nostre vite così interessanti, forgiato le nostre personalità così complesse, edificato il nostro solido e articolato sistema di valori. Un’influenza che evidentemente è così forte da esprimersi non solo a livello individuale, ma da investire anche il piano collettivo. Interpretando le linee di tendenza ben evidenti nelle liste dei “dieci libri” si potrebbe quindi ricostruire lo Spirito della nostra Nazione. Un’operazione tanto ambiziosa, però, richiede anni di lavoro e spazi diversi da quelli di un blog. Tuttavia qualche considerazione sui libri più “influenti”, quelli cioè citati con maggior frequenza nelle catene su facebook, e sulla natura di questa “influenza” può comunque essere fatta.

Harry Potter, in assoluto il più citato, ha formato contemporaneamente grandi e piccini. La Rowling è assimilabile ai pilastri della storia letteraria occidentale, quali Omero, Dante, Shakespeare o Goethe: non sorprende che gli italiani, lettori di razza, si siano fatti influenzare da lei. Siamo un paese dove tutto è magia, sogno e incanto. Il signore degli anelli è in assoluto l’opera letteraria più pallosa della storia, dalla quale è tratta la serie di pellicole più incredibilmente pallose delle storia. Gli italiani non lo leggono per gusto, ma per formarsi al lavoro inteso come sacrificio, così necessario in questi tempi bui. La Bibbia non l’ha letta nessuno, su! Ma tutti hanno un amico ciellino su facebook. La presenza di Piccole donne tra i libri più influenti spiega invece come l’Italia sia la patria dell’emancipazione femminile in particolare, e in generale dell’emancipazione di ogni minoranza vilipesa, la Mecca degli oppressi. La casa della libertà, insomma. Il mastino dei Baskerville: chi non è stato influenzato da Sherlock Holmes scagli la prima pietra. Le notti bianche davanti ai plastici di Bruno Vespa le abbiamo fatte tutti. L’italiano ama la giustizia e la privacy. Tantissimi influenzati da Il libro di Mormon, ma l’insegnamento principale di questo importante testo, ovvero che in bicicletta si debba indossare il caschetto, stenta ancora a decollare. Questione di tempo. Molto successo riscuote anche Sulla strada di Kerouac, naturale complemento al testo mormone insieme al Pasto nudo, che però purtroppo non rientra ancora tra i testi più influenti. L’astuzia italiana, quella dote pregevole che ci toglie d’impaccio sostituendo una furbata all’impegno, si apprende dall’Odissea, mentre l’amore incondizionato (a distanza) per gli orsi bruni e gli animali feroci in generale viene da Il richiamo della foresta.

Il partigiano

ImmagineDice che ormai pare che tutto sia stato inutile, ora che il rosso di tutto quel sangue, con il tempo, si è stinto in un rosa sciapo per meglio scivolare via dalla memoria. Dice che certe ideologie sono ritornate e che lo vede bene attraverso i suoi occhi trasparenti, anche se è vecchio, dice, e magari non tutti i neuroni funzionano più come dovrebbero. E se gli obietti che a te non pare che le cose vadano così male, che forse quelle ideologie sono trascorse, andate, lui scuote cocciuto la testa e ti spiega che non devi fare confusione. Con la caparbietà, la pazienza dell’anziano ti fa capire che è proprio il non credere in un cazzo di niente che stia oltre il tuo ombelico, il fascismo. È il pensare solo al proprio pancione grasso, alla fine della fiera, il fascismo, l’ordine. Non ti guardi intorno, professore? Non vedi quanti sono, per esempio, quelli che dicono di lasciare al mare gli immigrati, di farli crepare perdio, per non sprecare soldi? E non sono mica solo i leghisti. E poi ci sono quelli che magari una cosa del genere mica la dicono a voce alta, ma lo stesso la pensano. Sperano che la gente crepi in mare piuttosto che sbarcare sul sacro patrio suolo. È uccidere per egoismo, il fascismo. È accoppare chi ti chiede un tozzo di pane per paura di rinunciare al pollo della domenica: è questo, in parole povere, l’ordine, il fascismo. E trionfa, professore, anche se, come tu mi rassicuri, domani sfileremo in tanti – un po’ meno ogni anno, ma pur sempre tanti – con le nostre bandiere, le insegne e gli striscioni. E trionfa, ripete il Partigiano. Quando vado nelle scuole, dice, ai ragazzi racconto l’eccidio del Colle del Lys, 2 luglio 1944, nella versione che ne diede Guido Cabri “Guido” (Brione, Brescia, 1926-2012, meccanico), in una lettera raccolta in Io sono l’ultimo, Einaudi 2012. Ventisei ragazzi cremonesi trucidati. Tredici sono stati uccisi con il calcio del fucile e gettati in un burrone. Ai cadaveri il cuore è stato strappato e sostituito con la camicia rossa. Ai cadaveri di quei poveri ragazzi di Cremona sono stati amputati i testicoli. E, ogni volta, quando la racconto, gli studenti mi dicono che è una roba tremenda, una storia atroce, che non si può credere all’esistenza di gente tanto feroce. Dice che i giovani di solito sono increduli, insomma, di fronte a tutta quella violenza. Anche se sono abituati alla televisione, a certi film, ai videogiochi. Dice che allora lui incalza e che spiega agli studenti che sono bestie, quelli lì. Gli fa capire che quello che si può arrivare a fare se non si crede in nulla o se si crede nell’ordine, che in pratica è la stessa cosa e che poi è essere fascisti, è inimmaginabile.

