Tag Archive | 25 aprile

La dittatura del cliente modello

lines_seta_ultra_notte_ali_10_pz_01Un progetto vorrebbe mettere al braccio dei lavoratori di Obi, catena di negozi di bricolage, un braccialetto vibrante che si attiva su richiesta di clienti bisognosi di aiuto.

Ecco, appena la introducono, quella faccenda lì del braccialetto, io ci vado di corsa alla OBI. Altro che Brico, Bricoman e altri negozi di dilettanti. Questa sì che l’è soddisfazione del cliente, è curare il cliente, è dare ragione al cliente, perché il cliente l’è il cliente, c’ha sempre ragione il cliente. Non trovi qualcosa? Ti sbatte cercarlo? Hai bisogno di un consiglio su tasselli, scaffali, scatole o latte di pittura? Non hai niente da fare e ti tira di confrontare diversi modelli di trapano a percussione? Non ti devi più allungare con il collo a guardare se vedi il commesso, no. Non devi più sgolarti a chiamarlo, sbracciarti, dirgli mi scusi o per favore e tutte le smancerie varie; che poi chi si credono di essere ‘sti commessi dei supermercati che non arrivano mai? Idraulici? So mica io. Schiacci un bottone e il braccialetto del tipo, del dipendente, dico, quello che è pagato per servirti, attacca a vibrare, così lui sgambetta da te. E vedi come corre, anche perché fino a che il tipo non arriva da te il braccialetto non pianta lì di vibrare. Così se si attarda, che magari fa finta che è stanco, bzzzzbzzzz… l’affare gli dà un fastidio cane e lui si sveglia fuori. Oh, è pagato o no? C’ha anche un discreto culo ad averci un lavoro, con la crisi che c’è e tutti ‘sti terroristi che arrivano con i barconi a rubarci le donne e a decapitare il lavoro.

No, insomma, sono cliente, qua. Sono io che comando. Dovrebbe funzionare così dappertutto, dovrebbe. Anche all’Esselunga dovrebbero metterlo, così quando sono lì davanti allo scaffale che non riesco a capire quali sono i lines seta ali ultra plus notte violetto gel alla melissa della mia morosa, tac! Schiaccio e arriva il tipo, non devo neanche salutarlo, che il coso che vibra è già come dirci, al tipo dell’Esselunga: oh, te, ciao! E così ce lo chiedo a lui, con comodo, dove stanno i lines soft maxi petalo blu acqua marina liberty dell’Adalgisa. L’Adalgisa è la mia morosa.

Anche perché poi, non sembra mica, ma è un bel modo anche per premiare quelli che fanno andare le mani e per punire quelli che non c’han voglia di lavorare, quello lì del braccialetto vibrante. Perché fai che uno è bravo, no? Che lo chiami per chiederci se nella mozzarella ci sono le uova che hai l’allergia e lui arriva di corsa. Dopo un po’ ci vuole un premio, giusto? Allora metti che il braccialetto invece che vibrare per tutto il tempo che lui arriva, vibra magari solo un minuto, così dà meno fastidio. Se uno, invece, è un lazzarone, di quelli che non arrivano mai, allora al posto della vibrazione ci metti una piccola scarica elettrica, ma piccolina, che fa mica male a nessuno, così vedi che si sbriga a fare quello che deve fare. Così poi lavorano tutti di più. E il cliente alla fine della fiera va via bello contento.

Ecco, da adesso io vado solo in posti dove mettono i braccialetti elettrici ai dipendenti. Del resto noi consumatori, con i nostri comportamenti, abbiamo il potere di condizionare le politiche aziendali. Questo ce lo aveva detto anche il profe di italiano alle superiori, Emiliano B, anche se era uno di sinistra. Allora, ecco, se tutti fanno come me, se sono un po’ furbi, scommetto che tempo due o tre anni lo mettono in tutti i grandi magazzini, un coso che vibra ai dipendenti.

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Il partigiano

ImmagineDice che ormai pare che tutto sia stato inutile, ora che il rosso di tutto quel sangue, con il tempo, si è stinto in un rosa sciapo per meglio scivolare via dalla memoria. Dice che certe ideologie sono ritornate e che lo vede bene attraverso i suoi occhi trasparenti, anche se è vecchio, dice, e magari non tutti i neuroni funzionano più come dovrebbero. E se gli obietti che a te non pare che le cose vadano così male, che forse quelle ideologie sono trascorse, andate, lui scuote cocciuto la testa e ti spiega che non devi fare confusione. Con la caparbietà, la pazienza dell’anziano ti fa capire che è proprio il non credere in un cazzo di niente che stia oltre il tuo ombelico, il fascismo. È il pensare solo al proprio pancione grasso, alla fine della fiera, il fascismo, l’ordine. Non ti guardi intorno, professore? Non vedi quanti sono, per esempio, quelli che dicono di lasciare al mare gli immigrati, di farli crepare perdio, per non sprecare soldi? E non sono mica solo i leghisti. E poi ci sono quelli che magari una cosa del genere mica la dicono a voce alta, ma lo stesso la pensano. Sperano che la gente crepi in mare piuttosto che sbarcare sul sacro patrio suolo. È uccidere per egoismo, il fascismo. È accoppare chi ti chiede un tozzo di pane per paura di rinunciare al pollo della domenica: è questo, in parole povere, l’ordine, il fascismo. E trionfa, professore, anche se, come tu mi rassicuri, domani sfileremo in tanti – un po’ meno ogni anno, ma pur sempre tanti – con le nostre bandiere, le insegne e gli striscioni. E trionfa, ripete il Partigiano. Quando vado nelle scuole, dice, ai ragazzi racconto l’eccidio del Colle del Lys, 2 luglio 1944, nella versione che ne diede Guido Cabri “Guido” (Brione, Brescia, 1926-2012, meccanico), in una lettera raccolta in Io sono l’ultimo, Einaudi 2012. Ventisei ragazzi cremonesi trucidati. Tredici sono stati uccisi con il calcio del fucile e gettati in un burrone. Ai cadaveri il cuore è stato strappato e sostituito con la camicia rossa. Ai cadaveri di quei poveri ragazzi di Cremona sono stati amputati i testicoli. E, ogni volta, quando la racconto, gli studenti mi dicono che è una roba tremenda, una storia atroce, che non si può credere all’esistenza di gente tanto feroce. Dice che i giovani di solito sono increduli, insomma, di fronte a tutta quella violenza. Anche se sono abituati alla televisione, a certi film, ai videogiochi. Dice che allora lui incalza e che spiega agli studenti che sono bestie, quelli lì. Gli fa capire che quello che si può arrivare a fare se non si crede in nulla o se si crede nell’ordine, che in pratica è la stessa cosa e che poi è essere fascisti, è inimmaginabile.

Liberazione: tre incipit e il porco lasciato a Maggese

I

25 aprile e, visto che i regali non vanno sprecati, mi sono deciso a cuocere il porco così. Ho fatto tutto per bene: scottato la carne, mia e del maiale, dopo averla salata e pepata; soffritto la pancetta; aggiunto maiale, uvetta e cipolla e poi, lo ammetto, ho recitato una preghiera versando in pentola due barattoli di Coca Cola. Ora il porco è a Maggese, sornione sobbolle e profuma la casa. Un long playing dei Weather Report gira sul piatto nella stanza di là.

II

ImageEmilio Salgàri si è ammazzato, il 25 di aprile, 101 anni fa. Salutò gli editori che si erano arricchiti sulla sua miseria spezzando la penna e apprendosi la pancia con una lama affilata. Ricordo, avevo nove anni, il mio primo libro: un vero romanzo, portato in dono da Santa Lucia insieme a qualche etto di carbone di zucchero. Comincia così:

La notte del 20 dicembre 1849 un uragano violentissimo imperversava sopra Mompracem, isola selvaggia, di fama sinistra, covo di formidabili pirati, situata nel mare della Malesia, a poche centinaia di miglia dalle coste occidentali del Borneo.
Pel cielo, spinte da un vento irresistibile, correvano come cavalli sbrigliati, e mescolandosi confusamente, nere masse di vapori, le quali, di quando in quando, lasciavano cadere sulle cupe foreste dell’isola furiosi acquazzoni; sul mare, pure sollevato dal vento, s’urtavano disordinatamente e s’infrangevano furiosamente enormi ondate, confondendo i loro muggiti cogli scoppi ora brevi e secchi ed ora interminabili delle folgori.

Quell’incipit fu per me un fulmine nel cielo sereno dell’infanzia. Pensai qualcosa come: “Davvero si possono scrivere cose così?” e mi tuffai nel turbine di un mondo dove tutto, ha scritto Michele Mari, è iperbolico: la guerra, l’amore, la natura, la ricchezza e il degrado, l’odio per gli inglesi e per il colonialismo.

Ne sono seguiti altri di incipit per me “fulminanti”, di autori con i quali Salgàri, forzato della scrittura, non può reggere il confronto. Eccone due:

Io ero, quell’inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna dica ch’erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un’ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi, e io avevo le scarpe rotte, l’acqua che mi entrava nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete.

Parla la tua lingua, l’americano, e c’è una luce nel suo sguardo che è una mezza speranza. È un giorno di scuola, naturalmente, ma lui non c’è proprio, in classe. Preferisce star qui, invece, all’ombra di questa specie di vecchia carcassa arrugginita, e non si può dargli torto – questa metropoli di acciaio, cemento e vernice scrostata, di erba tosata ed enormi pacchetti di Chesterfield di sghimbescio sui tabelloni segnapunti, con un paio di sigarette che sbucano da ciascuno. Sono i desideri su vasta scala a fare la storia. Lui è solo un ragazzo con una passione precisa, ma fa parte di una folla che si sta radunando, anonime migliaia scese da autobus e treni, gente che in strette colonne attraversa marciando il ponte girevole sul fiume, e sebbene non siano una migrazione o una rivoluzione, un vasto scossone dell’anima, si portano dietro il calore pulsante della grande città e i loro piccoli sogni e delusioni, quell’invisibile nonsoché che incombe sul giorno – uomini in cappello di feltro e marinai in franchigia, il ruzzolio distratto dei loro pensieri, mentre vanno alla partita.

III

Adesso è ora di pensare al contorno, patate al forno con la scorza e il sale grosso. E al pomeriggio per le strade di Parma che, fa male ammetterlo, il giorno della Liberazione è bella da morire. Come tutta l’Italia, ma forse un po’ di più.

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