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Pulizie di primavera

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Nel disordine dei nostri garage si riflette la perdita di certezze dell’uomo contemporaneo. La macina spersonalizzante del turbocapitalismo finanziario ci ha reso soli e impotenti. Solleviamo la saracinesca e di fronte alla confusione, stratificata in lunghi anni di incuria, oscilliamo tra nipponiche tentazioni di decluttering e sogni da maschio bianco alla Walt Kowalski: trascorrere un’intera esistenza ad accumulare, sistemare, accudire attrezzi nell’autorimessa, tempio da consacrare a una Gran Torino qualsiasi. La realtà, lo sappiamo, è che non ce la faremo mai a scegliere una strada o l’altra e, generazionalmente votati al disordine, lasceremo le cose come stanno, eccezion fatta per qualche effimero intervento di maquillage.

Così, mentre lo stato sociale va in pezzi, il sistema sanitario nazionale, la scuola, la previdenza sono allo sbando, lo Statuto dei lavoratori e tutti gli avanzamenti del diritto e culturali si sbriciolano come certa carta estenuata dal tempo, noi fissiamo abbattuti la nostra vita depositarsi nel box. Latte di vernice sul cui fondo induriscono rocce sedimentarie non ancora classificate; ricambi per automobili rottamate da anni; cassette degli attrezzi stracolme di chiavi, brugole, pinze arrugginite e cacciaviti spuntati; cataste di VHS, CD, DVD ricoperte di polvere e innervate di cavi elettrici, antenne, cavi ethernet o USB; tende da campeggio, tappetini per auto, lampade, latte d’olio minerale, diverse edizioni incomplete o con volumi doppi del Baldi, del Luperini, del Ferroni, eccetera. Qui, dove tutto si accumula, tutto è senza un perché. Come le statue (africane?) di legno che qualcuno ha comprato a una fiera, come le scatole di cartone di cento traslochi mai finiti davvero.

È che non abbiamo mica tempo per pensare a tutto, oggi come oggi, ci diciamo. E come si fa? Con il lavoro, gli impegni, le code da fare alla banca o alla posta. Lasciamo  le cose ad ammucchiarsi e forse, inconsciamente, confidiamo in questo guazzabuglio come forma di previdenza complementare: quando dopo decenni di contributi versati, da ultrasettantenni, avremo bisogno di sostituire qualcosa che ci si è rotto in casa, e l’assegno dell’INPS sarà così magro da non potercelo permettere, allora scenderemo quaggiù a frugare tra la roba impolverata che non si sa mai, un bicchiere buono, una lampadina, un rotolo di scotch marrone da pacchi, salterà pur fuori.

O forse non è questione di tempo, né di altro, forse è solo pigrizia. L’indolenza che ci prende di fronte al disordine privato dei nostri oggetti è la medesima indolenza che ci induce ad accettare il disordine pubblico del presente stato delle cose, a rinunciare alla lotta, alla partecipazione. Un’indolenza comprensibile, certo, quando pare che per raggiungere ogni obiettivo, ancorché minimo, si debbano scalare montagne, quando l’impresa è impossibile. Comprensibile ma non più giustificabile, quando da difendere non ci resta oramai molto altro oltre alla dignità.

Spezzo il gessetto

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Dice mio padre che correre in campagna fa male: “Chissà che cosa spruzzano, gli agricoltori, nei campi. Meglio che stai qui, in città, ad allenarti.” Forse ha ragione e, a conti fatti, concimi chimici e antiparassitari avvelenano l’aria più delle file di auto. Molto più probabilmente è la diffidenza innata di chi è venuto su nei vicoli del Carmine per tutto ciò che non è grigio ma verde. In ogni caso, caro Matteo, in questi giorni in cui tu riformi la scuola, le geometrie sghembe delle strade che tagliano basse tra i campi mi aiutano a riflettere. Così, nel tardo pomeriggio, con la terra che scappava via sotto le Asics a ricordarmi che né io né te contiamo nulla in quest’universo, ho ripensato serenamente alla tua letterina e al tuo videoclip con la lavagna. Mi dici che dobbiamo discutere, ci dobbiamo confrontare, che le chiusure e i NO non portano da nessuna parte. Che è bene che troviamo un accordo.
Mi racconti che, per esempio, potrei non storcere così il naso davanti all’introduzione della filosofia del capo e del capetto nel sistema formativo. Che la collegialità paralizza la scuola, così è bene che per prendere decisioni efficaci ci sia una figura dirigenziale con le mani meno legate, che si assuma in prima persona le responsabilità. Potrei venirti incontro, come mi chiedi, e accettare che il capo abbia più poteri. La democrazia del resto non vive un buon momento nel nostro Paese, perde terreno in ogni settore, dalla politica al lavoro, perché non nella scuola o addirittura nella famiglia, con un ritorno in pompa magna della figura del pater familias plenipotenziario su moglie e figli. Democrazia, uno scherzo strampalato uscito dalla guerra mondiale, una breve fiammata, scriveranno i libri di storia. Potrei rassegnarmi, venirti incontro.
Ma come, mi dici poi, ti fanno schifo i soldi dei privati alle scuole autonome? Rifiuti i contributi raccolti con il cinque per mille? Non ti piacerebbe che il tuo Istituto avesse fondi da investire? Quante storie! Se poi magari ti ritrovi un marchio in aula fai finta di non vederlo, no? Pecunia non olet. Non ti piacerebbero gli sghei che ti darei in più come premio per il merito? Mica siete tutti uguali. Chi lavora di più, guadagna di più. Non illuderti, caro Matteo, non mi convincerai mai, così come non mi convincerai che autoritarismo sia meglio di democrazia. Però potrei venirti incontro e non essere così rigido. Potrei chiedere ai miei studenti dei corsi serali di versare il loro cinque per mille di disoccupati alla scuola, in aggiunta al “contributo volontario” di centocinquanta euro che già pagano obbligatoriamente. Magari, tra tutti, ci salta fuori uno Scaldatutto per le sere d’inverno. Potrei entrare in classe con la toppa di Ronnie McDonald cucita su un cappellino da baseball, perché no? E poi chiedere a uno qualunque dei miei alunni del diurno di parlare molto bene, ad alta voce, di me. Magari quando un collega del comitato di valutazione è a portata d’orecchi.
Potrei fare tante altre cose, per venirti incontro. Accettare che la tua riforma se ne sbatta dell’integrazione scolastica, della disabilità, di tutti i ragazzi più belli e soli, sarebbe la cosa più dura. Ma potrei fare anche questo.
Potrei farlo perché non ho certezze in tasca e, come dici tu, magari su qualcosa mi sbaglio. Potrei cedere su qualcosa, accettare il confronto, sperare in qualche modifica, anziché rigettare in toto il progetto della Buona scuola. Potrei farlo, ma non lo faccio. Non cedo, non mi muovo di un millimetro. Ti spiego perché. Tu hai gettato sul piatto della bilancia le centomila assunzioni di docenti precari. Hai detto: niente riforma, niente assunzioni. Non si possono separare le assunzioni dall’approvazione della Buona scuola. Perché per assumere delle persone serve un motivo, cioè la riforma. Altrimenti si tratterebbe di assumere centomila insegnanti senza ragione, in pratica la scuola verrebbe utilizzata come un ammortizzatore sociale.
Hai detto così, e hai mentito sapendo di mentire, perché tutti i futuri assunti lavorano già nella scuola, quindi i posti di lavoro per loro ci sono già, non vengono creati dalla Buona scuola. Se i precari venissero assunti, non si tratterebbe di inventare cattedre inesistenti, ma semplicemente di garantire la dignità di un contratto a tempo indeterminato a chi ha anni di incertezza sulle spalle. La dignità di poter accendere un mutuo, di accudire i figli o un genitore malato senza chiedere l’elemosina. In pratica, Matteo, mi hai ricattato. Non giriamoci intorno: io ti devo venire incontro, altrimenti tu non assumi la mia compagna, gli amici, i colleghi, gente che lavora e si sbatte come e più di me, ma che non ha la fortuna di un contratto stabile. Il ricatto segna con il marchio dell’infamia chi l’ordisce e chi lo sostiene, chi lo approva. Ecco il motivo per cui lo rigetto.
Sei spigliato, sei brillante. Sorridi davanti alla tua lavagna ardesiana e mi punti un gessetto alla tempia.
Io spezzo il gessetto.

E tu, quale Teo preferisci?

Come si infila nel letto la notte? Semplice: vestito solo di una cravatta viola. “Molto sexy, micio, davvero!” Gli ha detto la Giulia quando l’ha visto la prima volta. Ma quando scende dal letto, la mattina presto, il Teo sente freddo e si infila subito il camicione in pile con lo stemma del Milan sopra. Al solito uno sguardo allo scaffale della cameretta prima di partire, così, per darsi la carica con le piccole cose importanti di sempre: il gioco in scatola della Ruota della fortuna, avuto in regalo con i gettoni d’oro per la gloriosa partecipazione di tanti anni fa, la promessa degli Scout, una stazione di polizia della Lego, il librone del Signore degli anelli, un modellino della Ferrari GTO Rally dell’Ottantasei. L’Agnese è di là che ha già fatto il caffè, meglio sbrigarsi, sennò la diventa nervosa subito, quella là.

“Non mettere tutti quei COCO POPS nella tazza, non vedi che esce fuori tutto il latte!”

“Dai, Giulia. Non rompere i coglioni! Non vedi che son qui che tuitto…”

 

Il Teo @ilteo

Oggi è il giorno buono. SPARIAMO ai barconi di GUFI portano EBOLA. Occhio ai NEGRI portano SFIGA è #LAVOLTABUONA #NOINVASIONE

 

“Carino, eh?”

Lei sbircia lo schermo dell’iPhone mentre sbarazza la tavola.

“Amore, quanto ti amo.”

“Eh, lo so Agnese… un genio della comunicazione l’è il tuo Teone!”

“Chi, quale terrone amore?”

“Teone, non terrone. Son mi!”

“Cosa ti metti oggi per il passaggio del Jobs act in Parlamento? Camicia bianca?”

“Uhm, non dirmi, Giulia, che non hai lavato la felpa con scritto MONTE CITORIO! Ah, e poi mi serve anche quella con scritto BERG AMO, che vado a fare il presepe nella scuola di quel preside che l’ha vietato. Anzi, aspetta un po’ che tuitto…”

 

Il TEO @ilteo

PAZZESCO. A Istituto de Amicis di BERG AMO preside vieta presepe. Adesso vado là IO a farlo. È #BUONASCUOLA del #merito #ariano

 

“Senti, Agnese. Riesci mica a tirarmi fuori il giubbetto di pelle. Mi sembra abbastanza cool, no?”

“Per fare che?”

“Come – per fare che? – Che roba vuoi che faccia? Gesù bambino nel presepe vivente della scuola di BERG AMO.”

“Ma… mica ti vorrai spacciare per un bebè? E poi… sul giubbino alla fonzie manca la scritta…”

“Dici che è meglio se tengo il ciuccio in bocca? La scritta la faccio con l’UniPosca, bella grossa. BERG AMO, no, anzi, BET LEMME, sennò non è realistico.”

 

“Giulia, amore? Mi provi il discorso per stasera?”

“Certo Teo, dove vai?”

“Uh, sono ospite da Vespa. Puntata sui giovani: un giovane che ce l’ha fatta in mezzo ai giovani che non ce la faranno mai. Ah, è pronta la giacca con scritto sopra VE SPA?”

“Uff, quante pretese! Allora il discorso? Parlerai un po’ di scuola, no? Diccelo che io faccio l’insegnante precaria a milletrecento euro al mese, siamo sulla stessa barca.”

“Ascolta, ecco il discorso: ragazzi, mettiamoci in gioco! Basta con i giochini della politica che sono contro le nostre tradizioni, viva la bistecca, abbasso il cuscus. Io vi propongo una cosa: giochiamocela! Proviamo a fare! Io sono giovane come voi, più giovane di voi, anche più intelligente, più sexy, più brillante. Quanti di voi hanno già l’iPhone6? Io ce l’ho di già, anzi n’ho due. Volete diventare come me? Lo diventerete, ho fatto il Jobs Act apposta, per mandare via le badanti dell’est che portano la tubercolosi e spiano quello che avete in casa per mandare i loro amici a rubare. Togliamo l’articolo 18, un residuato del vecchio modo di fare politica per aiutare i rom a togliere il lavoro ai ragazzi di buona volontà. A tutti voi io dico: rimbocchiamoci le maniche! Facciamo la Lega della nazione, il Partito dei popoli. E poi, tutti insieme, compilando il questionario on line, cambiamo la scuola, facciamo la Buona Scuola. C’è un testo, pronto, su internet, che potete approvare tutti quanti. Sono stato stamattina in una scuola di Bergamo, a testimoniare il mio ruolo di Gesù bambino e per stare vicino anche ai pastori. Ecco, in quella scuola il preside ha vietato il presepe perché dice che è discriminatorio. Nella Buona Scuola questo non succederà più. Gli stranieri non sono contemplati, neanche i disabili. Chi merita di più, come me, va avanti. Alla vostra età non trombavo mica, eh? Adesso sapete quante avances ricevo su facebook? E c’ho anche più amici di voi…”

 

 

Vita dei campi. Digitali, satellitari e terrestri

vita-campi-nuove-novelle-giovanni-verga-seconda-7bdd2c5d-166e-43ba-a06f-4cd31dfb34beEcco, ragazzi: grazie alla tecnica della regressione, Giovanni Verga rende vivida l’atmosfera che vede le sue storie prendere forma. Ci immergiamo in una società asfissiante, arretrata, per certi versi arcaica, dominata dalla ferinità e dalla lotta per sopravvivere, dove il Risorgimento non è arrivato se non nei suoi aspetti più deteriori, come forma di dominio insensato e cieco. Si tratta di un ambiente soffocante, quello che fa da sfondo a Vita dei campi, ed è impossibile non sentirsi schiacciare, opprimere. Un po’ la sensazione che prende allo stomaco quando si assiste a uno di quei talk show televisivi, dove personaggi pubblici completamente inadeguati sotto il profilo politico e culturale, si affrontano sulle tematiche all’ordine del giorno e mettono in scena, senza imbarazzo alcuno, pietosi esercizi di tracotanza e incompetenza. Tu li guardi e qualsiasi sia l’argomento di discussione li ascolti profondersi nella litania imbarazzante dei loro luoghi comuni, delle loro bizzarre, oscene, ridicole credenze. Cominci a sperare che arrivi qualcuno che dica qualcosa di intelligente, ma è inutile. C’è spazio solo per le idiozie. Ci sono, è vero, programmi più ambiziosi, che saltuariamente ospitano giornalisti ed esperti veri o politici seri. Ma normalmente non consentono loro di parlare: se per caso qualcuno abbozza un ragionamento, arriva provvidenziale la pubblicità, perché sia chiaro che posto c’è, ma solo per chi spara grosse fesserie.

Beh, professore, ma che paragoni sono? Ma le sembra il caso? Mica c’è più qualcuno che dice che se hai i capelli rossi sei automaticamente un ragazzo malizioso e cattivo. O che fa la conta di quanti soldi portavi a casa a fine settimana quando schiatti! Il suo punto di vista a me pare esagerato. E poi non mi pare di vedere esseri umani comportarsi come animali famelici.

Giusto, però… Però. Però, ieri ho visto uno sciacallo scapigliato additare i migranti che ci attaccano l’ebola, la tubercolosi, la scabbia; aspiranti ducetti barbuti con le orecchie da asino che ci allarmano contro i musulmani che ci taglieranno la gola dopo avere fatto dello stivale un califfato; impomatate volpi riformiste che sanno tutto su come rivitalizzare il mercato del lavoro e ci spiegano che oramai, in Italia, le fabbriche non esistono più (e forse non sono mai esistite). Non hanno mai lavorato, non ne hanno viste mai e persino dalla specola della Leopolda non si scorgono. Così se chiedi loro, per esempio, che cosa diavolo sia la Barilla, quelli ci pensano un po’, poi ti dicono che è un tipo di pasta. Poi ci sono anche specie anfibie:  vivono bene all’asciutto, prosperano nella guazza, e finiscono sempre per fare i ministri. Ce n’è uno che assomiglia a un Ranocchio, ma non ne ha l’innocenza. Dice che finalmente il governo fa tutte quelle riforme che lui caldeggiava quando sosteneva il governo che c’era prima. Su questo, almeno, non racconta balle. Animali famelici, vedete, ce ne sono. Mica bonaccioni come Misciu Bestia. Sono esemplari adattati da vent’anni di implacabile selezione artificiale, e troppo giovani pure per buscarsi l’uveite.

Fedeli alla linea

Annarella-CCCP-3Stasera al circolo si esibiscono ex-CCCP con Angela Baraldi alla voce e così la sala si riempie in fretta. La concorrenza, del resto, non è granché: da queste parti, un live decente lo si vede ogni sei mesi, a meno di non spostarsi nelle province limitrofe. In più un’ordinanza antirumore a Cinque Stelle caccia a letto gli avventori dei locali dell’Oltretorrente a mezzanotte o poco più. E in TV danno Ballando con le stelle. Come non fare allora il pienone buttando Zamboni sul palco a suonare Punk Islam e compagnia bella? Mancano pochi minuti al concerto e la coda al banco del bar è spumeggiante. C’è uno che spiega alla barista come si fa un vero gin tonic, lei lo ascolta con la stessa faccia intenta che mette su al mattino quando va a lezione di Letteratura del Rinascimento. La cosa provoca malumori e borbottii, fino all’esasperato: “E alooora!”. Lei ficca in fretta il bicchiere di plastica nella zampa destra del tipo, versandogli metà del contenuto sulla camicia. La macchia che si allarga sul costato, lui che gongola allontanandosi con un sorriso beato.

Ogni sorta di creatura datata e stropicciata si aggira stanotte nell’oscurità della pista: parrucconi cotonati sale e pepe, facce stravolte sotto spessi strati di cerone bianco. Infermiere strizzate in vestiti originali anni ho tanta disperazione, conservati per le grandi occasioni; professori spelacchiati con il maglioncino di lana e punkettoni di professione. Bocche sdentate, ghigne solcate in guisa di regnatela, pance che spingono sotto le camicie e spalle curve sotto il peso di borchie e giacche di pelle. Il postino si è truccato gli occhi di nero e forse si è messo anche un rossetto scuro, ma non ci giurerei. Salta fuori che dopo il concerto la serata vira al dark e allora si spiega anche la considerevole calata di vampiri da tutto il circondario. Altissimi, scavati nel volto e nel corpo, pelo canuto a ciuffi lunghissimi in testa e sul dorso delle mani, alito probabilmente fetido: li riconosci subito. La Sposa cadavere ha un filo di sangue vermiglio che le cola da una piega delle labbra affilate.

