Archive | dicembre 2015

Lo strappo nel cielo di carta del presepe di Menate

– Ora senta un po’, che bizzarria mi viene in mente! Se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta che rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che avverrebbe? – Non saprei, – risposi, stringendomi nelle spalle. – Ma è facilissimo, signor Meis! Oreste rimarrebbe terribilmente sconcertato da quel buco nel cielo. […] gli occhi, sul punto, gli andrebbero lì a quello strappo, donde ora ogni sorta di mali influssi penetrerebbero nella scena, e si sentirebbe cader le braccia. Oreste, insomma, diventerebbe Amleto.
(Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal)

98a2f79bb493625f1b54af34e33a3e8aNel suo genere, è un piccolo capolavoro. Statuine di pregevole fattura artigiana, un territorio che seppure, come ovvio, in miniatura, fa bella mostra di un profilo orografico gradevole e sorprendente. Il presepe preparato dalla sezione locale della Lega, qui a Menate sull’Oglio, è come sempre un gioiello. A maggior ragione quest’anno, vista l’annunciata visita del carismatico Segretario federale. La cura del dettaglio è il principio ispiratore degli allestitori, che hanno dalla loro anni di esperienza, ma anche spirito di inventiva e la spregiudicatezza di osare, sempre. Cosa significa osare per un artigiano del presepe? Non certo la dilettantesca posa superficialmente dissacrante di chi infila, tra i pastori, una miniatura di Marek Hamšík. Significa piuttosto concepire un progetto organico in grado di disegnare un’interpretazione attualizzata, problematica e aperta, che sia specchio di un sistema valoriale condiviso da una comunità. Ecco così che i maestri artigiani della Lega hanno voluto far venire alla luce Nostro Signore all’ombra di conifere imbiancate, ai piedi delle amate cime alpine. Nella neve, fatta di farina, camminano pastori decisamente ariani, anzi, più che pastori sono allevatori a tutto tondo, al volante di trattori modellino Burago, con tanto di bandierine dei Cobas del latte. La mucca Ercolina, ovviamente, fa il bue. Ci sono stagni in Domopak, nel presepe di Menate, dove miniature di corvette militari puntano i loro cannoncini verso barchette fatte con i gusci delle noci, uno stuzzicadenti infilzato nella cera a fare da albero e un coriandolo bianco per vela. Sulla strada che attraversa l’abitato di Betlemme, un gazebo raccoglie firme per abrogare la legge Merlin, o perché i Tuareg se ne tornino a casa loro, non si capisce bene. Per arrivare ai dettagli più sorprendenti, grande cura è dedicata agli edifici, ricreati con tale realismo da lasciare a bocca aperta il più fine intenditore: casette verdi, con tanto di nani da giardino, tulipani nelle aiole, macadam di semi di sesamo a tracciare le stradine dagli usci ai cancelli. Cancelli sui quali è inchiodato il sacrosanto avvertimento: ATTENTI AL CANE (disegno di muso di molosso), AL PADRONE (immagine di revolver) E AL RESTO DELLA FAMIGLIA (coltelli, punteruoli, ecc.). Spesso seguito da un altro diffusissimo cartello: disegno di testimoni di Geova (di solito due uomini ingobbiti con libriccino) e scritta IN QUESTA CASA NON SIETE GRADITI, con il chiarimento in aggiunta, SIAMO UNA FAMIGLIA CATTOLICA. Al giorno d’oggi passino pure i cani e gli ebrei insomma, ma sulle altre minoranze il nazifascismo ha fatto anche cose buone. Giunti alla mangiatoia, però, abbiamo la vera chicca: i creatori del presepe di Menate hanno voluto strafare e hanno fatto un qualcosa di davvero stupefacente: il bimbo ha i lineamenti del Segretario, ma soprattutto è, arrossisco un po’ nel dirlo, decisamente dotato. L’intento encomiastico ha preso un po’ la mano degli artisti? Non solo, la scritta NO GENDER appesa al collo dell’asinello chiarisce tutto. I maschi sono maschi, altro che identità di genere fluida e balle varie. Il cielo di carta sopra il presepe si restringe in forma di un tronco di cono. Sulla superficie superiore del solido, una specie di paradiso terrestre completa l’opera. Ha le sembianze di un Valhalla, dal quale tracimano figure deformi di bevitori di birra, cornuti e armati di forconi e badili.
Fermo a braccia conserte davanti allo spettacolo del presepe di Menate riflette tra sé il signor Anselmo Paleari: “che succederebbe se uno strappo si aprisse d’improvviso nel cielo di carta del presepe? Facilissimo: le statuine resterebbero terribilmente sconcertate da quel buco nel cielo! Tenterebbero, certo, di proseguire le loro attività: discriminare, urlare, aggredire. Proverebbero a continuare a essere ciò che sempre sono state: razzisti, omofobi, bigotti. Ma si sentirebbero cadere le braccia, raggiunte dal dubbio. Tutte fisserebbero quel punto di rottura, in bambola.” Volta le spalle, Paleari, e se ne va. Ciabattando. Che disdetta! Scorda sempre il coltellino.

Indecorosi

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Si scorda sempre di infilare i guanti e così, quando arriva in Pilotta la mattina presto, puntuale per l’apertura della Biblioteca Palatina, ha le mani congelate e tirare la leva del freno è un’impresa. Smonta agile di sella, armeggia sbuffando con la catena. Girare la chiave nell’acciaio gelido del lucchetto con le mani irrigidite, poi, è una tortura. Ma è la terza bici in un mese, meglio stare attenti e legarla per bene. La città intorno è tutta inzuppata, trasuda umore gelido da ogni muro, sasso, tombino, aiuola. La bruma sfuma l’orrore dell’inverno padano e lo fa più dolce, appena accettabile. Sia benedetta la nebbia, che dio la mandi ancora più densa per questo Natale, così spessa da attutire il trambusto volgare della modernità, da fare della città una pagina bianca, tutta da scrivere. Una nebbia tanto spessa come, a sentire i vecchi di qui, veniva una volta, quando nelle taverne sperse il lambrusco si beveva ancora nelle scodelle di ceramica. Il lavoro lo aspetta, su in biblioteca. Raccogliere materiale per una nuova ricerca, un’altra giornata a leggere, ritagliare, collegare, ragionare, ricordare. Un panino al bar a mezzogiorno. Qualche altra pausa per il caffè. Ripassa il programma mentre si assesta lo zaino sulle spalle, le suole di gomma dei Dr. Martens fanno un suono ovattato, amplificato dai portici. I ragazzi che ogni notte trovano riparo rannicchiati al gelo sotto le alte volte del palazzo si sono già alzati, hanno sgomberato la zona, lasciando le loro quattro povere cose di migranti, di profughi, addossate alle pareti. Cartoni, alcune coperte raccolte nella chiesa di Santa Cristina. Ricorda che l’altra mattina i vigili urbani hanno portato via tutto, lasciando i senzatetto privi dell’unica protezione possibile contro il rigore delle notti di dicembre. Le coperte poi sono ricomparse, grazie ai volontari che ne hanno raccolte altre. Passa oltre, infila lo scalone che porta nel cuore del complesso della Pilotta. Com’è paradossale, pensa, che in nome del decoro urbano, si compiano gesti così vergognosi, moralmente ed esteticamente indecenti. Il decoro urbano, manco si parlasse di un albero di Natale, non di una città. Che cos’è questa ideologia per la quale è del tutto normale, per esempio, violentare strade e monumenti con le insegne pubblicitarie più pacchiane, o deturpare il paesaggio con improbabili colate di cemento, ma è indecente che chi dorme all’aperto utilizzi delle coperte per sopravvivere al freddo? Che cos’è questa ideologia che autorizza atti di gratuita, vera, feroce crudeltà? Quelle coperte, pensa, sono cento volte più decorose di tutte le luminarie natalizie. Hanno tutta la bellezza della dignità di chi non ha nulla, ma non rinuncia al proprio diritto di provare a vivere. Hanno la bellezza e la dignità dei cittadini che cercano di supplire, come possono, all’insufficienza culturale all’inadeguatezza organizzativa delle istituzioni, alla loro colpevole inadeguatezza. Che poi, conclude spingendo la porta a vetri della biblioteca, è proprio quello, che i nostri amministratori cercano di camuffare con le loro attenzioni per il decoro: la loro indegnità.

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