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I soliti noti

La-vecchia-che-brucia-800x600La notte del giovedì di mezza Quaresima, nel bresciano, si brucia la vecchia. È un rito piuttosto antico: la gente festeggia a vin brulé, frittelle e lattughe, mentre tra gli schiamazzi i bambini si rincorrono intorno a un fantoccio antropomorfo che un carro ha deposto lì nei campi, il luogo scelto per il sacrificio. La vecchia incarna tutto ciò che si vuol dare alle fiamme: è donna, è vecchia, è curva, è malconcia, ha il naso adunco, gli occhi stralunati e feroci. Tiene tra le zampe una culla vuota, di legno, a simboleggiare la fertilità perduta. Ai piedi sformati sono infilzati zoccoli di legno. Veste certi gonnelloni e scialli colorati che ricordano quelli indossati dalle zingare che la domenica chiedono la carità fuori dalle chiese. Il suo destino è segnato: con un processo sommario celebrato seduta stante la si condanna al rogo, ad espiare la colpa di aver provocato ogni singolo danno registrato nell’annata agricola trascorsa. Presto le fiamme, appiccate da un Arlecchino infernale che porta un topo impagliato e una vipera tra i capelli, renderanno giustizia al popolo unito e giubilante. Tutti torneranno a casa euforici e i bambini tarderanno a prendere sonno, tanto il cuore è gonfio di gioia dopo il giorno della Vecchia, dopo il Vecchia-day, per dirla all’inglese o V-day, per fare prima. Tutti per una notte sono stati maschi, giovani, prestanti. Hanno tutti sfoggiato lineamenti delicati e uno sguardo fermo, ma compassionevole. E tutti hanno indossato l’abito buono e calzato scarpe morbide.

È un rito di purificazione, un modo per essere sicuri di liberarsi da ogni possibile contaminazione. Un modo per sentirsi maggioranza e scacciar via le paure accendendo la notte e scaldando l’ultimo inverno. Certo, è un rito che esclude, ma è comunque considerato piuttosto democratico, perché taglia fuori davvero poche persone, il V-day. Alla fine ci vanno anche un sacco di nonne, a vedere la vecchia che brucia, senza sentirsi chiamate in causa. Magari ecco, per sicurezza, trascorrono il pomeriggio dal parrucchiere e prima di uscire si affogano nel belletto.

Quelli che restano ai margini, poi, sono i soliti noti. Sono quelli che da sempre respingono le soluzioni più semplici, che non credono alle parole d’ordine, che rigettano i leaders, tutti i leaders, al mittente. Perché deve esistere qualcuno che li manda, così regolarmente, uno via l’altro. Gli esclusi dalla cerimonia del V-day sono quelli che non hanno bisogno di nemici, che non mandano, insomma, al rogo nessuna vecchia e che, a ragione, se ne vantano. Questo non significa certo che non siano partecipi dei problemi della comunità, o che addirittura gioiscano di quegli accadimenti così perniciosi per l’agricoltura che il popolo festante, là fuori, esorcizza sopprimendo un’innocente. Tutt’altro, sono consapevoli delle difficoltà e conoscono a fondo il dolore e la fatica del vivere con dignità.  Mentre là, nei campi, il fuoco avvolge la vecchia e il baccanale monta, i soliti noti festeggiano soli, e magari anche loro friggono dolci di Carnevale, solo più leggeri e profumati.

Decadenza

“Cittadini, vi portiamo buone notizie! Negli abitacoli dei vostri SUV, nei vostri centri benessere con saune e docce cromoterapiche, nei dehors intasati dagli aperitivi nei bicchieri di plastica, ovunque vi troviate, orientate i vostri schermi al plasma e alzate il volume! Il primo successo che dobbiamo comunicarvi è questo: il nostro grande leader Ber Lu Sung ha infine accettato l’oneroso incarico che la Repubblica tutta gli chiede di rivestire, quello di Presidente eterno. Nella sua modestia e benevolenza infinite si è quindi inchinato al volere della Rivoluzione della Libertà decadendo dal ruolo di Senatore e si appresta a insediarsi per sempre nei cuori e nelle menti pulsanti della nostra gloriosa popolazione. Il caro leader Ang El In sottolinea lo spirito di sacrificio del grande leader e annuncia, insieme al glorioso Comandante Let Ta, che non ci saranno scossoni al comando, che la guida della nazione è compatta e che la Fiamma Eterna dell’Anti-ideologia veglia sulla Nazione. Anche il supremo portavoce Krik Cri Cri interviene in questo giorno memorabile a rassicurare tutti voi cittadini: i suoi mastini vegliano sui costi della politica.