Quando la band attacca, sotto il palco si scatena il finimondo e per selezione naturale nel pogo sono i deboli che cadono subito. Fuori il primo che si controlla con le dita la dentatura, forse un ponte ha ceduto. Via il secondo, piegato a metà, viola in faccia, si tiene i coglioni con due mani. Un amico gli piega indietro la testa e gli versa in bocca mezza birra gelata che gli va di traverso. Poi un altro lo afferra per i piedi e lo trascina a bordo pista. Il terzo gattona tra i calci tentando di recuperare gli occhiali fracassati, che schizzano impazziti qua e là scivolando sul velo di condensa e birre versate che avvolge il pavimento. Finalmente una ginocchiata nella nuca lo manda al tappeto. È un duro lavoro, stare qua sotto. Chi ci sta da vent’anni, chi da trenta, il tizio che mi tengo davanti e uso come scudo umano, probabilmente da cinquanta. Sotto il palco prendiamo colpi e li diamo, da sempre. Siamo un branco di sopravvissuti e da sempre TIFIAMO RIVOLTA, perché c’è sempre una buona ragione, da Craxi a Renzi, per la rivolta.

E noi da sempre, solo, TIFIAMO RIVOLTA. Solo, TIFIAMO, da sempre. Nient’altro.

#VinciamoNoi

052414_1912_VinciamoNoi1.pngVinciamo noi, stai sicura, noi vinciamo sempre. Facciamo lo slalom tra le sagome dei politici e gli stemmi di partito incollati ai pannelli di zinco del Comune e respiriamo l’aria che sembra pulita, perché ci sono le elezioni. Ci sono le elezioni e, anche questa volta, vinciamo noi. Noi che sghignazziamo di queste facce pitturate, ritoccate, lucidate, di queste testone pettinate, cotonate, inclinate sopra slogan che dicono Cambia Verso, che dicono Più Italia, che dicono Basta €uro, che dicono COMPRO ORO. Camminiamo nel sole di maggio verso la scuola elementare più bella della città, che ha un percorso per giocare a Mondo pitturato sull’asfalto del parcheggio. Andiamo a votare, andiamo a vincere. Abbiamo uno scudo di plexiglass, grande che c’è da essere in due per impugnarlo, per ripararci dai motteggi del bulletto con la gorgia. E non arrivano fino a noi, che da vecchie tartarughe portiamo una spessa corazza, gli sputazzi del ducetto dei cittadini. In garage c’è il vecchio telo di plastica gialla da campeggio, ci ha sempre protetto dal diluvio di sogni televenduti, telepromessi e telefottuti, ma ora non ci serve più. Ora che anche i nostri stessi corpi sono diventati impermeabili. Xenofobo-repellenti, nord-repellenti, fascio-repellenti, invece, lo siamo sempre stati. Per questo, sai, sono così sicuro che vinciamo noi, anche questa volta, anche se l’alluvione ha sommerso il pack dei mobili, come diresti, con il tuo poeta, tu. Anche se persino il ricordo delle belle idee annaspa nel fango. Anche se l’Italia fa schifo, i partiti fanno schifo, i movimenti fanno schifo, la stampa fa schifo, l’Europa fa schifo, il vuoto pneumatico di sogni, ideali e sentimenti fa, più che schifo, impressione, paura. Anche stavolta, mentre andiamo a votare, mentre non andiamo a votare, mentre non sappiamo più che fare, andiamo a vincere.

Vinciamo noi perché alla sezione elettorale ci andiamo con il cane al guinzaglio e tu aspetti paziente che io mi produca nel solito battibecco con lo scrutatore, o il carabiniere, di turno, che non vede di buon occhio la presenza del quadrupede in cabina. Poi, quando usciamo, mi guardi e mi dici se devo sempre fare queste scene da matto. Se non ci arrivo da solo, una volta per tutte, a capire che i cani non possono andare alle urne. Vinciamo noi, tranquilla, perché io e te ci compensiamo per bene. Per esempio, quando siamo dentro, con la copiativa in mano, io scrivo sempre Antonio Gramsci, mentre trovo che tu sia in odore di Togliattismo, con il tuo rimpianto per un Partitone che in fondo non è mai esistito. E poi tu, che secondo te voti più sinistra di me, mi guardi con compassione e non capisci che secondo me sono io che voto più a sinistra di te.

Vinciamo noi, puoi dirlo forte, perché io e te, lo sai, ci incastriamo perfettamente e così, incastrati, siamo forti e sfidiamo tutto quello che ci circonda. Dico che ci incastriamo perfettamente perché quando ci accartocciamo sotto le coperte, per esempio, i nostri corpi fanno una piega giusta e combaciano a meraviglia. E anche se io sudo molto, per colpa delle spesse coperte sotto cui mi costringi, a te non fa schifo, o almeno non lo dai a vedere più di tanto. Ci incastriamo perfettamente, dicevo, perché tu appicchi incendi mentre io tiro secchiate d’acqua, perché quando cerco di concentrarmi sulla lettura di un nuovo romanzo tu mi interrompi declamando poesie, perché hai sempre pronte cascate di parole per riempire i miei silenzi e per tanti altri buoni motivi.

