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Islamofobia

thC3NY3MPENei giorni che seguono gli attentati di matrice islamista il mio barbiere se la passa male. Il negozio rimane vuoto per tutta la giornata e a lui non rimane che starsene in attesa, con la schiena appoggiata allo stipite in ottone della porta a vetri. Osserva pensieroso i mulinelli di polvere arrotolarsi sull’asfalto, mentre distratto fa ballare il rasoio a mano libera tra le dita nervose. Prima Parigi, poi Bruxelles, per Ibrahim, è la stessa storia: dopo queste stragi orribili gli abitanti del quartiere si mostrano improvvisamente restii a farsi accarezzare la gola dalle lame leggere del barbiere di fiducia. Ibrahim infatti è tunisino ma è un bravo ragazzo, e tuttavia non si sa mai… con le robe che si sentono, di gente che sembra normale e poi… Meglio arrangiarsi da soli per un po’. Che poi, arrangiarsi da soli significa che qui nel quartiere andiamo tutti in giro con barbe ispide e capelli arruffati e ciuffi di pelo che sbucano indomabili dal naso o dalle orecchie. Una sorta di catastrofe, sotto il profilo estetico. In verità, una soluzione ci sarebbe: l’altro negozio. L’altro negozio, il cui titolare è italiano e non può essere sospettato di simpatie islamiste, presenta tuttavia una serie di controindicazioni. Primo: l’altro negozio è unisex, chissà cosa vuol dire. Secondo: quelli che vengono fuori di lì hanno tutti la barba morbida e profumata e i capelli ingellati che fanno un’onda. Terzo: le uniche riviste che si intravedono sparpagliate sui tavolini sono cataloghi di balsami, oli e cremine per la cura della pelle, della barba, dei capelli. Niente Gazzetta dello Sport, niente Quattroruote. Di che si parlerà là dentro? Di cosmetici? La desertificazione culturale, è evidente, avanza implacabile. Quindi, dell’altro negozio, manco a parlarne. In questa situazione difficile, i più giovani, non potendo permettersi di sprecare occasioni galanti a causa di un look impresentabile, hanno tentato con il fai da te. Su amazon macchinette e lame vengono via per pochi euro, quasi quasi, mi fa uno di questi ragazzi al parco mentre il suo pitbull trattenuto appena dal laccio addenta furibondo l’aria a due dita dal mio ginocchio, da Ibrahim non metto più piede e risparmio duecentocinquanta carte all’anno. Il giorno successivo si presenta con un colbacco e una ferita profonda al collo. Gli dico che è carino, il cappello stile sovietico. Viene via a venti euro su amazon, mi fa lui, adesso scusa non parlo più sennò mi si riapre il taglio.

Insomma, si capisce anche senza farla troppo lunga. Se da qualche giorno non ci facciamo più sistemare la peluria è perché l’islamofobia è arrivata anche qui, nel quartiere, un posto apparentemente così lontano da città come Bruxelles, con i loro palazzi istituzionali di vetro e acciaio, le stazioni della metro, gli aeroporti, la gente che fluisce con trolley e valigette su pavimenti tirati a lucido; eppure così vicino, a quelle capitali, con questo coesistere di differenze ancora così incomprensibili. L’islamofobia è arrivata fino a qui, e i nostri comportamenti irrazionali danneggiano gente come Ibrahim, che ha due figli che vanno alla scuola materna. E certo, è colpa dell’IS ed è colpa di tutti coloro che ordiscono stragi di innocenti. E poi è colpa di Salvini, e di tutti gli altri razzisti: radicali, moderati e riformisti. Ma è colpa anche nostra, che ci guardiamo bene dal lasciarci alle spalle le nostre insicurezze, le nostre paure, dall’imboccare l’unica strada, impervia, per pensare un futuro accettabile.

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Il capriolo

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Il podista che percorra la ciclopedonale tra Parma e Baganzola, che si sia lasciato alle spalle la carcassa mostruosa del Ponte Nuovo e i campi congelati del Milan club, poco oltre le distese di fango molle dove sono piantate le ultime case e sparsi capannoni di aziende cadenti, e il limite della città è sancito per certo dall’anello della tangenziale, appena passato un ponticello di ferro e legno che salta un fosso, incontra, figlio di un bosco di fusti sottili come peluria sulla testa di un vecchio, un compagno inatteso, un capriolo solitario. Una fugace epifania che lo accompagna da lontano correndo una traiettoria divergente finché si confonde tra scheletri vegetali e bruma perenne. Com’è che vive, qui, tanto splendore? Cosa c’entra con questa terra di nessuno, con queste pozzanghere dove salgono bolle gassose, con questi campi butterati da crateri dove rifiuti abbandonati da sempre transustanziano in materiali nuovi e misteriosi. Che ne sarebbe di un tubo catodico dismesso nei giorni dello switch-off se fosse stato affidato alle cure incostanti degli agenti atmosferici? Di uno shopper di plastica pieno dei rifiuti di un pic-nic? Di un paio di scarpe antinfortunistiche? Di un berretto di lana rossa? La risposta è qui, dove la digestione lenta della terra, in queste rive dove sono dipinte le sorti dell’umana gente, magnifiche e progressive, non tiene il ritmo dei nostri scarti. Com’è che ci vive, un capriolo, su questa crosta corrosa? Nelle acque che beve si rimescolano acidi e percolati, oli, batteri e solventi, a dare pozioni dagli esiti imprevedibili. Bruca germogli contaminati da polveri e metalli che vengono giù dal cielo e dall’A1. Scarta al clangore improvviso di un convoglio lanciato ad alta velocità, e fugge verso un rifugio che non sa trovare e che forse non esiste più.

Il podista che percorra la ciclopedonale tra Parma e Baganzola, e che si imbatta in questo leggiadro compagno di strada, ne osserva la corsa disperata e dolorosa, più facile e leggera, certo, di quella umana così goffa e macchinosa. La sente fraterna alla sua. Nelle nostre corse solitarie pare si quereli ogni malanno del mondo, ogni vita contaminata. Nelle nostre illusorie ribellioni individuali allo stato delle cose: correre, nuotare, pedalare. Non mangiare carne, non bere latte, mangiare solo verdura bio, non mettere zucchero nel caffè. Non mangiare zucchero del tutto. Andare al parco con la mascherina, non portare il bebè fuori di casa, prendere il sole con la protezione tremila. Ma ogni sforzo individuale è velleitario e non preserverà i nostri corpi dagli effetti collaterali di questo modello di sviluppo. Un modello in cui un’opinione pubblica sonnolenta accetta, per esempio, un Parlamento che raddoppia il limite consentito di emissioni di ossidi di azoto per le auto, vergognosamente prono alle richieste dei grandi marchi del settore. Per questo, sentire la corsa del capriolo fraterna alla sua è, da parte del podista, dell’uomo, un abuso. Gli animali infatti non votano, non comprano, non scrivono e non decidono le sorti di nulla. Sopravvivono nel disastro, e forse, vi si adattano. Ma non possono trovare consolazione: non hanno neppure la facoltà, nella desolazione, di percepirne il lato romantico.

Indecorosi

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Si scorda sempre di infilare i guanti e così, quando arriva in Pilotta la mattina presto, puntuale per l’apertura della Biblioteca Palatina, ha le mani congelate e tirare la leva del freno è un’impresa. Smonta agile di sella, armeggia sbuffando con la catena. Girare la chiave nell’acciaio gelido del lucchetto con le mani irrigidite, poi, è una tortura. Ma è la terza bici in un mese, meglio stare attenti e legarla per bene. La città intorno è tutta inzuppata, trasuda umore gelido da ogni muro, sasso, tombino, aiuola. La bruma sfuma l’orrore dell’inverno padano e lo fa più dolce, appena accettabile. Sia benedetta la nebbia, che dio la mandi ancora più densa per questo Natale, così spessa da attutire il trambusto volgare della modernità, da fare della città una pagina bianca, tutta da scrivere. Una nebbia tanto spessa come, a sentire i vecchi di qui, veniva una volta, quando nelle taverne sperse il lambrusco si beveva ancora nelle scodelle di ceramica. Il lavoro lo aspetta, su in biblioteca. Raccogliere materiale per una nuova ricerca, un’altra giornata a leggere, ritagliare, collegare, ragionare, ricordare. Un panino al bar a mezzogiorno. Qualche altra pausa per il caffè. Ripassa il programma mentre si assesta lo zaino sulle spalle, le suole di gomma dei Dr. Martens fanno un suono ovattato, amplificato dai portici. I ragazzi che ogni notte trovano riparo rannicchiati al gelo sotto le alte volte del palazzo si sono già alzati, hanno sgomberato la zona, lasciando le loro quattro povere cose di migranti, di profughi, addossate alle pareti. Cartoni, alcune coperte raccolte nella chiesa di Santa Cristina. Ricorda che l’altra mattina i vigili urbani hanno portato via tutto, lasciando i senzatetto privi dell’unica protezione possibile contro il rigore delle notti di dicembre. Le coperte poi sono ricomparse, grazie ai volontari che ne hanno raccolte altre. Passa oltre, infila lo scalone che porta nel cuore del complesso della Pilotta. Com’è paradossale, pensa, che in nome del decoro urbano, si compiano gesti così vergognosi, moralmente ed esteticamente indecenti. Il decoro urbano, manco si parlasse di un albero di Natale, non di una città. Che cos’è questa ideologia per la quale è del tutto normale, per esempio, violentare strade e monumenti con le insegne pubblicitarie più pacchiane, o deturpare il paesaggio con improbabili colate di cemento, ma è indecente che chi dorme all’aperto utilizzi delle coperte per sopravvivere al freddo? Che cos’è questa ideologia che autorizza atti di gratuita, vera, feroce crudeltà? Quelle coperte, pensa, sono cento volte più decorose di tutte le luminarie natalizie. Hanno tutta la bellezza della dignità di chi non ha nulla, ma non rinuncia al proprio diritto di provare a vivere. Hanno la bellezza e la dignità dei cittadini che cercano di supplire, come possono, all’insufficienza culturale all’inadeguatezza organizzativa delle istituzioni, alla loro colpevole inadeguatezza. Che poi, conclude spingendo la porta a vetri della biblioteca, è proprio quello, che i nostri amministratori cercano di camuffare con le loro attenzioni per il decoro: la loro indegnità.

Cronache da sotto l’assedio

trifidi2Ma quanto è rigoglioso il verde in questa città? Sarà che acqua non ne manca e che il sole ancora la bacia, benché filtrato da nebbie di fumi mefitici. La vegetazione, in questa stagione, strappa centimetri al cemento un po’ ovunque. Macchia i viali neoclassici del Parco Ducale, guadagna sull’asfalto debordando dai fossi, lungo le strade che sonnecchiano dove la periferia trascolora in campagna. Persino qui, nel Quartiere, il prodigio della vita vegetale si afferma. Complici le politiche comunali di austerità, la manutenzione del verde è praticamente inesistente. Ciuffi di erbe coriacee spaccano i marciapiedi e crepano i muretti. I tigli, poi, crescono incontrollati. Assediano le finestre e i balconi delle case anni Cinquanta color pastello. Allungano i loro tentacoli con velocità sorprendente, guadagnando centimetri ogni giorno. I cittadini, preoccupati, si difendono come possono da quella che si configura come una vera e propria invasione: la professoressa Tarasconi, ad esempio, ci dà in modo compulsivo di aspirapolvere, ossessionata com’è da pollini e insetti che in spessi strati si depositano su davanzali e terrazzi, finendo per penetrarle in casa. Così facendo trascura i rami, che mostrano ormai di volerle sfondare i vetri della portefinestra. Greco, campagnolo inurbato, ha risfoderato la roncola dei giorni migliori. Mena colpi decisi e rabbiosi per liberare i suoi spazi. La pioggia di rami prodotta si schianta sulle auto posteggiate nella via. L’ira del vicinato non s’è fatta attendere e nella cassetta della posta di Greco è stata recapitata una lettera anonima, scritta in lettere grandi ritagliate dai giornali: “Tu hai la roncola, io la motosega”. La signora Gallardo, da Lima, si affida alla Vergine di Guadalupe che, a starla a sentire, apparirebbe tra i rami di fronte civico 12, luminosa e trionfante proprio sopra un bel nido di cornacchia. Davanti alla visione, cade in ginocchio con un tonfo, prega e si segna, mentre la famiglia di uccelli le gironzola per casa, le fruga nella dispensa e si diverte a provare i suoi abiti fumando Lucky Strike infilate in lunghi bocchini. Fenomeno probabilmente non riconducibile alla mancata manutenzione del verde, quello di ritrovarsi ovunque assediati da grossi uccellacci che hanno soppiantato gli uccellini di un tempo. Andrebbe affrontato, certo, con politiche ambientali mirate. Ma vista la totale immobilità delle autorità, Matteo Salvi, il tossico del terzo, ha giurato lotta senza quartiere ai volatili invasori, dopo che l’intrusione di una gazza svolazzante in salotto gli ha sparpagliato cristalli e polverine per tutto l’appartamento. Finanziato da Speranza, il vecchio gobbo e macilento dell’ultimo, prestatore di denari a interesse, ha acquistato una motosega a benzina. Lo si vede oltre le finestre spalancate correre per casa in mutande, in preda a potenti allucinogeni, impugnando a due mani sopra la testa una grossa Vigor , a caccia di pennuti veri o immaginari. È qualche giorno che l’anziana madre di Matteo non fa il consueto giro di compere mattutine per le botteghe del Quartiere.
Insomma, qui si resiste, ciascuno come può, ogni giorno, all’assedio di una realtà sempre più aggressiva. Ed è difficile criticare le scelte di ciascuno, anche se non condivisibili. Si resiste qui come ovunque, all’alluvione di debiti, tasse e bollette. All’invasione di furbetti, trafficoni, slot machine e Compro Oro. Al diluvio di mancanze, malfunzionamenti e disservizi. Alla sfilata di facce di bronzo dalla parlantina sciolta e senza risposte, sulla scena tanto affollata della Pubblica Incuria.

 

Viale del tramonto

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Che cosa rimane, di un atleta, dopo il ritiro?

Un uomo che guarda oltre il vetro la città gonfiarsi paziente di pioggia implacabile e fine. In casa c’è la luce accesa, lo si può vedere dalla strada, una figura appesantita che riempie quasi tutta la finestra. Sul piatto gira graffiato l’LP di Giant Steps. Anche stare in piedi costa fatica, se le ginocchia fanno male; tutti quegli interventi: ricorda che a un certo punto aveva pensato che non avrebbe più potuto camminare. Guarda fuori, oltre le gocce che rigano il vetro, la città del declino. Le sue strade sporche, trascurate, le sue aiuole macilente, i suoi lampioni pallidi, spenti qua e là. I cumuli di neve nera. Quelle che erano state mille sale cinematografiche ora sbarrate, chiuse, i teatri vuoti. I caffè deserti non sono che l’ombra di ciò che erano stati fino a poco tempo prima, così brulicanti di quella vita spocchiosa e borghese da pétite Capitale. Le architetture spropositate, spesso abbandonate, sfregiano il volto sincero e stupito della pianura. La pioggia gelata ne leviga gli scheletri già stanchi. Auto troppo grosse e inquinanti, comperate a rate, seguitano a rincorrersi sui viali. Gli stessi viali contesi da bande di pusher, dalle ambigue luci al neon di improbabili centri massaggi, dei Compro Oro. Le biblioteche sono in lenta dismissione, i negozi in disfacimento. I cartelli di VENDESI e di CHIUSO ora hanno raggiunto anche il Tardini. Già, anche lo stadio, la sua arena, con i suoi riflettori e l’urlo fragoroso della folla in estasi per i suoi pregevoli gesti tecnici, per lui, lui che guarda oltre il vetro con le gambe tutte doloranti. Con le caviglie gonfie.

Le luci della ribalta, le corse ebbre sotto la curva, le interviste, le foto sulle riviste, la sera della Prima al Regio. Il primato, il successo, i festival, la Capitale, la fasulla grandeur. Il crack, il dolore, i dottori, i dolori. I cinema chiusi, i teatri vuoti, gli appartamenti sfitti e invenduti, i parchi abbandonati a un degrado lento. La vita dell’ex, i racconti sempre più fantasiosi, le autobiografie, le visite nelle scuole. Un’agenda fitta all’inizio, poi sempre meno intensa. Alla fine la solitudine dell’ex, quando in giro non ti riconoscono più: solo il nome, forse, gli ricorda qualcosa, ma probabilmente te lo dicono solamente per cortesia.

Sic transit gloria mundi. La grandezza non è che un clamoroso abbaglio se non ci sei nato tagliato. Trane è da un po’ che ha smesso di soffiare nel sax. La puntina sfinita è lasciata a ticchettare sul disco. Si trascina lento verso un interruttore, allunga la mano, spegne la luce. Click. Si siede in poltrona ad aspettare il mattino, senza sonno. Guarda diritto davanti a sé attraverso il buio della stanza, vigile.

Non c’è di che

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Come cacciatori cheyenne sulla strada del bisonte, come guerrieri apache acquattati in attesa della battaglia, le ragazze e i ragazzi che tirano su il fango si pitturano il volto, tracciandovi spessi segni con la melma marrone. Cacciano fuori espressioni da veri duri e alla faccia di chi li vuole pii angioletti ardenti d’inconsapevole bontà ci ricordano che gli angeli non esistono. Esistono ragazze e ragazzi che sono sempre, naturalmente, tutti giovani e belli. Noi, che facciamo schifo, preferiamo attribuire caratteri divini a comportamenti normalissimi, in modo da poterci tranquillamente guardar bene dall’imitarli e, al contempo, sentirci assolti.

Il torrente non è entrato nel negozio del parrucchiere, ne ha solo lambito la vetrina, ma ha depositato sulla strada e sul marciapiede antistante un soffice strato di sedimento cremoso. Il titolare è molto preoccupato: con la via ridotta in quel modo, anche se il negozio è pulito ed efficiente, i clienti oggi non arrivano. Così ha mandato Malati, la donna indiana che lavora per lui, a creare un passaggio nella guazza. Lei si dà da fare armata di spazzolone di plastica e di una grossa pala smaltata di rosso, probabilmente una di quelle distribuite dai furgoncini del Comune. Il proprietario del negozio fuma con la schiena appoggiata allo stipite dell’ingresso e guarda preoccupato l’orologio: sono passate le quattro, il pomeriggio sta trascorrendo in fretta e già la mattina è andata persa. Probabilmente pensa che Malati sia troppo lenta a spalare, allora chiama un gruppo di questi ragazzi che, con i loro segni tribali sul volto, si accaniscono contro un cumulo di detriti che ostruisce un tombino. “Oh, siete mica dei volontari?” “Sì, ha bisogno?” “Che bravi ragazzi! Non è che mi dareste una mano a ripulire qui, davanti al negozio, così la gente può passare?”

Malati lavora dieci ore al giorno: shampoo, massaggi, tagli, tinte, pieghe, pulizie. Malati fa di tutto, sei giorni alla settimana, dalle nove alle diciannove. Malati guadagna 35€ al giorno e ha un contratto che dice che lavora due ore al giorno, cinque giorni alla settimana. Potrebbe anche andarsene e il suo datore di lavoro se la vedrebbe nera, di altre brave come lei non ce ne sono mica in giro. Ma anche se lo facesse, cambierebbe poco: tutti gli altri parrucchieri che ha sentito pagano così. E così passa la vita restando al proprio posto, a rigare diritto per pagare, chissà con quali miracoli, l’affitto e l’istruzione dei figli. Colpa di un mercato del lavoro selvaggio, dell’ampia disponibilità di apprendisti da sfruttare nel settore. Colpa delle istituzioni, che non proteggono, non tutelano la dignità e la qualità della vita delle persone. Non di fronte alla furia del fango, non davanti alla rapacità umana. Però impongono riforme del lavoro che tutto sono tranne che l’unico Jobs act di cui c’è davvero bisogno: quello che ci liberi da ogni sfruttatore.

“Certo, arrivo subito!” cinguetta una ragazza emergendo a fatica da un banco di sabbie mobili. Si avvicina al parrucchiere che le sorride facendo luccicare il dente d’oro, mentre ravana il taschino in cerca del pacchetto di Merit. “Grazie, bella!” “Uh, prego, non c’è di che. Tenga, questa è la pala!” Lui si ritrova a reggere il badile per il manico, lo stupore disegnato nella bocca aperta e negli occhi fissi al vuoto. Lei gira i tacchi e se ne va. Malati si gira di spalle perché proprio non ce la fa a nascondere il sorriso.

Fedeli alla linea

Annarella-CCCP-3Stasera al circolo si esibiscono ex-CCCP con Angela Baraldi alla voce e così la sala si riempie in fretta. La concorrenza, del resto, non è granché: da queste parti, un live decente lo si vede ogni sei mesi, a meno di non spostarsi nelle province limitrofe. In più un’ordinanza antirumore a Cinque Stelle caccia a letto gli avventori dei locali dell’Oltretorrente a mezzanotte o poco più. E in TV danno Ballando con le stelle. Come non fare allora il pienone buttando Zamboni sul palco a suonare Punk Islam e compagnia bella? Mancano pochi minuti al concerto e la coda al banco del bar è spumeggiante. C’è uno che spiega alla barista come si fa un vero gin tonic, lei lo ascolta con la stessa faccia intenta che mette su al mattino quando va a lezione di Letteratura del Rinascimento. La cosa provoca malumori e borbottii, fino all’esasperato: “E alooora!”. Lei ficca in fretta il bicchiere di plastica nella zampa destra del tipo, versandogli metà del contenuto sulla camicia. La macchia che si allarga sul costato, lui che gongola allontanandosi con un sorriso beato.

Ogni sorta di creatura datata e stropicciata si aggira stanotte nell’oscurità della pista: parrucconi cotonati sale e pepe, facce stravolte sotto spessi strati di cerone bianco. Infermiere strizzate in vestiti originali anni ho tanta disperazione, conservati per le grandi occasioni; professori spelacchiati con il maglioncino di lana e punkettoni di professione. Bocche sdentate, ghigne solcate in guisa di regnatela, pance che spingono sotto le camicie e spalle curve sotto il peso di borchie e giacche di pelle. Il postino si è truccato gli occhi di nero e forse si è messo anche un rossetto scuro, ma non ci giurerei. Salta fuori che dopo il concerto la serata vira al dark e allora si spiega anche la considerevole calata di vampiri da tutto il circondario. Altissimi, scavati nel volto e nel corpo, pelo canuto a ciuffi lunghissimi in testa e sul dorso delle mani, alito probabilmente fetido: li riconosci subito. La Sposa cadavere ha un filo di sangue vermiglio che le cola da una piega delle labbra affilate.

Quando la band attacca, sotto il palco si scatena il finimondo e per selezione naturale nel pogo sono i deboli che cadono subito. Fuori il primo che si controlla con le dita la dentatura, forse un ponte ha ceduto. Via il secondo, piegato a metà, viola in faccia, si tiene i coglioni con due mani. Un amico gli piega indietro la testa e gli versa in bocca mezza birra gelata che gli va di traverso. Poi un altro lo afferra per i piedi e lo trascina a bordo pista. Il terzo gattona tra i calci tentando di recuperare gli occhiali fracassati, che schizzano impazziti qua e là scivolando sul velo di condensa e birre versate che avvolge il pavimento. Finalmente una ginocchiata nella nuca lo manda al tappeto. È un duro lavoro, stare qua sotto. Chi ci sta da vent’anni, chi da trenta, il tizio che mi tengo davanti e uso come scudo umano, probabilmente da cinquanta. Sotto il palco prendiamo colpi e li diamo, da sempre. Siamo un branco di sopravvissuti e da sempre TIFIAMO RIVOLTA, perché c’è sempre una buona ragione, da Craxi a Renzi, per la rivolta.

E noi da sempre, solo, TIFIAMO RIVOLTA. Solo, TIFIAMO, da sempre. Nient’altro.

Tre santi

Nuovo-Barca-di-soldi_CV-big.jpgIl distributore automatico della tabaccheria di via Imbriani sembra la plancia di comando di uno shuttle. Ha un intero settore, sulla sinistra, dedicato alla distribuzione di biglietti gratta e vinci. Prendi Tutto, Asso piglia tutto, Nuovo MegaMiliardario: i nomi delle lotterie sono pacchiani quanto la grafica dei biglietti. Hanno un gusto tanto cattivo che, oltre che per questi tagliandi, viene buono solo per certe riviste scandalistiche e per le insegne dei Compro Oro. Per i sogni dei disperati. C’è un distributore di gratta e vinci insomma, e bello grosso, lì, in via Imbriani. C’è la signora dell’Est che, messa a letto la sua vecchia d’Occidente, se ne esce per fare una passeggiata con il cagnolino. È sempre in ordine, gli abiti consumati ma croccanti di bucato, un filo di trucco. Infila i cinque euro nella fessura, ritira il suo tagliando, lo gratta, lo butta. Infila un altro pezzo da cinque, ritira il biglietto, lo gratta, lo butta. Poi, di nuovo, gratta e butta. Gratta e butta foglietti di carta luccicanti di patina e argento graffiato nel cestino alle sue spalle. Quindi china la testa e appoggia la fronte alla pulsantiera luminosa. Le spalle sussultano appena, sollevate da singhiozzi leggeri.

L’ambulante cinese che si fa via D’Azeglio avanti e indietro sembra un albero di Natale, avvolta in quel caos di cianfrusaglia fluorescente che nessuno può desiderare di comprare. Ma chi è l’imbecille che ti ha caricato con ‘sta roba inutile? Come fossimo in piazza San Marco. Non poteva darti rose, accendini o fazzoletti? La guardi aggirare i grovigli di corpi ubriachi della movida, saltellare tra i bicchieri di plastica calpestati e tovaglioli sporchi. Si avvicina timida a un tizio con il telefono in mano: “Complale?” Lui non la nota nemmeno, non le risponde, non la allontana. Seguita a scivolare l’indice sullo schermo, il chiarore azzurrino illumina la bocca aperta, la lingua appena sporgente, gli occhi a palla. Lei prosegue verso due ragazze che, con la mano libera dal bicchiere di mojito, si strattonano i capelli urlandosi insulti.

Davanti alla chiesa di Santa Maria, appena discosto dal portone d’ingresso, c’è steso un mendicante. Un sottovaso di plastica verde, un cane spelacchiato e una gruccia disposti per terra, insieme a un messaggio scritto a pennarello su un foglio stropicciato. Un plaid a quadrettoni tirato sulla pancia, sonnecchia. Un ragazzetto esce dalla messa, calzoncini corti beige, mocassini blu, camicia a righe ben abbottonata fin sotto il mento. Si avvicina al clochard, curioso. Strizza gli occhi per proteggerli dal sole d’aprile, mentre studia la scena. Poi molla un calcetto al piattino, rovesciando le monete. Il tipo apre gli occhi: “Ma che diavolo…” Il bambino fa un altro passo avanti, gli arriva a un metro: “Ehi, bellezza, sai che puzzi?” Quindi scappa lungo strada del Quartiere.

Questa è Parma, in questi giorni di canonizzazione di papi, di culto del capo, di santificazione del potere. Questi sono i suoi santi.

Il gusto ai tempi delle pizzerie

Il dehors della pizzeria è affollato e rumoroso. Le cameriere ansiose che solcano gli spazi tra i tavolini sparpagliano le folate di fumo azzurrognolo delle decine di sigarette accese. Dischi di pasta spalmata di pomodoro e mozzarella, recapitati a clienti affamati e sudati, piovono sulle tovaglie bianchissime a ritmo implacabile: quattro stagioni? Mare e monti? Bufala? Negli angoli strategici schermi piatti trasmettono la sconfitta del Napoli al Tardini, giusto quattro passi da qui, gettando nella disperazione staff e clientela del locale. Diligentemente infilzate sotto il tavolino alla mia destra, tre anziane signore si godono una serata di libertà. Oggi pomeriggio hanno fatto visita alla parrucchiera, che ha gonfiato con cura le chiome tinte di biondo o di rosso. Poi, immagino, si sono fatte un aperitivo da qualche parte, qui nel quartiere, forse in quel chiosco con i cartelloni dei prezzi scarabocchiati a pennarello sul cartone rivoltato delle scatole di birra. Fumano Merit con l’accanimento dei fumatori occasionali, una sigaretta dietro l’altra, reggendole con posa innaturale ad altezza occhi. Hanno divorato la pizza e scolato le birre, ora sono al dolce e liquore. Chiedono alla ragazza sbigottita di lasciare sul tavolo la bottiglia di Anima nera. “Quando si esce, bambina,” le spiegano, arrochendo la voce: “Bisogna fare sul serio.”

Al terzo giro di liquore non si limitano più a parlare di uomini in termini davvero spinti, ma cacciano fuori i cellulari e si mostrano le foto dei soggetti in questione commentando ad alta voce. C’è n’è una con un porro sul naso che a un certo punto zittisce le compagne: “Beh, volete vederne uno? Ecco, mio nipote…” Volta lo schermo del telefonino verso le amiche che annuiscono ammirate e fischiano piano e sussurrano: “Cheffusto, capperi!” La donna con il porro è così soddisfatta che non si accontenta dell’approvazione delle altre signore e si sporge dalla sedia verso di me: “Giovanotto! Guardi un po’ qua mio nipote! Non è un gran bel pezzo di ragazzo?” Butto un occhio alla foto: c’è un quarantenne spelacchiato, scavato dalla fame e svirgolato dalla scoliosi in boxer da bagno, che sorride sdentato sulla spiaggia di un posto qualsiasi della riviera romagnola. Deglutisco e butto lì un poco convinto: “Ehm… già, davvero un bel tipo…” “No, no… quale bel tipo, l’è proprio un gran figone!” replica la donna. “Beh, sì, sa… non so, sì, proprio un gran figo, signora!” Lei, allora, annuisce soddisfatta.

C’è una cosa che ho letto, proprio prima di sedermi qui, sulla poesia di Sereni, sul suo “mah”. Qualcosa sulla volontà di abolire un punto di vista privilegiato. Sulla ricerca di inclusione delle prospettive altrui. Ci sono le chiacchiere, che si fanno da sempre, sull’andare oltre, sull’assumere i punti di vista dei diversi, deboli, subalterni, minoranze. Ci sono i calciatori che esultano dopo il gol, nei replay che scivolano sugli schermi tv della pizzeria, statuari e bellissimi. Quelli sì, indiscutibilmente, perché lo dicono tutti, dei veri fusti. Vabbè, magari ecco… escluso Cassano.

C’è il fatto che resta: il fatto che usare occhi diversi da quelli dominanti non è così semplice come appare a parole.

Ladri di biciclette

La pianura lievita, zuppa di pioggia. Qua e là la terra non ce la fa più, soprattutto in città, e allora butta fuori l’acqua in eccesso, come l’altro giorno, in via La Spezia, formando pozzangheroni che così non ne ho mai visti, neppure quando ero bambino e tutto il mondo era un’iperbole. “Qualche cosa dovrà pur crescere, con tutto questo innaffiamento!” Mi ha detto stamattina l’edicolante. È uscito fuori per controllare gli espositori con le riviste protetti dal cellophane. Ha lanciato un’occhiata dubbiosa al tetto del suo regno di latta verde assediato dalle acque, quindi è tornato a sedersi dietro le riviste. “Cosa vuole che cresca? Qui tutto si scioglie e basta… sprofonderemo tutti.” Mi sono allontanato lungo il viale immaginandomelo punteggiato di funghi alti anche due metri, con un gambo così largo che un uomo a fatica lo potrebbe abbracciare, gonfi di quest’acqua piovana lercia di fumi. “No che non dà crescita miracolosa, questa pioggia. Va già bene se ci ripulisce un po’ l’aria!” Concludo tornando alla realtà tra i colpi di clacson di via dei Mille. Ma, ovviamente, vengo smentito subito. Davanti ai tre ingressi della casa in mattoni che sarebbero rossi, se i gas di scarico delle auto non li avessero ricoperti di una densa patina scura, sono sorti dal nulla tre muri. Ogni ingresso è stato sigillato da una parete venuta su dal nulla. Le precipitazioni di questi giorni, in effetti, hanno fatto spuntare misteriosi imprevisti architettonici dal terreno fradicio.

Basta andare al bar per una breve ricerca sulla Gazzetta di Parma per fare chiarezza. I tre alloggi sono case popolari dichiarate inagibili dopo il terremoto. Per evitare che vengano occupate da quelli che la giornalista chiama “disperati affamati dalla crisi”, il Comune ha fatto murare gli ingressi. Nei giorni scorsi, infatti, erano stati notati movimenti sospetti intorno all’edificio e si era scoperto che alcune persone si erano stabilite qui. All’interno degli appartamenti sono stati trovati utensili e sette biciclette. I disperati possono andarsene da qualche altra parte, l’edificio di via dei Mille è troppo pericoloso. Che poi, puntualizza l’autrice del pezzo sul giornale locale, veri e propri “disperati” non sono: le biciclette abbandonate negli appartamenti occupati sono, probabilmente, rubate. Se sono ladri di biciclette, non possono essere disperati, pare essere l’assioma della giornalista. I disperati sono buoni, fanno la coda alla mensa di Padre Lino, chiedono la carità senza insistere troppo e non rubano. Se rubi, si vede che non te la passi abbastanza male. Non c’è bisogno di pensare a una soluzione per il tuo problema abitativo, se rubi le bici.

Mi viene in mente un certo politico che, intervistato in merito a una manifestazione di facchini licenziati, commentò laconico: “Beh, mi pare che molti di loro i soldi per le sigarette ce li abbiano”. Straccio il giornalaccio e lo butto nella spazzatura. Ognuno, al caldo in mezzo a questo schifo, ha il suo modo di sentirsi a posto.

Il barista mi guarda basito: “Non piace nemmeno a me, il giornale. Sono i clienti che me lo chiedono.”

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