Dell’Ufficio della letteratura

salgari_bacilieri5Dici: “Mah! Che senso ha?” Dici: “Che pizza, ma chi se ne frega della letteratura?” Dici: “È solo la storia di una famiglia di pescatori sfigati, sono le pippe mentali di un fumatore, tutta roba inventata, tutte balle, a chi giovano, a che servono? Non è la Storia, non è l’Attualità, non l’Algebra o la Tecnologia. Non è la Chimica o la Geometria, o nemmeno la Musica o l’Arte, ché con quelle, almeno, ci puoi fare, che ne so? Per esempio la pubblicità. Le storie finte, invece, sono una perdita di tempo!” Dici così, studentello diligente brufoloso della fila terza. Mi chiedi come faccio a prenderle sul serio, tutte quelle storie e perché insisto con quelle pazzie, dal momento che ci sono cose più importanti. E di nuovo mi ripeti che non ti piace leggere i racconti, che ti appassionano di più i volumetti parastorici con le pagine colorate sulle grandi battaglie, i cataloghi di macchine agricole che trovi in casa o quelle riviste, tipo Focus, che rassomigliano a una trasmissione televisiva di seconda serata. Dici che i racconti non servono a niente. E allora com’è, ti rispondo, che quando poi te le leggo, quelle storie, tu penzoli appeso alle labbra della narrazione, aggrappato al filo dell’immaginazione come fosse l’ultima liana a disposizione di un Tarzan quasi pronto, ormai, per la pensione, ma ancora non arreso? Com’è che sussulti, sgrani gli occhi, stringi i pugni, ragazzino? Com’è che trattieni a stento le proteste, se mi fermo troppo a lungo per spiegare una parola desueta o un passaggio oscuro? Cosa sono quegli occhi rapiti? Cos’è quella testa ben piena di immagini e di sogni? Come la mettiamo? Non mi rispondi, sei senza argomenti? Sai cosa ti dico? Che probabilmente non è colpa tua se non hai ancora capito che tutti noi siamo storie, perché siamo ciò che raccontiamo, e che viviamo di storie, che l’immaginazione è la nostra benzina, perché siamo ciò che ci raccontiamo. E che senza benzina, senza letteratura, non si va da nessuna parte. Probabilmente è colpa dei tuoi genitori che, quando eri bambino, ti compravano il manuale delle Giovani Marmotte invece dei romanzi di Salgari.

A metà di via Farini, la via dell’aperitivo tamarro-chic, un po’ nascosta dalle montagne di tartine e noccioline, ha aperto i battenti la nuova libreria Feltrinelli. Un grosso centro, davvero imponente, a tre piani, che ha sostituito il vecchio negozio dove i libri vivevano ammucchiati in pochi metri cubi. Al pianterreno c’è la caffetteria, che è anche, come dire? Una stuzzichineria. C’è una bella frase di James Joyce sul muro e poi, se ti guardi intorno, trovi anche qualche scaffale di libri di Saviano, Moccia, Papa Francesco e Bruno Vespa. Se sali di sopra trova altri scaffali di titoli di Saviano, Moccia, Papa Francesco e Bruno Vespa, tutti belli lustri nelle loro sovraccoperte, e poi banchi con esposti cioccolati, marmellate, paste alimentari, sughi. Barattoli di olive e lampascioni. Tra una leccornia e l’altra, magari, c’è un oscar Mondadori, un Macbeth o un Fontamara. Lasciato lì, per nobilitare il mangiare. Così uno compra un salame e oltre che buongustaio si sente intelligente perché l’ha raccolto vicino al meridiano di Montale. Ci sono pareti di bottiglie di vino, espositori stracarichi di penne, matite, inchiostri e taccuini, altri libri qua e là: poca storia, qualche saggio di critica letteraria a intristire in un angolo, mezzo scaffale di poesia a disperarsi, proprio vicino a una specie di plancia dove si possono provare gli eBook reader. E poi di nuovo caffè e biscottini, zuccheri grezzi dal Sudamerica e varie tisane colorate.