Bengala

In bengalese, il vocabolo che equivale a ieri, kal, vuol dire anche domani. In bengalese è necessario un aggettivo, o bisogna tener conto del tempo del verbo, per distinguere quanto è già accaduto da quello che accadrà. (Jhumpa Lahiri, La moglie)

200px-TempusfugitIn Bengala il tempo, probabilmente, fluisce in maniera diversa che da noi. In Bengala il tempo, evidentemente, non corre, non scappa, non scivola via, ma prende pieghe impreviste, percorre curve sinuose e torna persino sui suoi passi, quando ce n’è bisogno. Il fatto che in Bengala la lingua non senta l’esigenza di distinguere a livello lessicale ieri da domani fa pensare proprio a questo, a una percezione del tempo diametralmente opposta a quella sintetizzata dal monito, tempus fugit, che si trova scritto su certi vecchi orologi a pendolo. Un’idea quasi di immobilità, una prova dell’indolenza di quei popoli lontani e stravaganti, avrebbero sancito gli studiosi orientalisti un tempo. Un fatto linguistico che, insieme a religioni ingarbugliate e a istituzioni elefantiache e inefficienti, avrebbe descritto la baroccaggine innata in quelle genti e dipinto un mondo inesistente con i tratti di un inferno per la moderna intraprendenza. Un luogo sospeso che risulterebbe magico, tuttavia, per i sognatori, per chi non ne può più della velocità, della spigliatezza, della concretezza, della battuta sempre pronta, del dire tutto, subito, possibilmente in centoquaranta caratteri. Un paradiso per chi si ferma a riflettere, per chi si scorda le cose, per gli introversi, per chi conta fino a dieci e per chi sa che, tutto sommato, non c’è fretta.

Un luogo immaginario, il Bengala del kal. Il luogo perfetto per fondarci una Repubblica aperta a tutti coloro che, quando non sanno che dire, tacciono. Un luogo con tutte le istituzioni al posto giusto, ma dove i governanti non sgommano in Smart, in auto blu e neppure in bicicletta, perché non corrono di qua e di là, nelle scuole, allo stadio, alla TV, ma se ne stanno seduti a sbrigare le faccende dello Stato dietro a cumuli di polverose scartoffie. Non hanno fretta, perché non sono giovani con la strizza di invecchiare, ma vecchissimi saggi dalla folta barba bianca senza la fissa di ringiovanire. Non sono multitasking, non si fanno immortalare mentre tengono sul banco caffè, agenda, smartphone, tablet e pc contemporaneamente, perché si sentirebbero dei pirla. Non twittano ogni cinque minuti quello che stanno facendo, perché se gli venisse in mente di farlo ai cittadini non fregherebbe una cippa dei loro insulsissimi tweets e non tarderebbero a esprimersi in questo senso. Tweet presidenziale: “A #PalazzoChigi lavorando sui dossier più urgenti del Governo.” Risposta: “E allora? Sei il presidente del consiglio, no? Preferivi andare a pesca di siluri sul Po?”

Un luogo di fantasia, il nostro Bengala, dove dominano profondi silenzi, senza leaders né trascinatori, non duci né ducetti, precluso ai venditori di marmitte, ai piazzisti, ai pubblicitari. Dove è vietato sfoderare sorrisi da corso di formazione aziendale. Dove si ride per davvero, se ce n’è motivo, ma si piange anche tanto, perché non c’è motivo di vergognarsene. È liberatorio e poi fa ma al re, il nostro pianto. E anche il ricco e il cardinale, se noi piangiamo, diventano tristi.

Proposta Virdis

Dagli appunti di E.S., giornalista, opinionista TV e, in una botta di vita, aspirante ideologo democratico.

