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Il gusto ai tempi delle pizzerie

Il dehors della pizzeria è affollato e rumoroso. Le cameriere ansiose che solcano gli spazi tra i tavolini sparpagliano le folate di fumo azzurrognolo delle decine di sigarette accese. Dischi di pasta spalmata di pomodoro e mozzarella, recapitati a clienti affamati e sudati, piovono sulle tovaglie bianchissime a ritmo implacabile: quattro stagioni? Mare e monti? Bufala? Negli angoli strategici schermi piatti trasmettono la sconfitta del Napoli al Tardini, giusto quattro passi da qui, gettando nella disperazione staff e clientela del locale. Diligentemente infilzate sotto il tavolino alla mia destra, tre anziane signore si godono una serata di libertà. Oggi pomeriggio hanno fatto visita alla parrucchiera, che ha gonfiato con cura le chiome tinte di biondo o di rosso. Poi, immagino, si sono fatte un aperitivo da qualche parte, qui nel quartiere, forse in quel chiosco con i cartelloni dei prezzi scarabocchiati a pennarello sul cartone rivoltato delle scatole di birra. Fumano Merit con l’accanimento dei fumatori occasionali, una sigaretta dietro l’altra, reggendole con posa innaturale ad altezza occhi. Hanno divorato la pizza e scolato le birre, ora sono al dolce e liquore. Chiedono alla ragazza sbigottita di lasciare sul tavolo la bottiglia di Anima nera. “Quando si esce, bambina,” le spiegano, arrochendo la voce: “Bisogna fare sul serio.”

Al terzo giro di liquore non si limitano più a parlare di uomini in termini davvero spinti, ma cacciano fuori i cellulari e si mostrano le foto dei soggetti in questione commentando ad alta voce. C’è n’è una con un porro sul naso che a un certo punto zittisce le compagne: “Beh, volete vederne uno? Ecco, mio nipote…” Volta lo schermo del telefonino verso le amiche che annuiscono ammirate e fischiano piano e sussurrano: “Cheffusto, capperi!” La donna con il porro è così soddisfatta che non si accontenta dell’approvazione delle altre signore e si sporge dalla sedia verso di me: “Giovanotto! Guardi un po’ qua mio nipote! Non è un gran bel pezzo di ragazzo?” Butto un occhio alla foto: c’è un quarantenne spelacchiato, scavato dalla fame e svirgolato dalla scoliosi in boxer da bagno, che sorride sdentato sulla spiaggia di un posto qualsiasi della riviera romagnola. Deglutisco e butto lì un poco convinto: “Ehm… già, davvero un bel tipo…” “No, no… quale bel tipo, l’è proprio un gran figone!” replica la donna. “Beh, sì, sa… non so, sì, proprio un gran figo, signora!” Lei, allora, annuisce soddisfatta.

C’è una cosa che ho letto, proprio prima di sedermi qui, sulla poesia di Sereni, sul suo “mah”. Qualcosa sulla volontà di abolire un punto di vista privilegiato. Sulla ricerca di inclusione delle prospettive altrui. Ci sono le chiacchiere, che si fanno da sempre, sull’andare oltre, sull’assumere i punti di vista dei diversi, deboli, subalterni, minoranze. Ci sono i calciatori che esultano dopo il gol, nei replay che scivolano sugli schermi tv della pizzeria, statuari e bellissimi. Quelli sì, indiscutibilmente, perché lo dicono tutti, dei veri fusti. Vabbè, magari ecco… escluso Cassano.

C’è il fatto che resta: il fatto che usare occhi diversi da quelli dominanti non è così semplice come appare a parole.

La cresta di Vidal

vidal-capelli-1000x735Prima ora, indirizzo meccanici: Mattia non ne vuole proprio sapere di levarsi il cappuccio della felpa. Si è rincagnato lì sotto e se ne sta con lo sguardo basso. “Non puoi tenere il cappuccio in classe, levatelo, sennò mi tocca darti una nota e non mi sembra che ne valga la pena!” Lui non reagisce, solo sbircia con sguardo sospettoso la situazione. I compagni sogghignano, io insisto: “Ma che cosa ti prende stamattina? Dai, vedi un po’ di non farci perdere tempo…” Niente da fare. Alla fine si alza Ibrahim, che oggi si è presentato in canotta nonostante il termometro inchiodato a 7° e la pioggia battente, lo raggiunge con tre balzi da troglodita e con gesto esperto lo scappuccia. Capisco al volo che Mattia si vergogna del suo nuovo taglio di capelli: una crestina fine, spessore sul centimetro, bella alta ma inclinata di 45° a destra. Colore giallo. Tra l’inorridito e l’impietosito gli concedo di coprirsi. “Ma scusa, perché cavolo ti sei fatto fare quella specie di alettone in testa? Non potevi pensarci prima?” “La parrucchiera non capisce niente, non le sa fare le creste. Gli ho detto che volevo la cresta di Vidal, che è più larga, ma lei è stupida.” “Beh, la prossima volta vacci con una fotografia… così ti spieghi meglio.” “No, non ci vado più! La foto certo che ce l’ho portata e glielo ho anche detto che la volevo più larga. Adesso devo andare in giro così.” “Vedi un po’ tu. Su, adesso però prendete la Commedia. Chi è che si ricorda di Marco Lombardo e ce ne parla?”

È una cosa che capita con una certa frequenza, a una parte dei ragazzi dell’Istituto, di doversi presentare a scuola con acconciature assurde di cui si vergognano. Penso a Leonardo e al morbido caschetto mesciato che gli è valso l’appellativo di Lea, o ad Andrea, che una volta si è ritrovato a circolare con una specie di gatto tigrato spalmato in testa. Si tratta, solitamente, dei ragazzi che vengono dai posti più sperduti dell’Appennino. Del resto, ve l’immaginate una parrucchiera sessantenne di montagna che si ritrova a scolpire creste, a praticare incisioni, a ossigenare capelli maschili? Nella mente riesco a disegnare l’espressione tra l’ansioso e l’orripilato che deve assumere quando questi ragazzotti le allungano un’immagine di Vidal o di qualche altro bomber di batteria. E chissà cosa racconta al marito una volta tornata a casa: “È venuto il figlio della Lalla, sai? Il grande. S’è fatto fare un lavoro in testa, ma che roba!” I ragazzi che vivono nei centri più grandi, quasi tutti figli di operai migranti, se la passano meglio, sotto questo punto di vista. Sfoggiano criniere molto più credibili e, inoltre, hanno carnagioni olivastre più adatte a certi azzardi estetici.

Qualcuno ci prova, a ricordarsi di Marco Lombardo, e infila titubante parole poco frequentate una dopo l’altra, tentando di rispondermi mentre io ancora sono assorto e rifletto sull’inadeguatezza delle parrucchiere genuine di montagna. Ma cosa volete che ne sappiano di Vidal e di queste acconciature aggressive? Guardo Mattia, che ovviamente vuole fare il calciatore, come per sussurrargli: “Vedi, la distanza che corre tra l’estensione della tua cresta e l’estensione di quella di Vidal misura l’inadeguatezza dei posti in cui viviamo alle dimensioni smisurate dei nostri sogni.”

La grande bellezza

Avete presente quelli che non seguono il calcio, ma in occasione dei mondiali diventano tifosi sfegatati della Nazionale? Vanno al supermercato per comprare uno di quei fusti di birra Peroni fatti a forma di pallone, scendono dal sarto a rifornirsi di stoffa per mettere insieme tricolori usa e getta da attaccare sopra la ruggine della ringhiera del balcone, con il rosso rigorosamente a sinistra. Si piantano sul divano davanti alla partita con i gomiti sulle ginocchia e una conca dell’Ikea piena di patatine San Carlo stretta tra le cosce. Occupano sempre lo stesso posto, perché sono scaramantici e quando Grosso ha buttato dentro il rigore nel 2006 stavano seduti da quella parte: non si sa mai cambiare porti male. Capiscono poco di quello che accade in campo: esultano come dei pazzi per gol che vengono prontamente annullati, ti domandano come mai il C.T. non butti nella mischia Totò Schillaci, magari al posto di quel pennellone di un centravanti che continua a frignare. Insomma, ci siamo capiti: individui così, del resto, ce ne sono a bizzeffe, altrimenti non si spiegherebbero i venti milioni di telespettatori che questi eventi riescono a mobilitare.

Una variante del tifoso da mondiale è il tifoso da Olimpiadi. È un individuo leggermente più raro, questo: anzitutto perché deve restare impegnato per almeno due settimane diverse ore al giorno, poi perché si deve sparare competizioni insostenibilmente noiose, come le gare di badminton o di windsurf. Il tifoso da Olimpiadi non capisce nulla di come funzionino i diversi sport, si affida completamente all’esperienza del cronista e, quando questi annuncia la medaglia, salta in piedi urlando: “Abbiamo vinto, abbiamo vinto. Cazzo!” Quindi segue commosso le premiazioni, fissando il tricolore garrire al vento mentre lento risale l’asta sulle note della marcetta di Mameli. In queste occasioni un filo di lacrime finisce per rigargli il volto. Se lo incontri al lavoro il giorno dopo, prima ancora di salutarti, ti chiede: “L’hai visto eh, quello lì con la carabina? Che bronzo, dico che bronzo, peccato sia solo bronzo, dico, ma vale come l’oro. Gli italiani sono sempre stati forti nel tirassegno!”

Una variante del tifoso da mondiale, e del tifoso da Olimpiadi, è il tifoso da Oscar. Il tifoso da Oscar, a differenza dei precedenti, non segue la competizione, ma apprende l’esito a giochi conclusi. Del resto la notte degli Oscar è di notte, anche se la notte americana non si capisce bene come mai sia di notte anche in Italia. Il tifoso da Oscar, come i precedenti, vede nella conquista di un trofeo la conferma di quanto ha sempre supposto: l’italica superiorità si afferma nonostante tutto. Nonostante la corruzione dilagante nel nostro paese (con la quale non abbiamo nulla a che fare), nonostante la congiura internazionale antitaliana (ci sono sempre “biscotti” in agguato, mai fidarsi di gentaglia tipo francesi, spagnoli, tedeschi, ecc.). Gli italiani, secondo i tifosi più illuminati, vincono anche se non se lo meritano, anche se non si impegnano, perché hanno quel qualcosa in più, quel briciolo di Genio che ci arriva dritto dritto da Leonardo, da Raffaello, da Michelangelo e da Donatello.

I tifosi da Oscar esultano su Facebook e su Twitter. Quindi escono di casa, vanno a comperare birra e patatine, per poi piazzarsi sul divano, un caldo plaid a quadrettoni srotolato sulle gambe, in attesa che su Mediaset passino La grande bellezza.

Yasir

portaStrattona la lampo della sacca per chiuderla, si tira il cappuccio della felpa sui capelli freschi di shampoo, se lo calca per bene fin sopra gli occhi e prende l’uscita degli spogliatoi senza salutare nessuno dei suoi compagni, che ridono e si spruzzano dappertutto deodoranti da quattro soldi. Sembra che la luce non vada mai via, che il tramonto non finisca mai, tanto è piatta questa pianura e lontano l’orizzonte, mentre lui cammina sul ciglio della statale, verso quello che rimane del sole, con le mani affondate nelle tasche, il borsone appeso al collo che gli rimbalza sul sedere, inciampando nelle stringhe slacciate delle scarpe di gomma. Segue il disegno delle crepe nell’asfalto, ogni tanto tira un calcio a un sasso o alza gli occhi per leggere le scritte sui teloni di plastica dei rimorchi dei tir. È tutta colpa sua, lo sa bene. Perché la partita si poteva anche pareggiare, se lui non si fosse fatto infilzare come un pollo da quel rasoterra sul primo palo. Arranca ingobbito nel freddo della campagna, raggiunge il paese. Passa oltre la piazza, oltre la statua di Giovannino Guareschi in bicicletta che sembra un uomo vero, oltre il baretto con i soliti due che fumano fuori appoggiati ai cofani delle auto. Sbuffa, spinge con il piede il cancelletto arrugginito di casa, sale le scale. C’è suo padre di buonumore ai fornelli che gli chiede com’è andata, non gli risponde, si rintana in cameretta tirandosi dietro la porta. Si tuffa sul letto a pancia in giù, Iker Casillas lo guarda sorridente dal poster incollato alla parete. Che cosa ne sanno, gli altri, della solitudine del portiere? Gli altri giocano insieme, il portiere per tutto il tempo li sta a guardare. Quando arrivano da lui, la faccenda si risolve in un istante: se la prende, si rilancia e tutti corrono via di nuovo; se invece la rete si gonfia, gli altri lo guardano con quel leggero inclinare la testa e allargare gli occhi, che significa: “Non è colpa tua, vai tranquillo, però…”

Dovrebbe essere anche spensierato il portiere, pensa Yasir prono sul letto, la faccia sprofondata nel cuscino, per rendere al meglio. Non gli può toccare di vedere per tutta la mattina lei buttata addosso a lui, lui che le cinge la vita sottile col braccio, lei che gli sfiora le labbra con le sue, prima di correre in una nuvola di capelli biondi alla fermata dove c’è il bus che la aspetta. Non può osservarla tutto il tempo così lontana, due file di banchi più avanti, durante le ore di scuola, mentre scarabocchia il diario, si rosicchia le unghie, trattiene una risata stringendo le labbra quando l’amica le sussurra qualcosa all’orecchio. Non può seguirla durante l’intervallo mentre gli corre incontro leggera, sbirciarli abbracciarsi appoggiati a un pilastro da sotto la tesa del cappuccio della felpa basso sugli occhi, per poi fissare il pavimento e misurare qualcosa ciondolando le gambe a compasso, con il cuore così straziato che fa male e un groppo in gola. Non può sopportare una cosa così, la mattina prima della partita. Come si fa, dopo, a tuffarsi al momento giusto, a ricordarsi di mettere giù il ginocchio per terra se tirano basso, per essere sicuri che il pallone non passi?

Di là lo chiamano, la cena è pronta, pollo e riso. “Che cosa hai adesso? Stai sempre con quel muso,” gli diranno: “Non sei mai contento, sei stato tutto il giorno in giro, cosa cavolo vuoi di più? Lo sai, eh, quanto mi sono divertito io, laggiù in magazzino, a pilotare il muletto dieci ore di fila?” Lui non risponderà e se ne staranno lì, attorno a quel tavolo, con la testa china sul piatto, in silenzio, concentrati sul cozzare delle posate con la ceramica, ciascuno senza capire qualcosa dell’altro.

Dare i numeri

sneijderLa radio, di mattina presto, ronza in un grigio uniforme, perfettamente in tinta, in questa stagione, con il cielo d’Emilia. Due cronisti assonnati cianciano del dibattito TV tra i due candidati alle primarie. Declamano dei voti: “Lucia Annunziata dà 8 al Sindaco e 6 a Bersani, Freccero 8 al primo, 7 al secondo…” Interviene un ascoltatore in diretta: “Chissenefrega,” dice “del giudizio dell’Annunziata?” Già, non ha tutti i torti: “Chissenefrega,” aggiungerei “di valutazioni appioppate così, senza criterio, a sentimento?”

Mentre presto attenzione a non tamponare una betoniera, immagino cosa succederebbe se affibbiassi, nella valutazione di un compito in classe, dei voti a casaccio, senza prima fissare criteri, stabilire parametri, affidarmi a griglie. Vedo Quattrocchi, là, nell’ultima fila, che fissa il foglio aggrottando la fronte: “Pvofessove, nella penultima vevifica, pev due evvovi di ovtogvafia, mi ha abbassato il voto di un punto. Questa volta, un solo vefuso mi costa ugualmente un punto…” “Ah sì? Qual è l’errore?” “Ho scvitto pescie, con la i…” “Beh, te la sei cavata bene, direi. Ti lamenti per un punto in meno? Meriteresti una pedata nel sedere!” E poi Morticia, qui, nel banco davanti: “Ma prof, ma ho scritto cose molto belle, cioè, sulla morte e l’oscurità che vabbé, sì, si sparge sul pianeta! Cosa mi ha dato in contenuto? Perché non l’ha scritto, come al solito?” “Vedi, Morticia, poniamo che le tue riflessioni siano in qualche modo interessanti, non c’entrano comunque una cippa con il tema sull’impronta ecologica. E la griglia stavolta non l’ho utilizzata, perché nemmeno quelli della radio la usano!” “Ma se è lei, prof. B, che ci dice sempre che è un nostro diritto sapere come vengono dati i voti, e poi che i nostri diritti dobbiamo difenderli con i denti, e con le unghie…” ulula lo Sfaccendato sulla destra, con la bocca piena di una merendina fucsia.

I ragazzi hanno ragione: se una valutazione è assegnata senza criteri stabiliti ed esplicitati con chiarezza, non ha alcun valore. Come i voti alle prestazioni dei calciatori sulla Gazzetta del lunedì, buoni solo per il Fantacalcio e per i tifosi, che hanno così modo di incavolarsi o di gongolare. Ti fermi al bar, apri il giornale inzuppandone un angolo nella schiuma del cappuccino e constati che Sneijder, per dire, ha fatto pena. Quindi vai al lavoro sollevato, o, se sei interista, incavolato.

A pensarci bene, i numeri assegnati da commentatori e analisti politici a Renzi e a Bersani dopo il dibattito tv, perseguono, in fondo, lo stesso obiettivo delle pagelle ai giocatori: intrattenere e solleticare il tifo. Perché la politica è ridotta a questioni di forma e di appartenenza e il dibattito pubblico è svuotato di contenuti, ma altamente spettacolarizzato. Così, l’elettore tifoso non riflette, non valuta, non approfondisce: si affida al parere di un’auctoritas, più o meno impresentabile, che gli dica brevemente, con un numero, come si è comportato il suo beniamino nell’ultimo match. Quindi se ne va al lavoro, turbato o confortato, poco importa.

Pirandello in palestra

Ricorda un po’ il Mickey Rourke lottatore del film di Aronofsky, il vecchio culturista. Appende il borsone al chiodo, tracanna un intruglio, si cambia le scarpe, si fascia con un cinturone di cuoio spesso ed è pronto per la sala pesi. Sceglie, per allenarsi, le stanche ore pomeridiane, quando la palestra è praticamente deserta e i pochi presenti, due o tre studenti un po’ esaltati, il disoccupato Sigismondo e qualche professore, non rischiano di intralciare la sua tabella di marcia. Ha un organizzazione teutonica, una puntualità svizzera, o britannica, una maniera di grugnire sotto sforzo tutta latina. Ricorda The Wrestler, senza condividerne però il fascino, non tanto per la sete di gloria, o per la vocazione autodistruttiva, ma per quel suo controllare ossessivo il corpo che invecchia, i muscoli che cedono, cercando di ribellarsi alla legge del tempo e di contrastare, con ogni mezzo, ma soprattutto con la volontà, l’inevitabile. Ogni giorno annota diligentemente i risultati raggiunti, quindi li confronta con quelli degli anni indietro, a volte si compiace, vecchio leone che ha ancora artigli da sfoderare, altre scuote la testa, un po’ dubbioso. Ma dà comunque l’impressione di uno che non mollerà mai. Confesso che davanti ai suoi occhi strabuzzati mentre compie qualche sforzo inumano, alle sue narici spaventosamente dilatate, al viso paonazzo che si gonfia insieme al collo e al torace sotto ai bilancieri curvati dai dischi dei pesi, ho una specie di avvertimento del contrario, del comico, tanto che devo piegare un po’ la testa di lato per nascondere un sorrisino: “Ma chi te lo fa fare, a quell’età? Ma robe da matti.” Tuttavia non posso che, pirandellianamente, cercare di superare l’apparenza, per scovare un qualche cosa che mi faccia andare oltre al tacito sfotterlo, un qualche fondo di dolore, che so, una ferita che non può essere medicata. Ma non trovo nulla, nessun corrispettivo dell’amore instabile del giovane marito della signora imbellettata.

Mi vengono in mente, invece, tutta una serie di vecchi guerrieri, gente che non vorrebbe mai smettere di fare ciò che sa fare meglio.

Come certi centravanti che continuano a fare gol fino a quarant’anni, scendendo di categoria per rimanere competitivi: Luís Oliveira, il falco, che dalla serie A, dove militò con il Cagliari e la Fiorentina, è sceso sino all’Eccellenza sarda, a buttar dentro palloni a quarant’anni con la maglia del Muravera; o la vecchia punta letteraria de Il centravanti è stato assassinato verso sera, il sempre acciaccato Alberto Palacìn.

Come certi jazzisti afroamericani, che non la smettono mai di suonare, e se le dita sono diventate troppo lente e legnose per esplodere gragnole di note, stanno comunque lì, un po’ rigidi, attenti a piazzarne poche, di note, ma quelle poche, giuste, che al resto ci pensano gli altri.

Niente comicità, né umorismo, solo tanta smisurata poesia. Chapeau, dunque, per chi combatte con tutte le sue forze fin che la battaglia dura, e chapeau, anche, per il vecchio culturista.

Confessione di un cittadino al di sopra di ogni sospetto

2 maggio 2012, al Franchi di Firenze la Fiorentina affronta il Novara. Alla mezz’ora i viola sono sotto di due reti, così il tecnico, Delio Rossi, decide di togliere dal campo l’attaccante serbo Adem Ljajic, autore, sino a quel momento, di una prestazione a dir poco sottotono. Il ragazzo si accomoda in panchina, ma prima di sedersi rivolge all’allenatore parole irriverenti e un gesto sarcastico, un pollice in su, come a dirgli: “Bravo, campione! Hai proprio capito tutto!” Rossi perde la testa e piglia per il collo la giovane punta, per poi tempestarla di cazzotti fino a che qualcuno non riesce a interporsi. Le immagini della rissa fanno il giro del mondo e la società viola esonera all’istante l’allenatore che, nei giorni successivi, si scuserà, ammettendo l’errore e mostrandosi consapevole di aver macchiato in maniera indelebile la propria carriera. I commenti, affidati nelle ore seguenti a blog, social networks e siti specializzati si sprecano: quasi nessuno si schiera dalla parte del calciatore aggredito; alcuni, pochi, accusano entrambi, imputando però al tecnico colpe maggiori in virtù del ruolo rivestito; moltissimi sono infine i sostenitori di Rossi “uno di noi”, uomo qualunque che, per una volta, ha rifilato una lezione a uno sbruffoncello viziato, strapagato e strafottente. Di questi moltissimi, la gran parte imputa all’allenatore gigliato un solo errore: essere sbroccato sotto i riflettori. “Doveva aspettare l’intervallo,” scrivono in tanti, soprattutto tifosi: “chiudersi alle spalle la porta degli spogliatoi e riempirlo di ceffoni in santa pace!” Sono in molti a dire che Delio Rossi avrebbe dovuto fare, di nascosto, una cosa deprecabile. Perché in molti, evidentemente, pensano che esista una sfera pubblica, dove domina un’etica condivisa che è solo facciata, un insieme di norme da rispettare per “non farsi rompere le scatole” e una sfera più o meno privata, comunque nascosta, dove le più elementari norme di convivenza civile si possono anche chiudere in soffitta.

Beppe Grillo, che è un interprete piuttosto fine del sentire popolare, di quella che qualcuno chiama “pancia degli italiani”, pare condividere l’idea che sia quantomeno ammissibile, in privato, ciò che in pubblico è come minimo sconveniente, perché ci sono in giro i soliti bacchettoni. Ecco cosa sosteneva in uno spettacolo del 2006:

I marocchini o vengono qua e rispettano le regole o, se no, fuori dai coglioni. Però, se vuoi dare una ‘passatina’ a un marocchino che rompe i coglioni, lo prendi, lo carichi in macchina e, senza che ti veda nessuno, lo porti un po’ in caserma e gli dai magari due schiaffetti. Ma in mezzo alla strada non è possibile, oggi con un telefonino fanno succedere un casino”.

Bene, a questo punto posso ragionevolmente sostenere che molti italiani condividano la seguente affermazione: “fai un po’ quello che ti pare, arriva persino a menare una persona, ma occhio agli sguardi indiscreti e, soprattutto, stai alla larga da videocamere e telefonini.”

Una lunga premessa necessaria a un’ulteriore confessione, dopo quella sulla mia ignoranza in fatto di classici. Quando porto a spasso il cane, al mattino presto o alla sera tardi, mi capita di non incontrare nessuno per il centro di Parma. Così, anche se passeggio armato di paletta e sacchetti, cedo volentieri alla tentazione, al riparo da occhi indiscreti, moralisti e sanzionatori, di non raccogliere la cacca del cane. Nessuno mi vede, lo posso fare. Qualcuno mi dirà che menare le mani è nobile, oppure utile, efficace, che ogni tanto è sano, mentre lasciare le feci per strada è incivile. Parliamone: la pensate così solo perché non siete voi a prenderle, le botte, mentre siete voi a scoprire, di solito quando ormai siete al lavoro e avete lordato i tappetini dell’auto, di esservi tirati dietro una sorpresina nauseabonda.

Fortunatamente ci sono cani che provano a metterci una pezza!

Flo-Jo vs Ye Shiwen?

Scendeva in pista con unghie lunghissime laccate a colori appariscenti, bodies dalle fogge improbabili, divise da gara che coprivano una gamba fino alla caviglia lasciando l’altra nuda. Bruciava le distanze, polverizzando, sul finire degli anni ottanta, i record nella velocità femminile, con tempi che appaiono tuttora irraggiungibili: 10”49 nei 100 m, 21”34 nei 200 m, realizzati entrambi nel 1988, anno del ritiro dopo i tre ori olimpici di Seul. Florence Griffith-Joyner, Flo-Jo, ha marcato in maniera indelebile la storia dell’atletica leggera, nonostante i pochi anni di attività, per poi dedicarsi alla moda e alla pubblicità e per ricoprire un ruolo come consigliere per l’educazione fisica dell’amministrazione Clinton. I riscontri cronometrici stratosferici, mai avvicinati da nessun’altra atleta, se non da Marion Jones, squalificata e addirittura imprigionata per doping, hanno dato luogo a irrisolte polemiche sull’uso di sostanze proibite da parte di Flo-Jo. Ma non sono mai emerse irregolarità a suo carico e i sospetti sono rimasti tali fino al 21 settembre 1998, quando, in seguito a una misteriosa crisi epilettica che la colse nel sonno, la velocista morì a soli 38 anni. La tragica scomparsa parve accreditare il sospetto uso di steroidi anabolizzanti, si parlò addirittura di una partita infetta di ormoni della crescita: voci più credibili forse, ma pur sempre voci, perché i test effettuati durante le competizioni hanno sempre dato riscontri negativi.

Colpisce come, in questi giorni, proprio la federazione americana insinui sospetti sulle prestazioni della nuotatrice cinese Ye Shiwen, arrivando addirittura a parlare di doping genetico. Insomma, ci sono i controlli: o ci si fida, o si fa a meno di gareggiare. Insinuare il sospetto senza avere riscontri a sostenerlo mi sembra una cattiveria improduttiva, venata anche, nel caso di Ye, di razzismo: “Sono cinesi, quindi imbrogliano e lo fanno senza scrupolo alcuno”. Può darsi, ma da che pulpito viene la predica! Non esiste infatti un doping occidentale “umano” e un doping crudele orientale: esiste una concezione dello sport che fa sì che ragazzi volenterosi vengano travolti da una macchina pensata per spremerli fino all’ultima goccia e quindi gettarli via, come calzini bucati ormai inservibili.

Ye Shiwen ha sedici anni e viene da Hangzhou, una città a sud di Shanghai, posizionata sul delta del Fiume Azzurro, che conta quattro milioni di abitanti. È un centro industriale, la FIAT ci costruisce il cambio della Panda. Prima degli ori olimpici, Ye ha collezionato un titolo mondiale e due ori ai giochi asiatici. Le sue specialità sono i 200 e i 400 misti e, quando nuota le vasche finali a stile libero, sembra un motoscafo, una potenza incredibile.

Io credo alla storia di Ye Shiwen, al suo sorriso grazioso, non amo il sospetto senza prove, provo ribrezzo per le illazioni dettate da presunzione di superiorità morale. Ci credo fino a un’eventuale smentita, fondata però su dati oggettivi.

Credo alla storia di Ye come credo alla favola di Flo-Jo, ragazza di famiglia modesta, afroamericana di Los Angeles, passata dal lavoro allo sportello di una banca all’essere la donna più veloce di sempre. Quel tempo incredibile sui 100 si spiega anche con un forte vento a favore non rivelato da un anemometro rotto.

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