Ecco, se vieni qui, se entri nel nuovo Feltrinelli, ragazzino brufoloso di prima che non crede all’utilità della letteratura, avrai un’ulteriore clamorosa smentita, se non ti bastano le mie prediche. Le storie hanno una loro funzione anche oggi, anche qui, anche tra le macerie di questa società disgregata e impoverita. Tra gli scaffali di questo tempio postmoderno capirai bene come le belle lettere abbiano ritrovato una loro funzione, un loro ufficio: aiutare a vendere prosciutti.

Governo

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Hukum Chand è un personaggio di Quel treno per il Pakistan, romanzo fondamentale di Khushwant Singh, uscito nel 1956 e pubblicato in italiano da Marsilio negli anni novanta, sulla partizione dell’India e sui conflitti etnico religiosi che ne sono seguiti. Magistrato e vicecommissario di distretto, Chand giunge nel villaggio rurale di Mano Majra, un angolo di Punjab dimenticato dalla storia dove sikh e musulmani ancora non si sono accorti di doversi scannare a vicenda. Un viceispettore di polizia e qualche agente si occupano dell’accoglienza dell’ospite di riguardo, predisponendo al meglio i locali destinati al suo soggiorno e procurandogli delicate pietanze, liquori d’importazione e ogni sorta di lusso impensabile in quel territorio così povero. La notte il magistrato si ritrova tra le grinfie una giovanissima prostituta, solo una bambina e neppure molto graziosa: era solo giovane e intatta. I seni riempivano a stento il corpetto. […] Il potente funzionario inizialmente esita, dinnanzi a una ragazzina così giovane, ma infine cede, supportato dalla convinzione che la vita sia troppo breve per potersi permettere una coscienza. […] Il pensiero che quella ragazza poteva essere più giovane di sua figlia sfiorò la mente del magistrato. Soffocò quel sospetto con un altro whisky. Così era la vita. La prendevi come veniva, scevra di tutti gli stolti valori e le convenzioni che meritavano solo consensi verbali. La fanciulla, benché annebbiata dal betel, mostra qualche ritrosia quando quell’uomo grasso, sudato e ubriaco la attira a sé, e si gira verso una vecchia sdentata che l’accompagna in cerca di un sostegno. La donna la spinge verso il magistrato che allunga una banconota davanti a sé e la incoraggia: “Va’, è il governo che ti chiama.” Lei si volta di nuovo indietro e di nuovo si sente sospingere: “È il governo che ti parla. Perché non gli rispondi?” Ma la giovane è impacciata e allora tocca alla vecchia blandire l’uomo: “Governo, la ragazza è giovane e molto timida, ma imparerà.” Governo non ha in effetti bisogno di altre parole per convincersi a pazientare un attimo, pur di approfittare dell’adolescente.

Emerge con nitidezza, in queste pagine di Singh, la descrizione della sostanza speciale e caratteristica di cui è fatto il potere: un vuoto assoluto di valori, un materiale nauseabondo e viscido che ha facoltà di assumere diverse forme. Credo sia per questo che stamattina, mentre alla radio sentivo che qualcuno proponeva di parlare con la Lega per fare il governo, di parlare con Alfano per fare il governo, di parlare con il diavolo pur di fare il governo, mi è tornata alla mente la bambina violata da Governo in Quel treno per il Pakistan.

