Archive | luglio 2012

Contrasti

C’è un bar, con terrazza sul mare, dove Emiliano ama fare l’aperitivo. Da uno dei tavolini più periferici, solo da quello, si gode di una doppia visuale molto particolare: a destra il tramontare mozzafiato del sole sul golfo, a sinistra, attraverso un finestrone sempre spalancato, la cucina del ristorante limitrofo. Dentro questa cucina si dibatte un mostro peloso e tatuato, sudatissimo, che veste una canottiera lorda di unti e altri fluidi: per praticità lo chiameremo il Lercione. Si muove con agilità tra mucchi di sporcizia, pesca molluschi da vaschette di plastica condivise, sul davanzale della finestra, con i volatili della zona, sente la temperatura dei sughi con le dita, poi fa virgole su uno strofinaccio appeso al manico della lavastoviglie per ripulirsi. Emiliano legge sul Secolo XIX un articolo di Maurizio Maggiani, parla di Cinque Terre e di operai dell’Ilva di Taranto, ma non riesce a concentrarsi molto: pensa che parlerà sul blog della cucina lurida, ma senza rivelare il nome del ristorante, così da non negare ad alcuno il piacere di gustarsi, inconsapevole, uno dei prelibati manicaretti del Lercione.

Camminando il molo del porto della Spezia, oltre le barche dei piloti, i rimorchiatori, i pescatori intenti alla fluorescenza dei galleggianti e il ristorante-barca Admiral, si raggiunge il faro rosso. Un paio di transenne proteggono il restauro in corso, contro le transenne sono ammucchiati parecchi sacchi di spazzatura, altri rifiuti sono sparsi a terra. Sulla base circolare del faro, in mezzo alla sporcizia, è seduta una ragazza, pantaloncini e scarpe da ginnastica, guarda il mare e scarabocchia qualcosa su un taccuino. We’re the flowers in the dustbin berciava Johnny Rotten.

In un circolo nei pressi della piazza Brin, Emiliano e compagna si imbattono in Maggiani. Lei va in brodo di giuggiole, come ogni volta che incoccia in qualcuno di minimamente famoso: “Ma dai, leggevamo giusto ora il tuo bellissimo articolo sul Secolo…” Chissà per quali vie il discorso finisce sulle mogli dei poeti. “Tutti i grandi poeti hanno mogli cattivissime,” dice lo scrittore: “tranne il vecchio Ungaretti ecco, lui da ottantenne stava con una trentenne bellissima, ma Giudici… Montale… sapete cos’ha detto Montale alla moglie quando ha vinto il Nobel? Ha detto: hai visto che non sono un cretino? Pensate un po’…” “Ma no! Povera Mosca, povera Drusilla!” si intristisce Emiliana. “Ma povero Montale, chissà che rompicoglioni, la tua Mosca!” si inalbera Emiliano B. In realtà Drusilla Tanzi non c’entra per nulla, Maggiani infatti attribuisce erroneamente a Montale un’affermazione che è di Carducci: così reagì il poeta toscano raggiunto dal telegramma che gli comunicava l’assegnazione del premio. Chissà com’era, la Mosca, allora. In sua memoria Montale scrisse una lirica struggente: Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale, ma ciò non significa che lei fosse un angelo.

Qui, in questi contrasti, tra fiori nella pattumiera e poeti e megere, tra tramonti da favola e cucine immonde, è chiaro come nei lampi di splendore di questa nostra terra vada cercata una via di redenzione dalla barbarie che imperversa.

