Archive | dicembre 2012

La Principessa Volubile

Stato_della_chiesa_1630

Giungevano dai più remoti luoghi della Repubblica Stivaliana i pretendenti alla mano della Principessa di Citavano, la Vegliarda Volubile: dalla meridionale regione del Tacco sino alle fredde terre pianeggianti del Laccio, gli aspiranti consorti si mettevano in marcia lungo le strade polverose di quello strano paese. Alcuni di questi potenziali mariti erano giovani e spavaldi, ma molti di più erano gli attempati e riflessivi. Tutti, però, recavano doni ricercati e onerosi, i più adatti, stando a quanto si vociferava, a sedurre la capricciosa erede al trono di Citavano.

Il motivo di tanta sollecitudine nei confronti della Principessa Volubile, al giorno d’oggi, potrebbero sembrare oscuri. Si trattava, innanzitutto, di una donna del tutto priva di avvenenza fisica, così magra e anchilosata da una vita trascorsa all’ombra dei barocchi palazzi nei quali risiedeva. Il volto, inoltre, era emaciato, con quelle occhiaie scavate e i denti chiazzati dal tempo e bucati dall’abitudine di succhiare mentine zuccherate. Ma ciononostante la Principessa seguitava ad esercitare, presso i notabili di Stivalia, un’attrazione fatale. Talmente irresistibile, quest’attrazione, da spingere i corteggiatori a soprassedere non solo alle intemperanze caratteriali della donna, Volubile, per così dire, di nome e di fatto, ma anche alle dicerie che la circondavano, rinforzate dal fatto che fosse giunta all’ennesimo matrimonio dopo aver seppellito fior di mariti, da ultimo uno yuppie della zona nord di Stivalia, precisamente della regione che il più grande romanziere del paese, oggi purtroppo dimenticato, chiamava Maradagal. Il successo della Principessa tra i maschietti più in vista di Stivalia si spiega, probabilmente, con il fatto che il matrimonio con lei garantisse, per un lasso di tempo variabile, grandi poteri e privilegi e la quasi certezza di raggiungere il Governo della Repubblica.

Ma anche se erano disposti a qualsivoglia vergogna, a incredibili concessioni, a rinnegare le proprie amicizie, a dimenticare persino la propria cultura, i pretendenti alla mano della regina andavano inevitabilmente incontro a impietose umiliazioni. Il copione, infatti, era sempre lo stesso: il Re di Citavano metteva in palio la mano della figliola, quindi bandiva una sorta di Torneo, che spingeva Cavalieri e Segretari e Presidenti a combattersi sfoggiando colpi proibiti e mosse indecorose. Terminata la tenzone, annunciava, tramite il Bollettino ufficiale, il nome del fortunatissimo prescelto, che non veniva certo selezionato in virtù di quanto dimostrato nelle giostre, ma in base a ben più solidi e utilitaristici criteri.

Durante uno degli ultimi tornei, i pretendenti avevano scelto la strada dell’adulazione. C’era stato chi si era sperticato in lodi di un importante uomo del Sovrano, recentemente scomparso e chi, addirittura, era arrivato a indicare in un predecessore dell’attuale Re il proprio punto di riferimento ideale. Entrambi, per tutta risposta, avevano ricevuto una sonora pernacchia. Infatti il designato non era mai chi dichiarava la propria fedeltà a forti parole. Doveva invece essere, lo sposo destinato della Principessa Volubile, un uomo di sostanza, che avesse dimostrato di saper garantire privilegi ben precisi e che quindi apparisse, al circostanziato giudizio del Re, molto più credibile degli altri nel momento in cui annunciava di voler portare altra acqua all’infaticabile mulino del Citavano. E così era stato anche in quell’occasione: il consorte sarebbe stato un uomo affidabile, sobrio e misurato. La notizia uscì sul Bollettino e l’indomani venne benedetta, è il caso di dirlo, da tutti i membri più in vista della Corte.

Gli appassionati aspiranti esclusi restavano, come si suol dire, a bocca asciutta. Ma erano pronti, nonostante tutto, a partecipare al torneo successivo, che si sarebbe tenuto quando la Principessa sarebbe rimasta di nuovo vedova.