Come se mangiassi pietre

Ogni tanto un giornalista di Sarajevo piomba nel capannone e domanda a Eva perché lo fa. “Non so” sorride lei. “C’è qualcosa che mi spinge a farlo. Need to do something good. Come se volessi, tutta sola, rimediare alle ingiustizie compiute da altri. Il mio è un mestiere raro, e si dà il caso che in questo posto serva. È giusto che io sia qui”.

bm-image-764933La dottoressa Eva Klonowsky è un’antropologa, specialista nella ricerca della paternità biologica, che lavora dal 1996 all’identificazione dei resti delle vittime della guerra in Bosnia ed Erzegovina. Nel volume del 2002 (ma uscito solo nel 2010 in Italia per i tipi di Keller) Come se mangiassi pietre, Wojciech Tochman illustra il lavoro di Eva, paziente opera di ricerca che inizia con le riesumazioni delle fosse comuni, passa per la ricostruzione degli scheletri e termina con i test del DNA che consentono ai sopravvissuti, madri, mogli e fratelli di seppellire i propri morti. Ogni volta che una sepoltura di massa viene localizzata e i corpi recuperati, ciò che resta dei vestiti e delle suppellettili delle vittime viene esposto. In questo modo chi è sopravvissuto ha la possibilità di individuare un capo appartenuto a un proprio caro e dare inizio a una serie di verifiche che può terminare con l’identificazione. Il riconoscimento permette ai famigliari di seppellire i propri morti, concedendo al dolore il respiro che viene dall’uscita dall’inferno dell’indeterminatezza. Tra quest’umanità che assiste alle riesumazioni, tra queste donne che affrontano l’orrore a testa alta, il giornalista polacco autore del libro raccoglie le storie tremende che racconta: le torture, le esecuzioni, gli stupri, i massacri di luoghi sconosciuti dai nomi assurdamente familiari, Prijedor, Srebrenica, gli orrori del campo di Omarska. La prosa non dà scampo, è asciutta, categorica, ma al contempo fortemente espressiva.

Quella volta gli olandesi non mossero un dito per aiutare gli abitanti di Srebrenica. I serbi arrivarono a Potočari subito dietro di loro. Accerchiarono il terreno, si introdussero tra i civili terrorizzati. Prendevano gli uomini, respingevano le donne. Quelle piangevano, i bambini si rifugiavano nelle loro braccia.

Alla dignità delle donne musulmane che frugano tra i resti in cerca delle ossa dei propri cari, da seppellire per poterli ricordare, fa da contraltare la pavidità degli assassini che fuggono invece da un passato che vorrebbero seppellire per potersene dimenticare. Le loro storie non si trovano tra queste pagine. Questi uomini così convinti delle proprie ragioni, tornati ad esistenze ordinarie, non hanno nulla da raccontare oggi, di quei giorni di gloria, e si schermano persino il volto se temono di essere sotto il tiro dell’obiettivo di una macchina fotografica.

Le domande che tornano tra le pagine del reportage di Wojciech sono quelle, senza risposta, che accompagnano ogni riflessione su orrori di questa portata. Ricordare o dimenticare? E qual è o dovrebbe essere il valore del ricordo? Perché carnefici così volenterosi e vittime tanto docili?

Il racconto di un grande funerale chiude il libro, è un capitolo straordinario intitolato la terra. Quasi trecento civili, trucidati mentre fuggivano da Srebrenica, vengono seppelliti nei pressi del luogo teatro del massacro, lungo una strada che per decenni avevano percorso, come i propri aguzzini, per recarsi al lavoro, a scuola, a far compere. Ventimila persone assistono al rito.

Si prova l’impulso di fuggire via da qui. Da alcuni minuti la terra batte sulle tavole di legno. Sopra ciascuna delle duecentoottantadue fosse, sette pale si alzano, si abbassano. Il cupo rimbombo si moltiplica fino a diventare assordante. Il lamento diventa sempre più difficile da sopportare per coloro che fino a questo momento sono riusciti a tener duro. I partecipanti si sorreggono l’un l’altro.

L’impulso di fuggire via, di scappare da queste storie, di non domandare nulla, è anche quello che prende legittimamente il lettore al termine del libro, bellissimo, di Wojiciech.

Storie di spread tra privato e politico

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“Che cosa diceva, questo, di lui?” Chiede Salman Rushdie, riferendosi a se stesso, dopo aver raccontato, nel corposo libro di memorie Joseph Anton, la maniera disinvolta in cui, ai tempi della pubblicazione dei Versi satanici, avesse scelto di spezzare la relazione con due amiche e collaboratrici storiche, per accettare la cifra da capogiro che alcuni editori avevano messo sul piatto per il suo romanzo.

“Che cosa raccontano, di noi, le nostre scelte, le nostre azioni?” si chiede Emiliano vagando tra gli scaffali di un supermercato, lavorando di gomiti tra la folla che, vista la spruzzata di neve, si accalca per farcire le dispense: non sia mai, morire di fame nella Food Valley, magari per una Simmenthal non comperata. “Dicono, i nostri comportamenti, ciò che la nostra bocca tace, quello che la nostra mente mette in un angolo, insomma ciò che siamo, anche se, va ricordato, non tutto ciò che siamo.

Certo, c’è qualcuno che tutti questi problemi non se li fa: un miliardario un po’ svitato, per esempio, si comporta come se non fosse responsabile di un paese allo sbando e si ripropone, come cura, presumibilmente omeopatica, alla malattia di cui è causa. Cosa dice, questa sua insistenza, di lui?” Così rimugina Emiliano tentando, invano, di afferrare una scatola di datteri denocciolati, da farcire con il gorgonzola per aperitivo, quando un bel tomo, camicia azzurra e giacca nera da controllore dell’autobus, lo urta, facendogli rimbalzare con violenza il carrello, smodatamente carico, contro i tendini d’Achille. Il professore vacilla, trattenendo le urla e resistendo, in un sussulto di dignità, ad accartocciarsi a terra per contorcersi e guaire. Il tipo, il controllore, tira diritto, esclamando, lui: “Ahiah! Ahiah!” Quel lamento sembra un po’ eccessivo, forse beffardo a Emiliano che, zoppicando mostruosamente, trova la forza di raggiungere il bellimbusto e domandargli: “Mi scusi, si è fatto male al carrello?” “Prego?” “Ha preso un colpo, dico, al carrello? Ho sentito che si lamentava…” “No, grazie, non è niente.” Gira i tacchi e sparisce nel reparto zamponi e cotechini.

Emiliano se ne resta lì imbambolato, senza datteri, a chiedersi: “Cosa dice, questo, di lui? Forse che ci sono individui così impacchettati su se stessi da non accorgersi di avere un impatto con l’esterno. Dice questo, certo. E cosa dice, di me, il fatto che sto pensando questo di lui? Che lo giudico e che mi sento superiore, come se avessi la certezza di non aver mai ferito nessuno, lagnandomi al contempo di essere stato ferito “al carrello”, senza pudore”.

Così, visto che, di questi tempi, pare che il differenziale tra titoli di stato teutonici e latini sia destinato a gonfiarsi drammaticamente, il vecchio professore, tornando a casa, prende l’impegno solenne di abbassare, almeno, lo spread tra ciò che ritiene di essere e ciò che il suo agire dipinge di lui.

Ché, alla fine, se in tanti lavorassimo per diminuire quest’ultimo, forse diminuirebbe anche il primo.

(Educazione) sentimentale

Da quanti anni non piango, io? (Voce della mamma: “tu non hai mai pianto, Ben, in ogni caso non ti ho mai visto piangere, nemmeno quando eri piccolo. Ti è già successo di piangere?” – No, mammina, mai fuori dal lavoro.)

Daniel Pennac

 Mentre racconta la storia tremenda di una donna precaria sull’orlo del lastrico economico e sentimentale, il sindacalista si commuove fino alle lacrime. Il pubblico, che è ancora un po’ insonnolito, a causa dell’orario mattutino e della prima giornata brumosa di questo indeciso autunno padano, bisbiglia incredulo. “Che fa? Piange?” Qualcuno tira fuori gli occhiali dall’astuccio e li inforca per capire meglio. L’oratore si scusa e cerca riparo un istante, ma finisce per voltarsi verso il telo sul quale traballano slides sfocate, rimanendo letteralmente sotto i riflettori mentre tira fuori un ampio fazzoletto appallottolato con il quale stropicciarsi le orbite scavate. La scena mi richiama alla memoria una pagina di Signor Malaussène di Daniel Pennac o, meglio, quanto ricordo di quella pagina, che lessi quindici anni fa e che non ho più sottomano. Di fronte a un disastro, un ospizio bruciato, o qualcosa del genere, un inviato TV racconta l’accaduto con toni drammatici, apocalittici, ma allo stesso tempo commossi, partecipi, mentre con il braccio, naturalmente fuori inquadratura, regge un cornetto alla crema.

