Archive | marzo 2016

Islamofobia

thC3NY3MPENei giorni che seguono gli attentati di matrice islamista il mio barbiere se la passa male. Il negozio rimane vuoto per tutta la giornata e a lui non rimane che starsene in attesa, con la schiena appoggiata allo stipite in ottone della porta a vetri. Osserva pensieroso i mulinelli di polvere arrotolarsi sull’asfalto, mentre distratto fa ballare il rasoio a mano libera tra le dita nervose. Prima Parigi, poi Bruxelles, per Ibrahim, è la stessa storia: dopo queste stragi orribili gli abitanti del quartiere si mostrano improvvisamente restii a farsi accarezzare la gola dalle lame leggere del barbiere di fiducia. Ibrahim infatti è tunisino ma è un bravo ragazzo, e tuttavia non si sa mai… con le robe che si sentono, di gente che sembra normale e poi… Meglio arrangiarsi da soli per un po’. Che poi, arrangiarsi da soli significa che qui nel quartiere andiamo tutti in giro con barbe ispide e capelli arruffati e ciuffi di pelo che sbucano indomabili dal naso o dalle orecchie. Una sorta di catastrofe, sotto il profilo estetico. In verità, una soluzione ci sarebbe: l’altro negozio. L’altro negozio, il cui titolare è italiano e non può essere sospettato di simpatie islamiste, presenta tuttavia una serie di controindicazioni. Primo: l’altro negozio è unisex, chissà cosa vuol dire. Secondo: quelli che vengono fuori di lì hanno tutti la barba morbida e profumata e i capelli ingellati che fanno un’onda. Terzo: le uniche riviste che si intravedono sparpagliate sui tavolini sono cataloghi di balsami, oli e cremine per la cura della pelle, della barba, dei capelli. Niente Gazzetta dello Sport, niente Quattroruote. Di che si parlerà là dentro? Di cosmetici? La desertificazione culturale, è evidente, avanza implacabile. Quindi, dell’altro negozio, manco a parlarne. In questa situazione difficile, i più giovani, non potendo permettersi di sprecare occasioni galanti a causa di un look impresentabile, hanno tentato con il fai da te. Su amazon macchinette e lame vengono via per pochi euro, quasi quasi, mi fa uno di questi ragazzi al parco mentre il suo pitbull trattenuto appena dal laccio addenta furibondo l’aria a due dita dal mio ginocchio, da Ibrahim non metto più piede e risparmio duecentocinquanta carte all’anno. Il giorno successivo si presenta con un colbacco e una ferita profonda al collo. Gli dico che è carino, il cappello stile sovietico. Viene via a venti euro su amazon, mi fa lui, adesso scusa non parlo più sennò mi si riapre il taglio.

Insomma, si capisce anche senza farla troppo lunga. Se da qualche giorno non ci facciamo più sistemare la peluria è perché l’islamofobia è arrivata anche qui, nel quartiere, un posto apparentemente così lontano da città come Bruxelles, con i loro palazzi istituzionali di vetro e acciaio, le stazioni della metro, gli aeroporti, la gente che fluisce con trolley e valigette su pavimenti tirati a lucido; eppure così vicino, a quelle capitali, con questo coesistere di differenze ancora così incomprensibili. L’islamofobia è arrivata fino a qui, e i nostri comportamenti irrazionali danneggiano gente come Ibrahim, che ha due figli che vanno alla scuola materna. E certo, è colpa dell’IS ed è colpa di tutti coloro che ordiscono stragi di innocenti. E poi è colpa di Salvini, e di tutti gli altri razzisti: radicali, moderati e riformisti. Ma è colpa anche nostra, che ci guardiamo bene dal lasciarci alle spalle le nostre insicurezze, le nostre paure, dall’imboccare l’unica strada, impervia, per pensare un futuro accettabile.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: