Archive | giugno 2013

Park Hotel Pacchiani

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La goffa architettura del sontuoso Park Hotel Pacchiani, brutale parallelepipedo in mattoni con decorazioni neobarocche e neorinascimentali è così sgraziata, così pesante, che nemmeno il capace intestino dell’Oltretorrente, con tutti quei chilometri di reticolari diramazioni villose, riesce a digerirla. Dopo quattro anni di lavori, ha finalmente aperto i battenti, imponendo ai cittadini la sua ingombrante presenza: da qualsiasi parte lo osservi, da qualsivoglia distanza e con qualunque spirito, anche il più sbadato passeggere non può uscire indenne dall’incontro con il megacomplesso a cinque stelle. La vista di un simile mastodonte rosa può dare l’effetto di un ceffone a mano squadernata, in pieno viso, o quello di una ferita da stiletto nella schiena, proprio sotto la scapola: in ogni caso, non è piacevole. Il posto è così brutto, ma talmente sgradevole, che si vocifera di come gli ospiti dell’albergo siano attratti proprio dalla prepotenza bulimica di una struttura che stupra, schiacciandolo con la sua massa tremenda, il quartiere più bello della città. Cinque stelle di cattivo gusto, alla faccia del giallo dei tigli che si arrotola in mulinelli sui marciapiedi, dei muri storti dai colori pastello, del telefono a gettoni mezzo abbandonato che ancora resiste, lì, proprio davanti all’ingresso monumentale, sorvegliato nientemeno che da due leoni in pietra, del Pacchiani.

I dialoghi, tra i turisti che hanno pernottato qui e gli amici al ritorno a casa suonano grossomodo così: “Ah, sei stato a Parma? Ma dai! Hai visitato il Battistero, hai assaggiato il prosciutto?” “No, cioè sì, mmm… non ricordo bene, prosciutti? Però, sai, ho dormito in un posto… il Pacchiani! Oh, mai visto nulla del genere, guarda, te lo consiglio. Un ecomostro urbano, un incubo di mattoni e cemento. Quando sei lì, nel letto, no? Che ti rigiri tra le lenzuola nella pancia del pachiderma, ti senti… wow! Insomma, chi mai ci è stato, oltre a me, in un posto così brutto e cafone?”

Nei romanzi di Pennac, il protagonista Benjamin Malaussène insegna a Julius, fidato cane epilettico, a pisciare sui cartelloni elettorali dei politici di destra. È così che ho avuto l’idea, in questi giorni, di abituare il cane ad annaffiare le architetture che, negli ultimi anni, si sono impadronite della città, cominciando, ovviamente dal cancello del Park Hotel, così vicino a casa. Mi sono messo a gironzolare proprio lì davanti, armato di quadrupede. Nell’attesa dell’espletamento dei bisogni, vengo avvicinato dalla proprietaria di un barboncino brizzolato. Si tratta di una vicina, una maestra in pensione, oggi catechista per diletto: “Veh! Emiliano, ha visto che bello il nuovo albergo? Ci voleva, un edificio di pregio, qui nel quartiere…” “Mah! Non saprei, signora…” “Beh, ma almeno non ci sono più tutti quei bambini negri e marocchini che giocano al pallone qui in mezzo alla strada, li hanno fatti andare via, con il fatto che c’è l’Hotel e passano le macchine per andare giù nel parcheggio!”

“Già, sì… i bambini. La saluto, stia bene!” Chiamo il cane con un fischio. Andiamo! Torniamo a casa nel vento caldo di questo primo tramonto d’estate, con le spalle curve: i mostri di cemento in città sono solo lo specchio dei mostri che siamo noi, tra le quattro mura delle nostre case e non serve a niente pisciarci sopra, nemmeno come sfogo, nemmeno per ripicca. Perché siamo in troppi, e non ci sono in giro abbastanza cani.

 

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Gli occhiali di Matilde

6230786_14569E poi, alla fine, era toccato anche a lei. La maestra aveva stabilito che, per le due settimane a venire, sarebbe stata la compagna di banco di Matilde. Si era seduta al suo nuovo banco e se ne era stata lì, puntellata con i gomiti alla fòrmica del piano, due intere ore a capo chino, senza avere mai il coraggio di alzare gli occhi verso la nuova vicina, nella speranza che, se non l’avesse guardata, magari non sarebbe esistita. Ma non c’era nulla da fare, anche se non voleva accettarlo, Matilde era lì, la sentiva respirare, proprio accanto a lei, le pareva persino di percepire il calore del suo corpo sgraziato. Nessuno, in classe, la voleva come amica ed essere designati come suoi vicini di banco era una iattura cosmica: era goffa, sgraziata, faceva battute che nessuno capiva e in più… in più portava quegli occhiali inguardabili, fatti di una montatura rosa in plasticaccia e di due lenti spesse, ma così spesse, che “fondo di bottiglia”, l’immagine che si usa di solito per parlare di lenti spesse, non poteva minimamente rendere l’idea. Gli occhi, dietro quei filtri pesanti, apparivano microscopici e ravvicinati, davvero impressionanti. Trascorso l’intervallo, al rientro in classe dopo dieci minuti di libertà passati a lamentarsi della disgrazia sopraggiunta, ritrovò Matilde già al suo posto. Probabilmente, come accadeva spesso, non si era mossa da lì per tutto il quarto d’ora di pausa. Notò una cosa, tuttavia, che la incuriosì: il mostro si era tolto gli occhiali e li aveva posati sul banco, così, probabilmente per sgravare un po’ il naso dal peso di quell’arnese. Seduta in attesa della maestra, cominciò a provare una strana attrazione per quella specie di riprovevole binocolo rosa, finché: “M…Ma…tilde? Me li fai provare?” “Cosa? Ah, gli occhiali? Sì, certo…” Chissà che risate si sarebbero fatti i compagni nel vederla infilarsi quell’orrore, ma il desiderio di vedere cosa arrivava del mondo da dietro quel vetro pesante era così forte che, dopo una breve esitazione, li inforcò con decisione, ancorando le aste alle orecchie e lasciando ricadere l’occhiale sul naso. Fece correre lo sguardo tutto intorno: la lavagna a gesso, la cattedra, la carta geografica dell’Europa, i cartelloni di scienze sull’alimentazione, i compagni infilati ciascuno al proprio posto, ordinati e ritti come soldatini. “Ma… non cambia nulla! È tutto esattamente come prima…” Sussurrò a Matilde con aria sospettosa, “dove stava il trucco?” le diceva una vocina. “Sicura? Guarda bene…” bisbigliò la compagna di rimando. In quel momento entrò la maestra, si avviò alla cattedra con il solito passo deciso e con la solita agenda rossa in mano, ma… Ma l’espressione del viso non era quella, arcigna e terrorizzante, cui era abituata. La maestra aveva uno sguardo dolce e il viso magro tagliato da un sorriso luminoso, una cosa veramente da non crederci. “Po…po…possibile che… che siano i tuoi occhiali? La maestra sembra buona! No, non può essere…” scosse Matilde per un braccio. “Beh, credici, è proprio così! Sono i miei occhiali, ci vedi dentro un mondo più bello. Se vuoi te li presto, io ho quelli di scorta con me. Ma adesso toglili, prima che quella ti becchi o che gli altri ti vedano e ti prendano in giro.”

All’uscita da scuola percorse alla svelta la strada verso casa, ansiosa di riprovare quell’oggetto miracoloso che ora le pesava nel taschino dello zainetto. Divorato il pranzo, si mise sul divano per la mezz’ora d’ordinanza di TV. Inforcò gli occhiali: nello schermo si muovevano persone aggraziate e simpatiche, dal fare rilassato: tutto il contrario delle liti tra grumi di botox che andavano in onda ogni giorno a quella stessa ora. Si guardò intorno, la casa era più grande e luminosa, con le pareti imbiancate di fresco. La mamma non se ne stava all’acquaio con i capelli arruffati a strofinare in fretta e furia le stoviglie prima di correre al lavoro, ma sfoggiava un taglio fresco e sbarazzino e canticchiava, non sembrava nemmeno che stesse per passare dalla condanna del lavoro in casa a quella dell’impiego in ufficio. Quando la mamma se ne uscì svolazzando nella scia di un profumo delizioso, stette ancora lì, a rimirarsi attorno finché papà non rientrò dalla fabbrica. Fu un vero colpo, una sorpresa tale che quasi non lo riconobbe: la tuta blu, o meglio, la tuta che avrebbe dovuto essere blu se fumi, polveri, grassi e catrami non l’avessero immancabilmente ricoperta di nero, anche quel pomeriggio era impolverata, ma di una finissima sabbia bianca, impalpabile e luccicante, come zucchero a velo. Piuttosto che uno di quegli uomini forti che, con il loro sudore, strappano l’acciaio dalla terra e dal fuoco, sembrava un allegro pasticcere, un addetto alla colata continua della crema alla vaniglia. Papà le schioccò un bacetto sul viso: “Che ci fai con quegli occhiali di Carnevale? Su, infilati le scarpe, che oggi non sono stanco e andiamo a fare un giro. Il tempo di lavarmi via questa schifezza nera e usciamo.”

Il giorno dopo Matilde l’aspettava, già comoda al proprio posto: “Allora, com’è andata con gli occhiali?” “Wow! È stato un pomeriggio da sogno, una cosa meravigliosa…ma te li devo proprio restituire?” Matilde nascose una risatina dietro una mano: “Beh, certo, anche perché funzionano solo con me. A tutti quelli cui li ho prestati, l’effetto è durato solo qualche ora, quindi è svanito… sai, è così…” “Ma così come? Non è giusto! Perché tu li puoi avere e io no?” Interrogò la compagna con voce piagnucolosa. “Uff… come sei zuccona! Ma davvero non l’hai capito? Io ho gli occhiali, tu avrai qualcos’altro!” “Come qualcos’altro? Che cosa? Che cosa?” “Ma che cosa vuoi che ne sappia io, qualcosa, ci sarà qualcosa! Qualcosa di cui ti vergogni ma che faresti bene a far vedere a tutti, con orgoglio, per essere te stessa, perché proprio quella cosa ti fa unica e ti mostra come tutto è diverso e bello…”

“Tipo un apparecchio acustico?” “Vabbè, adesso… tu ci senti benissimo… Piuttosto tipo il fatto che hai sempre paura, si vede anche se cerchi di nasconderlo. Ecco, potresti lasciare che gli altri vedano quanto spesso ti senti sola e indifesa. Magari funziona…”

Nota

Il presente raccontino è stato scritto come testo base per una prova d’esame di comprensione di un ragazzo con disabilità. Non ha molte pretese, è un po’ didascalico, ma mi piace condividerlo.

Il professorone

mytablet2Si stropiccia via le cispe dagli occhi col dorso peloso della mano, stringe la cravatta sul colletto bisunto della camicia, si impomata all’indietro i capelli con una generosa dose di sego, si spazzola i denti con pasta d’acciughe ed è pronto: afferra la fida valigetta di pelle e salta in macchina per venire a scuola a rovinarmi la giornata. “Ciao, Emiliano! Senti un po’, a te che ti piacciono… Ma questi BES, sono handicappati o sono normali?” Esordisce mentre entra in aula insegnanti svolazzando in una nuvola di mosche. Non faccio nemmeno la fatica di provare a rispondere, tanto non mi lascerebbe parlare per più di due secondi, e infatti: “Comunque, io non lo so, questa ipocrisia tutta italiana per cui i non normali devono andare a scuola con gli altri. Io dico: se sei un DSA devi andare a scuola con i DSA, se sei un handicappato ci vogliono le scuole per gli handicappati, che così imparano meglio, se non sai l’italiano vai con quelli che non parlano l’italiano. Ma invece no! Siamo in Italia e allora vengono tutti qui! Non è una scuola, è la corte dei miracoli!” Già, infatti, ci sei anche tu. “Le scuole speciali ci vogliono, come in Germania! Loro infatti sono più avanti di noi.” Tira il fiato e si asciuga la bava con il risvolto della giacca: “Figurati che in classe c’è anche un orecchione e i ragazzi normali giustamente lo chiamano Tatone.” Sai come chiamano te invece? Puzzone, sempre giustamente, s’intende. “Comunque io sono stato chiaro con i miei alunni, gli ho spiegato che la famiglia è sacra e indissolubile, c’è il papà, la mamma, altro che scherzi della natura e poi gente che si separa e compagnia bella. Poi ho spiegato anche la mia teoria, che un uomo deve avere tre donne…” No, ti prego, non la voglio sentire, non ho voglia, davvero, risparmiami. “Non la conosci, la mia teoria?” Ammicca arrotolando e srotolando la lingua con aria di allusiva complicità. “Certo, la conosco sì, la tua teoria geniale. Ma lo sai, non fa per me.” “Sarai mica finocchio anche tu? Perché sennò ti faccio conoscere una zoccola che te lo fa passare il vizietto!” Poi si avvicina, abbracciandomi nel tanfo di sudore rancido che promana dal suo corpo, mi pianta addosso i suoi occhietti suini: “Scherzo! Non ti sarai offeso, lo so, va là, che non sei un busone!” Apre la borsa, tira fuori l’iPad, alita sullo schermo: “Certo che è ora che a scuola si usi solo il tablet, basta con tutti questi libri, gli astucci, i diari. Ciascuno con il suo bell’iPad davanti, capito Emiliano? Eh, ma lo so che tu sei uno di quei vecchi che non vuole, che poi è solo che non avete voglia di aggiornarvi, di stare al passo con i tempi. Fink different Emiliano, dai! Non puoi essere ancora lì fermo, in questo mondo tutto va veloce!” Già, in particolare sono veloci le idiozie, se riesci a spararne una ogni volta che apri bocca. “Guarda qui: un dispositivo magico e rivoluzionario, pensa se ogni alunno ne avesse uno sul banco, sarebbe tutto a posto, tutto ultrapiatto, velocissimo, che poi stanno anche più attenti, perfino i marocchini, ho visto, quando usano il tablet. Oh, mi ascolti? Stai fulisc, stai angri, è tutto lì: devi essere curioso anche tu, devi essere folle! Il mondo non aspetta mica quelli come te, con la matitona rossa e blu. Sai cosa puoi farci, con la tua matitona? A usare le app sviluppi il cervello invece, fidati, guarda me… ” Allungo l’occhio verso la partita a solitario in corso sul touch screen del suo giocattolino griffato: mmm, chissà come ti si sta allenando il cervello, vedi di non affaticarlo troppo!

P.S.

Cari genitori, il professorone, purtroppo, non esiste, quindi evitate di fare ricerche nella speranza di scovarlo per affidare i vostri pupilli alle sue cure. Per consolarvi posso dire che le sue idee innovative godono comunque di una certa diffusione nella scuola italiana, quindi, con un po’ di fortuna, potrete incapparci.

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