Archive | aprile 2015

Non ci avevo mica pensato

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Le murate poderose del traghetto Minoan si fanno un baffo delle intemperanze del Canale d’Otranto. La nave avanza diritta, non si avverte rollio né beccheggio, solo la vibrazione implacabile dei motori. Calma piatta, insomma, non fosse per la violenza del vento, che dà l’impressione di poterti levar via dal ponte per scaraventarti in mare in un baleno. Due figure solitarie fissano le onde nere là sotto infrangersi contro l’acciaio dello scafo. Fisico pesante da camionisti, rughe profonde sulla fronte, quattro capelli strapazzati dai turbini. Florian pinza una MS tra pollice e indice e con le altre fa una coppa a proteggere la brace. Sergio s’affanna a distendere i lembi disobbedienti di un poncho impermeabile in plastica azzurrina. “Che ti salta in mente di infilarti in quell’affare? Non vedi, si gonfia come una vela!” “Così mi riparo dall’umidità. Sennò mi escono fuori i dolori. Certo che c’è proprio mare grosso, eh?” Florian getta la cicca tra i flutti con uno scatto dell’indice, sbuffa il fumo dal naso: “È così sempre nel Canale, qui i due mari si incontrano e fanno a botte. Anzi, questo giro è più tranquillo di altri.” Sergio lo guarda in tralice, scettico, lo apostrofa con sarcasmo: “Ma piantala lì di fare il lupo di mare Albània, cosa ne sai tu? È la prima volta che facciamo questa tratta.” Il fumatore si volta, un sorriso accennato solamente: “Torniamo dentro, su, che sento freddo.” Si siedono in un bar del ponte di mezzo, tra i pochi turisti ancora insonni. Guardano oltre un vetro la sala giochi dove un paio di disperati si ammazzano di slot, Stravecchio e solitudine. “Lo faccio tutti gli anni, questo canale. Lo attraverso ogni volta che torno a Durazzo, in Albania. Non è la prima volta che prendo un traghetto sull’Adriatico; anche se è la prima che facciamo una linea dalla Grecia all’Italia per l’azienda, questo sì. Però il canale d’Otranto lo conosco bene, io.” “Certo, che scemo. Non ci avevo mica pensato che passi di qui per andare in Albania, e sì che lo so bene dov’è l’Albania. Ormai siete più voi albanesi che italiani quelli con cui lavoro, lo so bene dov’è l’Albania.” “Qui, i due mari fanno a botte. Sempre onde alte, correnti, vento teso. L’ho fatto anche in gommone, quattro volte, negli anni Novanta.” Sergio strabuzza gli occhi: “In gommone? Come in gommone?” “In gommone. Non c’era altro modo, allora, per venire di qua in Italia. Non lo sapevi?” “Certo, che lo sapevo. Ma non ci avevo mica pensato che potessi davvero essere arrivato in gommone, proprio tu.” “Stavamo tutti in piedi, in cinquanta, sessanta, non lo so. Tutti ritti come asparagi, su quel gommone. Un ragazzino reggeva il timone con una mano, il kalashnikov con l’altra: sapeva assecondare la rabbia delle onde, procedendo a zig-zag per ore e ore. Nient’altro. Era addestrato solo per quello. I trafficanti mandavano i ragazzini per non rischiare in prima persona di essere arrestati. Gli insegnavano in fretta e furia l’essenziale. Ti dovevi fidare, lungo una notte intera di terrore. Non c’era scelta. Se chiedevi qualcosa, se protestavi, la risposta arrivava dalla canna del fucile. Senza la minima esitazione.” “Ma come? E viaggiavate tutti così?” “Non avevamo scelta. Cosa pensavi che fosse, sfuggire dalla miseria? Un pranzo di gala?” “No, beh, sì… È solo che non ci avevo mica pensato davvero.” “Tutto quello che ho sopportato da allora, tutto, il lavoro duro, la fatica, il dolore, la nostalgia che torce lo stomaco, tutto, l’ho fatto perché mio figlio non debba mai fare un’esperienza del genere. Nessuno dovrebbe provare una paura del genere per cercare un futuro.”

Nella pancia della nave, nel garage dedicato ai mezzi pesanti, due ragazzi, probabilmente curdi, lottano contro il caldo infernale della stiva e la fame, nascosti sotto due TIR, magari proprio sotto quelli di Florian e Sergio. Sono saliti a Patrasso, scattando al momento buono per eludere i controlli della temuta polizia greca. Ieri mattina, mentre vagavo per il porto nel tentativo di raggiungere il molo giusto per l’imbarco, li ho visti attendere l’istante giusto nascosti dietro una Jeep. Loro mi hanno visto che li ho visti, mi hanno fatto segno di stare zitto, per favore. Allora mi sono spicciato a trovare l’imbarco, mi sono messo in fila con gli altri vacanzieri di ritorno, un po’ scosso. Cioè, lo sapevo che sono in molti a viaggiare distesi sotto i camion, a sfidare la sorte in questo modo, per arrivare in Italia. Ho letto più di un reportage sull’argomento. Ma che qualcuno potesse farlo qui, di rischiar di crepare per raggiungere Ancona, qui, sulla nave con cui torno dalle vacanze, ecco, non ci avevo mica pensato.

Sergio che non ci aveva mica pensato non può dirsi innocente. Io che non ci avevo mica pensato non posso dirmi innocente.
Chi prima non ci aveva mica pensato, e ora interrompe le campagne elettorali per fingere di combinare qualcosa, sicuramente può dirsi colpevole.
Chi ci ha pensato e ha deciso di tagliare i finanziamenti alle missioni di soccorso può dirsi assassino.
Chi ci ha pensato per auspicare eccidi in modo da poter speculare politicamente sui morti può dirsi sciacallo.

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