Annunci

Il mondo alla fine del mondo

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Insegui la luce dei proiettori sulla strada alta che, in rilievo come una cicatrice, taglia la pelle traslucida di questa pianura e ti trovi, all’improvviso, appena oltre la frazione di San Quirico, affogato in quella nebbia che sembra un lago di latte. Lì, quando intorno a te non c’è più nulla, non cascine, né capannoni, ipermercati o pompe di benzina, puoi farti un’idea di che cosa sia una fine del mondo. Una specie di abitacolo, caldo, dove stai solo nel nulla, con il cane che sonnecchia sul sedile a destra e la voce di Eddie Vedder un po’ distorta dagli altoparlanti: She lies and says she’s in love with him, can’t find a better man… Non so come i Maya, laggiù nello Yucatàn, o in Chiapas, l’avessero immaginata, la catastrofe finale, o la fine di un’era, o il termine del mondo conosciuto, o quello che è: terremoti, tifoni, esplosioni e tsunami potentissimi. Ma certo non l’avevano pensata così, dolce e avvolgente, altrimenti mica avrebbero terrorizzato inutilmente i posteri. Già, perché qui, tutto sommato, non si sta male: non ci sono, prima di tutto, le cose con cui ti misuri tutti i giorni. Ragazzi con lo sguardo strafottente, ma smarrito; famiglie schiacciate dalla violenza della provincia; giovani talenti che nessuno mai valorizzerà; creature con malattie assurde, che sorridono mentre tu, guardandoli, butti giù il dolore a cucchiaiate: non c’è tutto questo nel mondo alla fine del mondo.

She dreams in color, she dreams in red, can’t find a better man...

E non ci sono nemmeno cose più stupide, come le bollette del telefono, i registri da riempire, le constatazioni amichevoli, le lavatrici da stendere. E ancora: venditori porta a porta di aspirapolvere, connessioni adsl o aldilà per tutti i gusti da allontanare, per tornarsene a correggere ortografie irregolari, quotidianamente, senza speranza.

She feeds him, yeah… that’s why she’ll be back again.

Qui, dove il mondo non c’è più, tra Parma e Mantova, o Cremona, a ridosso del fiume, anche la striscia di asfalto gelato è invisibile, così come i cartelli con le indicazioni stradali, nonostante vengano montati più bassi che altrove, nella speranza vana che i fanali arrivino a illuminarli. Qui, anche lo squallore di un Parlamento nel caos o di un consiglio regionale che gozzoviglia, sono piuttosto sbiaditi. Niente leaders vergognosi a contendersi i teleschermi o amministratori delegati a fare promesse che non manterranno. Zero sbruffoni, niente imbonitori, venditori di fumo o salvatori della Patria con la ricetta giusta, ma usa e getta, sempre in tasca.

Can’t find a better man…

Infine, il clima, con tutta questa umidità, è quello giusto per far maturare salumi incredibili. Il culatello di Zibello, per esempio, stando a quanto affermano i produttori, deve la propria delicatezza proprio alle nebbie spesse della zona.

Niente male qui, tutto sommato, sempre che non siate vegetariani.

Buona fine del mondo.

 

Un altro emendamento ovvero non sparare sugli autistici

aaaaaagiornale autismoLa scuola è il regno del: “Si è sempre fatto così”, della consuetudine difficilmente messa alla prova. La persistenza di pratiche educative e didattiche totalmente inadeguate, del resto, parla chiaro. Non che non vi siano giustificazioni valide a questa situazione, dai tagli lineari, quindi indiscriminati, alla spesa per l’istruzione, alla mancanza di una volontà politica veramente riformatrice. Si sperimenta, certo, si tenta di cambiare, spesso come singoli o come gruppi, più che come istituzione, ma si finisce anche, molte volte, ad affidarsi per forza di cose, mancanza di tempo, classi infernali, strutture e strumenti insufficienti, alla comodità della prassi consolidata, a fare come si è sempre fatto, come fa il collega più anziano e stimato o, addirittura, come faceva un tempo il proprio insegnante.