Parliamoci chiaro: di fronte ai dati drammatici relativi alla disoccupazione giovanile nel Paese, più di un milione di senza lavoro tra i 18 e i 29 anni, un tasso di disoccupazione del 28%, urgono soluzioni drastiche. Il tempo delle chiacchiere è finito. Accantoniamo sterili discussioni sulla flessibilità in ingresso e in uscita, su contratti unici, defiscalizzazioni e blablabla. Ricette vecchie, bollite, buone solo per innescare i combattimenti tra pitbull nelle arene televisive: “Su chi punti? Su Landini o sulla Santanchè?” “Sulla Santanchè, Landini parte forte, ma finisce sempre che gli cascano gli occhiali e così le prende.” Lasciamo perdere, dicevo, le solite soluzioni e facciamo nostre le innovative proposte che vengono dal basso. Per carità, non troppo dal basso, non dai giovani disoccupati, perché se sono giovani e disoccupati hanno sicuramente qualcosa che non va, ma piuttosto da quella che potremmo definire “classe dirigente periferica o di piccolo cabotaggio”. Proprio in questi giorni, un mirabile suggerimento su come affrontare la piaga della disoccupazione giovanile ci viene dall’assessorato all’Istruzione del Comune di Brescia. Per ovviare alla cronica mancanza di fondi nelle scuole cittadine, ha previsto l’istituzione di un albo che raccolga la disponibilità di professionisti e insegnanti in pensione da utilizzare per supplire alla carenza di personale. Questi anziani in cattedra lavoreranno gratis e si occuperanno soprattutto di assistenza agli alunni stranieri. Gli anziani impiegati libereranno posti da fruitori di pensione, in maniera che gli under 30 possano trascorrere pigri pomeriggi al bar tracannando bianchini e giocando a briscola, affollare le tombole organizzate dalla circoscrizione, indossare le casacche arancio dell’AUSER per far attraversare la strada agli scolari, andare alle manifestazioni della CGIL. In questo modo le lunghe liste dei centri per l’impiego si alleggeriranno. La pregevole iniziativa del comune lombardo potrebbe, perché no, essere estesa ad altri territori e, con un intervento legislativo a livello nazionale, ad altri settori lavorativi pubblici e privati. In questo senso mi appello in particolare alla profonda sensibilità giovanile del probabile futuro premier Matteo Renzi e alla sua tendenza ad abbracciare qualunque causa nelle more di capire di cosa si tratti. Particolarmente fecondo, a parere dello scrivente, sarebbe l’utilizzo di anziani chirurghi in pensione, dalla mano fermissima e dalla vista di lince, per coprire i turni nelle sale operatorie dei nostri ospedali (dove potrebbero occuparsi, nel caso, solo dei pazienti stranieri). E che dire poi di tutti quei piloti ultraottantenni, ma dai riflessi ancora fulminei, che potrebbero essere reintegrati a gratis per condurre, sotto le feste, tutti quei voli supplementari diretti in Albania, Marocco, Tunisia o Moldavia? Inoltre alcune vecchie glorie potrebbero sostituire le onerose prestazioni dei giovani calciatori: chi non rivedrebbe bene il baffone di Pietro Paolo Virdis, magari al posto della crestina di Balotelli, al centro dell’attacco rossonero?

Cosa dite? C’è qualcosa che non torna? C’è un problema di reddito per i giovani? Non mi pare, non credo che i soldi siano un problema, per me.

La mia squadra

l43-renzi-renzicalcio-131025022026_bigNon appena incoronato segretario da una moltitudine di elettori alla canna del gas, mi sono mosso per cercare uomini adatti a entrare nella segreteria e presentare così entro le 15 e 30 di oggi la Mia Squadra per cambiare. Nell’autonomia del mio incarico ho chiesto una mano a dodici collaboratori, sei donne, cinque uomini e un cane. Ma, bando alle ciance, veniamo ai nomi dei miei giocatori. Per accelerare il processo di rinnovamento ho scelto di stabilire gli uffici nella segreteria dell’Istituto Comprensivo sotto casa, già equipaggiati con telex e ciclostile e di ingaggiare in blocco le segretarie: Maria Rosa, che già si occupa di personale, al welfare, Anna Maria, l’economa, all’organizzazione, Maria Crocifissa alla giustizia e Maria Santissima agli enti locali. Quindi, sempre nell’ottica dell’ottimizzazione dei tempi, perché quando c’è da cambiare bisogna muoversi in fretta, mi sono infilato scarpini, pantaloncini e maglietta col 9 di Batistuta sulle spalle, e mi sono precipitato al NaturaSì. Lì avrei potuto fare un po’ di spesa e selezionare un altro paio di persone da schierare in mediana: economia e ambiente. Un uomo corpulento, giacca di panno così morbido da mettere voglia di tuffarcisi dentro ed elegante cappello di feltro a dargli l’aria da pensatore, spingeva un carrello stracolmo di confezioni di merendine alla barba di porro e farina di carrube con farcitura di marmellata di ficodindia, piccioli di melagrana e cioccolato. L’ho avvicinato subito: “Lei! Lei sì che fa girare il contante. Lei è l’uomo giusto per rilanciare i consumi!” E lui: “Ma lei, lei è… ma proprio lei! Non credo ai miei occhi, io l’ho votata ieri…” “E hai fatto bene, mo’ ti metto all’economia! Non hai mica una moglie, per caso, che abbia voglia di darci una mano, che sennò qui si torna all’inciucio?” Valuta la proposta per un istante: “Moglie no, però ho una mamma ancora arzilla.” “Una vecchia rimbambita? No grazie! Non va bene… La mia segreteria l’è la riscossa dei giovani, dei trent…quarant…cinqant…sessant… vabbè, la vecchia può andare all’ambiente.” La cassiera m’è sembrata una smart, una che, volendo, ti twitta con la destra e si strizza i punti neri con la sinistra : “Buonasera, ha la tessera? Grazie e arrivederci!” L’ho presa per il cartellino e l’ho nominata lì per lì: “Come ti relazioni bene, cara. Ti va un posto alla comunicazione?” Uscito di lì, per fare un po’ di quota azzurra, ho fatto visita a una stazione Esso. Il tipo dell’autolavaggio, che già si occupa di controllare che gli utenti si servano in maniera corretta di spazzole e aspiratori (e soprattutto che nessuno usi le lance self-service per lavare il motore), uomo di provato vigore morale, ha accettato di occuparsi di legalità e sud. Marione, quello che attacca lo spinotto del gas auto, ha accettato volentieri un incarico, a patto che si trattasse di riforme istituzionali, mentre Jalil, che da mesi sogna di trasferirsi in Germania, ha accettato di occuparsi di Europa e affari istituzionali: “Magari” ha detto spalancando gli occhietti fessurizzati dall’hashish: “Una qualche volta mi mandate all’estero!” All’Istruzione ci ho messo quel vecchio brontolone di Emiliano B, vecchio professore un po’ andato e su d’età, ma che almeno scrive un blog, come Lina, la blogger tunisina che insieme a Nelson Mandela costituisce il mio punto di riferimento politico. Infine la Chicca, il cane di Emiliano, come portavoce. Una che ha il mio stile, come dire spiccio e ficcante, nell’eloquio. Una che scende in campo e ha sempre voglia di correre dietro alle palline, voglia di fare insomma. Che magari funziona, politicamente, anche da contraltare a quel Dudù che il mio avversario schiera centravanti.