Eccomi dunque, spietato cacciatore di pagliuzze negli occhi altrui, ad allungare il collo sopra la selva di teste dei colleghi, in cerca di qualche colpevole cedimento nel nostro sindacalista, di una pecca che ne riveli il cinismo becero. Guarda l’orologio annoiato, come fece Bush padre durante un dibattito elettorale? Si fruga le tasche in cerca del telefonino? Mastica una gomma? Niente di tutto questo, mi pare. La mia vergognosa, ma attenta ispezione non porta frutti: probabilmente la commozione è sincera. Mentre guido verso scuola, correndo come un pazzo, il tempo del trasporto dalla sede dell’assemblea al luogo di lavoro è stato calcolato come se ogni docente possedesse le doti di guida di Fernando Alonso, ripenso alla storia delle lacrime. Ho sempre pensato che non sia giusto esporre i propri sentimenti in questa maniera, al lavoro. Io cerco di essere piuttosto freddo, anche a costo di passare per insensibile. Mi sembra di essere più utile così, magari mi commuovo a casa, mentre rifletto sugli avvenimenti della giornata, sugli spaccati di disperazione con i quali ogni giorno entro in contatto. Sento che lasciarmi trasportare sarebbe nocivo, mi renderebbe, in qualche modo, meno utile. E quindi no, niente sentimentalismi, per carità. Quella roba non fa per me. Anche se il dubbio che il dare un’immagine infrangibile di sé sia solo un modo per sentirsi meno attaccabili, si insinua. In fondo, quelle lacrime, esibite di fronte all’assemblea questa mattina, sono un gesto forte di coraggio. Non solo, potrebbero essere molto più utili rispetto a tante considerazioni razionali e ben articolate. Ma solamente dopo che la loro sincerità sia stata vagliata da un giudice capace, e stronzo, come il sottoscritto.

La via del rifugio

La cucina è luogo di accoppiamenti strambi, di incontri piuttosto singolari. Come nota Aldo Buzzi in L’uovo alla kok, citando Achille Campanile, è proprio un tegame sfrigolante che consente agli abissi del mare di fondersi con le viscere della terra, nella preparazione delle seppie con i piselli. La cucina è un mondo a parte, dove da sempre è lecito osare, ricercare, tentare l’improbabile, almeno in tempi di abbondanza. Ben venga quindi che mare e terra si abbraccino, purché in pignatta. Meno bene infatti che si tocchino in un campo accosto alla provinciale che congiunge Pilastrello a Monticelli Terme, Parma, in forma di uno stormo di gabbiani planato sulla terra mossa e sul concime fresco, seguendo chissà quali vie: in zona, tra gli “esperti”, c’è chi dice siano saliti dall’Adriatico lungo il Po, chi dal Tirreno per qualche passo appenninico. Così, mentre quotidianamente mi reco alle terme – non pensate a un centro benessere, ma a un sanatorio che pare uscito dalla Jugoslavia di Tito – per sottopormi ad assurde torture nella speranza vana di esorcizzare i mali di stagione che affliggono noi uomini di pianura, assisto allo spettacolo di questi grossi volatili che becchettano lombrichi qua e là.

È qualcosa che non lascia indifferenti, vedere un gabbiano fuori posto. La prima volta mi capitò durante una serata di poesia, in cui Tiziano Scarpa leggeva i propri versi, mentre una proiezione proponeva le immagini di una discarica, situata a migliaia di chilometri dal mare, in un paese ex-sovietico, l’Ucraina credo, popolata appunto da centinaia di gabbiani. Quest’estate ho assistito a una lezione di volo, ho visto giovani uccelli buttarsi dallo scoglio del Grò, a Tellaro, e ora non posso non chiedermi dove impareranno a volare i gabbianelli del parmense.

È qualcosa, l’apparizione di un gabbiano in Emilia, che insinua l’idea un po’ malinconica di un mondo in disfacimento, contro la quale c’è poco da fare, se non cercare riparo, protezione. Come fa Cyril Bender, l’ex-sessantottino protagonista del film Belle Speranze di Mike Leigh, che, durante l’epoca thatcheriana, mentre tutto il suo mondo va inesorabilmente in frantumi, la speculazione immobiliare divora il quartiere operaio nel quale è nato, l’alcool la vita della sorella, la demenza la mente dell’anziana madre, fa visita alla tomba di Marx, dove, indifferente all’affollarsi dei turisti giapponesi armati di compatta, finge che il tempo non trascorra. Di ritorno dal sanatorio, con lo zolfo piantato nel cervello, interrogo con lo sguardo un uccellaccio, che fa car spotting a una ventina di metri dalla carreggiata. Poi, a casa, imbocco la mia via del rifugio:

La Vita? Un gioco affatto
degno di vituperio,
se si mantenga intatto
un qualche desiderio.

Un desiderio? sto
supino nel trifoglio
e vedo un quatrifoglio
che non raccoglierò.

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