Forse proprio perché sguazzo quotidianamente in questo regno dell’abitudine, della reiterazione un po’ stanca ma davvero a volte inevitabile, in un primo momento non ho dato peso, leggendo su vari quotidiani on-line le analisi relative al massacro di Newtown, all’accento che larghissima parte della stampa, italiana ed estera, ha posto su una presunta patologia, dalla quale l’autore della strage sarebbe affetto. La malattia di Lanza viene variabilmente definita: disturbo della personalità, autismo, sindrome di Asperger, ritardo mentale, disordine della personalità, ecc., come a dire, insomma, che si parla di uno che non ha tutte le rotelle a posto.

Presumo che fretta e abitudine, cattive consigliere con le quali, tuttavia, i redattori delle testate on-line, come noi insegnanti, non possono che fare i conti, abbiano provocato la ridicola e superata associazione tra malattia, o malattia mentale, e violenza. Il matto che dà fuori e ammazza tutti, perché se uno è matto è imprevedibile, è spiegazione comoda ma inadeguata, semplicemente perché priva di qualsivoglia evidenza scientifica a sostegno. Da un lato, la scelta di cercare la motivazione di una mostruosità inspiegabile in una patologia misteriosa come l’autismo è “di facile impiego”, per commentatori che devono dare in fretta risposte a un pubblico bisognoso di certezze. In questo senso potrebbe essere comprensibile, se non proprio giustificabile, l’uso, da parte di moltissimi giornalisti, dell’equazione autistico-killer. D’altro canto però è innegabile che l’associazione tra autismo, visto come malattia del silenzio e dell’incomunicabilità, e violenza cieca e incomprensibile sia vile, perché l’accanimento contro la sofferenza è semplicemente inaccettabile e non c’è fretta, non c’è esigenza redazionale, non c’è abitudine, né svista che tenga. E dire che la condizione dell’autistico abbia a che fare con lo sparare non è soltanto vile, ma è anche subdolo, perché in qualche modo assolutorio nei confronti di una società fondata sulle armi, che non accetta di essere messa in discussione. Per queste ragioni non è ammissibile l’operato di chi, in numerosi titoli, ha associato malattia e violenza e bene hanno fatto le numerose associazioni che sono insorte contro questa equazione.

Se coloro che hanno adombrato la possibilità che alla base degli eventi del Connecticut ci fosse la malattia, si fossero spesi meglio nella ricerca di condizioni ricorrenti in eventi analoghi, avrebbero trovato risposte diverse. Vittorio Zucconi, per esempio, fa ben notare, in un articolo su repubblica.it, come siano sempre uomini, questi assassini. Si potrebbe aggiungere che, spesso, sono anche giovani e bianchi e, certo, che tutti hanno troppa facilità a ritrovarsi tra le mani armi leggere, armi cioè che come affermava Kofi Annan nel 2006: “dal punto di vista della carneficina che provocano, di fatto, potrebbero essere descritte come armi di distruzione di massa”.

Storie di spread tra privato e politico

UN-ANNO-DI-SPREAD

“Che cosa diceva, questo, di lui?” Chiede Salman Rushdie, riferendosi a se stesso, dopo aver raccontato, nel corposo libro di memorie Joseph Anton, la maniera disinvolta in cui, ai tempi della pubblicazione dei Versi satanici, avesse scelto di spezzare la relazione con due amiche e collaboratrici storiche, per accettare la cifra da capogiro che alcuni editori avevano messo sul piatto per il suo romanzo.

“Che cosa raccontano, di noi, le nostre scelte, le nostre azioni?” si chiede Emiliano vagando tra gli scaffali di un supermercato, lavorando di gomiti tra la folla che, vista la spruzzata di neve, si accalca per farcire le dispense: non sia mai, morire di fame nella Food Valley, magari per una Simmenthal non comperata. “Dicono, i nostri comportamenti, ciò che la nostra bocca tace, quello che la nostra mente mette in un angolo, insomma ciò che siamo, anche se, va ricordato, non tutto ciò che siamo.

