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Pulizie di primavera

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Nel disordine dei nostri garage si riflette la perdita di certezze dell’uomo contemporaneo. La macina spersonalizzante del turbocapitalismo finanziario ci ha reso soli e impotenti. Solleviamo la saracinesca e di fronte alla confusione, stratificata in lunghi anni di incuria, oscilliamo tra nipponiche tentazioni di decluttering e sogni da maschio bianco alla Walt Kowalski: trascorrere un’intera esistenza ad accumulare, sistemare, accudire attrezzi nell’autorimessa, tempio da consacrare a una Gran Torino qualsiasi. La realtà, lo sappiamo, è che non ce la faremo mai a scegliere una strada o l’altra e, generazionalmente votati al disordine, lasceremo le cose come stanno, eccezion fatta per qualche effimero intervento di maquillage.

Così, mentre lo stato sociale va in pezzi, il sistema sanitario nazionale, la scuola, la previdenza sono allo sbando, lo Statuto dei lavoratori e tutti gli avanzamenti del diritto e culturali si sbriciolano come certa carta estenuata dal tempo, noi fissiamo abbattuti la nostra vita depositarsi nel box. Latte di vernice sul cui fondo induriscono rocce sedimentarie non ancora classificate; ricambi per automobili rottamate da anni; cassette degli attrezzi stracolme di chiavi, brugole, pinze arrugginite e cacciaviti spuntati; cataste di VHS, CD, DVD ricoperte di polvere e innervate di cavi elettrici, antenne, cavi ethernet o USB; tende da campeggio, tappetini per auto, lampade, latte d’olio minerale, diverse edizioni incomplete o con volumi doppi del Baldi, del Luperini, del Ferroni, eccetera. Qui, dove tutto si accumula, tutto è senza un perché. Come le statue (africane?) di legno che qualcuno ha comprato a una fiera, come le scatole di cartone di cento traslochi mai finiti davvero.

È che non abbiamo mica tempo per pensare a tutto, oggi come oggi, ci diciamo. E come si fa? Con il lavoro, gli impegni, le code da fare alla banca o alla posta. Lasciamo  le cose ad ammucchiarsi e forse, inconsciamente, confidiamo in questo guazzabuglio come forma di previdenza complementare: quando dopo decenni di contributi versati, da ultrasettantenni, avremo bisogno di sostituire qualcosa che ci si è rotto in casa, e l’assegno dell’INPS sarà così magro da non potercelo permettere, allora scenderemo quaggiù a frugare tra la roba impolverata che non si sa mai, un bicchiere buono, una lampadina, un rotolo di scotch marrone da pacchi, salterà pur fuori.

O forse non è questione di tempo, né di altro, forse è solo pigrizia. L’indolenza che ci prende di fronte al disordine privato dei nostri oggetti è la medesima indolenza che ci induce ad accettare il disordine pubblico del presente stato delle cose, a rinunciare alla lotta, alla partecipazione. Un’indolenza comprensibile, certo, quando pare che per raggiungere ogni obiettivo, ancorché minimo, si debbano scalare montagne, quando l’impresa è impossibile. Comprensibile ma non più giustificabile, quando da difendere non ci resta oramai molto altro oltre alla dignità.

Impressioni di settembre

first45-1aMatteo Renzi ha 40 anni. Matteo Salvini è un po’ più vecchio, ne conta 42. Durante queste vacanze estive ho realizzato che, se c’è una cosa che invidio ai miei alunni, è che loro avranno la fortuna di sopravvivere a questi due, io no. Posso sperare in un miracolo, ma con tutta probabilità le dispute di alto profilo tra questi fini statisti mi accompagneranno per il resto dei miei giorni. Lo so, non è modo di ragionare molto progressista: uno dovrebbe pensare che la possibilità di un cambiamento esista, anzi, che una svolta sia addirittura imminente. Ma dopo tante stagioni sospese nel sogno in attesa della Rivoluzione, non vorrete biasimarmi se comincio a prendere atto che, realisticamente, lascerò un mondo peggiore di quello che ho trovato.
Di fronte a un dibattito sui rifugiati che vede i due leader darsi vicendevolmente della bestia e del verme per dribblare un argomento obiettivamente fuori dalla loro portata, concedetemi, non dico una furbesca atarassia da disimpegno, ma almeno il dolce abbandono alle impressioni di settembre, che non sono solo banale effetto romantico del trascolorare dei tigli, ma impressioni di Resistenza a tutto lo schifo del mondo. Impressioni che così generosamente la brezza oggi ci offre, se spalanchiamo una finestra o, meglio, se scendiamo in strada e le sappiamo raccogliere.
C’è l’urlo di un trapano, lontano; la sgommata di furgone rosso Bartolini, qui sotto; una portiera sbattuta, più giù: Gianni che va in fabbrica. Il pollivendolo solleva la saracinesca, poi si ferma davanti alla porta a vetri del negozio, prima di infilare le chiavi nella toppa: si volta, fiuta l’aria, gli sembra buona, ma è solo un’impressione dettata dalla luce, a settembre bella anche in pianura. Olga, la badante della signora che sta al civico 23, batte tappeti in balcone. Settembre è il rumore del lavoro di tutti, che resiste a tutto.
Oltretorrente è un vecchio che bestemmia, una signora che bega, il vigile in bicicletta in equilibrio su un piede, accostato al banco del fritto, una tumultuante ragazza pazza d’amore che corre da qualche parte. Al parco due ragazzi hanno mollato le bici nell’erba: ridono, si toccano, si baciano. Costretta a passargli vicino, la nonna gira la testa alla nipotina: oddio che schifo, non guardare. Settembre è l’amore di tutti, l’amore per tutti, che resiste a tutto.
A scuola sono esposti i tabelloni con gli esiti degli esami di riparazione, con gli elenchi delle nuove classi. Sospiri di sollievo, sorrisi, saluti. Una collega studia i nomi degli alunni di prima, una ruga profonda di preoccupazione ingigantita dagli occhiali da presbite alzati sulla fronte: “Oh, ciao, Emiliano. Hai visto che nomi? Guarda che la prima ce l’hai anche tu quest’anno. Che roba, siamo diventati proprio la scuola degli stranieri!” “Uh sì, Brunella, è vero, già. La scuola degli stranieri.” Oh, sì sì! Non è la Buona Scuola settembre. Settembre è la scuola di tutti, e resiste a tutto.

Spezzo il gessetto

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Dice mio padre che correre in campagna fa male: “Chissà che cosa spruzzano, gli agricoltori, nei campi. Meglio che stai qui, in città, ad allenarti.” Forse ha ragione e, a conti fatti, concimi chimici e antiparassitari avvelenano l’aria più delle file di auto. Molto più probabilmente è la diffidenza innata di chi è venuto su nei vicoli del Carmine per tutto ciò che non è grigio ma verde. In ogni caso, caro Matteo, in questi giorni in cui tu riformi la scuola, le geometrie sghembe delle strade che tagliano basse tra i campi mi aiutano a riflettere. Così, nel tardo pomeriggio, con la terra che scappava via sotto le Asics a ricordarmi che né io né te contiamo nulla in quest’universo, ho ripensato serenamente alla tua letterina e al tuo videoclip con la lavagna. Mi dici che dobbiamo discutere, ci dobbiamo confrontare, che le chiusure e i NO non portano da nessuna parte. Che è bene che troviamo un accordo.
Mi racconti che, per esempio, potrei non storcere così il naso davanti all’introduzione della filosofia del capo e del capetto nel sistema formativo. Che la collegialità paralizza la scuola, così è bene che per prendere decisioni efficaci ci sia una figura dirigenziale con le mani meno legate, che si assuma in prima persona le responsabilità. Potrei venirti incontro, come mi chiedi, e accettare che il capo abbia più poteri. La democrazia del resto non vive un buon momento nel nostro Paese, perde terreno in ogni settore, dalla politica al lavoro, perché non nella scuola o addirittura nella famiglia, con un ritorno in pompa magna della figura del pater familias plenipotenziario su moglie e figli. Democrazia, uno scherzo strampalato uscito dalla guerra mondiale, una breve fiammata, scriveranno i libri di storia. Potrei rassegnarmi, venirti incontro.
Ma come, mi dici poi, ti fanno schifo i soldi dei privati alle scuole autonome? Rifiuti i contributi raccolti con il cinque per mille? Non ti piacerebbe che il tuo Istituto avesse fondi da investire? Quante storie! Se poi magari ti ritrovi un marchio in aula fai finta di non vederlo, no? Pecunia non olet. Non ti piacerebbero gli sghei che ti darei in più come premio per il merito? Mica siete tutti uguali. Chi lavora di più, guadagna di più. Non illuderti, caro Matteo, non mi convincerai mai, così come non mi convincerai che autoritarismo sia meglio di democrazia. Però potrei venirti incontro e non essere così rigido. Potrei chiedere ai miei studenti dei corsi serali di versare il loro cinque per mille di disoccupati alla scuola, in aggiunta al “contributo volontario” di centocinquanta euro che già pagano obbligatoriamente. Magari, tra tutti, ci salta fuori uno Scaldatutto per le sere d’inverno. Potrei entrare in classe con la toppa di Ronnie McDonald cucita su un cappellino da baseball, perché no? E poi chiedere a uno qualunque dei miei alunni del diurno di parlare molto bene, ad alta voce, di me. Magari quando un collega del comitato di valutazione è a portata d’orecchi.
Potrei fare tante altre cose, per venirti incontro. Accettare che la tua riforma se ne sbatta dell’integrazione scolastica, della disabilità, di tutti i ragazzi più belli e soli, sarebbe la cosa più dura. Ma potrei fare anche questo.
Potrei farlo perché non ho certezze in tasca e, come dici tu, magari su qualcosa mi sbaglio. Potrei cedere su qualcosa, accettare il confronto, sperare in qualche modifica, anziché rigettare in toto il progetto della Buona scuola. Potrei farlo, ma non lo faccio. Non cedo, non mi muovo di un millimetro. Ti spiego perché. Tu hai gettato sul piatto della bilancia le centomila assunzioni di docenti precari. Hai detto: niente riforma, niente assunzioni. Non si possono separare le assunzioni dall’approvazione della Buona scuola. Perché per assumere delle persone serve un motivo, cioè la riforma. Altrimenti si tratterebbe di assumere centomila insegnanti senza ragione, in pratica la scuola verrebbe utilizzata come un ammortizzatore sociale.
Hai detto così, e hai mentito sapendo di mentire, perché tutti i futuri assunti lavorano già nella scuola, quindi i posti di lavoro per loro ci sono già, non vengono creati dalla Buona scuola. Se i precari venissero assunti, non si tratterebbe di inventare cattedre inesistenti, ma semplicemente di garantire la dignità di un contratto a tempo indeterminato a chi ha anni di incertezza sulle spalle. La dignità di poter accendere un mutuo, di accudire i figli o un genitore malato senza chiedere l’elemosina. In pratica, Matteo, mi hai ricattato. Non giriamoci intorno: io ti devo venire incontro, altrimenti tu non assumi la mia compagna, gli amici, i colleghi, gente che lavora e si sbatte come e più di me, ma che non ha la fortuna di un contratto stabile. Il ricatto segna con il marchio dell’infamia chi l’ordisce e chi lo sostiene, chi lo approva. Ecco il motivo per cui lo rigetto.
Sei spigliato, sei brillante. Sorridi davanti alla tua lavagna ardesiana e mi punti un gessetto alla tempia.
Io spezzo il gessetto.

L’ortomercato dei famosi

Emanuele_Filiberto_di_Savoia_orto-mercato_06Il sapore della terza Marlboro si mescola al residuo di caffè corretto Nardini, mentre comincio a slacciare il cellophane pesante che protegge il banco nelle ore di riposo. L’alba dista ore da questo capannone al neon dove iniziano a risuonare le prime urla, sberleffi, insulti, bestemmie. Fracasso di cassette tolte di mezzo a calci, gas di scarico, uomini assonnati intirizziti nelle giacche di pile consumato. Uno molla un peto sonoro, rimbombano sghignazzate, c’è chi gli fa eco con un rutto. Ecco Gigi, il grossista del banco di fianco al mio. Mi soffia un bacio con fare ammiccante tra i denti marci: “Allora l’hai fatta andare la bistecca ieri sera?” e mima l’atto con la mano destra posata sul pacco. Gli rispondo muovendo a stantuffo il braccio destro e fischiando come una locomotiva: “Se vuoi te ne trovo una anche a te…” Qui siamo tutti affiatati. La vita del mercato ortofrutticolo a me piace anche se è dura e c’è da spezzarsi la schiena, questo è sicuro, e c’è da abituarsi a saltar giù dal letto prima ancora di aver preso sonno, da gelarsi le chiappe o da morire di freddo a seconda della stagione. Certo che a pensare di arrivare alla pensione così… boh, non lo so, mica voglio andare avanti così tutta la vita. Comunque non mi lamento, è un ambiente stimolante, dove si possono fare conoscenze utili per entrare nel mondo che conta. Del resto, qui al mercato, sgobbano anche i vip. I figli del ministro Polletti, per esempio, fanno movimentazione merci. Hanno messo su bicipiti grossi come angurie e tirano madonne che mi vien la pelle d’oca anche a me, che non sono certo uno fine. Li guardo lì, che sudano con gli altri, e penso: “È bello che gente importante, che non ha certo bisogno, faccia andare le mani con noi comuni mortali.” Questo, garantito, è un ambiente altamente formativo per ricconi. Che vanno al liceo, imparano un sacco di libri, ma poi vengono qui a guadagnarsi la pagnotta. Perché non fa mica male a nessuno un po’ di lavoro. Chiaro? Magari se lo ficcassero in testa tutti quei genitori che piazzano i figli a spinellare davanti alla play per andarsene a fare il turno in fabbrica, in magazzino o al supermercato in santa pace. Tantissimi uomini politici si sono fatti le ossa al mercato ortofrutticolo. Qualcuno lo dice tranquillamente, come per esempio l’ex ministro Bruschetta che si è vantato degli anni migliori della propria vita trascorsi caricando e scaricando autocarri. Qualcuno è più pudico, e magari lo nasconde. Ma, per esempio, dove credete che se le sia fatte quelle belle spalle larghe, e quella solida preparazione tecnica, il buon vecchio Francesconi? E la cultura del lavoro, la passione per gli orologi di pregio, la famiglia Fufi, dove pensate che l’abbia appresa? Tra i bancali, no? A volte, a pensare alla gente con cui potrei avere a che fare, senza saperlo, qua dentro, io mi sento in imbarazzo. Perché è proprio un privilegio, cavoli, un’opportunità, avere a che fare con questa gente qui.

Io ai figli di Polletti non l’ho detto, ma sono un po’ contrario alla proposta del loro papà. No, perché insomma, a me piace quest’aria esclusiva che si respira qui. Se mi mandano tutti quegli studenti figli di nessuno d’estate a lavorare, mi rovinano l’ambiente. Voglio dire: adesso magari assumo uno e, per dire, la probabilità che sia figlio, per esempio, del presidente Ronzi è bassa (per carità), ma comunque significativa. Se facciamo venire qui cani e porci, come dice Polletti, la probabilità che mi venga il figlio di Ronzi diventa infinitesimale. No. Non va bene. Quando in troppi bussano alla porta bisogna anche saperla sbattere.

La dittatura del cliente modello

lines_seta_ultra_notte_ali_10_pz_01Un progetto vorrebbe mettere al braccio dei lavoratori di Obi, catena di negozi di bricolage, un braccialetto vibrante che si attiva su richiesta di clienti bisognosi di aiuto.

Ecco, appena la introducono, quella faccenda lì del braccialetto, io ci vado di corsa alla OBI. Altro che Brico, Bricoman e altri negozi di dilettanti. Questa sì che l’è soddisfazione del cliente, è curare il cliente, è dare ragione al cliente, perché il cliente l’è il cliente, c’ha sempre ragione il cliente. Non trovi qualcosa? Ti sbatte cercarlo? Hai bisogno di un consiglio su tasselli, scaffali, scatole o latte di pittura? Non hai niente da fare e ti tira di confrontare diversi modelli di trapano a percussione? Non ti devi più allungare con il collo a guardare se vedi il commesso, no. Non devi più sgolarti a chiamarlo, sbracciarti, dirgli mi scusi o per favore e tutte le smancerie varie; che poi chi si credono di essere ‘sti commessi dei supermercati che non arrivano mai? Idraulici? So mica io. Schiacci un bottone e il braccialetto del tipo, del dipendente, dico, quello che è pagato per servirti, attacca a vibrare, così lui sgambetta da te. E vedi come corre, anche perché fino a che il tipo non arriva da te il braccialetto non pianta lì di vibrare. Così se si attarda, che magari fa finta che è stanco, bzzzzbzzzz… l’affare gli dà un fastidio cane e lui si sveglia fuori. Oh, è pagato o no? C’ha anche un discreto culo ad averci un lavoro, con la crisi che c’è e tutti ‘sti terroristi che arrivano con i barconi a rubarci le donne e a decapitare il lavoro.

No, insomma, sono cliente, qua. Sono io che comando. Dovrebbe funzionare così dappertutto, dovrebbe. Anche all’Esselunga dovrebbero metterlo, così quando sono lì davanti allo scaffale che non riesco a capire quali sono i lines seta ali ultra plus notte violetto gel alla melissa della mia morosa, tac! Schiaccio e arriva il tipo, non devo neanche salutarlo, che il coso che vibra è già come dirci, al tipo dell’Esselunga: oh, te, ciao! E così ce lo chiedo a lui, con comodo, dove stanno i lines soft maxi petalo blu acqua marina liberty dell’Adalgisa. L’Adalgisa è la mia morosa.

Anche perché poi, non sembra mica, ma è un bel modo anche per premiare quelli che fanno andare le mani e per punire quelli che non c’han voglia di lavorare, quello lì del braccialetto vibrante. Perché fai che uno è bravo, no? Che lo chiami per chiederci se nella mozzarella ci sono le uova che hai l’allergia e lui arriva di corsa. Dopo un po’ ci vuole un premio, giusto? Allora metti che il braccialetto invece che vibrare per tutto il tempo che lui arriva, vibra magari solo un minuto, così dà meno fastidio. Se uno, invece, è un lazzarone, di quelli che non arrivano mai, allora al posto della vibrazione ci metti una piccola scarica elettrica, ma piccolina, che fa mica male a nessuno, così vedi che si sbriga a fare quello che deve fare. Così poi lavorano tutti di più. E il cliente alla fine della fiera va via bello contento.

Ecco, da adesso io vado solo in posti dove mettono i braccialetti elettrici ai dipendenti. Del resto noi consumatori, con i nostri comportamenti, abbiamo il potere di condizionare le politiche aziendali. Questo ce lo aveva detto anche il profe di italiano alle superiori, Emiliano B, anche se era uno di sinistra. Allora, ecco, se tutti fanno come me, se sono un po’ furbi, scommetto che tempo due o tre anni lo mettono in tutti i grandi magazzini, un coso che vibra ai dipendenti.

Terzo comandamento

red-bull_2533775bÈ l’ora che le macchine iniziano a imbottigliarsi di brutto: incastrate sulla rampa che discende verso il centro commerciale, fumano monossido e particolato in pazienti volute. Famiglie in scatola, con i nonni che magari siedono avanti, che stan più comodi, e le mamme incastonate tra i seggiolini e le portiere a contorcersi nel recuperare i ciucci finiti sui tappetini, che poi puliranno ficcandoseli in bocca. I papà attendono che quello davanti si muova e tamburellano i polpastrelli sul volante, vestiti che sembrano manichini rubati dalla vetrina di un negozio outlet in cartongesso: se guardi bene, una targhetta la trovi, attaccata alla cuffia, alla sciarpa o ai guanti morbidi in pelle. Coppie che si sbaciucchiano dentro le Fiesta, il subwoofer che pulsa, i Lumia fluorescenti in mano che scattano selfie e controllano WhatsApp.
E dentro a spingere carrelli, chiedersi che cosa ci facciano tutti qui oggi, sollevare pacchi, riempire buste, caricarsi bimbi sulla groppa, soppesare concentrati trabiccoli di plastica made in China, sudare, fare la faccia di quello competente, che non si fa fregare, cercare il bagno ché alla bimba scappa la pipì, fare sedere un attimo il nonno che minaccia di tirare le cuoia, caricare lo scatolone che è più grosso del baule nel baule troppo piccolo, chiedere per la spedizione, fare la fila, cercare il commesso. “Dov’è che si infila sempre il commesso?” “Fa finta di non vederti, guarda, che stronzo sfaticato!” “Ma c’ero prima io, perché diavolo va da quella là!” “Signora mi scusi!” “Si calmi! Siamo tutti sulla stessa barca, non è possibile, servono più commessi. C’è più gente: oggi è festa!”.
Su uno spiazzo grigio di fianco alla tangenziale sud gli indiani giocano a cricket, nonostante il monossido, la polvere che si deposita sulle barbe e questa nebbia sporca che confonde la vista. Indosso hanno giacche improbabili, piumini lunghi sopra i kurta consunti, qualcuno porta il turbante. Quando la mazza impatta la palla si sente un tonfo che diresti in grado di propagarsi per chilometri, da qui pare il tappo di una bottiglia di lambrusco che salta. Un gioco di traiettorie lunghe, corse, uomini in ginocchio o curvi in avanti. Partite infinite di pomeriggi, di domeniche intere, forse di settimane o mesi. Chissà come si tengono i punti.
La commessa del reparto decorazione del Leroy Merlin è bionda e gentile, spiega che c’è meno personale, proprio perché è festa e va così, nonostante ci siano un mucchio di clienti paonazzi per lo sforzo di santificarla. Un po’ di pazienza, insomma. Si scusa davvero e poi apre i cassetti con gli effetti personali suoi e degli altri impiegati. Sta lì sotto il banco dove si scelgono le stoffe per le tende. Ci mostra le confezioni di Red Bull da quattro lattine: ciascuno di loro ne tiene una scorta. Ciascuno di loro si fa di Red Bull per correre più forte: “Ecco, vedete, facciamo di tutto per essere il più efficienti possibile, guardate qua. Ne beviamo tutti un sacco, sennò mica ce la faremmo ad andare così.”
Su uno spiazzo grigio di fianco alla tangenziale sud un gruppo di uomini dal copricapo arancione tenta di recuperare una palla che si è andata a cacciare chissà dove. Gli altri tirano fuori dei thermos che fumano tè. Si siedono sui talloni, tirano il fiato. Non c’è davvero motivo di avere fretta.

Non c’è di che

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Come cacciatori cheyenne sulla strada del bisonte, come guerrieri apache acquattati in attesa della battaglia, le ragazze e i ragazzi che tirano su il fango si pitturano il volto, tracciandovi spessi segni con la melma marrone. Cacciano fuori espressioni da veri duri e alla faccia di chi li vuole pii angioletti ardenti d’inconsapevole bontà ci ricordano che gli angeli non esistono. Esistono ragazze e ragazzi che sono sempre, naturalmente, tutti giovani e belli. Noi, che facciamo schifo, preferiamo attribuire caratteri divini a comportamenti normalissimi, in modo da poterci tranquillamente guardar bene dall’imitarli e, al contempo, sentirci assolti.

Il torrente non è entrato nel negozio del parrucchiere, ne ha solo lambito la vetrina, ma ha depositato sulla strada e sul marciapiede antistante un soffice strato di sedimento cremoso. Il titolare è molto preoccupato: con la via ridotta in quel modo, anche se il negozio è pulito ed efficiente, i clienti oggi non arrivano. Così ha mandato Malati, la donna indiana che lavora per lui, a creare un passaggio nella guazza. Lei si dà da fare armata di spazzolone di plastica e di una grossa pala smaltata di rosso, probabilmente una di quelle distribuite dai furgoncini del Comune. Il proprietario del negozio fuma con la schiena appoggiata allo stipite dell’ingresso e guarda preoccupato l’orologio: sono passate le quattro, il pomeriggio sta trascorrendo in fretta e già la mattina è andata persa. Probabilmente pensa che Malati sia troppo lenta a spalare, allora chiama un gruppo di questi ragazzi che, con i loro segni tribali sul volto, si accaniscono contro un cumulo di detriti che ostruisce un tombino. “Oh, siete mica dei volontari?” “Sì, ha bisogno?” “Che bravi ragazzi! Non è che mi dareste una mano a ripulire qui, davanti al negozio, così la gente può passare?”

Malati lavora dieci ore al giorno: shampoo, massaggi, tagli, tinte, pieghe, pulizie. Malati fa di tutto, sei giorni alla settimana, dalle nove alle diciannove. Malati guadagna 35€ al giorno e ha un contratto che dice che lavora due ore al giorno, cinque giorni alla settimana. Potrebbe anche andarsene e il suo datore di lavoro se la vedrebbe nera, di altre brave come lei non ce ne sono mica in giro. Ma anche se lo facesse, cambierebbe poco: tutti gli altri parrucchieri che ha sentito pagano così. E così passa la vita restando al proprio posto, a rigare diritto per pagare, chissà con quali miracoli, l’affitto e l’istruzione dei figli. Colpa di un mercato del lavoro selvaggio, dell’ampia disponibilità di apprendisti da sfruttare nel settore. Colpa delle istituzioni, che non proteggono, non tutelano la dignità e la qualità della vita delle persone. Non di fronte alla furia del fango, non davanti alla rapacità umana. Però impongono riforme del lavoro che tutto sono tranne che l’unico Jobs act di cui c’è davvero bisogno: quello che ci liberi da ogni sfruttatore.

“Certo, arrivo subito!” cinguetta una ragazza emergendo a fatica da un banco di sabbie mobili. Si avvicina al parrucchiere che le sorride facendo luccicare il dente d’oro, mentre ravana il taschino in cerca del pacchetto di Merit. “Grazie, bella!” “Uh, prego, non c’è di che. Tenga, questa è la pala!” Lui si ritrova a reggere il badile per il manico, lo stupore disegnato nella bocca aperta e negli occhi fissi al vuoto. Lei gira i tacchi e se ne va. Malati si gira di spalle perché proprio non ce la fa a nascondere il sorriso.

Il Compagno del Sindacato

200812230540_rosso_rubino_atvIncontro il Compagno del Sindacato, un ex-collega, in via D’Azeglio, verso sera. “Ma dai! Emiliano, com’è la scuola nuova? Come ti trovi? Prendi un caffè?” “Mah, un caffè a quest’ora? Piuttosto un prosecco!” Ci infiliamo nel caldo vaporoso di un aperibar. Il Compagno del Sindacato, vero e proprio pachiderma, attraversa la sala travolgendo una povera cameriera con l’orecchio deturpato da un dilatatore grosso come un’arancia. Quindi, con un vigoroso lavoro di corporatura, sgombera il banco disperdendo un gruppo di gracili e stilosi universitari. Finalmente, dopo esseri grattato il pancione con aria soddisfatta tuona: “Cos’è che volevi tu, fighetto? Ah, già! Barista? Un prosecco per il ragazzo, qui. E una pallina di lambrusco per me.” Poi piazza il gomito sul marmo e si passa quattro dita nel barbone, tirando forte per sciogliere i nodi. In alto i bicchieri, brindiamo a Palmiro Togliatti. Ma lui, per troppa foga, frantuma con il bordo spesso del suo calice il mio esile flûte. Rimango con il vetro del gambo in mano, a bocca aperta, gli occhi increduli piantati in quelli del Compagno del Sindacato, due buchi neri, mefistofelici, nel fondo dei quali, nonostante tutto, la passione rivoluzionaria brucia mai sopita. Lui non fa una piega, si sporge oltre il bordo del banco: “Barista! Guardi che ci ha dato un bicchiere rotto! Dovrebbe farcene un altro per favore!” Poi attacca con i problemi della scuola, con il contratto bloccato, con gli scatti. Passa in rassegna la situazione politica nazionale e internazionale, con analisi doviziose e ben saldate a terra, come le care e vecchie querce, così solide sulle loro radici. “Ma ti pare,” mi fa venendomi sotto con il suo quintale abbondante: “Hai sentito questa faccenda del cognome? Che adesso faranno una legge che anche le donne possono trasmettere il cognome ai figli?” “Mi sembra giusto,” gli dico: “Un diritto in più è sempre un diritto in più. I bambini che ora sono considerati illegittimi, inoltre, non saranno più i soli portare il cognome della madre, non avranno addosso questa specie di stigma.” Lui scuote la testa, gocce di sudore si sganciano a pioggia dalla fronte segnata da rughe profonde, per condire un paio di spritz e i salatini parcheggiati momentaneamente sul banco. “No, ma smettila Emiliano! Ti pare che con la crisi, la disoccupazione, la povertà, i salari bassi, la fame che bussa, ci si debba occupare di queste bazzecole? Non mi dirai, collega, che ti frega anche dei diritti delle coppie di fatto, o dei gay e tutte quelle robe lì. Ma credi che ai lavoratori cambi qualcosa, se perdiamo tempo con certe questioni? Ci sono cose più urgenti, le priorità!” Mi prende per la giacca e, per farmi capire bene il discorso, mi solleva anche un pochino da terra e così, un po’ sopraffatto, non ho spirito di replicare, di fargli notare che, magari, ci sono coppie di fatto fatte di disoccupati, o gay che sbarcano il lunario lavorando agli impianti di colata continua. E poi non gli riesco a spiegare che i diritti, tutti i diritti, sono urgenti, sono tutti priorità. E non c’è niente da aspettare, da mettere da parte: li vogliamo tutti e subito. Lui aspetta una risposta, vuole che gli dica che forse ha ragione lui: prima il pane e poi le rose. Sto zitto.

Il Compagno del Sindacato mi ha domato, mi molla una gran pacca sulle spalle: “Ti saluto, Emi. Su con la vita, che alle prossime elezioni, con Matteo, ce la facciamo!”

Rimango lì, ancora un poco stordito e lo saluto con la mano: “Ma Matteo chi?”

Il mondo piccolo di Manolo Sgabazzi

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I

Beccarsi un malanno nei giorni di Natale è, ve lo assicuro, un’esperienza tremenda, sia sotto il profilo psicologico sia per la difficoltà nell’accesso a cure adeguate. Avete dubbi al riguardo? Vi chiedo di considerare allora quanto capitato a Manolo Sgabazzi, quarant’anni, impiegato, un matrimonio felice e benedetto da Sancta Romana Ecclesia, una bella famiglia numerosa. E una tonsillite batterica con placche che si manifesta in tutta la sua violenza il pomeriggio della Vigilia. Non vi sto ora a raccontare dell’improvvisa sordità al telefono della guardia medica: “Mi creda, dottore… mi… sento… morire.” “Molto bene grazie! Tanti auguri anche a lei, a tutta la sua famiglia, sono contento che vada tutto bene!” Non vi tedio con racconti di discese nell’imbuto del pronto soccorso, tortuose, infinite e dantesche, ma con incontri molto meno interessanti: “Signor Sgabazzi! Buon Natale! Com’è che non si fa mai vedere agli incontri dell’associazione di quartiere contro gli extracomunitari che girano liberamente per i nostri borghi? La aspettiamo, mi raccomando!” Non vi annoio con la descrizione di lunghe attese per una visita o di code estenuanti in farmacia. Fatto sta che, all’ora in cui in salotto la famiglia dà il via alle danze goderecce del cenone, Manolo si ritrova, con la febbre a quaranta e la sezione della gola ridotta a uno spillo, a dover ingoiare pasticche di antibiotico grandi quanto ossi di pesca. Mentre lacrime di dolore gli grondano sul petto scavato, spinge con tutta la forza l’Augmentin oltre l’ostacolo, poi crolla sotto le coperte con l’impressione, neppure troppo peregrina, che il pastiglione si sia incagliato appena lì in gola e che, di lì a poco, gli succederà qualcosa di brutto. Trascorrono ore prima che la sua splendida famiglia, tra un brindisi e l’altro, si ricordi di lui. In un momento imprecisato della notte, la moglie, per la verità un po’ brilla, socchiude la porta e gli allunga, con un calcio, una ciotola dove fuma brodo incandescente: “Tieni, mangia. Poi se vieni di là a ringraziare per i regali, che sennò fai sempre brutta figura, è meglio.” Sgabazzi si china e solleva la ciotola, si porta volenteroso un cucchiaio alla bocca e spinge giù il brodo come una medicina. Ma il liquido brucia e la gola prende fuoco. Manolo, privo di sensi, crolla sul letto rovesciando la sua parte di cenone sul pavimento. Ora vi chiedo di non censurare, ipocriti, il comportamento della signora Sgabazzi: chiunque, tra voi, avrebbe fatto altrettanto. Già, perché il Natale dove ci si occupa degli altri, dove si è tutti più buoni, non è mica per gente come noi, gente che lavora, si sbatte. A servire il pasto alla mensa profughi ci va il Ministro, mica l’operaio; a pranzo con i poveri ci vanno il Sindaco e l’attore, mica la commessa. Ci vanno le celebrità perché tra gli affamati, un giorno all’anno, è più facile sentirsi persone di cuore. Vere celebrità, ma di cuore.

II

La mattina del venticinque il nostro sfortunato Manolo riprende conoscenza in un bagno di sudore indotto dall’antipiretico. In effetti, a parte la gola, sulle cui condizioni è meglio sorvolare, le cose sembrano andare un po’ meglio. Sgabazzi riesce a leggere, per esempio, e a mettere insieme un qualche ragionamento. Si spara un reportage sulle condizioni di lavoro nei magazzini britannici di Amazon: i turni di lavoro massacranti, le paghe misere, i licenziamenti per chi si ammala più di tre volte in tre mesi, il silenzio dei dipendenti comprato con l’offerta fasulla di un posto fisso, la scelta strategica di insediarsi in aree economicamente depresse, dove è più facile ingaggiare dei disperati. Legge tutto a fondo, il nostro impiegatuccio, e poi prende una decisione solenne: “Mai più! Mai più! D’ora in poi comprerò solo nelle botteghe sotto casa.” All’ora comandata Manolo butta giù la pasticcona, poi crolla addormentato sino a quando Vasco, il figlio grande, apre la porta e gli lancia sul letto un trancio gommoso di pandoro: “Ha detto la mamma di darti la colazione.” Il pandoro non potrà mai passare dalla gola ingrossata e così il malato lo mette da parte e ripiega sui flaconcini di fermenti lattici. Sulla scatola campeggia una scritta: di origine UMANA. “Cazzo, che schifo!” Manolo non può trattenersi dal contrarre le labbra in una smorfia di disgusto: “Chissà da dove li prelevano, ‘sti fermenti.” E via, complice la febbre, nella testa di Sgabazzi vanno formandosi immagini assurde di disgraziati, ridotti dalla miseria a diventare donatori di fermenti lattici. Torme di anime perdute, affamate, degradate, che si fanno estrarre i fermenti per darli a lui, tranquillo borghese che si lamenta tanto per un po’ di mal di gola. Ma deve pur curarsi, e così con un risucchio secco Manolo svuota un flacone di fermenti di origine umana, poi si pulisce le labbra con il dorso della mano: “Mica male, però! Sono dolci”. Chiude gli occhi, in sala fervono i preparativi per il pranzo natalizio, ne sente i rumori. Realizza, Manolo, nel suo mondo piccolo di malato recluso in una stanza, che Marx aveva ragione, che il mondo è fatto di sfruttatori e di sfruttati e che lui, tutto sommato, preferisce stare tra i primi (quando gli è permesso, s’intende). Vuole continuare, insomma, a bersi i fermenti. Ma non si ferma a questo, Sgabazzi. Ripensa ad Amazon, ai turni da dieci ore e mezza, ai ventiquattro chilometri quotidiani macinati a piedi dai magazzinieri sottopagati. Pensa alla comodità di ordinare dal telefono, dal pc, in qualsiasi luogo, a qualsiasi ora del giorno, qualsiasi cosa, per giunta scontata. Al piacere del pacco che ti arriva a casa, puntuale. Quel lavoraccio infame non gli appare più tanto male e i magazzini nelle foto che ha visto sulla rivista sembrano puliti e riscaldati. “Ma sì!”, pensa Manolo impugnando lo smartphone: “Un ordine solo, un ultimo ancora…”. Ordina Coetzee, L’infanzia di Gesù, ché con l’aiuto della buona letteratura è più facile sentirsi tra i giusti. Sfruttatori, ma giusti.

Sogno di una notte di mezza primavera

PaperinoSi avvicina di soppiatto, guardandosi intorno con aria circospetta, mi punta con quel suo muso da roditore, mi scruta. Voglio scansare quegli occhietti sospettosi, mi concentro sulle perle di sudore che gli si impigliano nella barba del giorno prima. “Prego, desidera?” Lo anticipo. Soffia tra gli incisivi, mentre sceglie le parole: “Buongiorno, sono l’agente Frugalis, piacere!” Allunga una zampa sudaticcia dal dorso peloso che stringo senza entusiasmo: “Agente di polizia?” “Uh! No, no… sono al servizio della nuova agenzia governativa Onorari e stipendi Verranno Ridotti Adesso, in breve: OVRA.” “Un’agenzia che ha come nome uno slogan? Di cosa si occupa?” Cerco di capire interrogando Frugalis. Lui nicchia, si ispeziona distrattamente l’orecchio con il mignolo, poi rimira il cerume accumulato sotto l’unghia: “Beh, lo slogan dà chiarezza, è immediato… comunque, si tratta di un’agenzia di nuova concezione, incaricata dal governo di provvedere al controllo della condotta dei cittadini in merito al problema delle retribuzioni.” Fatico a capire: “Va bene, ma di che cosa vi occupate nella pratica? E poi, cosa vuole da me? Perché mi ferma qui, proprio oggi, mentre porto a spasso il cane?” Sibila di nuovo tra i denti da castoro, soffiando fuori goccioline di saliva collosa: “Scusi, ma lei non segue le notizie? Non vede che in Italia tutti si rincorrono nell’autoridursi volontariamente lo stipendio? Politici, ministri… non desidera seguire il loro nobile esempio? La nostra Agenzia si occupa, diciamo, di controllare che i nostri insigni uomini politici non seminino nel vento e che, insomma, i cittadini di buona volontà raccolgano il testimone e si taglino le retribuzioni. L’adesione al taglio, se così si può dire, è su base strettamente volontaria, ça va sans dire…” Non capisco cosa voglia da me quello strano tipo, guardo la vegetazione del parco straordinariamente rigogliosa in virtù delle piogge torrenziali di questa primavera malata e giro sui tacchi per allontanarmi. Repentino mi afferra per la giacca: “Dove pensa di andare? Ho qui con me il modello, lei dovrebbe rinunciare a un quarto del suo stipendio da insegnante! Firmi qua, non faccia storie! Via, in fondo, io, lei, noi… siamo dei privilegiati…” “Questa, poi! Parli per lei e per i suoi colleghi dell’OVRA, io i soldi me li guadagno eccome!” Lui perde le staffe, il grugno si fa paonazzo: “Tu, brutto cane rognoso! Maledetto parassita! Canaglia impestata! Tu adesso ti riduci volontariamente lo stipendio, hai capito, altrimenti l’Agenzia sbatte il tuo nome in prima pagina, ti mette sul sito con la foto e tutto, tu che non rinunci ai tuoi benefit, tu che succhi linfa vitale a questo glorioso paese! I politici hanno dato il sangue, governo e opposizione, per il risanamento, non solo economico ma anche, direi, morale del paese!”

Mi sveglio in un bagno di sudore, che incubo! È tardi, tocca correre al lavoro. Guido assonnato, la statale è nastro adesivo che galleggia sulla pianura gonfia di piogge. Gli automobilisti picchiano i clacson sempre più rabbiosi mentre il notiziario alla radio gracchia la solita solfa: questo che si riduce quello e quell’altro che rinuncia a questo, inoltre tutti si pagano tutto. Dopo il radiogiornale c’è un programma che trasmette telefonate di cittadini indignati. Persone che chiamano in radio per dire che è uno schifo, che i politici fanno vomitare, ma anche che gli statali sono pagati troppo, che gli operai Fiat sono lazzaroni e hanno un sacco di tutele. Insomma, sembra che la lotta a privilegi e ruberie assuma sempre più la fisionomia di un diversivo per far perdere di vista l’idea che il lavoro vada adeguatamente retribuito .

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