L’albero di Yoko

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In un grosso vaso di terracotta, a pochi metri dalla tomba di Peggy Guggenheim, c’è un piccolo olivo, un dono di Yoko Ono alla fondazione: Wish Tree Venice 2003. To Peggy with Love x Yoko. Puoi pescare un bigliettino da una vaschetta in plastica poggiata sul cemento di un muretto, scriverci sopra un desiderio e attaccarlo a un ramo dell’alberello. Decine di cartellini sono già lì appesi e non resisti alla tentazione di ficcare un po’ il naso, di dare un sbirciatina ai sogni degli altri, anzi, per un momento ti illudi che potrai capire che cosa diavolo ha in testa “la gente”. E così ti accorgi che a esprimere desideri, qui a Venezia, nel 2013, sono soprattutto gli stranieri. Che gli italiani non sognino più? Sicuramente frequentano poco i musei. C’è quello che vorrebbe che il McDonald’s diventasse più economico, quello che vuol fare un qualche cosa di indecifrabile in bicicletta e un’altra che vuole invecchiare insieme al marito. Nessuno che voglia che ne so, cambiare il mondo, rivoltarlo come un calzino e tirarne fuori il meglio. Niente sogni collettivi, ma desideri molto privati, speranze intime. È normale, è il nostro tempo e anche tu non faresti altrimenti, non faresti l’eroe e se avessi una biro con te, affideresti alla piantina di Yoko qualcosa di soltanto tuo: la vita, l’amore, la famiglia, gli amici.

Una figura minuta schiacciata da una matassa di capelli annodati a ciuffi e colorati qua e là si infila tra te e l’albero, con un saltello aggancia il suo bigliettino a un ramoscello in alto, poi ricadendo ti pesta un piede e si volta, imbarazzata borbotta: “Sorry!” e scappa via ridendo verso un’amica che sta fotografando il tutto. Guardi il cartoncino bianco che ancora oscilla: “To be a teacher, to see many countries. Ayaka, Japan.” Ti viene in mente l’insegnante de La ragazza dello Sputnik, di Murakami Haruki: un ragazzo che sceglie quel lavoro per sfuggire all’angoscia della competizione spietata del turbocapitalismo giapponese. La rivedi poi nel museo, davanti a Il coccodrillo piangente cerca di afferrare il sole, incrocia il tuo sguardo e sorride scoprendo un gruzzolo di dentoni buttati teneramente qua e là per la bocca. Chissà se anche lei vuole ripararsi dalla competizione del turbocapitalismo. Ti viene voglia di dirle: “Senti, lo conosco anch’io un pirla che voleva fare l’insegnante e vedere un sacco di posti, ecco… ma che razza di desideri sono?”

Esci. Ora piove e i bigliettini di Ayaka e di tutti quegli altri sognatori si inzuppano e vanno in pappa.

Infili schivando le gocce il Ponte dell’Accademia, che si piega ormai sotto il peso di centinaia di lucchetti serrati ovunque alle ringhiere. Un ragazzo bengalese ti dà un colpetto sulla spalla e ti mostra un lucchetto nuovo di zecca e luccicante strizzando l’occhio: “Cinque euro!” Devi, evidentemente, avere un che del quindicenne brufoloso lettore di Moccia. Lo stesso Moccia a cui faresti pagare i danni per tutti quei ponti rovinati dagli amori adolescenti, per i quali mille altri simboli si sarebbero potuti trovare. Perché ci sono desideri, promesse e amori che, anche se a volte sono un po’ cretini, fioriscono sugli alberi, ma ce ne sono altri che deturpano il paesaggio e basta.

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About Emiliano B

Un lombardo in Emilia. Insegnante nelle scuole secondarie. Amo le lettere, la musica di Seattle, il calcio, i vizi.

8 responses to “L’albero di Yoko”

  1. stileminimo says :

    Moccia non ci arriva a tanto; mi spiace dirlo… anzi no, non mi spiace.

  2. laurin42 says :

    Delicato ed efficace nel richiamare profonde riflessioni a chi le sa cogliere.
    Del resto il nostro comunicare è con le anime affini, ma vale la pena di tentare altrove. Perchè è l’altrove è il nostro campo di aricchimento.
    Love
    L

  3. valivi says :

    non conoscevo l’albero di yoko! ma dopotutto sono italiana 😛

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