Certo, c’è qualcuno che tutti questi problemi non se li fa: un miliardario un po’ svitato, per esempio, si comporta come se non fosse responsabile di un paese allo sbando e si ripropone, come cura, presumibilmente omeopatica, alla malattia di cui è causa. Cosa dice, questa sua insistenza, di lui?” Così rimugina Emiliano tentando, invano, di afferrare una scatola di datteri denocciolati, da farcire con il gorgonzola per aperitivo, quando un bel tomo, camicia azzurra e giacca nera da controllore dell’autobus, lo urta, facendogli rimbalzare con violenza il carrello, smodatamente carico, contro i tendini d’Achille. Il professore vacilla, trattenendo le urla e resistendo, in un sussulto di dignità, ad accartocciarsi a terra per contorcersi e guaire. Il tipo, il controllore, tira diritto, esclamando, lui: “Ahiah! Ahiah!” Quel lamento sembra un po’ eccessivo, forse beffardo a Emiliano che, zoppicando mostruosamente, trova la forza di raggiungere il bellimbusto e domandargli: “Mi scusi, si è fatto male al carrello?” “Prego?” “Ha preso un colpo, dico, al carrello? Ho sentito che si lamentava…” “No, grazie, non è niente.” Gira i tacchi e sparisce nel reparto zamponi e cotechini.

Emiliano se ne resta lì imbambolato, senza datteri, a chiedersi: “Cosa dice, questo, di lui? Forse che ci sono individui così impacchettati su se stessi da non accorgersi di avere un impatto con l’esterno. Dice questo, certo. E cosa dice, di me, il fatto che sto pensando questo di lui? Che lo giudico e che mi sento superiore, come se avessi la certezza di non aver mai ferito nessuno, lagnandomi al contempo di essere stato ferito “al carrello”, senza pudore”.

Così, visto che, di questi tempi, pare che il differenziale tra titoli di stato teutonici e latini sia destinato a gonfiarsi drammaticamente, il vecchio professore, tornando a casa, prende l’impegno solenne di abbassare, almeno, lo spread tra ciò che ritiene di essere e ciò che il suo agire dipinge di lui.

Ché, alla fine, se in tanti lavorassimo per diminuire quest’ultimo, forse diminuirebbe anche il primo.

Racconto di Natale

164938187-4ceee2f0-70c3-496d-a851-72c10f343825Il signor Muhammad è un abile commerciante, non c’è che dire. Prima un buco di negozio, in un buco di borgo della pedemontana, poi una bottega un po’ più grande, con un piccolo laboratorio sul retro, dove cacciare quell’inetto di suo cugino, il suo primo dipendente, a rimestare tinte e solventi. Qualche anno dopo un’importante rivendita in città, con l’insegna al neon e tutto e, infine, un colorificio con tutti i crismi: cataste di latte di smalto ammaccate recanti, sull’etichetta, un codice per il colore e il suo nome: Shahzad, il Principe; scaffalature ricolme di attrezzi piegate dal carico; montagne di secchi di tempera scalate da dipendenti dall’aria indaffarata; un ufficio vero e proprio, forse un pelo angusto, ma pur sempre un buon rifugio dove chiudersi al calduccio per tenere la contabilità e offrire cerimoniosamente il tè ai clienti affezionati.

Se l’era cavata mica male, già, ma solo lui sapeva quanto fosse stata dura. Quei primi inverni trascorsi lontano dal Paese dei Puri, fatti di solitudine e dolore, nostalgia e struggimenti, passati a grattare il fondo del barile dell’anima alla ricerca di un’altra risorsa ancora. Si era messo persino, per un breve periodo, a scrivere poesie in urdu, proprio lui, figurarsi, che si vantava di portare una calcolatrice al posto del cuore. Lenti mesi di lavoro e di fatica, senza una pista sicura da seguire, cercando una traccia buona nella nebbia muta della Pianura.

I ricordi tristi, l’abbandono, le assenze riaffiorano nella mente di Shahzad ogni volta che si imbatte per la strada in qualcuno che, con la propria condizione, con la solitudine esposta al giudizio dei passanti, gli rammenta i giorni difficili. È anche per questo motivo, oltre che per la pigrizia che, quando non ha faccende da sbrigare, lo convince a sonnecchiare indolente, soffice gattone, sul divano, che ha ridotto le passeggiate in centro. Ma questa sera è un giorno speciale, il giorno in cui, tanti anni fa, Syeda se ne è andata via, nel letto spartano di un ospedale di Karachi, così in fretta da non permettergli nemmeno di incontrarla, piantandolo qui, semplicemente, con un fardello di sensi di colpa e un sentimento acre di impotenza a scavargli il petto magro. Quella notte, ricevuta la telefonata, aveva lasciato cadere la cornetta sul pavimento e aveva infilato l’uscio, gettandosi nel buio delle strade ghiacciate e semideserte. Aveva scarpinato a lungo, senza meta, ingoiando le lacrime mentre il gelo gli limava la pelle del viso. Ogni anno, da allora, in quella data, ripeteva quella camminata disperata. Il suo ricordo, il suo rito funebre, rinnovato.

Quindi questa sera il signor Muhammad cammina, sotto i portici di via Mazzini, scivolando tra rari rumori di città silenziati dalla neve. Nella Piazza Garibaldi c’è già l’albero di Natale, una sagoma tozza punteggiata di lucine fioche. Ai piedi del tronco di polistirolo, cinque biciclette per azionare delle dinamo e fornire energia alle decorazioni. Shahzad si avvicina a quest’oggetto strampalato, poi salta in sella, spinge i pedali, da solo, guarda l’intensità delle luci aumentare appena. Pedala regolare, adesso, e le lampadine si accendono, quasi sul serio. Non sono molto colorate, né sembrano stelle. Va forte, i polpacci e le cosce fanno male, ha il fiatone e soffia come un mantice, la testa incassata tra le scapole per guardare in alto, fisso, quei puntolini luminosi che s’ingrossano, mentre il naso un po’ gli cola, che bucano la notte, mentre la gola gli si secca, che disegnano sogni per i suoi occhi gonfi, mentre il cuore gli rimbalza nel petto. Disegnano cose andate in maniera diversa, disegnano una vita venuta tutta per bene, disegnano una strada che segue il verso giusto, sempre, senza deviazioni, disegnano possibilità che non ci sono state, disegnano una mano tenuta stretta, sospesa sopra un letto: “Sono qui, amore, va tutto bene.”

Non si può dire, l’Oltretorrente

2105

Quando alla fine arriva, il freddo di Parma picchia così forte da fare male. Il cane rinuncia volentieri alle passeggiate per starsene acciambellato con le quattro capriole di fumo del caminetto a leggere il giornale, o a fumare, sornione, la pipa, ed Emiliano diventa più nostalgico e riflessivo. Lampioni e fanali affogano nella nebbia, fogli di ghiaccio incrostano le strade e i giardini pubblici diventano riserve per badanti moldave in libera uscita, le uniche a non rinunciare a cercare un po’ di aria e luce nel gelo. Presto probabilmente avremo la neve, a grossi grumi neri, incastrata negli angoli sporchi dei marciapiedi.

Nell’Oltretorrente le botteghe minuscole, che bucano le facciate storte dei palazzi, sono così esposte che non diresti, da fuori, che sia possibile riscaldarle, con quelle vetrine sottili grandi un’intera parete a tenere fuori il freddo. Dietro quei vetri si agitano, come in un acquario, abili calzolai, spacciatori di ferramenta, corniciai e qualche pittore, spavaldi reduci di un’economia che scompare, oppure kebabbari e venditori di spezie, fruttivendoli sikh o ancora baristi strani, più attenti all’arredamento del locale, o alla foggia in cui tengono raccolti i capelli, che a ciò che somministrano: insomma il futuro, forse, del quartiere. Ti sembra, dicevo, che debbano soccombere al freddo, questi negozi, e invece ti sorprende ovunque, entrando, un calore che è quasi un miracolo. E allora ti prende la voglia, è inevitabile, di andare a cercarne altri, di miracoli nel freddo.

Ti guardi attorno, frughi ovunque, nel buio di un pomeriggio che sembra notte fonda, anche se non ce n’è bisogno, perché quello che cerchi è dappertutto, nella calda vita di tutti, ti ha spiegato il poeta: nella studentessa di cinema, che attende il proprio turno in videoteca comunale, con un pacco di vecchie vhs strette al petto e una tosse cavernosa che le arrossa gli occhi carichi di sogni; nell’uomo che spacca la strada con il martello pneumatico, per mandare soldi a una moglie lontana, che ricorda a malapena, e a un figlio che, magari, nemmeno conosce; in due ragazzetti che, dopo l’allenamento al pallone, fanno la coda al supermercato per pagare l’Estathé, che viene venduto ancora in quel bricchetto assurdo, con la cannuccia che, se non la conficchi con un colpo secco, si spunta; e infine in Giovanni, che è sempre più curvo sulla gruccia consumata, ma non rinuncia a sparpagliare briciole sul selciato della piazzetta: “Perché sennò, con questo freddo, che cosa diavolo mangiano, povere bestie, i piccioni!”.

Dare i numeri

sneijderLa radio, di mattina presto, ronza in un grigio uniforme, perfettamente in tinta, in questa stagione, con il cielo d’Emilia. Due cronisti assonnati cianciano del dibattito TV tra i due candidati alle primarie. Declamano dei voti: “Lucia Annunziata dà 8 al Sindaco e 6 a Bersani, Freccero 8 al primo, 7 al secondo…” Interviene un ascoltatore in diretta: “Chissenefrega,” dice “del giudizio dell’Annunziata?” Già, non ha tutti i torti: “Chissenefrega,” aggiungerei “di valutazioni appioppate così, senza criterio, a sentimento?”

Mentre presto attenzione a non tamponare una betoniera, immagino cosa succederebbe se affibbiassi, nella valutazione di un compito in classe, dei voti a casaccio, senza prima fissare criteri, stabilire parametri, affidarmi a griglie. Vedo Quattrocchi, là, nell’ultima fila, che fissa il foglio aggrottando la fronte: “Pvofessove, nella penultima vevifica, pev due evvovi di ovtogvafia, mi ha abbassato il voto di un punto. Questa volta, un solo vefuso mi costa ugualmente un punto…” “Ah sì? Qual è l’errore?” “Ho scvitto pescie, con la i…” “Beh, te la sei cavata bene, direi. Ti lamenti per un punto in meno? Meriteresti una pedata nel sedere!” E poi Morticia, qui, nel banco davanti: “Ma prof, ma ho scritto cose molto belle, cioè, sulla morte e l’oscurità che vabbé, sì, si sparge sul pianeta! Cosa mi ha dato in contenuto? Perché non l’ha scritto, come al solito?” “Vedi, Morticia, poniamo che le tue riflessioni siano in qualche modo interessanti, non c’entrano comunque una cippa con il tema sull’impronta ecologica. E la griglia stavolta non l’ho utilizzata, perché nemmeno quelli della radio la usano!” “Ma se è lei, prof. B, che ci dice sempre che è un nostro diritto sapere come vengono dati i voti, e poi che i nostri diritti dobbiamo difenderli con i denti, e con le unghie…” ulula lo Sfaccendato sulla destra, con la bocca piena di una merendina fucsia.

I ragazzi hanno ragione: se una valutazione è assegnata senza criteri stabiliti ed esplicitati con chiarezza, non ha alcun valore. Come i voti alle prestazioni dei calciatori sulla Gazzetta del lunedì, buoni solo per il Fantacalcio e per i tifosi, che hanno così modo di incavolarsi o di gongolare. Ti fermi al bar, apri il giornale inzuppandone un angolo nella schiuma del cappuccino e constati che Sneijder, per dire, ha fatto pena. Quindi vai al lavoro sollevato, o, se sei interista, incavolato.

A pensarci bene, i numeri assegnati da commentatori e analisti politici a Renzi e a Bersani dopo il dibattito tv, perseguono, in fondo, lo stesso obiettivo delle pagelle ai giocatori: intrattenere e solleticare il tifo. Perché la politica è ridotta a questioni di forma e di appartenenza e il dibattito pubblico è svuotato di contenuti, ma altamente spettacolarizzato. Così, l’elettore tifoso non riflette, non valuta, non approfondisce: si affida al parere di un’auctoritas, più o meno impresentabile, che gli dica brevemente, con un numero, come si è comportato il suo beniamino nell’ultimo match. Quindi se ne va al lavoro, turbato o confortato, poco importa.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: