Archive | marzo 2013

Telefono a gettoni

Sopravvissuta alla moria degli ultimi anni, in Strada del Quartiere è rimasta una cabina telefonica. Non è che si capisca bene il motivo per cui non è stata rimossa, in effetti non è situata in un luogo di passaggio: siamo ben lontani dalla stazione, dall’ospedale, da altri luoghi sensibili o turistici. Un caseggiato e un maxialbergo in costruzione sono tutto ciò che c’è lì intorno. Ricordo che qualche anno fa, prima che i telefoni a gettoni venissero falciati a decine, sommersi dalla marea montante della telefonia mobile, Telecom fece affiggere sul vetro di ogni cabina una fotocopia con un avviso che, grosso modo, diceva: “Questo telefono pubblico verrà smontato, se desiderate che ciò non accada perché vi è ancora utile, non esitate a contattare l’azienda”. Probabilmente qualcuno ha salvato la cabina di Strada del Quartiere proprio in quel modo, chiedendo alla società di telefonia di non sopprimerla. Qualcuno che forse rimane l’unico utente di quel telefono. Forse un anziano che nel buio delle sere d’inverno contatta un figlio lontano, pigiando lentamente i tasti metallici, con l’indice teso davanti agli occhi lattiginosi. Cinque minuti settimanali di frasi da smozzicare nella cornetta gelida, controllando il credito sul display tremolante per poi tornarsene a casa stanco, mentre alle sue spalle il neon della cabina, schermato dalla plastica rossa, fa un pallone sospeso nella nebbia. Oppure una badante, che la domenica mattina è in uscita libera e allora chiama Chisinau, per chiedere, informarsi se la primavera sia arrivata anche lassù. Sgranocchia semi di girasole, mentre ascolta paziente la voce della madre tra le scariche elettrostatiche. Fuori c’è una bella luce e il sole scalda appena un cagnolino che insegue una puzza sul marciapiede sconnesso. Altrimenti, perché no? Un fricchettone stagionato, con quattro peli grigi in testa, ma molto lunghi, che si rifiuta di convertirsi alla tecnologia: sarà lui, il santo protettore del telefono pubblico. Lui che in agosto si infila in quei due metri cubi di fuoco per chiamare, tenendo socchiuse le porte col piede per far filtrare un po’ d’aria all’interno. Oppure, invece, nessuno si interessa a quel telefono che semplicemente è stato dimenticato qui. Quando un clochard il prossimo autunno, con il primo freddo, ci entrerà verso sera per ripararsi un po’ e scolarsi un goccio di lambrusco in santa pace, troverà per terra la cornetta strappata e un ciuffo di fili sbucciati che spuntano dall’apparecchio.

Ritratta così, in tutte le stagioni, a tutte le ore, la cabina di via del Quartiere assume forse un’importanza immeritata, manco fosse la Cattedrale di Rouen. Del resto non si tratta che di un parallelepipedo di vetro e alluminio, con dentro un marchingegno ovale oramai superato, utile soltanto a qualche personaggio un po’ bizzarro. Tuttavia, se la pensi come a un simbolo per un’epoca trascorsa, puoi anche arrivare a credere che qualche cosa in comune con una Cattedrale ce l’abbia. È, d’accordo, un simbolo minore, adatto a un’epoca minore, per di più destinato a essere spazzato via a breve, ma ha un suo fascino struggente per chi è vissuto anche prima dei telefonini, di Internet, del wi-fi, dei social. Come una dolcezza struggente ha la voce di uno strampalato cardiologo che ha scelto, per andarsene, questi giorni in cui continua a piovere. Anche i suoi versi milanesi sono il simbolo di un’epoca andata e, arrivati a questo punto, sarebbe il caso che io li paragonassi, per dare un certo filo logico al post e seguitare negli accostamenti tirati per i capelli, alla cabina del telefono e alla cattedrale. Ma no, non si può proprio fare. Sarebbe un’analogia troppo scema e irriverente o fuori luogo. Inoltre la poesia, a differenza delle altre cose umane, è immortale e quindi poco adatta ai confronti con cose passeggere.

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Governo

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Hukum Chand è un personaggio di Quel treno per il Pakistan, romanzo fondamentale di Khushwant Singh, uscito nel 1956 e pubblicato in italiano da Marsilio negli anni novanta, sulla partizione dell’India e sui conflitti etnico religiosi che ne sono seguiti. Magistrato e vicecommissario di distretto, Chand giunge nel villaggio rurale di Mano Majra, un angolo di Punjab dimenticato dalla storia dove sikh e musulmani ancora non si sono accorti di doversi scannare a vicenda. Un viceispettore di polizia e qualche agente si occupano dell’accoglienza dell’ospite di riguardo, predisponendo al meglio i locali destinati al suo soggiorno e procurandogli delicate pietanze, liquori d’importazione e ogni sorta di lusso impensabile in quel territorio così povero. La notte il magistrato si ritrova tra le grinfie una giovanissima prostituta, solo una bambina e neppure molto graziosa: era solo giovane e intatta. I seni riempivano a stento il corpetto. […] Il potente funzionario inizialmente esita, dinnanzi a una ragazzina così giovane, ma infine cede, supportato dalla convinzione che la vita sia troppo breve per potersi permettere una coscienza. […] Il pensiero che quella ragazza poteva essere più giovane di sua figlia sfiorò la mente del magistrato. Soffocò quel sospetto con un altro whisky. Così era la vita. La prendevi come veniva, scevra di tutti gli stolti valori e le convenzioni che meritavano solo consensi verbali. La fanciulla, benché annebbiata dal betel, mostra qualche ritrosia quando quell’uomo grasso, sudato e ubriaco la attira a sé, e si gira verso una vecchia sdentata che l’accompagna in cerca di un sostegno. La donna la spinge verso il magistrato che allunga una banconota davanti a sé e la incoraggia: “Va’, è il governo che ti chiama.” Lei si volta di nuovo indietro e di nuovo si sente sospingere: “È il governo che ti parla. Perché non gli rispondi?” Ma la giovane è impacciata e allora tocca alla vecchia blandire l’uomo: “Governo, la ragazza è giovane e molto timida, ma imparerà.” Governo non ha in effetti bisogno di altre parole per convincersi a pazientare un attimo, pur di approfittare dell’adolescente.

Emerge con nitidezza, in queste pagine di Singh, la descrizione della sostanza speciale e caratteristica di cui è fatto il potere: un vuoto assoluto di valori, un materiale nauseabondo e viscido che ha facoltà di assumere diverse forme. Credo sia per questo che stamattina, mentre alla radio sentivo che qualcuno proponeva di parlare con la Lega per fare il governo, di parlare con Alfano per fare il governo, di parlare con il diavolo pur di fare il governo, mi è tornata alla mente la bambina violata da Governo in Quel treno per il Pakistan.

Il pensatore di riferimento

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È più facile incrociarlo nei locali di via D’Azeglio, tipo il Dulcamara o da Kikko, ma frequenta spesso anche i pochi posti decenti in quella parte di città che non vale troppo la pena frequentare, di là dal ponte, come che so, il Tabarro o l’Oste Magno. Ingurgita quintalate di stuzzichini da aperitivo, suo unico nutrimento: montagne di tartine rinsecchite, sale condito di noccioline, olive affogate in fluidi strani, dadini di emmenthal gommoso da infilzare con gli stuzzicadenti e cubetti di mortadella con il grasso giallo che vien via a grani dal macinato rosaverde. Trangugia litri e litri di spritz, appoggiato distrattamente al bancone in maniera che, chi voglia ordinare qualcosa al barista, si debba prima in qualche modo interfacciare con lui. “Mi scusi…” gli dice l’assetato avventore scuotendolo per la giacchetta di tweed: “Permesso!” Lui finge di non sentire e mena un’altra rimestata al drink annacquato che regge con la sinistra, mentre con la destra accompagna l’arringa con cui si rivolge al proprio disperato uditorio, una studentessa che punta con la coda dell’occhio la porta della toilette, unica via di fuga e il suo fidanzato, che inganna il tempo recensendo il locale su TripAdvisor. Parla veloce, parla di tutto, ne sa una più del diavolo, tanto che, grazie anche agli occhialini tondi, alla pancetta e alle sciarpine disordinatamente attorcigliate attorno al collo è diventato una specie di pensatore di riferimento, qui in città, in questa città che fu di sinistra in giorni lontani. “Lascia perdere i partiti,” dice, per esempio, il pensatore di riferimento ruttando al gusto Aperol: “è tempo di qualche cosa di nuovo!” Poi sterza, cambiando argomento, per non annoiare: “Finiamola con le rassegne cinematografiche, che palle! Piantiamola con queste cose da intellettualoidi, il teatro, i concertini, i sottoprodotti culturali a uso e consumo dei soliti quattro.” Ne ha per tutti, è un tipo piuttosto caustico, il pensatore di riferimento. Nel bel mezzo di una critica severa alla cucina di un locale, a detta sua troppo sofisticata, ci infila un’analisi della vicenda dell’inceneritore, che in un centro come Parma, che vuole essere europeo: “Ci sta tutto, insomma. I rifiuti vanno bruciati, del resto la differenziata è fallita anche in Europa. Guardate, fidatevi, io lo so bene, ho fatto l’erasmus a Barcellona dieci anni fa e ho visto con i miei occhi come queste ingenue politiche ambientaliste siano andate a sbattere contro un muro. Chi di voi riesce a raccogliere l’organico in quei cestini marroni, per esempio?” Quando si infervora, il pensatore di riferimento, si caccia in bocca ancora più arachidi del solito, aiutandosi poi col palmo delle mani aperto a spingerle giù in gola: “La sinistra vecchia ammuffita ha fatto il suo tempo, la destra pure, Grillo anche, perché è sia di destra che di sinistra. Ecco, solo Casaleggio mi convince, lui sì che è un personaggio trasparente, un vero volto nuovo, pulito.” Il pensatore di riferimento nota, sputacchiando smerigli di noccioline semimasticate, come l’eminenza grigia del M5S abbia un look davvero cool, poi chiude: “tifo il default, una bella botta per tutti, vai al bancomat e i dindani non vengono più giù, così dopo c’è la rivoluzione, quella vera, mica quella di voi comunisti, ma quella vera dura e pura di noi cittadini comuni che tra uno spritz e l’altro da anni disegniamo mondi migliori e adesso siamo pronti a rilevare le leve del potere. Con la meritocrazia, finalmente, e compagnia bella a farla da padrona.” Arrotola una sigaretta di profumatissimo Old Holborn blu ed esce teatralmente dal locale.

Racconta anche aneddoti spassosi, il pensatore di riferimento: “L’altro giorno, quando è nevicato, il mio vicino di casa è sceso a spalare, povero vecchio rimbambito e sapete che ha fatto? Ha mica fatto un colpo, lì, sotto i miei occhi. Mi è pure toccato chiamare l’ambulanza, che per fortuna è arrivata in fretta sennò crepava, quello scemo… settant’anni cosa vai a spalare? Dico io… ripeto, un miracolo che io fossi in terrazzo a fumare e l’abbia visto accasciarsi al suolo, così ho chiamato i soccorsi subito.” Tutti concordano, annuiscono, una bella botta di fortuna, in effetti. Solo il barista, roco, insinua il dubbio: “Ma te? Te che non fai un cazzo tutto il giorno, non potevi spalarla te la neve che hai trent’anni?” Il pensatore di riferimento alza gli occhi al cielo, mastica distratto una patatina, soffia via qualche briciola dalle punte delle dita: “Eh no! No, cari miei! Queste cose sono di pertinenza del Comune. Non sarò certo io a chiudere le falle del piano neve piegando la schiena. Per quanto mi riguarda si possono formare lastre di ghiaccio spesse quattro dita: è il Comune che deve muoversi.” Il pubblico annuisce convinto: “Bravo, bravo!” “Giusto, sì, colpa del sindaco!” “Hai proprio ragione, un altro aperitivo?”

Yasir

portaStrattona la lampo della sacca per chiuderla, si tira il cappuccio della felpa sui capelli freschi di shampoo, se lo calca per bene fin sopra gli occhi e prende l’uscita degli spogliatoi senza salutare nessuno dei suoi compagni, che ridono e si spruzzano dappertutto deodoranti da quattro soldi. Sembra che la luce non vada mai via, che il tramonto non finisca mai, tanto è piatta questa pianura e lontano l’orizzonte, mentre lui cammina sul ciglio della statale, verso quello che rimane del sole, con le mani affondate nelle tasche, il borsone appeso al collo che gli rimbalza sul sedere, inciampando nelle stringhe slacciate delle scarpe di gomma. Segue il disegno delle crepe nell’asfalto, ogni tanto tira un calcio a un sasso o alza gli occhi per leggere le scritte sui teloni di plastica dei rimorchi dei tir. È tutta colpa sua, lo sa bene. Perché la partita si poteva anche pareggiare, se lui non si fosse fatto infilzare come un pollo da quel rasoterra sul primo palo. Arranca ingobbito nel freddo della campagna, raggiunge il paese. Passa oltre la piazza, oltre la statua di Giovannino Guareschi in bicicletta che sembra un uomo vero, oltre il baretto con i soliti due che fumano fuori appoggiati ai cofani delle auto. Sbuffa, spinge con il piede il cancelletto arrugginito di casa, sale le scale. C’è suo padre di buonumore ai fornelli che gli chiede com’è andata, non gli risponde, si rintana in cameretta tirandosi dietro la porta. Si tuffa sul letto a pancia in giù, Iker Casillas lo guarda sorridente dal poster incollato alla parete. Che cosa ne sanno, gli altri, della solitudine del portiere? Gli altri giocano insieme, il portiere per tutto il tempo li sta a guardare. Quando arrivano da lui, la faccenda si risolve in un istante: se la prende, si rilancia e tutti corrono via di nuovo; se invece la rete si gonfia, gli altri lo guardano con quel leggero inclinare la testa e allargare gli occhi, che significa: “Non è colpa tua, vai tranquillo, però…”

Dovrebbe essere anche spensierato il portiere, pensa Yasir prono sul letto, la faccia sprofondata nel cuscino, per rendere al meglio. Non gli può toccare di vedere per tutta la mattina lei buttata addosso a lui, lui che le cinge la vita sottile col braccio, lei che gli sfiora le labbra con le sue, prima di correre in una nuvola di capelli biondi alla fermata dove c’è il bus che la aspetta. Non può osservarla tutto il tempo così lontana, due file di banchi più avanti, durante le ore di scuola, mentre scarabocchia il diario, si rosicchia le unghie, trattiene una risata stringendo le labbra quando l’amica le sussurra qualcosa all’orecchio. Non può seguirla durante l’intervallo mentre gli corre incontro leggera, sbirciarli abbracciarsi appoggiati a un pilastro da sotto la tesa del cappuccio della felpa basso sugli occhi, per poi fissare il pavimento e misurare qualcosa ciondolando le gambe a compasso, con il cuore così straziato che fa male e un groppo in gola. Non può sopportare una cosa così, la mattina prima della partita. Come si fa, dopo, a tuffarsi al momento giusto, a ricordarsi di mettere giù il ginocchio per terra se tirano basso, per essere sicuri che il pallone non passi?

Di là lo chiamano, la cena è pronta, pollo e riso. “Che cosa hai adesso? Stai sempre con quel muso,” gli diranno: “Non sei mai contento, sei stato tutto il giorno in giro, cosa cavolo vuoi di più? Lo sai, eh, quanto mi sono divertito io, laggiù in magazzino, a pilotare il muletto dieci ore di fila?” Lui non risponderà e se ne staranno lì, attorno a quel tavolo, con la testa china sul piatto, in silenzio, concentrati sul cozzare delle posate con la ceramica, ciascuno senza capire qualcosa dell’altro.

L’Onorevole Scipioni

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Si considerava un moralizzatore, l’Onorevole Scipioni. Del resto si era guadagnato uno scranno nell’assemblea legislativa a furia di campagne di denuncia del malcostume imperante tra i politici, di indagini spietate sugli sprechi degli uomini di stato. Aveva lottato scandendo pochi, ma chiari slogan: “Tutti a casa i parlamentari parassiti! Tagliamo i costi della politica!” Aveva cavalcato con agilità la tigre dell’indignazione montante tra i cittadini divorati dalla crisi e aveva centrato l’obiettivo: ora era lui, un normale cittadino, a impugnare saldamente le leve del comando, ma non avrebbe smesso di svolgere lo sporco lavoro che aveva portato innanzi sino ad allora. Aveva comprato, questo sì, un bel completo da indossare per le sedute della Camera, ma si era rivolto all’outlet fuori città. Niente roba di sartoria, per carità! Allo stesso modo, i suoi piedi, a differenza di quelli dei suoi colleghi corrotti, non calzavano scarpe pregiate, ma riposavano infilzati in un paio di morbide Clarks. La solennità dell’aula non lo aveva intimorito. Sin dalle prime sedute aveva incominciato a guardarsi intorno, a caccia di sprechi da segnalare, privilegi da stigmatizzare, inciuci da additare alla pubblica indignazione. Si sarebbe mosso, insomma, dall’interno del Sistema, sarebbe stato il granello di sabbia nell’ingranaggio della cattiva politica. La Rete sarebbe stata la sua alleata, Twitter la sua arma segreta: avrebbe pubblicato in diretta gli scandali, le aberrazioni di una macchina malata. I suoi elettori avrebbero potuto vedere, controllare il suo lavoro, tenere il fiato sul collo a tutti i deputati, lui per primo. E così aveva cominciato a postare fotografie degli scontrini del ristorante interno alla Camera, con quei prezzi incredibilmente bassi. Aveva sputtanato un commesso sorpreso a sbirciare lo schermo del telefonino: fotografia, nome e cognome in pasto ai suoi followers. Aveva notato, con queste prime azioni simboliche, come i suoi ammiratori si fossero in breve tempo moltiplicati. Quindi si era recato nelle spa convenzionate e si era sottoposto a interminabili trattamenti gratuiti o, meglio, pagati dai cittadini. Sedute rilassanti, rassodanti, tonificanti, tutte documentate con un certosino lavoro fotografico: le immagini delle sue chiappe spalmate di oli o impiastricciate di fanghi avevano spopolato in rete, richiamando nuovi fans indignatissimi, che urlavano nei commenti la loro rabbia a lettere maiuscole. Aveva preso l’abitudine di volare più volte al giorno, sempre a sbafo, tra la capitale e la sua città di residenza, informando in tempo reale gli elettori dei suoi spostamenti gratuiti.

Dopo qualche mese l’Assemblea, pressata da tanta veemente critica, aveva preso in seria considerazione l’idea di eliminare alcuni dei privilegi dei suoi membri e, pur tra mille resistenze, i comportamenti più impopolari erano stati proibiti. Scipioni aveva brindato a questa vittoria postando l’immagine di un suo collega che pagava un caffé. Aveva scoperto con piacere che il prezzo della mela cotta, presso il ristorante di Palazzo, era passato da uno a tre euro: scontrino su Twitter subito. La barberia aveva allontanato il cerimonioso professionista che vi lavorava da anni per assumere un paio di skinheads armati di macchinetta disposti a tosare la Casta per pochi centesimi ogni chilo di pelo. Scipioni aveva sostituito la propria immagine sul profilo facebook, nella quale era ritratto in compagnia del suo nume tutelare, politicamente parlando, con la fotografia del proprio cranio rapato di fresco.

Ma qualcosa, si era accorto l’Onorevole, aveva preso ad andare di sbieco. Il numero dei suoi seguaci, da sempre in crescita costante, si era assestato e da qualche giorno non cambiava più. I commenti erano sempre meno e, soprattutto, sempre meno a caratteri maiuscoli. La preoccupazione si impadroniva lentamente di Scipioni e aumentava con il passare dei giorni. Fortunatamente giunse in suo soccorso una legge, formulata tra l’altro su sua proposta, che dimezzava lo stipendi di tutti i politici. Quel giorno attese fin dopo la pausa pranzo, quando tutti gli impiegati hanno lasciato al bar la voglia di lavorare e cominciano a cazzeggiare di nascosto sui social, il momento più propizio per rendere pubblica la grandiosa novità. La notizia non ricevette commenti, se non un: “era ora…” di un ex-compagno di liceo e un “Proprio adesso?” di sua moglie. Aveva fatto il suo tempo? Il suo linguaggio, i suoi temi, erano venuti a noia? O c’era qualcosa d’altro? La comprensione colpì Scipioni come un ceffone a mano aperta in pieno viso, uno di quegli scappellotti che una volta i nonni rifilavano ai nipoti senza farsi troppo pregare: non stava più dando al suo pubblico quello che questo voleva, schifo, scandalo a buon mercato. Non mostrava più al suo popolo un capro espiatorio contro il quale accanirsi. Capì che la sua popolarità era stata intaccata dall’aver perso tutto il suo slancio censorio e corse rapidamente ai ripari. Avanzò proposte di legge aberranti, che i suoi colleghi ben volentieri appoggiarono, per reintrodurre insopportabili ingiustizie: dalla possibilità di farsi sostituire in aula da un animale da compagnia, all’istituzione dello ius primae noctis. Riprese a filmare, pubblicare e additare. Si fece ritrarre nelle pose più oscene, affogato nel lusso più smodato e volgare, in compagnia di figuri sempre più discutibili, mentre gridava forte l’indignazione del popolo. Il suo nome era di nuovo sulla bocca di tutti. Cominciò per davvero a sognare la propria rielezione, ma non si fermò a quello. Pensò che avrebbe potuto finalmente ottenere la laurea che non era mai riuscito a conseguire, facendo felice la mamma ottantenne. Forse sarebbe riuscito a sistemare anche quel suo figliolo un po’ tocco, chissà… Doveva solo tenere duro e sbraitare, nonostante il fisico cominciasse a risentire degli stravizi.

L’albero di Yoko

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In un grosso vaso di terracotta, a pochi metri dalla tomba di Peggy Guggenheim, c’è un piccolo olivo, un dono di Yoko Ono alla fondazione: Wish Tree Venice 2003. To Peggy with Love x Yoko. Puoi pescare un bigliettino da una vaschetta in plastica poggiata sul cemento di un muretto, scriverci sopra un desiderio e attaccarlo a un ramo dell’alberello. Decine di cartellini sono già lì appesi e non resisti alla tentazione di ficcare un po’ il naso, di dare un sbirciatina ai sogni degli altri, anzi, per un momento ti illudi che potrai capire che cosa diavolo ha in testa “la gente”. E così ti accorgi che a esprimere desideri, qui a Venezia, nel 2013, sono soprattutto gli stranieri. Che gli italiani non sognino più? Sicuramente frequentano poco i musei. C’è quello che vorrebbe che il McDonald’s diventasse più economico, quello che vuol fare un qualche cosa di indecifrabile in bicicletta e un’altra che vuole invecchiare insieme al marito. Nessuno che voglia che ne so, cambiare il mondo, rivoltarlo come un calzino e tirarne fuori il meglio. Niente sogni collettivi, ma desideri molto privati, speranze intime. È normale, è il nostro tempo e anche tu non faresti altrimenti, non faresti l’eroe e se avessi una biro con te, affideresti alla piantina di Yoko qualcosa di soltanto tuo: la vita, l’amore, la famiglia, gli amici.

Una figura minuta schiacciata da una matassa di capelli annodati a ciuffi e colorati qua e là si infila tra te e l’albero, con un saltello aggancia il suo bigliettino a un ramoscello in alto, poi ricadendo ti pesta un piede e si volta, imbarazzata borbotta: “Sorry!” e scappa via ridendo verso un’amica che sta fotografando il tutto. Guardi il cartoncino bianco che ancora oscilla: “To be a teacher, to see many countries. Ayaka, Japan.” Ti viene in mente l’insegnante de La ragazza dello Sputnik, di Murakami Haruki: un ragazzo che sceglie quel lavoro per sfuggire all’angoscia della competizione spietata del turbocapitalismo giapponese. La rivedi poi nel museo, davanti a Il coccodrillo piangente cerca di afferrare il sole, incrocia il tuo sguardo e sorride scoprendo un gruzzolo di dentoni buttati teneramente qua e là per la bocca. Chissà se anche lei vuole ripararsi dalla competizione del turbocapitalismo. Ti viene voglia di dirle: “Senti, lo conosco anch’io un pirla che voleva fare l’insegnante e vedere un sacco di posti, ecco… ma che razza di desideri sono?”

Esci. Ora piove e i bigliettini di Ayaka e di tutti quegli altri sognatori si inzuppano e vanno in pappa.

Infili schivando le gocce il Ponte dell’Accademia, che si piega ormai sotto il peso di centinaia di lucchetti serrati ovunque alle ringhiere. Un ragazzo bengalese ti dà un colpetto sulla spalla e ti mostra un lucchetto nuovo di zecca e luccicante strizzando l’occhio: “Cinque euro!” Devi, evidentemente, avere un che del quindicenne brufoloso lettore di Moccia. Lo stesso Moccia a cui faresti pagare i danni per tutti quei ponti rovinati dagli amori adolescenti, per i quali mille altri simboli si sarebbero potuti trovare. Perché ci sono desideri, promesse e amori che, anche se a volte sono un po’ cretini, fioriscono sugli alberi, ma ce ne sono altri che deturpano il paesaggio e basta.

Sorvolare

mappa_webNon ero mai sceso sul greto del torrente che taglia Parma a metà. Vi si accede, oltrepassato un cancello incrinato verso la fine di via dei Farnese, vicino all’ingresso principale del Parco, tramite una scala in metallo non troppo stabile. Non è che sia un’esperienza trascendentale: vaghi tra stracci impigliati negli arbusti macilenti e sassi incrostati di fango, saltelli su bottiglie di Heineken vuote e cartacce e plastiche scolorite, fino a che ti piglia la paranoia di imbatterti in qualche roditore smisurato e allora risali veloce fino al livello della strada, al sicuro. Pensare che un tempo, qui, la gente ci si bagnava, d’estate. Mi sembra che anche in un film di Bertolucci, Prima della rivoluzione, si vedano alcuni ragazzi tuffarsi nell’acqua limacciosa del torrente. Ma non è solo il greto, a essere sporco. Si è svegliata piuttosto malridotta la città da quest’inverno. I vialoni del Parco Ducale sono ingombri di ciò che resta di cumuli di foglie morte lasciate lì a macerare da chissà quanti mesi. Ci sono parecchie aiuole incolte dalle quali trabocca fango cremoso, mentre i cumuli neri di neve rappresa, negli angoli ombrosi, hanno tutta l’aria di non volersene andare per chissà quanti giorni ancora. Sul ponte Verdi c’è un lampione sul cui stelo arrugginisce un gomitolo di lucchetti: quello che ha l’aria di essere il più recente è il sigillo, recita l’UniPosca azzurrino, di Daria e Vassile. Oltre il lampione, puntellate sui gomiti al parapetto, tre o quattro fotografe catturano il sole che scende leggero dietro i muri ammucchiati dell’Oltretorrente. Una parla con un’amica che sta in posa più in là, nascosta sotto una cuffiona di lana nera: “Ci sono!” “Ma ti guardo, mentre scatti, o guardo da un’altra parte?” “Guarda di là, con aria sognante…” “Ma c’è il sole, non ce la faccio!” Un anziano in bicicletta accosta e allunga la gamba fasciata di fustagno sul marciapiede: “Ah, vengono delle gran foto qui!” Una delle fotografe gli sorride soddisfatta: “Con questa luce…” Già, forse con questo sole tagliente che acceca i dettagli, che spiana i colori, Parma appare ancora scintillante, come dicono che fosse una volta. Sbircio l’immagine fissata nello schermo di una reflex: è uno scorcio niente male in effetti, si legge anche la scritta Viva la Resistenza pitturata sul muraglione dell’argine.

Evitare di incastrarsi nei particolari storti, di fissarsi sui dettagli deprimenti, può essere utile ogni tanto. La città ti illude di non essere quella che è, se le vai incontro e non le fai le pulci. Ti avviluppa con le sue strade pastello come nella bambagia di un’anestesia e puoi camminare per via D’Azeglio senza sentire le urla improbabili e sguaiate di un venditore di formaggio, i colpi di clacson di un mostro tatuato tutto rosso in faccia, gli apprezzamenti non richiesti di un gruppo di ragazzi, appoggiati ai tavolini di un “Pizza al taglio”, a una passante. Che sarà mai? Non si deve sempre scavare, analizzare, sezionare, approfondire. È concesso ogni tanto un consolatorio sorvolare.

Urgh!

CharlieBrown-arghIl sorriso di Marta è così luminoso da cancellare i brufoli spruzzati sul viso un po’ dappertutto: “Come sta, prof?” “Mah, bene, sì, direi bene. Tu che combini?” Lei prende il respiro e poi giù: il racconto di scuole frequentate qualche mese, poi cambiate, poi ricominciate, poi rimollate, fino alla maggiore età e alla scelta, definitiva, della danza. Un’accademia in una città lontana, che la impegna per ore, tutti i giorni, mattino e pomeriggio, un posto dove le controllano la dieta, la pesano e la misurano. “Ballo, ballo e ballo!” dice: “Quindi un po’ di tonno a mezzogiorno e verdura cotta la sera, poi a letto presto, il mio ragazzo non lo vedo mai, sono sempre a danzare…” Le frugo negli occhi verdi profondi e vedo un mucchio di sogni, quindi rinuncio a battute sulla specie di vita da forzato che conduce: “Sono così contento di vederti felice. E a casa? I tuoi fratelli?” “Tutto bene, ma li vedo così raramente, sa, con la danza… Questa settimana ne ho approfittato e sono tornata a casa per votare, ma di solito li vedo solo a Natale e Pasqua. Così ho preso la scusa di votare, anche se non sapevo bene che cosa votare, era la prima volta.” Le ho detto, senza troppa convinzione, che a votare non si sbaglia mai. “Ma sì, infatti” ha confermato: “meglio votare… io, non so se andrà bene, ma boh! Ho votato Berlusconi…” “Urgh!”

“C’è sempre un collega rincoglionito che prende il caffè e lo lascia nella macchinetta, così poi si rischia che si rovescia tutto…” mi spiega accigliata l’insegnante di matematica. “Sarà stato quello di religione, sai, parla con gli angeli lui. O sennò è la psicologa del circle time, così serena e scollegata dal mondo…” Le spiego con pazienza, mentre la guardo afferrare con stizza il bicchierino che ho scordato nella macchinetta e gettarlo nella spazzatura, caffè e tutto, per poi esplodere: “Idioti! Ah, a proposito. Hai visto le elezioni? Un popolo di…” Si interrompe mentre entra quella di arte, una sorta di mastodontica catechista ingioiellata. “Non c’è bisogno che vi zittiate di colpo, ho sentito che parlavate di politica. Sapete cosa vi dico?” “No, che ci dici? Dicci, dicci…” Lei assume un’aria solenne, soppesa bene le parole: “Allora, sentite bene: le proprietà uno se le suda, quindi le proprietà non si tassano, io l’IMU la rivoglio indietro. Capito? Sappiatelo tutti, io ho votato Berlusconi…” “Urgh!”

Stavano proprio tutti nascosti, gli elettori del Cavaliere. O forse semplicemente noi non li volevamo vedere. Fatto sta che sono saltati fuori, eccome se sono saltati fuori. E non hanno le sembianze di quegli anziani piagati dalla crisi, che si sono recati alle poste impugnando la lettera truffaldina sul rimborso IMU. Non hanno passo incerto né occhi spenti da ore diarie di televisione. Non sono, no, quei vecchi, tanto vilipesi e derisi dalla satira nostrana nei giorni scorsi, quelli che hanno votato Berlusconi. Tanto per mettere i puntini sulle i, perché a me questa storia degli anziani rimbambiti che condannano generazioni di virtuosi al declino mi ha stancato. Gli italiani che lo continuano a volere sono prima di tutto quelle persone, tante e tutte intorno a noi, che non sanno quello che fanno o che, forse, lo sanno fin troppo bene.

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