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La dittatura del cliente modello

lines_seta_ultra_notte_ali_10_pz_01Un progetto vorrebbe mettere al braccio dei lavoratori di Obi, catena di negozi di bricolage, un braccialetto vibrante che si attiva su richiesta di clienti bisognosi di aiuto.

Ecco, appena la introducono, quella faccenda lì del braccialetto, io ci vado di corsa alla OBI. Altro che Brico, Bricoman e altri negozi di dilettanti. Questa sì che l’è soddisfazione del cliente, è curare il cliente, è dare ragione al cliente, perché il cliente l’è il cliente, c’ha sempre ragione il cliente. Non trovi qualcosa? Ti sbatte cercarlo? Hai bisogno di un consiglio su tasselli, scaffali, scatole o latte di pittura? Non hai niente da fare e ti tira di confrontare diversi modelli di trapano a percussione? Non ti devi più allungare con il collo a guardare se vedi il commesso, no. Non devi più sgolarti a chiamarlo, sbracciarti, dirgli mi scusi o per favore e tutte le smancerie varie; che poi chi si credono di essere ‘sti commessi dei supermercati che non arrivano mai? Idraulici? So mica io. Schiacci un bottone e il braccialetto del tipo, del dipendente, dico, quello che è pagato per servirti, attacca a vibrare, così lui sgambetta da te. E vedi come corre, anche perché fino a che il tipo non arriva da te il braccialetto non pianta lì di vibrare. Così se si attarda, che magari fa finta che è stanco, bzzzzbzzzz… l’affare gli dà un fastidio cane e lui si sveglia fuori. Oh, è pagato o no? C’ha anche un discreto culo ad averci un lavoro, con la crisi che c’è e tutti ‘sti terroristi che arrivano con i barconi a rubarci le donne e a decapitare il lavoro.

No, insomma, sono cliente, qua. Sono io che comando. Dovrebbe funzionare così dappertutto, dovrebbe. Anche all’Esselunga dovrebbero metterlo, così quando sono lì davanti allo scaffale che non riesco a capire quali sono i lines seta ali ultra plus notte violetto gel alla melissa della mia morosa, tac! Schiaccio e arriva il tipo, non devo neanche salutarlo, che il coso che vibra è già come dirci, al tipo dell’Esselunga: oh, te, ciao! E così ce lo chiedo a lui, con comodo, dove stanno i lines soft maxi petalo blu acqua marina liberty dell’Adalgisa. L’Adalgisa è la mia morosa.

Anche perché poi, non sembra mica, ma è un bel modo anche per premiare quelli che fanno andare le mani e per punire quelli che non c’han voglia di lavorare, quello lì del braccialetto vibrante. Perché fai che uno è bravo, no? Che lo chiami per chiederci se nella mozzarella ci sono le uova che hai l’allergia e lui arriva di corsa. Dopo un po’ ci vuole un premio, giusto? Allora metti che il braccialetto invece che vibrare per tutto il tempo che lui arriva, vibra magari solo un minuto, così dà meno fastidio. Se uno, invece, è un lazzarone, di quelli che non arrivano mai, allora al posto della vibrazione ci metti una piccola scarica elettrica, ma piccolina, che fa mica male a nessuno, così vedi che si sbriga a fare quello che deve fare. Così poi lavorano tutti di più. E il cliente alla fine della fiera va via bello contento.

Ecco, da adesso io vado solo in posti dove mettono i braccialetti elettrici ai dipendenti. Del resto noi consumatori, con i nostri comportamenti, abbiamo il potere di condizionare le politiche aziendali. Questo ce lo aveva detto anche il profe di italiano alle superiori, Emiliano B, anche se era uno di sinistra. Allora, ecco, se tutti fanno come me, se sono un po’ furbi, scommetto che tempo due o tre anni lo mettono in tutti i grandi magazzini, un coso che vibra ai dipendenti.