Veniamo ora alle notizie dal mondo: nella derelitta Germania la fame non lascia scampo ai cittadini, che si spostano nottetempo nel nostro paese a bordo delle loro Trabant sgangherate per elemosinare gli avanzi dei nostri rinomati ristoranti. Per arginare il fenomeno, il ministero della Solidarietà Internazionale ha già disposto l’invio a Berlino di quintali di pizze surgelate e di un paio di pizzaioli esperti perché, come ha insegnato il grande leader, è meglio insegnare a pescare che dare il pesce.

Finalmente disponibile in tutti gli spacci del paese il nuovo romanzo del nostro scrittore nazionale Fab Iov Ol, che racconta quella che senza dubbio è la Migliore Storia Italiana dell’anno, fatta di lacrime ed eroismo, di patriottici insegnamenti e di straordinario fervore anti-ideologico. Un grande autore per un grande popolo di raffinati lettori. È con grande orgoglio infatti che il ministero della Cultura annuncia i dati sulla lettura nella Repubblica: il 99% dei cittadini conosce il nostro magnifico scrittore nazionale e ne apprezza i programmi TV. È legittimo domandarsi: a quando l’edizione nazionale delle opere? Cittadini, lo scoprirete domani, quando trasmetteremo il prossimo bollettino della Libertà.”

Quando si legge di Corea del Nord, e in generale di regimi assurdi, viene naturale chiedersi come possa un popolo ridursi così. Non è, forse, una domanda eticamente corretta, ma è abbastanza inevitabile. È una domanda che non prevede risposte semplici, né univoche. Tuttavia mi pare che la longevità di queste dittature si spieghi anche con l’azione paziente di cancellazione non solo di ogni alternativa, ma dell’idea stessa di alternativa e cambiamento, dell’idea che qualcosa di diverso esista. La Corea è quando non esiste più niente altro. Ieri, quando il presidente del Senato ha annunciato la decadenza di Silvio Berlusconi ho letto i titoli esultanti dei quotidiani d’opposizione e ho ascoltato alla radio i commenti emozionati dei cittadini. Non li ho capiti, non li ho condivisi. Quindi mi sono preparato i cibi lombardi dell’infanzia: pasta col sugo ai piselli e cotolette con l’insalata. Per consolarmi, non per festeggiare. Perché negli ultimi vent’anni ci siamo lasciati strappare via ogni idea di cambiamento e mentre li deridevamo, spietati killers vestiti da pagliacci hanno badato bene che noi, troppo impegnati a rincorrere idiozie, non costruissimo niente. Ora che, molto lentamente, il loro mentore se ne va in pensione, personaggi come Alfano, Renzi e Grillo sono pronti a contendersene l’eredità. Così apparentemente diversi, così simili a lui.

Sogno di una notte di mezza primavera

PaperinoSi avvicina di soppiatto, guardandosi intorno con aria circospetta, mi punta con quel suo muso da roditore, mi scruta. Voglio scansare quegli occhietti sospettosi, mi concentro sulle perle di sudore che gli si impigliano nella barba del giorno prima. “Prego, desidera?” Lo anticipo. Soffia tra gli incisivi, mentre sceglie le parole: “Buongiorno, sono l’agente Frugalis, piacere!” Allunga una zampa sudaticcia dal dorso peloso che stringo senza entusiasmo: “Agente di polizia?” “Uh! No, no… sono al servizio della nuova agenzia governativa Onorari e stipendi Verranno Ridotti Adesso, in breve: OVRA.” “Un’agenzia che ha come nome uno slogan? Di cosa si occupa?” Cerco di capire interrogando Frugalis. Lui nicchia, si ispeziona distrattamente l’orecchio con il mignolo, poi rimira il cerume accumulato sotto l’unghia: “Beh, lo slogan dà chiarezza, è immediato… comunque, si tratta di un’agenzia di nuova concezione, incaricata dal governo di provvedere al controllo della condotta dei cittadini in merito al problema delle retribuzioni.” Fatico a capire: “Va bene, ma di che cosa vi occupate nella pratica? E poi, cosa vuole da me? Perché mi ferma qui, proprio oggi, mentre porto a spasso il cane?” Sibila di nuovo tra i denti da castoro, soffiando fuori goccioline di saliva collosa: “Scusi, ma lei non segue le notizie? Non vede che in Italia tutti si rincorrono nell’autoridursi volontariamente lo stipendio? Politici, ministri… non desidera seguire il loro nobile esempio? La nostra Agenzia si occupa, diciamo, di controllare che i nostri insigni uomini politici non seminino nel vento e che, insomma, i cittadini di buona volontà raccolgano il testimone e si taglino le retribuzioni. L’adesione al taglio, se così si può dire, è su base strettamente volontaria, ça va sans dire…” Non capisco cosa voglia da me quello strano tipo, guardo la vegetazione del parco straordinariamente rigogliosa in virtù delle piogge torrenziali di questa primavera malata e giro sui tacchi per allontanarmi. Repentino mi afferra per la giacca: “Dove pensa di andare? Ho qui con me il modello, lei dovrebbe rinunciare a un quarto del suo stipendio da insegnante! Firmi qua, non faccia storie! Via, in fondo, io, lei, noi… siamo dei privilegiati…” “Questa, poi! Parli per lei e per i suoi colleghi dell’OVRA, io i soldi me li guadagno eccome!” Lui perde le staffe, il grugno si fa paonazzo: “Tu, brutto cane rognoso! Maledetto parassita! Canaglia impestata! Tu adesso ti riduci volontariamente lo stipendio, hai capito, altrimenti l’Agenzia sbatte il tuo nome in prima pagina, ti mette sul sito con la foto e tutto, tu che non rinunci ai tuoi benefit, tu che succhi linfa vitale a questo glorioso paese! I politici hanno dato il sangue, governo e opposizione, per il risanamento, non solo economico ma anche, direi, morale del paese!”

Mi sveglio in un bagno di sudore, che incubo! È tardi, tocca correre al lavoro. Guido assonnato, la statale è nastro adesivo che galleggia sulla pianura gonfia di piogge. Gli automobilisti picchiano i clacson sempre più rabbiosi mentre il notiziario alla radio gracchia la solita solfa: questo che si riduce quello e quell’altro che rinuncia a questo, inoltre tutti si pagano tutto. Dopo il radiogiornale c’è un programma che trasmette telefonate di cittadini indignati. Persone che chiamano in radio per dire che è uno schifo, che i politici fanno vomitare, ma anche che gli statali sono pagati troppo, che gli operai Fiat sono lazzaroni e hanno un sacco di tutele. Insomma, sembra che la lotta a privilegi e ruberie assuma sempre più la fisionomia di un diversivo per far perdere di vista l’idea che il lavoro vada adeguatamente retribuito .

Io mi arrendo

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Si può essere sorpresi da un’epifania inzuppando una maria nel tè, oppure passeggiando sui marciapiedi sbilenchi del Molinetto. Un uomo di mezza età, rincantucciato nell’angolo buio di un poggiolo, fuma voracemente una sigaretta. Dalle imposte socchiuse proviene una luce calda, chissà come si sta bene in quella casa. Schiacciata la cicca in un vaso di eriche il fumatore rientra, non appena apre la portafinestra dal televisore acceso giunge un urlo, che affonda nella notte silenziosa di neve, è il Capo, è la sua voce ulcerata, sforzata: “Arrendetevi! Siete circondati!”

Sono un bambino e con mio padre aspettiamo che un fattorino ci carichi in macchina un secchio di tempera colorata, appoggiati al banco vendite del Colorificio Bresciano di via Rose di Sotto . Entra un cliente e annuncia: “Fatto!” Un commesso gli molla una pacca sulla spalla: “Chèla Lombarda?” gli chiede. “Certo, chèla Lombarda!” E aggiunge una strizzata d’occhio. Il commesso dice che dopo andrà anche lui, a votare la Lega Lombarda. Poi aggiunge agitando un sigaro davanti a sé: “Se ‘ncontre ‘n terù ghel smörse sol cül!” In macchina chiedo a mio papà come mai il signore del colorificio volesse spegnere il sigaro sul culo a un terrone, “Perché l’è un stüpit!” Taglia corto lui. È il 1990, il primo grande successo elettorale leghista, il mio primo incontro con una politica fatta di violenza, aggressioni, slogan facili, ragionamenti fallati ma gridati forte, parolacce, capi e capetti grevi e ignoranti.

Sono passati ventitré anni, da quel mattino di maggio. Anni in cui ho capito bene la misura di quella violenza, in cui l’ho osservata prendere varie forme, vari colori, rigenerarsi o riciclarsi. Ho visto come si nutra, ogni volta, nella costruzione di un nuovo nemico, di un nuovo capro espiatorio, di nuove streghe o untori. Ho osservato come cresca, di giorno in giorno, travestendosi da rinnovamento. L’ho analizzata, l’ho sezionata, ho provato a combatterla, in tutte le forme nelle quali l’ho riconosciuta: nelle barzellette sessiste di un presidente osceno, nelle ronde di camerati stanchi di fare a cinghiate tra loro, in un gruppo di maiali che disinfettano un treno sul quale si sono sedute donne nigeriane.

Ma ora, ora che si maschera di ambientalismo, che assume le forme di un giullare, che finge di parlare un po’ della mia lingua, che invasa amici e parenti ecco, ora non ce la faccio più. Non ce la faccio più, davvero, e allora mi arrendo.

Sono circondato, va bene, mi arrendo. Sono qui, venitemi a prendere, fatemi a brani, segugi del Capo dai riccioloni d’argento: rifiuto le grida, gli insulti e gli sputi. Mi ripugna la vostra retorica celodurista. Non ho verità in tasca, non ho trucchetti, non mi identifico in opposizione a un nemico, non penzolo dalle labbra di nessuno. Venitemi a prendere, non mi difendo, tengo le mani in alto per bene. Penserete forse che non sono un uomo, che sono un buson, per usare le parole tanto care al Capo: non mi importa.

E se per voi sarà un piacere, buon divertimento. Ma di una cosa posso essere a differenza vostra sicuro: con ciò che voi dite di combattere, il potere, la casta, la corruzione, con tutto questo insomma, non ho mai avuto, io, alcunché da spartire.

 

 

Confessione di un cittadino al di sopra di ogni sospetto

2 maggio 2012, al Franchi di Firenze la Fiorentina affronta il Novara. Alla mezz’ora i viola sono sotto di due reti, così il tecnico, Delio Rossi, decide di togliere dal campo l’attaccante serbo Adem Ljajic, autore, sino a quel momento, di una prestazione a dir poco sottotono. Il ragazzo si accomoda in panchina, ma prima di sedersi rivolge all’allenatore parole irriverenti e un gesto sarcastico, un pollice in su, come a dirgli: “Bravo, campione! Hai proprio capito tutto!” Rossi perde la testa e piglia per il collo la giovane punta, per poi tempestarla di cazzotti fino a che qualcuno non riesce a interporsi. Le immagini della rissa fanno il giro del mondo e la società viola esonera all’istante l’allenatore che, nei giorni successivi, si scuserà, ammettendo l’errore e mostrandosi consapevole di aver macchiato in maniera indelebile la propria carriera. I commenti, affidati nelle ore seguenti a blog, social networks e siti specializzati si sprecano: quasi nessuno si schiera dalla parte del calciatore aggredito; alcuni, pochi, accusano entrambi, imputando però al tecnico colpe maggiori in virtù del ruolo rivestito; moltissimi sono infine i sostenitori di Rossi “uno di noi”, uomo qualunque che, per una volta, ha rifilato una lezione a uno sbruffoncello viziato, strapagato e strafottente. Di questi moltissimi, la gran parte imputa all’allenatore gigliato un solo errore: essere sbroccato sotto i riflettori. “Doveva aspettare l’intervallo,” scrivono in tanti, soprattutto tifosi: “chiudersi alle spalle la porta degli spogliatoi e riempirlo di ceffoni in santa pace!” Sono in molti a dire che Delio Rossi avrebbe dovuto fare, di nascosto, una cosa deprecabile. Perché in molti, evidentemente, pensano che esista una sfera pubblica, dove domina un’etica condivisa che è solo facciata, un insieme di norme da rispettare per “non farsi rompere le scatole” e una sfera più o meno privata, comunque nascosta, dove le più elementari norme di convivenza civile si possono anche chiudere in soffitta.

Beppe Grillo, che è un interprete piuttosto fine del sentire popolare, di quella che qualcuno chiama “pancia degli italiani”, pare condividere l’idea che sia quantomeno ammissibile, in privato, ciò che in pubblico è come minimo sconveniente, perché ci sono in giro i soliti bacchettoni. Ecco cosa sosteneva in uno spettacolo del 2006:

I marocchini o vengono qua e rispettano le regole o, se no, fuori dai coglioni. Però, se vuoi dare una ‘passatina’ a un marocchino che rompe i coglioni, lo prendi, lo carichi in macchina e, senza che ti veda nessuno, lo porti un po’ in caserma e gli dai magari due schiaffetti. Ma in mezzo alla strada non è possibile, oggi con un telefonino fanno succedere un casino”.

Bene, a questo punto posso ragionevolmente sostenere che molti italiani condividano la seguente affermazione: “fai un po’ quello che ti pare, arriva persino a menare una persona, ma occhio agli sguardi indiscreti e, soprattutto, stai alla larga da videocamere e telefonini.”

Una lunga premessa necessaria a un’ulteriore confessione, dopo quella sulla mia ignoranza in fatto di classici. Quando porto a spasso il cane, al mattino presto o alla sera tardi, mi capita di non incontrare nessuno per il centro di Parma. Così, anche se passeggio armato di paletta e sacchetti, cedo volentieri alla tentazione, al riparo da occhi indiscreti, moralisti e sanzionatori, di non raccogliere la cacca del cane. Nessuno mi vede, lo posso fare. Qualcuno mi dirà che menare le mani è nobile, oppure utile, efficace, che ogni tanto è sano, mentre lasciare le feci per strada è incivile. Parliamone: la pensate così solo perché non siete voi a prenderle, le botte, mentre siete voi a scoprire, di solito quando ormai siete al lavoro e avete lordato i tappetini dell’auto, di esservi tirati dietro una sorpresina nauseabonda.

Fortunatamente ci sono cani che provano a metterci una pezza!

Non ti ricordi di Shōhei Ōoka?

Nel 1944, Shōhei Ōoka, dopo soli tre mesi di rudimentale addestramento, viene spedito dall’Esercito Imperiale Giapponese al fronte, precisamente nell’isola di Mindoro, la settima per dimensione delle Filippine. Caduto nelle mani del nemico americano, viene internato in un campo di concentramento, che lascerà per essere rimpatriato al termine del conflitto. L’esperienza della guerra e della prigionia segna Shōhei in maniera indelebile. Giornalista e traduttore prima dell’esperienza bellica, il reduce intraprende la carriera letteraria esordendo, nel 1948, con una Short Story autobiografica: FuryokiDiario di un prigioniero (si legge in italiano in Narratori giapponesi moderni a cura di Atsuko Ricca Suga, Bompiani, 1965). La riflessione sul conflitto e sulle responsabilità porta lo scrittore a individuare nell’Imperatore, sostenitore e strenuo difensore della guerra, la colpa di aver provocato la tragedia giapponese. Lo scrittore chiede così al sovrano celeste di purificarsi dalla colpa mediante il suicidio: l’iniziativa non ebbe successo e il regno di Hirohito fu il più lungo nella storia del Sol Levante. Shōhei Ōoka dà prova di grande coraggio, coerenza e radicalità di pensiero, affrontando dileggi, ostracismi e minacce, portando avanti la sua impopolare campagna nonostante mille difficoltà.

Ecco, è un bell’esempio, oggi, quello del letterato nipponico. Avere il coraggio di dare un nome alle responsabilità, avere la forza di pronunciare quel nome anche se scotta, di chiedere pubblicamente, anche a costo di sacrifici e pericoli, gesti riparatori a coloro che hanno provocato drammi e disastri.

Qualche giorno fa, un vicino di casa arringa un piccolo gruppo di uditori con questi toni: “Io, lì, a Montecitorio, ci metterei dentro una bella bomba, che muoiono tutti, tutti dal primo all’ultimo, che tanto sono tutti uguali. Guarda qui come siamo ridotti, che tagliano tutto e che ci massacrano e che loro però, il loro stipendio non lo tagliano mica…” Consenso generalizzato da parte del pubblico. Già… la Casta, i politici, gli stipendi, i privilegi, Berlusconi, le puttane, il Trota. Parassiti maledetti, che succhiano la linfa vitale di questo paese, tarpando i sogni di cittadini virtuosi e volenterosi. “Vaffanculo!” grida uno, “Io ci scrivo merde sulla scheda!” sbava l’altro.

Credo che i vicini non abbiano imparato la lezione di Shōhei Ōoka, del resto difficilmente ne hanno avuto notizia: le responsabilità vanno cercate fino in fondo, anche se costa caro, anche se fa male. E la responsabilità di questi politici, di questa mancanza di politica, di questi tecnici, di tutto lo schifo che c’è in Italia, siamo noi. Noi che abbiamo messo croci su liste infarcite di opportunisti, criminali, mafiosi, idioti. Noi che ci siamo turati il naso perché il meno peggio è comunque meglio del peggio. Che ci siamo barricati dietro posizioni velleitarie o che siamo scesi a compromessi indecenti, come se non ci fosse scelta. Che abbiamo rinunciato alla partecipazione. La responsabilità di quest’Italia malata è nostra. Noi cittadini abbiamo tutte le colpe ed è ora che ce le assumiamo per liberarcene con un gesto purificatorio. Non è necessario il suicidio, non abbiamo un conflitto mondiale sulla coscienza. Basta, a mio parere, smetterla con lo scaricabarile, con i vaffanculo, con gli attacchi scriteriati alla politica, che non sono altro che attacchi alle istituzioni democratiche del Paese. Smetterla di accodarsi a predicatori indecenti, pur di seguitare a rinunciare all’impegno. Il nostro gesto purificatorio sarà, di fronte a ogni scandalo, ruberia, inefficienza, arrossire un po’ e studiare la maniera di cambiare le cose.

I grilli in città

è colpa mia
perché non prendo posizione
è colpa mia
mi crolla il mondo addosso
se ci penso
non me ne frega niente

Il Teatro Degli Orrori

Quando i grilli cominciarono a cantare in città, qualcosa nella testa di M. si ruppe per sempre. Se ne accorse al banco del fruttivendolo: gli asparagi erano davvero a buon mercato, un euro al mazzo, ma le fave col pecorino erano da sempre la sua passione. Possibile che gli asparagi, venduti a quel prezzo, fossero buoni? Difficile. Possibile che lo fossero le fave? Lì, nel mezzo della Piana Padana? Difficile. M. guardava i mazzi ordinati alla sua destra e le cassette stracolme di legumi alla sua sinistra. Marcello, il fruttivendolo, che da un po’ lo fissava con aria interrogativa, lo vide grattarsi furiosamente la capoccia, frugarsi nelle tasche, estrarre il telefono, borbottare uno “scusi” e darsela a gambe fingendo goffamente di rispondere a una chiamata. Gli urlò dietro, Marcello: “Ma signor M., lei deve scegliere qualcosa! Prenda queste fave, sono belle grosse! O questi asparagi, guardi che freschi che sono! Mi ha fatto perdere un sacco di tempo, mica può scappare così!”

Ma M. non tornò indietro. Giunto a casa si stravaccò sul divano imbarcato del salotto, era presto per pranzare. Allungò i piedi e afferrò i due volumi che stavano sul tavolino: un romanzo minore di Philip Dick e un saggio su Michel Foucault e la critica postcoloniale. Aprì il primo, tutti quei precog e quegli psi… cominciava a perdere il filo del racconto. Passò al saggio, ma non aveva tempo per immergersi in una lettura così impegnativa. Poco male pensò, anticipare il pasto gli avrebbe allungato il pomeriggio: avrebbe avuto tempo per andare in palestra, o avrebbe finalmente sistemato le piante che da giorni agonizzavano in terrazzo. Tirò con convinzione lo sportello del frigorifero e allungò famelico una zampa su un grosso barattolo di tonno a filetti, aperto da soli tre giorni. Stava per richiudere quando vide le uova: su cinque, tre dovevano essere già sode, le aveva bollite qualche giorno prima. Già, ma quali erano quelle sode? Di rompere un uovo e trovarlo crudo non ne aveva voglia. Però si ricordava la storia di un tale che aveva sofferto le pene dell’inferno per colpa di una scatola di tonno aperta da giorni. Che fare? Insomma doveva decidersi. Non poteva starsene lì, anche perché l’odore che usciva dallo sportello aperto del frigo lo avrebbe steso nel giro di pochi secondi.

Driin, driiiin, driiiiiiiin… Il telefono, grazie al cielo. Ricacciò dentro il tonno e corse a rispondere sbattendo l’anta del frigorifero. “M.?” “Sì, ciao sono Marco. Senti M., ci vieni a giocare a calcetto oggi pomeriggio? Ci sono anche Martino, Mario e Manuele…” “mmmm… non saprei sai, pensavo di andare in palestra, certo che il calcetto…” “Dai vieni! C’è pure Mirco. Deciditi, su! Forza, scegli!” “Dai, non lo so. Facciamo che ti richiamo dopo, va bene?” Si accorse che stava sudando. Si sedette. Tirò fuori dalla borsa il giornale che non aveva ancora letto: sulla prima pagina giganteggiavano due facce, sotto la scritta Ballottaggio Bernarotti Pizzazzoli: i grilli cantano in città. Più sotto l’articolo: I cittadini dovranno scegliere tra il signore dell’asfalto e l’alfiere del Grillo qualunque. Questo l’esito delle consultazioni… I cittadini… anche lui, quindi! Accese il pc, scrisse su Facebook che lui non votava al ballottaggio. Non sapeva chi scegliere. Gli amici lo bombardarono di “ma come?” e di “sei matto?”. “La democrazia…” “turati il naso!” “vota questo!” “vota quello” “largo ai giovani” “Forza Esperienza”. C’era chi paragonava, facendo uso a dir poco discutibile della storia, Pizzazzoli a Picelli. C’era chi diceva che chi non vota è contro la democrazia. Che chi non sceglie è meschino. Si sentiva anche un po’ offeso M., all’inizio. Poi cominciò a dar ragione agli altri, a convincersi: bisogna scegliere per forza, per forza, anche se pare impossibile. Non sei un uomo M., se non scegli. Consegni la città ai qualunquisti, se non scegli. Fai costruire un inceneritore nella food valley, se non scegli. Sei un coniglio M. Sei una carogna. Per colpa tua la democrazia se ne va a quel paese. Meriti di …

La sera lo sorprese a fissare il gancio del lampadario dove aveva fissato la corda, il viso pallido illuminato dai LED dello schermo del computer. Si chiedeva: “Reggerà?” La finestra era aperta, di sotto il vuoto e poi il cemento del vialetto, ma a soli dieci metri di distanza. M. si sporse: “Se mi tuffo di testa, forse. Ma poi non è che mi rigiro in volo? Che poi atterro con le zampe e finisco in sedia a rotelle?”. Meglio riflettere ancora un po’. Sistemò una sedia sotto il cappio.

Si sedette. Doveva decidersi.

Alternative

1

E ti dicono: “Ci vieni a vedere Beppe Grillo?”

“Perché?”

“Beh, è un comico, fa ridere, è sabato sera…”

Ok, a me Grillo fa ridere, potrei andarmelo a vedere. Solo che poi fra un paio di settimane si vota. E lui, insomma, ci chiede di votarlo, in quelle elezioni. E non posso andare a vedere lo spettacolo di uno che poi mi chiede il voto. Come faccio? Non vale, chiedere il voto alla fine dello show. Non è nelle regole del gioco, caro Beppe Grillo. Non tanto nelle regole del gioco della politica, ché chissenefrega in fondo. Chiedere il voto non sta nelle regole del gioco dello spettacolo, dell’arte in generale. Rovina tutto, chiedere il voto. Lo spettacolo diventa osceno, manipolatorio, inquietante. Mi fa paura. E non perché penso che l’arte debba essere svuotata di contenuti sociali e politici. Tutt’altro.

“No, stasera non vengo a vedere Grillo!” rispondo allora.

Sto a casa, così mi tolgo anche un altro impiccio. Perché Grillo mi fa ridere, è vero, ma è razzista, qualunquista e dozzinale nell’uso della lingua italiana. E quindi mi vergogno del fatto che mi faccia ridere.

2

Nella classifica dei libri più venduti della settimana si conferma Gramellini, sale Ligabue. Poi ci sono anche Baricco, un volume di successo su una dieta, un libro che è il millesimo anti-Harry Potter… Cosa c’entra la classifica con Grillo? Nulla… se non che, anziché vedere il comico genovese, potrei organizzarmi per un bel suicidio. Passino tutti. Ma Baricco è troppo.

Alternativa al suicidio è trovare un buon modo di cucinare un kg di coscia di maiale, con il forno fuori uso. Contorno di funghi.

 

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