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L’angoscia dell’influenza

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Stando ai dati Istat 2011 il 47% delle donne italiane, in quell’anno, non ha letto libri. Per quanto riguarda i maschietti, tradizionalmente dediti a più virili occupazioni, tanto che già il Boccaccio si rivolgeva a un pubblico femminile, i non lettori arrivano al 60%. Che in Italia si legga pochissimo non è certo una novità. Ma di fronte a tanta desolazione non può che sorprendere e consolare come la lettura, nel nostro paese, per quanto scarsa, si riveli tuttavia decisamente feconda. A quanto pare infatti ciascun italiano, nella vita, è stato influenzato da dieci libri. Le tendenze sui social parlano chiaro: le liste con “i dieci libri che più mi hanno influenzato” o “che più hanno segnato la mia vita” irrompono epidemiche e prepotenti sugli schermi azzurro facebook di telefonini e tablet.

Ecco, che fossimo un popolo profondamente influenzato dalla buona letteratura, lo sospettavo da tempo. L’elevato grado di civiltà che si respira all’interno di un outlet della pianura padana, per esempio, è una spia inequivocabile di come la lezione dei classici sia viva nel quotidiano degli italiani. E cosa dire poi della qualità sopraffina della TV generalista nazionale? Chiaramente si rivolge a un pubblico il cui gusto è plasmato da letture altissime. Gli ingorghi stradali, in città, si risolvono spesso in dispute tra dantisti, categoria che per altro annovera tra le sue fila anche celebrità come Marcello Dell’Utri. In quale altro paese, se non la coltissima Italia, lo sbarco di profughi in gran parte in fuga dalla Siria scatenerebbe un allarme tubercolosi? Mi rendo conto che tendo a divagare e che sia invece meglio restare sul pezzo, che poi è il tema di questo post: il problema dell’influenza.

Influenza, già. Perché qui non si parla dei dieci libri che sono semplicemente piaciuti di più, ma di quelli che hanno segnato le nostre vite così interessanti, forgiato le nostre personalità così complesse, edificato il nostro solido e articolato sistema di valori. Un’influenza che evidentemente è così forte da esprimersi non solo a livello individuale, ma da investire anche il piano collettivo. Interpretando le linee di tendenza ben evidenti nelle liste dei “dieci libri” si potrebbe quindi ricostruire lo Spirito della nostra Nazione. Un’operazione tanto ambiziosa, però, richiede anni di lavoro e spazi diversi da quelli di un blog. Tuttavia qualche considerazione sui libri più “influenti”, quelli cioè citati con maggior frequenza nelle catene su facebook, e sulla natura di questa “influenza” può comunque essere fatta.

Harry Potter, in assoluto il più citato, ha formato contemporaneamente grandi e piccini. La Rowling è assimilabile ai pilastri della storia letteraria occidentale, quali Omero, Dante, Shakespeare o Goethe: non sorprende che gli italiani, lettori di razza, si siano fatti influenzare da lei. Siamo un paese dove tutto è magia, sogno e incanto. Il signore degli anelli è in assoluto l’opera letteraria più pallosa della storia, dalla quale è tratta la serie di pellicole più incredibilmente pallose delle storia. Gli italiani non lo leggono per gusto, ma per formarsi al lavoro inteso come sacrificio, così necessario in questi tempi bui. La Bibbia non l’ha letta nessuno, su! Ma tutti hanno un amico ciellino su facebook. La presenza di Piccole donne tra i libri più influenti spiega invece come l’Italia sia la patria dell’emancipazione femminile in particolare, e in generale dell’emancipazione di ogni minoranza vilipesa, la Mecca degli oppressi. La casa della libertà, insomma. Il mastino dei Baskerville: chi non è stato influenzato da Sherlock Holmes scagli la prima pietra. Le notti bianche davanti ai plastici di Bruno Vespa le abbiamo fatte tutti. L’italiano ama la giustizia e la privacy. Tantissimi influenzati da Il libro di Mormon, ma l’insegnamento principale di questo importante testo, ovvero che in bicicletta si debba indossare il caschetto, stenta ancora a decollare. Questione di tempo. Molto successo riscuote anche Sulla strada di Kerouac, naturale complemento al testo mormone insieme al Pasto nudo, che però purtroppo non rientra ancora tra i testi più influenti. L’astuzia italiana, quella dote pregevole che ci toglie d’impaccio sostituendo una furbata all’impegno, si apprende dall’Odissea, mentre l’amore incondizionato (a distanza) per gli orsi bruni e gli animali feroci in generale viene da Il richiamo della foresta.

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Dell’Ufficio della letteratura

salgari_bacilieri5Dici: “Mah! Che senso ha?” Dici: “Che pizza, ma chi se ne frega della letteratura?” Dici: “È solo la storia di una famiglia di pescatori sfigati, sono le pippe mentali di un fumatore, tutta roba inventata, tutte balle, a chi giovano, a che servono? Non è la Storia, non è l’Attualità, non l’Algebra o la Tecnologia. Non è la Chimica o la Geometria, o nemmeno la Musica o l’Arte, ché con quelle, almeno, ci puoi fare, che ne so? Per esempio la pubblicità. Le storie finte, invece, sono una perdita di tempo!” Dici così, studentello diligente brufoloso della fila terza. Mi chiedi come faccio a prenderle sul serio, tutte quelle storie e perché insisto con quelle pazzie, dal momento che ci sono cose più importanti. E di nuovo mi ripeti che non ti piace leggere i racconti, che ti appassionano di più i volumetti parastorici con le pagine colorate sulle grandi battaglie, i cataloghi di macchine agricole che trovi in casa o quelle riviste, tipo Focus, che rassomigliano a una trasmissione televisiva di seconda serata. Dici che i racconti non servono a niente. E allora com’è, ti rispondo, che quando poi te le leggo, quelle storie, tu penzoli appeso alle labbra della narrazione, aggrappato al filo dell’immaginazione come fosse l’ultima liana a disposizione di un Tarzan quasi pronto, ormai, per la pensione, ma ancora non arreso? Com’è che sussulti, sgrani gli occhi, stringi i pugni, ragazzino? Com’è che trattieni a stento le proteste, se mi fermo troppo a lungo per spiegare una parola desueta o un passaggio oscuro? Cosa sono quegli occhi rapiti? Cos’è quella testa ben piena di immagini e di sogni? Come la mettiamo? Non mi rispondi, sei senza argomenti? Sai cosa ti dico? Che probabilmente non è colpa tua se non hai ancora capito che tutti noi siamo storie, perché siamo ciò che raccontiamo, e che viviamo di storie, che l’immaginazione è la nostra benzina, perché siamo ciò che ci raccontiamo. E che senza benzina, senza letteratura, non si va da nessuna parte. Probabilmente è colpa dei tuoi genitori che, quando eri bambino, ti compravano il manuale delle Giovani Marmotte invece dei romanzi di Salgari.

A metà di via Farini, la via dell’aperitivo tamarro-chic, un po’ nascosta dalle montagne di tartine e noccioline, ha aperto i battenti la nuova libreria Feltrinelli. Un grosso centro, davvero imponente, a tre piani, che ha sostituito il vecchio negozio dove i libri vivevano ammucchiati in pochi metri cubi. Al pianterreno c’è la caffetteria, che è anche, come dire? Una stuzzichineria. C’è una bella frase di James Joyce sul muro e poi, se ti guardi intorno, trovi anche qualche scaffale di libri di Saviano, Moccia, Papa Francesco e Bruno Vespa. Se sali di sopra trova altri scaffali di titoli di Saviano, Moccia, Papa Francesco e Bruno Vespa, tutti belli lustri nelle loro sovraccoperte, e poi banchi con esposti cioccolati, marmellate, paste alimentari, sughi. Barattoli di olive e lampascioni. Tra una leccornia e l’altra, magari, c’è un oscar Mondadori, un Macbeth o un Fontamara. Lasciato lì, per nobilitare il mangiare. Così uno compra un salame e oltre che buongustaio si sente intelligente perché l’ha raccolto vicino al meridiano di Montale. Ci sono pareti di bottiglie di vino, espositori stracarichi di penne, matite, inchiostri e taccuini, altri libri qua e là: poca storia, qualche saggio di critica letteraria a intristire in un angolo, mezzo scaffale di poesia a disperarsi, proprio vicino a una specie di plancia dove si possono provare gli eBook reader. E poi di nuovo caffè e biscottini, zuccheri grezzi dal Sudamerica e varie tisane colorate.

Ecco, se vieni qui, se entri nel nuovo Feltrinelli, ragazzino brufoloso di prima che non crede all’utilità della letteratura, avrai un’ulteriore clamorosa smentita, se non ti bastano le mie prediche. Le storie hanno una loro funzione anche oggi, anche qui, anche tra le macerie di questa società disgregata e impoverita. Tra gli scaffali di questo tempio postmoderno capirai bene come le belle lettere abbiano ritrovato una loro funzione, un loro ufficio: aiutare a vendere prosciutti.

Letture inconfessabili

Ci sono letture che non possono mancare nel curriculum di un buon letterato, classici che curvano la storia quanto rivoluzioni o conflitti, libri che hanno cambiato il mondo, o almeno la lente attraverso la quale lo osserviamo e interpretiamo. Dante, Shakespeare, Goethe, per dire, ma anche i grandi romanzieri russi, e francesi, americani, i tragici greci, i comici, i latini, e poi, a casaccio: Cervantes, Dickens, Omero, Villon, Baudelaire, tutti i nomi inclusi in quell’opera irritante che è Il canone occidentale di Bloom, e poi, dato che siamo italiani e veniamo dal Risorgimento e dalla Resistenza, tutto Foscolo, Leopardi, Manzoni, ma anche Calvino, il neorealismo, e vogliamo saltare Montale, Saba, Carlo Emilio Gadda? E anche così restiamo comunque letterati bianchi, maschi occidentali: dobbiamo spingere un po’ più in là la linea del nostro orizzonte, l’Oriente. Scrive Calvino che

I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito: “Sto rileggendo…” e mai “sto leggendo…”

E però, lo confesso, protetto dall’anonimato della rete, io, Emiliano B, ecco… un sacco di questi libri non li ho letti. Me ne vergogno, profondamente. Me ne vergogno eppure millanto, anche un po’ per costrizione “sociale”, frequentazioni letterarie inesistenti. L’età aiuta, metto in soggezione i giovani con i fondi di bottiglia attraverso cui filtro la carta stampata e tuono, alla maniera di un mio vecchio maestro universitario di letteratura: “Non siete donne, non siete uomini, se non avete letto tutto Balzac!” Ma un po’ di senso di colpa c’è, e se anche lo stesso Calvino aggiungeva

Chi ha letto tutto Erodoto e tutto Tucidide alzi la mano. E Saint- Simon? E il cardinale di Retz? Ma anche i cicli romanzeschi dell’Ottocento sono più nominati che letti

mi sento in dovere di mettere qualche pezza alla mia ignobile ignoranza. Ho cominciato qualche anno fa, sulle malandate vetture della linea 14, mentre affogavo nella nebbia della bassa parmense per raggiungere una scuola in decadenza. Mezz’ora l’andata, mezz’ora il ritorno, più le attese alla fermata: una trentina di pagine al giorno. Il rischio di incrociare qualcuno ed essere beccato a leggere un’opera imprescindibile, però era troppo alto. Immagino l’imbarazzo, un collega che sgrana gli occhi e sibila perfido: “Ma come? Leggi la Recherche? Non l’hai ancora letta, alla tua età? Un insegnante?” E hai voglia a dire: “Mah, la sto rileggendo, sai per rilassarmi un po’ mentre aspetto l’autobus…” Avrei fatto la parte del pazzo, chi altri può rileggere Proust, se non uno psicopatico? E così celavo pesanti volumi ingialliti dietro alle pagine della Gazzetta dello Sport, soluzione scomoda, ma efficace. Ho fatto diversi recuperi in questa maniera, ma certo non dico quali. Cambiata sede lavorativa e mezzo di trasporto per raggiungerla, ho dovuto escogitare una nuova pratica. Ora vado in vacanza all’estero e lì, in posti dove nessuno mai mi riconoscerà, do sfogo alle mie voglie letterarie più turpi e inconfessabili. Quest’anno per esempio, mi sono letto ********, e l’anno prima ********. Così, a cuor leggero, da domani ricomincerò a circolare con i miei amati contemporanei indiani sotto braccio, presentandomi a tutti, affabile, con mezzo inchino e una strizzata di dieci: “Piacere, Emiliano B, faccio l’insegnante, leggo roba strana perché ho già letto tutto quello che bisogna leggere, vivo Quasi a Occidente.”

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