Decadenza

“Cittadini, vi portiamo buone notizie! Negli abitacoli dei vostri SUV, nei vostri centri benessere con saune e docce cromoterapiche, nei dehors intasati dagli aperitivi nei bicchieri di plastica, ovunque vi troviate, orientate i vostri schermi al plasma e alzate il volume! Il primo successo che dobbiamo comunicarvi è questo: il nostro grande leader Ber Lu Sung ha infine accettato l’oneroso incarico che la Repubblica tutta gli chiede di rivestire, quello di Presidente eterno. Nella sua modestia e benevolenza infinite si è quindi inchinato al volere della Rivoluzione della Libertà decadendo dal ruolo di Senatore e si appresta a insediarsi per sempre nei cuori e nelle menti pulsanti della nostra gloriosa popolazione. Il caro leader Ang El In sottolinea lo spirito di sacrificio del grande leader e annuncia, insieme al glorioso Comandante Let Ta, che non ci saranno scossoni al comando, che la guida della nazione è compatta e che la Fiamma Eterna dell’Anti-ideologia veglia sulla Nazione. Anche il supremo portavoce Krik Cri Cri interviene in questo giorno memorabile a rassicurare tutti voi cittadini: i suoi mastini vegliano sui costi della politica.

Veniamo ora alle notizie dal mondo: nella derelitta Germania la fame non lascia scampo ai cittadini, che si spostano nottetempo nel nostro paese a bordo delle loro Trabant sgangherate per elemosinare gli avanzi dei nostri rinomati ristoranti. Per arginare il fenomeno, il ministero della Solidarietà Internazionale ha già disposto l’invio a Berlino di quintali di pizze surgelate e di un paio di pizzaioli esperti perché, come ha insegnato il grande leader, è meglio insegnare a pescare che dare il pesce.

Finalmente disponibile in tutti gli spacci del paese il nuovo romanzo del nostro scrittore nazionale Fab Iov Ol, che racconta quella che senza dubbio è la Migliore Storia Italiana dell’anno, fatta di lacrime ed eroismo, di patriottici insegnamenti e di straordinario fervore anti-ideologico. Un grande autore per un grande popolo di raffinati lettori. È con grande orgoglio infatti che il ministero della Cultura annuncia i dati sulla lettura nella Repubblica: il 99% dei cittadini conosce il nostro magnifico scrittore nazionale e ne apprezza i programmi TV. È legittimo domandarsi: a quando l’edizione nazionale delle opere? Cittadini, lo scoprirete domani, quando trasmetteremo il prossimo bollettino della Libertà.”

Quando si legge di Corea del Nord, e in generale di regimi assurdi, viene naturale chiedersi come possa un popolo ridursi così. Non è, forse, una domanda eticamente corretta, ma è abbastanza inevitabile. È una domanda che non prevede risposte semplici, né univoche. Tuttavia mi pare che la longevità di queste dittature si spieghi anche con l’azione paziente di cancellazione non solo di ogni alternativa, ma dell’idea stessa di alternativa e cambiamento, dell’idea che qualcosa di diverso esista. La Corea è quando non esiste più niente altro. Ieri, quando il presidente del Senato ha annunciato la decadenza di Silvio Berlusconi ho letto i titoli esultanti dei quotidiani d’opposizione e ho ascoltato alla radio i commenti emozionati dei cittadini. Non li ho capiti, non li ho condivisi. Quindi mi sono preparato i cibi lombardi dell’infanzia: pasta col sugo ai piselli e cotolette con l’insalata. Per consolarmi, non per festeggiare. Perché negli ultimi vent’anni ci siamo lasciati strappare via ogni idea di cambiamento e mentre li deridevamo, spietati killers vestiti da pagliacci hanno badato bene che noi, troppo impegnati a rincorrere idiozie, non costruissimo niente. Ora che, molto lentamente, il loro mentore se ne va in pensione, personaggi come Alfano, Renzi e Grillo sono pronti a contendersene l’eredità. Così apparentemente diversi, così simili a lui.

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