Annunci

Due storie di Monterosso

I

Per raggiungere il borgo di Monterosso, se si proviene dalla stazione ferroviaria, conviene lasciare il lungomare e arrampicarsi a sinistra per la via dei Bastioni. Quattro passi in salita schiudono una vista stupefacente, che abbraccia tutto il golfo. Quindi l’acciottolato piega a sinistra, un’impennata verso il Convento dei Cappuccini e chiesa annessa, intitolata a Francesco d’Assisi, dove è custodita una pregevole Crocifissione, un tempo attribuita a Van Dyck. Lasciata la chiesa, anziché scendere in direzione dell’abitato, si può scarpinare un altro po’ in salita fino a imbattersi nel cimitero. Decisamente trasandato, il camposanto di Monterosso al Mare: marmi spaccati dal tempo e dalle intemperie, in mezzo ai camminamenti ci sono lapidi a terra e in alcuni punti tocca camminarci sopra. L’area più elevata del cimitero è un cerchio di terra attorniato da spesse mura con merletti. Le tombe qui sono recenti, alcune non hanno ancora il marmo, cumuli di terra trafitti da croci di legno inchinate al maestrale. Stare in piedi sul muraglione dà la sensazione di volare. Ci sono posti in cui è vero che quando si muore si va lassù in cielo. Il paese lo si riguadagna camminando lungo la via del Milite Ignoto. Quando la strada finisce si olterpassano i Porteghi de Buancu, sulla sinistra, per risalire verso le piaghe, non del tutto sanate, prodotte dall’alluvione. Lì, tra i vuoti lasciati dalle pietre strappate dall’acqua, tra i cumuli di terra e gli edifici ammaccati, quattro transenne proteggono alcuni limoni carichi di frutti maturi, che sono doni preziosi, a non essere poeti laureati.

II

Chiunque, in un rovente pomeriggio di luglio, abbia percorso il sentiero che da Monterosso conduce a Vernazza, sa che la lunga scalinata iniziale è così ripida e irregolare da scoraggiare molti turisti. Emiliana avanza ginocchioni, aggrappandosi alla roccia con i polpastrelli scorticati, mugola paonazza: “…nnnn… ‘nfarto! … moooio…” Io avanzo qualche metro più sopra: la sete di chi ha mangiato un pacchetto di sale grosso a cucchiaiate, la zucca in pappa sotto il sole implacabile, vedo la Vergine sotto un’agave morente. Il cane si lancia nel gorgoglio di un rivo strozzato, ne esce, fa qualche passo, stramazza. Sento, in avvicinamento dal basso, delle voci che, in breve, assumono il volto di una coppia di turisti spagnoli. Lei sbuca per prima da una curva, cantando serena. Lui la segue da vicino e la interrompe con battute, fragorose risate esplodono a intervalli regolari. Sgambettano spediti in costume da bagno, infradito di plastica ai piedi. Nello spazio di una manciata di metri ci raggiungono e passano oltre a larghe falcate, mollandoci lì come ciclisti in fuga raggiunti all’ultimo chilometro. È in quel momento che sollevo gli occhi annebbiati, incuriosito da un odore inconfondibile, per vedere una delle cose più incredibili della mia vita: lo spagnolo stringe tra le dita della zampa destra una canna larga un pollice, dalla quale succhia generose boccate. Li rivedo a Vernazza, seduti dietro a due colossali bicchieri di birra gelata. Sono entrambi sovrappeso e nemmeno tanto giovani.

Due storie del mio week-end a Monterosso per dire due ovvietà: la prima è che conviene sempre frugare per strade inconsuete; l’altra è che se loro vincono 4 a 0, divertendosi, mentre noi, se va bene, la spuntiamo ai rigori soffrendo come disgraziati, una ragione c’è.

Non ti ricordi di Shōhei Ōoka?

Nel 1944, Shōhei Ōoka, dopo soli tre mesi di rudimentale addestramento, viene spedito dall’Esercito Imperiale Giapponese al fronte, precisamente nell’isola di Mindoro, la settima per dimensione delle Filippine. Caduto nelle mani del nemico americano, viene internato in un campo di concentramento, che lascerà per essere rimpatriato al termine del conflitto. L’esperienza della guerra e della prigionia segna Shōhei in maniera indelebile. Giornalista e traduttore prima dell’esperienza bellica, il reduce intraprende la carriera letteraria esordendo, nel 1948, con una Short Story autobiografica: FuryokiDiario di un prigioniero (si legge in italiano in Narratori giapponesi moderni a cura di Atsuko Ricca Suga, Bompiani, 1965). La riflessione sul conflitto e sulle responsabilità porta lo scrittore a individuare nell’Imperatore, sostenitore e strenuo difensore della guerra, la colpa di aver provocato la tragedia giapponese. Lo scrittore chiede così al sovrano celeste di purificarsi dalla colpa mediante il suicidio: l’iniziativa non ebbe successo e il regno di Hirohito fu il più lungo nella storia del Sol Levante. Shōhei Ōoka dà prova di grande coraggio, coerenza e radicalità di pensiero, affrontando dileggi, ostracismi e minacce, portando avanti la sua impopolare campagna nonostante mille difficoltà.

Ecco, è un bell’esempio, oggi, quello del letterato nipponico. Avere il coraggio di dare un nome alle responsabilità, avere la forza di pronunciare quel nome anche se scotta, di chiedere pubblicamente, anche a costo di sacrifici e pericoli, gesti riparatori a coloro che hanno provocato drammi e disastri.

Qualche giorno fa, un vicino di casa arringa un piccolo gruppo di uditori con questi toni: “Io, lì, a Montecitorio, ci metterei dentro una bella bomba, che muoiono tutti, tutti dal primo all’ultimo, che tanto sono tutti uguali. Guarda qui come siamo ridotti, che tagliano tutto e che ci massacrano e che loro però, il loro stipendio non lo tagliano mica…” Consenso generalizzato da parte del pubblico. Già… la Casta, i politici, gli stipendi, i privilegi, Berlusconi, le puttane, il Trota. Parassiti maledetti, che succhiano la linfa vitale di questo paese, tarpando i sogni di cittadini virtuosi e volenterosi. “Vaffanculo!” grida uno, “Io ci scrivo merde sulla scheda!” sbava l’altro.

Credo che i vicini non abbiano imparato la lezione di Shōhei Ōoka, del resto difficilmente ne hanno avuto notizia: le responsabilità vanno cercate fino in fondo, anche se costa caro, anche se fa male. E la responsabilità di questi politici, di questa mancanza di politica, di questi tecnici, di tutto lo schifo che c’è in Italia, siamo noi. Noi che abbiamo messo croci su liste infarcite di opportunisti, criminali, mafiosi, idioti. Noi che ci siamo turati il naso perché il meno peggio è comunque meglio del peggio. Che ci siamo barricati dietro posizioni velleitarie o che siamo scesi a compromessi indecenti, come se non ci fosse scelta. Che abbiamo rinunciato alla partecipazione. La responsabilità di quest’Italia malata è nostra. Noi cittadini abbiamo tutte le colpe ed è ora che ce le assumiamo per liberarcene con un gesto purificatorio. Non è necessario il suicidio, non abbiamo un conflitto mondiale sulla coscienza. Basta, a mio parere, smetterla con lo scaricabarile, con i vaffanculo, con gli attacchi scriteriati alla politica, che non sono altro che attacchi alle istituzioni democratiche del Paese. Smetterla di accodarsi a predicatori indecenti, pur di seguitare a rinunciare all’impegno. Il nostro gesto purificatorio sarà, di fronte a ogni scandalo, ruberia, inefficienza, arrossire un po’ e studiare la maniera di cambiare le cose.

Predatori

Questo racconto, che parla di ferocia animale, è dedicato, per esempio, a tutte quelle banche che, fino a pubblica denuncia, hanno intascato commissioni sui versamenti a favore dei terremotati, si sono fatte belle di promesse di finanziamenti a tasso agevolato che non hanno erogato e altro ancora.

 

Pioggia fastidiosa e intermittente. Protetto dal gazebo di un locale del centro, un piccolo gruppo di persone, tra cui Emiliano B, ascolta attento i racconti di un pescatore. Un pescatore subacqueo, non uno di quelli che se ne sta, un po’ artigiano e un po’ filosofo, sugli scogli o sulla barca coccolato dalla luna, ma uno di quelli che esplora le profondità alla ricerca delle prelibatezze più particolari. A vederlo, uno non lo direbbe che questo tipo sorridente e tranquillo ama ingaggiare furiosi corpo a corpo con le bestie più strane nei fondali del mar Ligure. Eppure è proprio così, mostra fotografie di sciabole e torpedini e orate e racconta di come affondare il coltello nel cranio di un serpentone, come prenderlo schivandone le fauci. Ha fegato, il pescatore. Racconta di colpi maestri con il fucile poi mostra, dallo schermo del telefonino, nuove incredibili immagini di mostri marini. Uccide per nutrire il suo appetito immenso e si sbafa tutto: mangiamorti e murene, ostriche e anguille. Porta a casa e cucina con semplicità, come va trattato il pesce: griglia, frittura, aglio peperoncino e vino bianco, cose così. Il pescatore, ogni tanto, fa visita a luoghi non consentiti, ma non caccia specie proibite. Parla anche della ferocia dei delfini: “Avete mai visto i delfini mangiare?” “No, che fanno?” “Eh! Non avete idea…”

Emiliano si gratta la testa e pensa alle sue battute di caccia, combattute tra gli scaffali di un ipermercato stupendo. Missioni che, a pensarci bene, hanno qualcosa in comune con la pesca del sub: ricerca di orari assurdi per evitare la ressa, animali pericolosi che si appostano sornioni tra le corsie, come murene negli anfratti delle scogliere, la speranza ogni volta di scoprire qualcosa di nuovo da buttare in padella.

Così, mentre il pescatore continua a raccontare, mentre le vicende diventano sempre più incredibili e i pesci dei fondali di qui assumono dimensioni mastodontiche, un pesce luna ha diametro due metri e lui l’ha fermato sollevando un braccio, il pugnale stretto tra i denti, Emiliano comincia a pensare all’impatto ambientale di certe pratiche. E, certo, la lama del subacqueo sarà temuta e i pesci si passeranno parola, laggiù nei fondali, sui rischi di certi incontri ravvicinati, ma la sua pesca è piuttosto onesta, l’animale può fuggire, può morsicare. Inoltre, per quanto feroce, un uomo con la fiocina è pur sempre un puntolino nell’immensità del mare. Le scatolette di tonno, invece, non sfuggono dalle grinfie del professore, così come le galline non possono sottrarre il collo alle sue mani grinzose, scampando un destino di brodo e ripieno. La sua fame immensa non si ferma di fronte alla colonna di maiali in marcia verso i prosciuttifici di Langhirano, il suo cuore non sussulta di fronte al coniglietto in vaschetta che, a metterci il pelo, somiglia al suo cane. Emiliano fa male all’ambiente più del pescatore, non c’è che dire.

Quindi, tra differenti tipi di predatori, spesso i più feroci non sono quelli che mostrano denti affilati, ma quelli che, alla sera, infilano i piedi nelle pantofole e sciabattano stanchi dal divano al bagno e di lì alla camera da letto.

I prodigi della robotica

Il muso del tizio di là dal vetro è quello di un formichiere. Pigia sulla tastiera con un indice grassoccio per digitare il nome della località che ho appena pronunciato, poi, con gli occhi stretti a fessura, scruta lo schermo e mi legge l’elenco delle soluzioni di viaggio, il tono che dice: ”Ma proprio in treno ci devi andare?” Scelgo il treno, un regionale, e mi preparo alla bufera che seguirà la mia ulteriore richiesta. Mi schiarisco la voce, sorrido, quindi azzardo: ”Ecco, ci sarebbe anche il cane… come posso fare?” Afferra il cellulare, ruota di tre quarti sul sedile, parla concitato e gesticola. “Ha chiamato a casa,” penso “per raccontare dell’incredibile rottura di palle rappresentata dal sottoscritto.” Pochi istanti e si rivolta, mi schiaffa due tagliandi sotto il naso e bofonchia una cifra incomprensibile. Grazie al cielo un display mi viene in soccorso informandomi della spesa e mi risparmia dal chiedere al bigliettaio di ripetere. Mollo i soldi giusti e scappo.

Mi sono rivolto allo sportello a causa di un guasto alla biglietteria automatica, altrimenti non avrei avuto dubbi, non sono mica matto: la macchinetta è più rapida e alla fine della transazione mi augura: “Buon viaggio”. Inoltre sono sicuro che, anche se non sono ancora in grado di coglierlo, la macchina mi sorrida con cortesia.

Mi sento in colpa, un poco, per questo mio feeling con l’automatico, con i posti di lavoro che se ne vanno e molte figure tradizionali che scompaiono a causa della tecnologia: bigliettai, casellanti, benzinai… a cosa serve un benzinaio? In fondo il processo è inarrestabile. Mi sento in colpa e mi chiedo: “Per quali mestieri varrà, questo discorso?” Proprio ieri, passando di qui, mi sono imbattuto in un articolo del Sole 24 ore: Il tablet? Meglio di una maestra. Il titolo, per la verità è fuorviante, messo lì per fare un briciolo di sensazionalismo e per offendere una categoria, moda particolarmente in voga di questi tempi. L’articolo infatti espone i risultati di una ricerca e illustra brevemente un paio di apps didattiche, ma davvero non spiega perché sarebbe preferibile affidare il proprio figlio alle cure di un computer, anziché a quelle di un’insegnante in carne e ossa. Anche perché trovare gli argomenti per sostenere una tale idiozia non mi pare impresa da poco.

Una scuola con insegnanti meccanici è stata immaginata da P. Dick in Noi Marziani. Su Marte, robot antropomorfi, che indossano nomi pesanti, come Isaac Newton e Mark Twain, intrattengono gli allievi con appassionanti escursioni nei territori delle varie discipline. Sono programmati alla perfezione: prevengono le domande, governano i cali d’attenzione, stimolano le giovani menti all’osservazione del mondo da prospettive particolari. La scuola marziana di Dick, però, ha un difetto: i disabili non la possono frequentare, vengono allontanati, quindi rinchiusi in centri specializzati. Una scuola che esclude non è una scuola, quindi la scuola non può essere robotizzata nemmeno per Dick.

Tornando, per chiudere, alla sostituzione di lavoratori con macchine, va segnalato come la sperimentazione in questo campo, nonostante le difficoltà, sia sempre più audace. Il tablet insegnante è una fesseria, è vero, ma abbiamo vecchi mangiacassette riciclati come giornalisti in numero così abbondante da inzuppare le redazioni di tutte le principali testate del paese.

Restless (recensione)

Restless, pellicola del 2011 diretta da Gus Van Sant, racconta con delicatezza e romanticismo una storia d’amore adolescenziale: la vicenda di Annabel, malata terminale di cancro, e di Enoch, orfano di entrambi i genitori a causa di un incidente d’auto. Alla ragazza, quando i due giovani si incontrano, restano solamente tre mesi di vita, ma grazie all’amore “tre mesi sono un sacco di tempo”: non solo il tempo necessario a preparasi alla morte facendo ‘esercizi’ un po’ comici e un po’ strazianti, come frequentare funerali o recitare la scena del proprio decesso, ma anche il tempo per cercare una ragione dell’esistere nell’opera di Darwin, festeggiare Halloween, imparare il francese o diventare maestri di Xilofono. L’innamoramento tuttavia, insieme alla deformazione del tempo, porta anche la consapevolezza della fine, perché ogni amore ha un termine, trascorre, è destinato a divenire ricordo, una serie di immagini struggenti come le sequenze che si insinuano nella mente di Enoch mentre si appresta a pronunciare il suo discorso al funerale della fidanzata.

La consapevolezza della caducità dei nostri affetti porta una disperata inquietudine: il giovane straziato prende a martellate la lapide dei genitori, insulta il medico di Annabel, offende la zia che lo accudisce. Ma anche l’inquietudine più cupa può essere superata, come capirà Enoch, utilizzando al meglio il tempo, l’amore, facendo le cose che vanno fatte, in una parola vivendo. La pellicola traccia quindi una traiettoria che va dall’amore alla consapevolezza della morte, all’accettazione della fine, per tornare alla vita, a un amore questa volta maturo.

Il fantasma di un kamikaze giapponese accompagna, come un grillo parlante, il giovane protagonista nel suo percorso di formazione e nel momento più intenso del film lo invita a non andarsene in silenzio, come aveva invece fatto lui rinunciando a consegnare la lettera d’addio all’amata. Il rifiuto del silenzio diventa necessario per l’accettazione serena della morte che altro non è che il solo inno alla vita possibile.

La materia è affrontata dal cineasta americano con straordinaria leggerezza: dialoghi brillanti, il contrappunto comico costituito dalle discussioni e dai giochi con il fantasma, la delicatezza della fotografia, i costumi dal sapore vintage. Impareggiabile, come sempre, Gus Van Sant per la capacità di analisi e di messa in scena del mondo degli adolescenti.

Una chicca, nella prima parte del film, la riflessione critica sulla tragedia di Nagasaki, condensata in una battuta e pochi fotogrammi d’epoca: dolore per le vittime e assenza di solidarietà nei confronti dei carnefici.

 

P.S. La traduzione italiana del titolo, L’amore che resta, non ha nulla a che vedere con l’originale Restless, che andrebbe tradotto con Inquieto o qualcosa del genere. Credo che tale distorsione sia mirata a vendere il film come una di quelle storie di corna e quarantenni in crisi tanto care al cinema nostrano. Immagino con piacere il trauma di chi cade nell’imbroglio e, anziché una dissertazione su quale sia l’età in cui un uomo non resiste più alle cosce della segretaria, si trova ad affrontare una riflessione sulla morte.

Bar tabacchi

Quell’uguale belato era fraterno

al mio dolore. Ed io risposi, prima

per celia, poi perché il dolore è eterno,

ha una voce e non varia.

Umberto Saba, La capra

In questo bar tabacchi, incastrato in un quartiere gettato lì, senza pretese, alla periferia della Spezia, mi ci sono ficcato alla ricerca di aria condizionata. Spinta la porta mi sono subito accorto di aver commesso un errore, lo spazio è angusto, il caldo soffoca, nel fumo di sigaretta qualche molecola d’ossigeno ancora nuota, ma se la passa male. “Ne approfitterò per ricaricare il telefono”, penso estraendo una banconota da dieci e accodandomi di fronte all’apparecchio Lottomatica.

Nel locale, oltre a me, ci sono cinque persone e tutte danno l’impressione di abitare lì: la donna di mezza età, a quanto pare la barista, deve dormire in piedi tra le scope dello sgabuzzino lercio, che si intravede dietro il banco; il tipo che siede alla macchina del lotto difficilmente si muove dal sedile, forse a Natale per il cenone in famiglia, ma non ci giurerei, ora esplora con un dito il portacicche stracolmo che ha davanti, vicino a un Old Fashioned pieno per un terzo di un liquore paglierino; due giocatori in canottiera allungano al ceffo delle schedine, a mazzetti, sono rasati, tatuati, orecchinati, campano a Beck’s e noccioline, pompano i bicipiti sollevando casse d’acqua e, la notte, si allungano sui tavolacci di legno della saletta; l’anziano, che a essere puntigliosi non si può considerare proprio dentro il locale, fissa da giorni la barista attraverso una finestra sgangherata che dà sul marciapiede, la pelle macchiata dal sole del viso è carta da pacchi accartocciata attorno agli occhi azzurri.

Fiducioso comincio a sventolare la mia banconota, ma implacabile un tatuato ficca in mano al tabaccaio un altro pacco di schede, Superenalotto c’è scritto sopra: “Guardami un po’ anche queste, sono del tre!”. Quello comincia a inserirle metodico, mentre la sigaretta gli si consuma infilata tra labbra sottili e denti scassati, la fessura della macchinetta mangia e sputa foglietti arancio con un fruscio e uno scatto. Il giocatore non guarda, punta la zucca al granito nero del banco; l’amico invece adocchia lo schermo sporgendosi in avanti. Le giocate scivolano via, veloci, a due euro e mezzo ciascuna, almeno, questa è la cifra che riesco a sbirciare. Dopo una buona dozzina di tentativi, il tipo che guarda infila una gragnola di bestemmie e richiama l’attenzione del compagno a cazzotti nella schiena. Quello si scuote e si allunga in avanti, l’altro oramai è trionfante, urla: “1500 euro!” e giù bestemmie. Si abbracciano, ruvidi, si prendono a pacche. Il vincitore butta la testa indietro e lancia un grido di gioia, mezzo acuto, tagliente e lungo, faticoso, che si spezza di colpo insieme al fiato. “Noi non li paghiamo mica, questi, devi telefonare qui!” la barista cerca di allungargli un foglietto e di farsi capire. Lui concede il bis di quella specie di raglio.

Uomini di pena, ci basta un’illusione per seguitare a galleggiare tranquillamente disperati. L’Italia potrà pure salvarsi, ma noi italiani bruceremo all’inferno, perché è dannato quel popolo che ha bisogno di lotterie. Butto indietro la testa e rispondo, ragliando come meglio riesco, al grido del tipo. Nel locale adesso tutti tacciono, mi guardano come si guarda un pazzo.

“Arrivederci!” accenno un inchino e prendo la porta.

I gatti di Vernazza (numero 2)

Se rinunci ad arrampicarti a monte della stazione ferroviaria, ti puoi illudere che le cose, a Vernazza, siano tornate alla normalità. Tre bimbe hanno allestito un mercatino di conchiglie su un tavolaccio giù in piazza e invitano i clienti con un megafono giocattolo. Buona parte degli esercizi commerciali hanno, in qualche modo, riaperto i battenti. I cantieri ancora aperti paiono essere a buon punto. Ombrelloni colorati di varie dimensioni, ammucchiati e sovrapposti, riparano i tavolini dei bar e qualche americano vacanziero assetato di tè freddo. Il cameriere marocchino distilla saggezza a buon mercato, il suo perché dell’alluvione: “La natura è arrabbiata con noi. Può darsi che quando saremo perfetti le cose cambieranno!” Ti viene voglia di spiegargli un paio di cose, Leopardi, ma lasci perdere, forse ha ragione.

Osservata dal mare, poi, Vernazza è ancora una cartolina, una vista messa lì per scaldare il cuore a lungo, nonostante qualche muro ancora chiazzato dal fango, l’acqua un po’ limacciosa che chissà cosa c’è finito dentro. Da uno scoglio scorgi una piccola medusa che a guardar meglio si rivela essere un preservativo usato: “Non mi avrai mai, in ogni caso, che tu sia celenterato o gondone!”

Il Castello Doria resta ancora chiuso, ma il cartello con sopra scritto che il pagamento è a parte, non incluso nella Cinque Terre card, è bene in mostra: si chiama formazione permanente del turista. L’ultima volta che ci sono salito ci ho accompagnato un gruppo di diciottenni smidollati, totalmente impermeabili al panorama mozzafiato che da lassù si gode. Me la rinfacciano ancora quella scalinata, insieme alle camminate e agli Ossi di seppia: “Ma è sicuro che esce quest’anno? Sennò che cosa la leggiamo a fare, ‘sta roba?” “Tranquilli, è l’anno di Montale!” Infatti è uscito Svevo.

Risalendo a monte, oltrepassati i binari del treno, l’illusione finisce. Le case sono quasi tutte chiuse, i cantieri in alto mare. L’ufficio postale è ancora un furgone Iveco con la tendina attaccata da un lato, a coprire un tavolino da campeggio sopra il quale puoi vedere pensionati curvi a riempire bollettini. Ma sarà l’estate, il sole che brucia perché non è filtrato dallo smog come in pianura, sembra che Vernazza ce la possa fare.

Il tramonto, un piattino con le acciughe salate, che ti auguri d’allevamento o pescate in un mare diverso da quello in cui nuota il profilattico, un bicchiere di vino bianco. Di punto in bianco, nella piazza di Vernazza, si sparge la voce della morte di Andreotti, messa in giro da chissà chi. Poi, per bocca di una barista bionda, arriva la smentita e le prevedibili battute si sprecano. Quando ti sembra che qualcosa manchi, un micio bianco e nocciola fa capolino dalla porta sul retro di un ristorante.

I gatti di Vernazza (numero uno) è qui.

Il fascino indiscreto della sconfitta

« Le troiane Porte Scee e la porta di Mayer si confondono nel cervello di tutti. »

(Gianni Brera, Storia critica del calcio italiano])

“Perché non tornare a quel 3-5-2 della partita d’esordio, in cui la Nazionale aveva contenuto con efficacia le Furie Rosse?” Chiede un giornalista dagli occhialetti tondi e l’alito pesante.

“Perché far scendere in campo giocatori con le pile scariche, buoni solo a infortunarsi dopo una manciata di minuti, anziché gettare nella mischia forze fresche?” Salta su un critico avvizzito in completo di lino azzurro stazzonato.

La risposta dell’allenatore è pronta, infatti lo sa che avrebbe fatto meglio a cambiare, mica è scemo: “Sarebbe stata una mancanza di rispetto nei confronti di chi ci ha portato sino a qui.”

C’è qualcosa, nel calcio, che va oltre il mero calcolo e che lo rende uno sport, quasi, unico. Non lo saprei ben definire, potrei chiamarlo passione, nel senso di sentimento. Qualcosa che fa a pugni con certe logiche “aziendaliste”, con il buon senso, qualcosa che ha più a che fare con il coraggio. Del resto, una vittoria costruita sulla razionalità e la misura, non può, sotto il profilo narrativo, nemmeno essere paragonata al successo di un gruppo gettato allo sbaraglio contro una macchina perfetta. Il mister, che benché da sempre aziendalista, è grande uomo di calcio, lo sa bene. E così dentro il terzino zoppo, il centrocampista rotto, il mediano sgonfio e, soprattutto, gli attaccanti matti. Una scelta di cuore: o si vince con questi, per chissà quale miracolo, o non se ne fa nulla. Si perde, come nel 1970, nella finale contro i Carioca dopo il trionfo della “partita del secolo”.

È andata così: quattro ceffoni e la certezza di non avere chances dopo pochi soli istanti di gioco. E se, in un primo momento, la doccia fredda mi ha tolto le parole, ora posso dire che è stato stupendo, perdere così smisuratamente, come raramente si vede in una finale, partita tattica per eccellenza. E ancor più bello è sapere che il Commissario Tecnico ha scelto, consapevolmente, l’azzardo, l’estetica, ciò che dona a certi eventi sportivi una forza mitopoietica unica, contro ben più solide ragioni di tattica. Anche perché la Spagna era comunque troppo forte, solo una pazzia la poteva sconfiggere.

E visto che, complice il torneo polacco-ucraino, le metafore calcistiche in politica hanno spopolato, ecco l’auspicio di Emiliano B per i tempi a venire, una bella pazzia che dia una scossa a questo paese vecchio: il rilancio degli investimenti nell’istruzione in tempi di spending-review, con un piano straordinario volto soprattutto al contrasto dell’abbandono scolastico, in un paese dove il 36% dei giovani tra i 15 e i 24 anni è disoccupato. Un rilancio che preveda importanti spese per l’integrazione delle diversabilità, un sostegno deciso alla ricerca, il finanziamento delle borse di studio a quei due terzi degli studenti universitari idonei che non percepiscono ciò che gli spetta. E tutto il resto, ce n’è a bizzeffe, che a molti, in tempi di controllo dello spread sembra follia. Non si può perdere per sempre. E comunque, ripeto, anche la sconfitta ha un suo fascino, che non è per tutti ed è smodato, scomposto, ma è irresistibile.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: