Archive | gennaio 2015

Oltre alla questione estetica, al sentirsi duri, alla noia

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La prima volta che ho visto la bandiera nera dello Stato Islamico è stato sullo schermo del Lumia di un mio alunno del professionale, e non sapevo nemmeno bene di cosa si trattasse.

Il proprietario del telefono è un tipo piuttosto infantile, dedito a furtarelli e al commercio di cianfrusaglie giovanilistiche e più interessato al consumo smodato di bevande gassate e dolciumi che alla pratica jihadista. Siamo nel bel mezzo di uno dei tanti tira e molla a colpi di: “Consegna il telefono, lo sai che non si può usare in classe…” “Ma dopo me lo ridà?” “Intanto portalo qui e spegnilo…” Insomma, butto un occhio allo schermo mentre lui ancora tiene in mano il telefono: al posto della solita immagine osé, ecco quei caratteri bianchi in campo nero: “Che roba è?” Nessuna risposta, ma un guizzo orgoglioso nello sguardo, come a dirmi: “Visto? Ho anche queste altre…” Con il pollice fa scivolare altre immagini: un tizio incappucciato con Kalashnikov, scritte arabe in oro su sfondo verdone e qualcos’altro, che ora non ricordo più. “Su, spegnilo.” Molla il cellulare e torna a posto, un banco semidistrutto (da lui) su cui troneggia il solito berretto da baseball dalla larga visiera piatta, con l’adesivo appiccicato in mezzo: “Beh, prof, almeno mi ci manda alla macchinetta a prendere una Fanta?” “No, la Fanta fa male. E poi, a pensarci bene, fa pure schifo.” Lo guardo sbuffare, tirarsi il cappuccio della felpa lercia sulla testa, incrociare le braccia sulla fòrmica graffiata del banco e appoggiare la fronte ai polsi. Adesso chiuderà le comunicazioni per mezz’oretta, ostentando una dormita per compensare l’offesa subita. Poi il richiamo di una bibita fresca tornerà impellente e mi chiederà di nuovo di uscire. Cosa diavolo è che ti affascina di quella roba, di quei fucili, di quelle barbe, di quell’obbedienza? Cosa c’è di così bello, in quelle foto di fanatici, da stare a guardarsele sul telefonino, sognando chissà che? Da condividerle con gli amici. Sarà una questione estetica? Il sentirsi duri? Sarà la noia?

La prima volta che ho visto quel guizzo orgoglioso nello sguardo di un ragazzo è stato anni fa, negli occhi di un mio alunno dell’agrario, e non lo sapevo ancora distinguere.

Gli smartphone ancora non esistono e il mondo, secondo molti, è un posto migliore rispetto ad oggi. Siamo in un istituto agrario, le seconde generazioni ancora non hanno bussato alla scuola italiana e il ragazzo tunisino dell’altra classe è un oggetto curioso non bene identificato, tra tanti bravi ragazzi della campagna emiliana. Proprio uno di questi, maglietta stinta di Kill ‘Em All e quel guizzo nello sguardo, un bel giorno di maggio, la maturità ormai alle porte, mi mostra il diario. Pagine e pagine di svastiche, di immagini di Hitler e di ogni ciarpame nazistoide immaginabile. Resto di stucco, lo squadro: lui è lì che aspetta speranzoso una mia reazione positiva. Possibile che sia così fuori da pensare che io possa essere un nazi? Glielo dico. Proprio così: “Ma sei fuori di testa?” Lui scuote un casco di ricci neri, un po’ è deluso. Quindi, non ho mai capito se per alleggerire la sua posizione o per farmi sentire in minoranza, mi mostra alcuni diari dei compagni, prendendone a caso dai banchi a portata di mano: in tutti c’è la stessa robaccia. Cosa diavolo ci trovate in quella storia, in quell’odio, in quelle teste rasate, in quell’ordine agghiacciante? Sarà una questione estetica? Il sentirsi duri? Sarà la noia?

Nella scuola dove lavoro attualmente, merito probabilmente dell’utenza prevalentemente femminile, jihad e nazionalsocialismo non vanno per la maggiore. Nell’atrio, vicino al totem per strisciare il badge, campeggia lo schermo che normalmente riporta gli avvisi per gli alunni. In questi giorni è tutto nero, con la scritta bianca: Je suis Charlie. Ragazze con le cuffiette infilate nelle orecchie e il viso nascosto dietro i capelli gli scivolano accanto, via veloci senza leggere. All’ingresso è sempre tardi per sbirciare gli avvisi e all’uscita chissenefrega più.

Mi fermo e penso, sono solo. La scuola è Charlie, già. Il Corriere della Sera è Charlie, Renzi è Charlie e Rudi Garcia è Charlie. E poi dopo sono Charlie tutti quelli della televisione e tutti quei milioni che dicono di essere Charlie. Forse, addirittura, sono Charlie il parroco o l’imam e pure mamma e papà. Io sono Charlie, certo.

Sarà anche per questo, sarà anche perché qui tutti sono pronti a vantarsi di essere Charlie, ma il mondo fa schifo forte lo stesso. Oltre alla questione estetica, al sentirsi duri, alla noia.

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Cartolina napoletana: Sanità

Case bianco sporco sgangherato traballano come i denti nelle bocche degli anziani che ci vivono; autofficine a forma di grotta bucano le facciate dei palazzi: i meccanici siedono a fumare all’interno e le auto si accumulano sul marciapiedi con il cofano aperto; i bassi allargati sulla via strappano centimetri di suolo pubblico a forza di muretti e gradini ricoperti di maioliche; i cinquantini cavalcati da ragazzi incappucciati ronzano implacabili. Quasi alla fine, quando ormai ti sei convinto che non arriveranno mai, scopri due navate enormi che bucano un colle di tufo: è il cimitero delle Fontanelle. Ci sono tre custodi: stanno conficcati tutti insieme in un’edicola in legno, microscopica. Come possono respirare così compressi? Quando arrivi cercano di sollevare il vetro sul davanti, ma stretti come sono non hanno spazio per muovere le braccia e allora rinunciano e ti urlano da dentro: “L’ingresso è libero, le foto sono vietate!”. Passi oltre, entri all’interno del cimitero dove sono accatastate le ossa di chissà quanti morti, anonime vittime della miseria e delle epidemie, da quella di peste del 1656 a quella di colera del 1836. Femori, tibie e omeri formano muriccioli spessi lungo le pareti della caverna. In cima a questi, per bene allineati, teschi a migliaia. Alla fine del XIX secolo, in questo luogo, si diffuse il culto delle anime pezzentelle, che, a quanto pare, qualcuno, qui in città, ancora pratica. Si tratta di adottare un teschio, rinchiuderlo in una teca, pregarlo con devozione per far sì che l’anima del defunto titolare del teschio giunga in paradiso. Una volta assisa tra i beati, questa anima pezzentella intercederà per il suo “curatore” garantendo grazie di vario genere: guarigioni, botte di fortuna, numeri del lotto e cose così. Qualche dubbio sulla effettiva efficacia di tale culto è legittima, ma se ben rammenti la scommessa di Pascal, puoi rapidamente convincerti che praticarlo convenga: tu ti occupi del tuo teschietto e se ti va bene ottieni la grazia, se ti va male hai vissuto in letizia confidando che il teschietto si smazzasse il lavoro sporco con l’Altissimo in vece tua. Così, dopo averlo scelto con cura, raccogli il tuo cranio. È polveroso, ti levi il berretto e con quello lo strofini per bene, fino a farlo brillare nella penombra della caverna. Gli dai un nome: Antonello; un lavoro: venditore di almanacchi. Ti ricacci il berretto in testa. Gli costruisci una cornice appiccicando tra loro tre tibie con le Vivident alla menta e lo metti lì sotto. Con l’UniPOSCA fucsia gli scrivi sopra il nome e due date a caso. Poi intoni una preghiera che è un impasto di speranza e sogno: “Spirito bello e pezzentello, mio caro Antonello, fammi la grazia… Come? Che dici? Una sigaretta? Vuoi una sigaretta. Va bene, te la incastro qui tra le mandibole. Accendo? Dicevo fammi la grazia per questo 2015 e ripulisci gli scaffali delle italiche librerie dalle immondizie letterarie dell’anno trascorso: che Gramellini abbia cura di sé e si prenda un anno sabbatico; che la Littizzetto strilli un’incredibile Urka quando va alla toilette; che D’Avenia non abbia più collegi docenti durante i quali pensare a ciò che inferno non è, per poi spiegarcelo in centinaia di pagine scritte drammaticamente male. Ecco, va bene. Solo questo, Antonello bello. Ah, e poi fa’ che qualcuno scopra, in qualche cassetto dimenticato, un inedito guidogozzano, o un Calvino, ma anche soltanto un Tabucchi. Mica chiedo troppo.”

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