Terzo comandamento

red-bull_2533775bÈ l’ora che le macchine iniziano a imbottigliarsi di brutto: incastrate sulla rampa che discende verso il centro commerciale, fumano monossido e particolato in pazienti volute. Famiglie in scatola, con i nonni che magari siedono avanti, che stan più comodi, e le mamme incastonate tra i seggiolini e le portiere a contorcersi nel recuperare i ciucci finiti sui tappetini, che poi puliranno ficcandoseli in bocca. I papà attendono che quello davanti si muova e tamburellano i polpastrelli sul volante, vestiti che sembrano manichini rubati dalla vetrina di un negozio outlet in cartongesso: se guardi bene, una targhetta la trovi, attaccata alla cuffia, alla sciarpa o ai guanti morbidi in pelle. Coppie che si sbaciucchiano dentro le Fiesta, il subwoofer che pulsa, i Lumia fluorescenti in mano che scattano selfie e controllano WhatsApp.
E dentro a spingere carrelli, chiedersi che cosa ci facciano tutti qui oggi, sollevare pacchi, riempire buste, caricarsi bimbi sulla groppa, soppesare concentrati trabiccoli di plastica made in China, sudare, fare la faccia di quello competente, che non si fa fregare, cercare il bagno ché alla bimba scappa la pipì, fare sedere un attimo il nonno che minaccia di tirare le cuoia, caricare lo scatolone che è più grosso del baule nel baule troppo piccolo, chiedere per la spedizione, fare la fila, cercare il commesso. “Dov’è che si infila sempre il commesso?” “Fa finta di non vederti, guarda, che stronzo sfaticato!” “Ma c’ero prima io, perché diavolo va da quella là!” “Signora mi scusi!” “Si calmi! Siamo tutti sulla stessa barca, non è possibile, servono più commessi. C’è più gente: oggi è festa!”.
Su uno spiazzo grigio di fianco alla tangenziale sud gli indiani giocano a cricket, nonostante il monossido, la polvere che si deposita sulle barbe e questa nebbia sporca che confonde la vista. Indosso hanno giacche improbabili, piumini lunghi sopra i kurta consunti, qualcuno porta il turbante. Quando la mazza impatta la palla si sente un tonfo che diresti in grado di propagarsi per chilometri, da qui pare il tappo di una bottiglia di lambrusco che salta. Un gioco di traiettorie lunghe, corse, uomini in ginocchio o curvi in avanti. Partite infinite di pomeriggi, di domeniche intere, forse di settimane o mesi. Chissà come si tengono i punti.
La commessa del reparto decorazione del Leroy Merlin è bionda e gentile, spiega che c’è meno personale, proprio perché è festa e va così, nonostante ci siano un mucchio di clienti paonazzi per lo sforzo di santificarla. Un po’ di pazienza, insomma. Si scusa davvero e poi apre i cassetti con gli effetti personali suoi e degli altri impiegati. Sta lì sotto il banco dove si scelgono le stoffe per le tende. Ci mostra le confezioni di Red Bull da quattro lattine: ciascuno di loro ne tiene una scorta. Ciascuno di loro si fa di Red Bull per correre più forte: “Ecco, vedete, facciamo di tutto per essere il più efficienti possibile, guardate qua. Ne beviamo tutti un sacco, sennò mica ce la faremmo ad andare così.”
Su uno spiazzo grigio di fianco alla tangenziale sud un gruppo di uomini dal copricapo arancione tenta di recuperare una palla che si è andata a cacciare chissà dove. Gli altri tirano fuori dei thermos che fumano tè. Si siedono sui talloni, tirano il fiato. Non c’è davvero motivo di avere fretta.

Non c’è di che

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Come cacciatori cheyenne sulla strada del bisonte, come guerrieri apache acquattati in attesa della battaglia, le ragazze e i ragazzi che tirano su il fango si pitturano il volto, tracciandovi spessi segni con la melma marrone. Cacciano fuori espressioni da veri duri e alla faccia di chi li vuole pii angioletti ardenti d’inconsapevole bontà ci ricordano che gli angeli non esistono. Esistono ragazze e ragazzi che sono sempre, naturalmente, tutti giovani e belli. Noi, che facciamo schifo, preferiamo attribuire caratteri divini a comportamenti normalissimi, in modo da poterci tranquillamente guardar bene dall’imitarli e, al contempo, sentirci assolti.

Il torrente non è entrato nel negozio del parrucchiere, ne ha solo lambito la vetrina, ma ha depositato sulla strada e sul marciapiede antistante un soffice strato di sedimento cremoso. Il titolare è molto preoccupato: con la via ridotta in quel modo, anche se il negozio è pulito ed efficiente, i clienti oggi non arrivano. Così ha mandato Malati, la donna indiana che lavora per lui, a creare un passaggio nella guazza. Lei si dà da fare armata di spazzolone di plastica e di una grossa pala smaltata di rosso, probabilmente una di quelle distribuite dai furgoncini del Comune. Il proprietario del negozio fuma con la schiena appoggiata allo stipite dell’ingresso e guarda preoccupato l’orologio: sono passate le quattro, il pomeriggio sta trascorrendo in fretta e già la mattina è andata persa. Probabilmente pensa che Malati sia troppo lenta a spalare, allora chiama un gruppo di questi ragazzi che, con i loro segni tribali sul volto, si accaniscono contro un cumulo di detriti che ostruisce un tombino. “Oh, siete mica dei volontari?” “Sì, ha bisogno?” “Che bravi ragazzi! Non è che mi dareste una mano a ripulire qui, davanti al negozio, così la gente può passare?”

Malati lavora dieci ore al giorno: shampoo, massaggi, tagli, tinte, pieghe, pulizie. Malati fa di tutto, sei giorni alla settimana, dalle nove alle diciannove. Malati guadagna 35€ al giorno e ha un contratto che dice che lavora due ore al giorno, cinque giorni alla settimana. Potrebbe anche andarsene e il suo datore di lavoro se la vedrebbe nera, di altre brave come lei non ce ne sono mica in giro. Ma anche se lo facesse, cambierebbe poco: tutti gli altri parrucchieri che ha sentito pagano così. E così passa la vita restando al proprio posto, a rigare diritto per pagare, chissà con quali miracoli, l’affitto e l’istruzione dei figli. Colpa di un mercato del lavoro selvaggio, dell’ampia disponibilità di apprendisti da sfruttare nel settore. Colpa delle istituzioni, che non proteggono, non tutelano la dignità e la qualità della vita delle persone. Non di fronte alla furia del fango, non davanti alla rapacità umana. Però impongono riforme del lavoro che tutto sono tranne che l’unico Jobs act di cui c’è davvero bisogno: quello che ci liberi da ogni sfruttatore.

“Certo, arrivo subito!” cinguetta una ragazza emergendo a fatica da un banco di sabbie mobili. Si avvicina al parrucchiere che le sorride facendo luccicare il dente d’oro, mentre ravana il taschino in cerca del pacchetto di Merit. “Grazie, bella!” “Uh, prego, non c’è di che. Tenga, questa è la pala!” Lui si ritrova a reggere il badile per il manico, lo stupore disegnato nella bocca aperta e negli occhi fissi al vuoto. Lei gira i tacchi e se ne va. Malati si gira di spalle perché proprio non ce la fa a nascondere il sorriso.

Il mondo piccolo di Manolo Sgabazzi

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I

Beccarsi un malanno nei giorni di Natale è, ve lo assicuro, un’esperienza tremenda, sia sotto il profilo psicologico sia per la difficoltà nell’accesso a cure adeguate. Avete dubbi al riguardo? Vi chiedo di considerare allora quanto capitato a Manolo Sgabazzi, quarant’anni, impiegato, un matrimonio felice e benedetto da Sancta Romana Ecclesia, una bella famiglia numerosa. E una tonsillite batterica con placche che si manifesta in tutta la sua violenza il pomeriggio della Vigilia. Non vi sto ora a raccontare dell’improvvisa sordità al telefono della guardia medica: “Mi creda, dottore… mi… sento… morire.” “Molto bene grazie! Tanti auguri anche a lei, a tutta la sua famiglia, sono contento che vada tutto bene!” Non vi tedio con racconti di discese nell’imbuto del pronto soccorso, tortuose, infinite e dantesche, ma con incontri molto meno interessanti: “Signor Sgabazzi! Buon Natale! Com’è che non si fa mai vedere agli incontri dell’associazione di quartiere contro gli extracomunitari che girano liberamente per i nostri borghi? La aspettiamo, mi raccomando!” Non vi annoio con la descrizione di lunghe attese per una visita o di code estenuanti in farmacia. Fatto sta che, all’ora in cui in salotto la famiglia dà il via alle danze goderecce del cenone, Manolo si ritrova, con la febbre a quaranta e la sezione della gola ridotta a uno spillo, a dover ingoiare pasticche di antibiotico grandi quanto ossi di pesca. Mentre lacrime di dolore gli grondano sul petto scavato, spinge con tutta la forza l’Augmentin oltre l’ostacolo, poi crolla sotto le coperte con l’impressione, neppure troppo peregrina, che il pastiglione si sia incagliato appena lì in gola e che, di lì a poco, gli succederà qualcosa di brutto. Trascorrono ore prima che la sua splendida famiglia, tra un brindisi e l’altro, si ricordi di lui. In un momento imprecisato della notte, la moglie, per la verità un po’ brilla, socchiude la porta e gli allunga, con un calcio, una ciotola dove fuma brodo incandescente: “Tieni, mangia. Poi se vieni di là a ringraziare per i regali, che sennò fai sempre brutta figura, è meglio.” Sgabazzi si china e solleva la ciotola, si porta volenteroso un cucchiaio alla bocca e spinge giù il brodo come una medicina. Ma il liquido brucia e la gola prende fuoco. Manolo, privo di sensi, crolla sul letto rovesciando la sua parte di cenone sul pavimento. Ora vi chiedo di non censurare, ipocriti, il comportamento della signora Sgabazzi: chiunque, tra voi, avrebbe fatto altrettanto. Già, perché il Natale dove ci si occupa degli altri, dove si è tutti più buoni, non è mica per gente come noi, gente che lavora, si sbatte. A servire il pasto alla mensa profughi ci va il Ministro, mica l’operaio; a pranzo con i poveri ci vanno il Sindaco e l’attore, mica la commessa. Ci vanno le celebrità perché tra gli affamati, un giorno all’anno, è più facile sentirsi persone di cuore. Vere celebrità, ma di cuore.

II

La mattina del venticinque il nostro sfortunato Manolo riprende conoscenza in un bagno di sudore indotto dall’antipiretico. In effetti, a parte la gola, sulle cui condizioni è meglio sorvolare, le cose sembrano andare un po’ meglio. Sgabazzi riesce a leggere, per esempio, e a mettere insieme un qualche ragionamento. Si spara un reportage sulle condizioni di lavoro nei magazzini britannici di Amazon: i turni di lavoro massacranti, le paghe misere, i licenziamenti per chi si ammala più di tre volte in tre mesi, il silenzio dei dipendenti comprato con l’offerta fasulla di un posto fisso, la scelta strategica di insediarsi in aree economicamente depresse, dove è più facile ingaggiare dei disperati. Legge tutto a fondo, il nostro impiegatuccio, e poi prende una decisione solenne: “Mai più! Mai più! D’ora in poi comprerò solo nelle botteghe sotto casa.” All’ora comandata Manolo butta giù la pasticcona, poi crolla addormentato sino a quando Vasco, il figlio grande, apre la porta e gli lancia sul letto un trancio gommoso di pandoro: “Ha detto la mamma di darti la colazione.” Il pandoro non potrà mai passare dalla gola ingrossata e così il malato lo mette da parte e ripiega sui flaconcini di fermenti lattici. Sulla scatola campeggia una scritta: di origine UMANA. “Cazzo, che schifo!” Manolo non può trattenersi dal contrarre le labbra in una smorfia di disgusto: “Chissà da dove li prelevano, ‘sti fermenti.” E via, complice la febbre, nella testa di Sgabazzi vanno formandosi immagini assurde di disgraziati, ridotti dalla miseria a diventare donatori di fermenti lattici. Torme di anime perdute, affamate, degradate, che si fanno estrarre i fermenti per darli a lui, tranquillo borghese che si lamenta tanto per un po’ di mal di gola. Ma deve pur curarsi, e così con un risucchio secco Manolo svuota un flacone di fermenti di origine umana, poi si pulisce le labbra con il dorso della mano: “Mica male, però! Sono dolci”. Chiude gli occhi, in sala fervono i preparativi per il pranzo natalizio, ne sente i rumori. Realizza, Manolo, nel suo mondo piccolo di malato recluso in una stanza, che Marx aveva ragione, che il mondo è fatto di sfruttatori e di sfruttati e che lui, tutto sommato, preferisce stare tra i primi (quando gli è permesso, s’intende). Vuole continuare, insomma, a bersi i fermenti. Ma non si ferma a questo, Sgabazzi. Ripensa ad Amazon, ai turni da dieci ore e mezza, ai ventiquattro chilometri quotidiani macinati a piedi dai magazzinieri sottopagati. Pensa alla comodità di ordinare dal telefono, dal pc, in qualsiasi luogo, a qualsiasi ora del giorno, qualsiasi cosa, per giunta scontata. Al piacere del pacco che ti arriva a casa, puntuale. Quel lavoraccio infame non gli appare più tanto male e i magazzini nelle foto che ha visto sulla rivista sembrano puliti e riscaldati. “Ma sì!”, pensa Manolo impugnando lo smartphone: “Un ordine solo, un ultimo ancora…”. Ordina Coetzee, L’infanzia di Gesù, ché con l’aiuto della buona letteratura è più facile sentirsi tra i giusti. Sfruttatori, ma giusti.

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