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La Sega delle Seghe

roberto+mascilongoQuello che ho in mente,” rimbomba stentorea la voce del Teo, o Salvo, come l’appellano di preferenza gli amici diggiù, “è una Sega delle Seghe.”

Un improbabile progettone onanistico? Una miscela spericolata di pratiche masturbatorie estreme? Niente di tutto questo. Non vi figurate, allora, architetture di bistecche e termosifoni, o sottilette e gatti golosi di aldonoviana memoria; nemmeno pingui politici agganciati al lampadario per la cravatta, rigorosa e verde, con le braghe calate.

Salvo, consapevole del rischio fraintendimento che tale ambigua parola avrebbe favorito, ha voluto spazzolare subito il radioso cielo dell’avvenire, scacciare ogni nube, ogni minaccia. Ha chiarito subito, proprio lì, sul pratone di Pontida, Maradagàl, agli astanti rapiti, come per esempio: il boscaiolo metropolitano coi baffi a manubrio che fa la gara di peti; quello con le corna in testa da vichingo (beve birra usando un water per boccale, gli si incastrano le corna e allora gira con il cesso in testa per tutto il pomeriggio); la sciura che la g’ha un tatuaggio, un capricorno tribale con intorno scritto: “Cascià föra i négher!”; tra i cartelli agitati in aria: W LA SEGA, LA SEGA AI SEGAIOLI, PADRONI DELLA NOSTRA SEGA, VOTA LA SEGA; e l’immancabile tripudio di battimani e lancio di nani da giardino superdotati; dicevamo che Salvo ha voluto chiarire subito che cosa intenda, per Sega delle Seghe: “Una Sega d’Europa, che riunisca tutte le seghe del vecchio continente, tutti i movimenti liberi e sovrani”.

Si tratta di un macchinario unico, insomma, che raccolga in un insieme coerente ogni tipo di sega, di movimento: circolare, a nastro, a trabucco, a batacchio, a berlingo, alternativa, da traforo, ad affondamento, a gattuccio e, perché no? Il buon vecchio su e giù manuale.

Il grande progetto del Teo (sempre Salvo per gli amici del Sud) è stato infine realizzato, messo a punto. Ieri la sperimentazione, il collaudo, in un luogo TOP SEGRÉT, nel Maradagàl, un deserto che fa la barba al Resegùn, il famoso monte a dorso di drago, o a forma di sega. Frutto del lavoro di tennici delle seghe di tutta Europa, e del mondo – un nome su tutti? Mariano El Pene, dal Parapagàl – che hanno mostrato di poter sorpassare i regionalismi, i nazionalismi, i particolarismi, nel nome di una grande Sega comune.

Purtroppo il marchingegno, groviglio assurdo di pulegge, cinghie, nastri, alberi, lame, castrofalli, battenti, martingoldi e balarioni, non è stato all’altezza delle aspettative. Privo di un sistema di sicurezza di bloccaggio automatico in caso di inavvedutezza del conduttore, in questo caso il Teo intento all’avvio inaugurale, la maxisega ha finito per tirar dentro il malcapitato, per la verità sportosi inavvertitamente un po’ troppo verso le lame sferraglianti, a offrire carne da taglio seghista al supersegone. Il collaudo, alla fine della fiera, è stato sospeso.

Niente di troppo grave, il leader è menomato (ma c’è assoluta riservatezza su quale parte del corpo sia finita nel grancassone raccoglisegatura), ma vivo. E lotta insieme a noi.

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Del futuro delle anguille o dell’irresistibile ascesa di Matteo S

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La quantità di cocaina disciolta nelle acque dei fiumi che attraversano le grandi città è così elevata da costituire una minaccia per la popolazione mondiale di anguille. La droga si accumula con rapidità nella pelle, nel cervello e soprattutto nei muscoli di questi pesci, danneggiandoli. La “cocaina passiva” risulta maggiormente nociva per questa specie animale, rispetto ad altre, perché si tratta di una specie migratoria i cui esemplari arrivano a compiere traversate lunghe fino a seimila chilometri, e devono quindi poter contare, per sopravvivere, sull’efficienza di formidabili muscoli. Un recente studio, coordinato da Anna Capaldo dell’Università Federico II di Napoli e condotto su esemplari di anguilla europea inseriti in vasche con acqua contaminata da coca, ha avuto esiti allarmanti, gettando nel panico le diverse comunità nazionali di anguille. Come spesso accade, quando le risorse, in questo caso le acque pulite, scarseggiano, gli istinti animali più bassi prendono il sopravvento e la ricerca di soluzioni condivise e sostenibili a livello globale subisce una battuta d’arresto, di fronte all’affermazione di forze che rappresentano e tutelano miopi interessi nazionali.

Emblematico ciò che si è verificato recentemente nelle acque italiane, dove la convinzione diffusa che il tasso di cocaina in acqua sia inferiore rispetto a quello di altri paesi, soprattutto africani, convinzione peraltro smentita da tutte le analisi chimiche effettuate, ha spinto le anguille dello stivale a compattarsi a difesa delle proprie acque territoriali. In questo contesto, alla guida della popolazione italica di anguille, si è affermato Matteo S, un giovane e spregiudicato capitone, tipico esemplare da acque dolci, quindi bruno sul dorso, giallastro ventralmente e dall’occhio piccolo. S, al quale è stato affidato a furor di popolo il titolo di Ministro delle acque interne, ha subito annunciato la chiusura dei delta e degli estuari, la sospensione dei trattati internazionali e l’immediato rimpatrio delle anguille residenti in Italia senza regolare autorizzazione, nonché la schedatura dei buratelli, sotto accusa per l’indecorosa abitudine di agganciarsi abusivamente al sistema idrico nazionale (e anche di rubare le uova dai nidi degli altri, ma sempre senza toccare l’argenteria). Le reazioni internazionali alle iniziative del Ministro non sono tardate, ma S ha saputo volgere a proprio vantaggio lo scetticismo che da mesi circonda le istituzioni sovranazionali, percepite dalle anguille come distanti e poco rappresentative. Ogni attacco dall’estero ha così fruttato in termini di incremento di popolarità per il Ministro, che secondo i sondaggi risulta ormai essere l’anguillona più amata e desiderata del Paese. Forte, deciso, sicuro di sé, S è oggi un leader indiscusso, ha saputo costruire alleanze per far fuori i nemici e poi sbarazzarsi degli alleati bevendoseli in un sorso. Ha inoltre stabilito il suo quartier generale presso il Naviglio Grande, a Milano, spostandolo dalla storica sede presso il Tevere, mostrando di non credere alle dicerie che vogliono i Navigli in testa alle classifiche europee di contaminazione da cocaina delle acque dolci. A qualche fedelissimo che, preoccupato, ha provato a metterlo in guardia, Matteo ha risposto con un secco: “Me ne frego!” mostrando in questo modo di non temere per nulla i danni da “cocaina passiva”.

Nella nuova sede milanese, il ministero è oggi un brulicare convulso di attività, dove anguille ciarliere si affannano in un continuo andirivieni, anguille insonni e infaticabili scordano la pausa pranzo, anguille libidinose consumano grandi quantità di miracolose pastiglie blu. Non stupisce che tanto attivismo produca un caleidoscopio di iniziative, davvero a tutto campo, annunciate a cadenza giornaliera da Matteo in persona: dopo i respingimenti di anguille immigrate e le minacce a un’anguilla un po’ troppo intellettuale che da sempre lo attacca politicamente, è l’ora della presa di posizione contro i vaccini, terapie tradizionalmente invise ai pesci, che temono più di ogni altra cosa l’acciaio appuntito.

Lettera di un figlio a un papà/ministro che lo tira sempre in ballo

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Caro papà,

ho notato che negli ultimi mesi, durante la campagna elettorale e, in misura anche maggiore, nelle tue prime dichiarazioni da ministro, parli spesso di me. È vero, di solito non ti riferisci a me direttamente, in effetti non mi dai in pasto alle tv e ai giornalisti come fanno certi genitori a caccia di notorietà, di questo, certo, non ti posso accusare. Tuttavia, non puoi negarlo, mi chiami in causa molto spesso quando ti riferisci al tuo essere genitore, al tuo essere un papà, proponendo questa condizione a premessa delle politiche che porti avanti. Il mio è un coinvolgimento indiretto, ma pur sempre compromettente, nel tuo discorso pubblico. Le tue politiche, infatti, sono mirate a costruire consenso elettorale sulla pelle di chi fugge dalla disperazione, a favorire la diffusione indiscriminata delle armi in nome di una concezione premoderna di legittima difesa, a cementare identità sulla discriminazione di chi crede che la famiglia e la genitorialità si fondino sull’amore, a escludere le fasce più deboli della popolazione da servizi pubblici essenziali, sollevando i cittadini più abbienti dal dovere di contribuire al benessere della comunità. Le tue idee, papà, sono abominevoli: prospettano un futuro dominato da un mostro che già si è affacciato sul palcoscenico della storia, un mostro che è stato condannato ma che, evidentemente, non è stato sconfitto. Quella che potremmo chiamare “retorica del buon papà” è uno degli strumenti che sfrutti per rendere accettabili le tue posizioni. Sei prima di tutto un genitore, vai ripetendo, e proprio in virtù di questa tua condizione puoi prospettare qualunque iniziativa possa favorire la tua personale affermazione, anche la più miserabile, la più infame. “Sono un papà,” sembri dire: “figuriamoci se posso volere il male di qualcuno”.

Ecco, papà, il motivo per cui ti scrivo questa lettera: ti chiedo di non tirarmi in ballo nei tuoi comizi, quando fai le tue comparsate nei salotti televisivi, quando rilasci dichiarazioni a caldo tra gli spintoni dei cronisti nell’agitarsi confuso di microfoni e taccuini. Sono un bambino, per definizione buono: non chiazzare il completino del Milan che mi hai regalato con la melma del tuo odio e vendi la tua, di dignità, al demone del successo. La mia ingenuità e la mia purezza, infatti, non sono valuta pregiata da investire nel mercato del potere. Sono un bambino, per definizione disobbediente: abbraccio chi viene da lontano e mi fido istintivamente di chi è diverso, mentre ho paura delle armi e non voglio intravedere il luccichio sinistro della canna di una pistola, quando per gioco o per curiosità apro un cassetto sbagliato. Sono un bambino, per definizione coraggioso, e nei miei occhi aperti e sfrontati c’è la sfida a chiunque ritenga accettabile che altri bambini come me subiscano violenza, dal vicino o dallo Stato, perché rom, perché figli di migranti, perché figli di due papà, o due mamme, o perché i genitori li hanno perduti, chissà dove, nel mare immenso tra due mondi o nel mare nero della vita – tu che sei papà, questo, lo capirai bene.

Acqua di Parma

pioggiaL’aria di Parma è così spessa che, quando la pioggia viene forte e ne lava via il tanfo, ti pare di vivere un’atmosfera leggera, limpida e inodore come l’acqua più pura, dove il tuo olfatto può percepire ogni singolo nuovo sentore che arrivi da lontano, a segnarne la superficie, come un pastello sul foglio bianco di un album da disegno: la pasta fresca in lievitazione, dal retro di una pizzeria, là, in fondo alla strada; l’eau da toilette un po’ démodé della signora con il cocker; il fumo della cicca del pusher all’angolo, già schiacciata da un pezzo sotto la suola di gomma delle nike. Sono odori speciali proprio grazie a quell’aria di cristallo, nella quale sono liberi di allungarsi così, isolati e distinti, secondo forme e linee imprevedibili che ti piacerebbe disegnare. Sono epifanie dolci che hanno la forza di tutte le belle scoperte, di quelle più quotidiane e di quelle più esotiche: la carta morbida e fragrante di un romanzo fresco di stampa; la compattezza e il peso di una palla da baseball nella mano di un bambino; il riflesso degli ottoni lucidati a tabacco nelle sale fumose di certi jazz club.

Il tizio scende dall’auto, aziona con noncuranza il telecomando della chiusura centralizzata delle portiere, senza nemmeno estrarlo dalla tasca del piumino. Un parcheggiatore abusivo che vende anche calze di spugna gli si avvicina. Lui lo caccia con un gesto sprezzante, un gesto che racconta tutto di lui, quindi si incammina deciso lungo via dei Mille. Avanza fissando il rettangolo retroilluminato del telefono, con l’aria soddisfatta di chi si ingozza di informazioni più o meno inutili, più o meno fasulle, per sentirsi sempre sul pezzo, sempre al centro delle cose che accadono. O almeno, questa è l’impressione che trasmette. In realtà potrebbe guardare video di animali che fanno cose buffe, come inciampare, oppure condividere animazioni natalizie, dove Santa Klaus fa quel suo solito verso da gonzo. Potrebbe stendere recensioni taglienti dall’ortografia irregolare, per bacchettare i camerieri, quei ragazzi che sorridono sempre troppo poco, sono inevitabilmente lenti, oppure bruschi, e comunque del tutto inappropriati per i suoi raffinatissimi standard. Magari, invece, è lì che straparla di tradizione, di Occidente, di cultura, di valori forti e di un sacrosanto diritto di sangue in commenti a margine di articoli sgrammaticati e fotomontaggi sgangherati. Raggiunge una via laterale, una strada stretta, di cui non ricordo il nome, e la imbocca, lasciando dietro sé la sola scia del dopobarba.

Ah l’uomo che se ne va sicuro. Guardo in basso, ora che la pioggia è cessata: la luce fredda di questo sole grande d’inverno proietta la mia ombra sul verde di una pista ciclabile. La stampa sullo smalto graffiato con un nitore che ha la perfezione struggente di un dipinto visto per la prima volta dal vivo, dopo che lo si era conosciuto solo sulla carta; di una chitarra perfettamente accordata; di un qualsiasi lavoro ben fatto. È lì, la mia ombra, davanti a me che volgo le spalle al sole, bisognosa di cure.

d’amore, d’avventura e della scuola digitale

Corto Maltese non morirà, Corto Maltese se ne andrà perché in un mondo dove tutto è elettronica, è calcolato, tutto è industrializzato, è consumo, non c’è posto per un tipo come lui.

(Hugo Pratt)

È necessario essere nati nei mari del Sud, per uscire vivi da moderni corsi di formazione dove personaggi piuttosto agitati, gesticolando, ti parlano delle infinite possibilità offerte dalle tecnologie digitali applicate alla didattica: “Allora, se te ci metti dentro Minecraft, nella lezione per esempio di storia, o di algebra, quella roba lì che viene fuori diventa davvero fighissima!” Oppure: “Un’altra cosa davvero figa, è usare Geogebra per fare cose… chi lo sa usare? Ah, ecco, sì, tu! Vieni a far vedere a tutti come si usa.”

È necessario il sangue freddo del cacciatore di serpenti per superare indenni il fatidico: “E adesso vi dividete tutti in gruppi, scegliete un topic, fate un planning e preparate un pitch che poi lo vediamo tutti insieme.” Bisogna sapersi mimetizzare nel bianco impietoso dei laboratori, senza fare alcun rumore, senza spezzare il ramo secco, sempre in agguato, che potrebbe allarmare il pitone. C’è bisogno del fegato straordinario di Tremal-Naik per restare impassibili mentre già tra i presenti c’è chi si alza, si risiede o gira la sedia. Mentre fogli e matite escono fuori dalle borse di pelle dei colleghi, con gran fruscio. Mentre infine un tipo entusiasta, che normalmente insegna lettere, si rivolge a te e a un altro disgraziato fregandosi le mani (vi considera, è evidente dal sorriso complice, il suo team) e butta lì un gioviale: “Allora ragazzi? Che ne dite se facciamo un bel lavoro per competenze per spiegare la Costituzione con i mattoncini LEGO?”

Bisogna avere vissuto già tutta l’avventura del mondo, dicevo, mentre il tipo sempre più invadente vi scuote e vi strattona in malo modo un braccio, per continuare a fissare l’orizzonte. Per starsene lì, aggrappati all’albero di un veliero che cola a picco e fumare flemmatici l’ultima profumata sigaretta: “Non hai capito, competente collega entusiasta? Non lo sai che il cuore di Yanez appartiene a una bellissima giovane, dalla pelle leggermente abbronzata, i lineamenti dolci e fini, cogli occhi nerissimi e i capelli lunghi, intrecciati con fiori di mussenda e nastrini di seta azzurra? E che io sono quello che parla poco, non ride mai, al massimo sogghigna sardonico, non crede in nulla e soprattutto non gioca con i cazzo di LEGO a quarant’anni suonati?”

Altro che competenze, smartphone in classe, debate e gamification. Bisogna aver letto, leggere e far leggere tutta l’avventura del mondo, oggi, per difendersi dall’invasione di un mondo crudo dove succede di tutto, senza che nulla accada. Per fuggire da queste stanze dalle pareti bianche e dai soffitti bassi e, con lo sguardo di capitani di niente, immergersi nell’azzurro sconfinato e immobile che ha il cielo quando riflette l’oceano, a guardare il volo di due gabbiani intrecciarsi e pensare che sono belli.

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Gallura

Il maestrale che lambisce i graniti della Gallura li concia in forme che ricordano i mostri che ti sono cari. Ecco là un drago, un’ala di pipistrello, un carrarmato, una testa di duce. È uno spettacolo imponente, in grado di dominare il turista accaldato riducendolo alla misura della umana insignificanza. Uomo, non importa nulla sai, a questo granito chiaro, dei tuoi tatuaggi e del colletto alzato delle tue polo Baci & Abbracci. Tutti i tuoi oggetti, uomo, il motoscafo, i Ray-Ban, l’iPhone e la Cinquecento, sono briciole sulla tovaglia che, quando sbarazzi, volano via. Non lo capisci, uomo, che non sono che ronzio di un’ape quel tuo parlare sempre, a voce alta, e quelle nuove vecchie stupide canzoni dell’estate?

Qui il vento modella nei secoli la pietra dura, puoi passare le mani sulla superficie levigata dei massi. È un lavoro che il maestrale espleta nei secoli, che mostra come i cambiamenti veri, quelli che lasciano il segno, siano il frutto di trasformazioni lente, importanti, invisibili a occhio nudo. Non sono le prodezze guerriere di un bastardo generale, né le firme e i sotterfugi di un ministro cretino, non la fatwa di un ayatollah ignorante, né i segreti chiusi nella ventiquattrore di un banchiere dall’alito pesante.

È difficile, uomo, accettare questa esistenza inutile, questa impotenza totale. Così, come un bambino maltratta un giocattolo che non sa utilizzare, tu cerchi la tua rivalsa sul pianeta avvelenandolo. Infili veleno sottoterra, lo spandi nell’aria, lo riversi nell’acqua. Scavi la terra e ne risucchi l’energia, svuoti montagne, fai colare catrame e cemento sull’erba, guardi il deserto avanzare e lo chiami progresso. Infine, quando la tua disperazione e il vuoto si fanno troppo intensi, corrosivi come un acido, rinunci a dare una purché minima giustificazione alla tua smania di distruzione e dai fuoco alle foreste, uomo. Dopo, tornato a casa, stappi una lattina di birra tiepida e steso in poltrona ammiri il tuo lavoro, la tua rivalsa in diretta TV appena prima della gara di moto gp. Vai a dormire, rilassato e sicuro di aver vinto una battaglia, mostrato la tua forza. Ma le carcasse straziate degli animali carbonizzati, drammaticamente schiantate a terra tra gli scheletri degli alberi consumati dal fuoco, verranno a farti visita stanotte. Puoi starne certo.

La madre di tutte le bombe

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All’inaugurazione dell’ultramoderno centro culturale multimediale regionale è accorsa tutta la società elegante della città e l’atmosfera è frizzantina. Un tripudio di giacche e di cravatte, di barbe e di acconciature, di teleobiettivi e di iphone dove galleggia senza rotta il capitano dalla fascia tricolore con la sua ciurma di assessori, consiglieri e segretari. Strizzate di dita, pacche sulle spalle, baci. Arrivano gli ospiti, la regista della serata, gli attori, i critici, la moglie del poeta scomparso. Il sindaco le va incontro, lei è molto anziana e cammina a fatica, lui le porge il braccio con perizia teatrale e la conduce verso i gradini dell’ingresso: è uno che ci sa fare, tutti i suoi concittadini lo guardano con ammirazione. “Mica per niente è il Primo”, pensano, poi tornano a fissare lo schermo del telefono. Il sindaco, con un’abile mossa, si libera della vecchia che ora gli è diventata d’impiccio. Fa un cenno impaziente a un vigile in alta uniforme: “La prenda in consegna per dio, ché io ho ben altro da fare”. Questi, con il cinturone rosso e bianco, la coccarda e tutto infilza una sedia di plastica arancio sotto il sedere alla signora, quindi si produce in un disinvolto baciamano. Nell’inchino l’elmetto di ghisa gli scivola dal capo e va a frantumare il ginocchio dell’anziana signora con un secco crack. Il rumore improvviso mette in allarme gli astanti: chi controlla l’integrità della Canon, chi dell’asta da selfie. Un tipo particolarmente paranoico va a fare il giro dell’Audi che ha parcheggiato lì, proprio in faccia al nuovo centro, nel posto per i disabili: “Ehi, avete mica visto se qualcuno mi è venuto contro?” chiede a due anziane prostitute che gli rispondono con un gesto osceno. Ritorna quando il nastro è già stato tagliato, le forbici riposte sul piatto d’argento retto dalla vigilessa. Allora tutti dentro, a visitare gli spazi luminosi, le sale dedicate a ogni tipo di esigenza di consultazione e studio, un luogo adatto sia a quei ricercatori che amano il massaggio plantare mentre lavorano, sia a quelli che cercano una tisana ayurvedica in pausa pranzo.

Una conferenza sul poeta, durante la quale la vedova sommessamente piange (per il ginocchio, va bene, ma tutti pensano che sia per via del marito). I relatori hanno finito dopo venti minuti perché hanno calcolato male i tempi e così, invitati a proseguire, improvvisano dicendo delle cazzate a caso, ma tanto ormai tutta la sala è presa a farsi foto con il telefonino. L’unico attento è un jack russel in braccio a un tipo con i baffetti in terza fila. Discorsi di rito, assessore comunale, assessore regionale, sindaco. Mentre il Primo cittadino elogia i collaboratori e fa considerazioni sulla meritata mietitura che segue a una scrupolosa semina, dietro di lui, protetti da una paratia, gli addetti al catering allestiscono un sontuoso rinfresco. Il banchetto è celato alla vista, ma ormai tutti hanno capito cosa si vada preparando là dietro. La folla comincia a montare come zabaione sbattuto per bene, centinaia di ghiandole salivari sono già al lavoro, qualche colpo di tosse nervosa, nasi che fiutano l’aria, viste che si annebbiano. Qualcuno poco elegante bofonchia un: “Taglia!” Il sindaco capisce l’antifona: “…insomma, questo centro è una vera bomba di cultura per la nostra città! Grazie a tutti per l’attenzione. E ora, qui alle mie spalle, è stato allestito un piccolo rinfr…”

La folla è scattata, il tavolo dei relatori viene travolto, gli assessori vari, calpestati, urlano di dolore. Le cavallette si abbattono sui tavoli: tartine, pizzette, tramezzini e focacce vengono polverizzate da centinaia di bocche, gomitate, spintoni. Saltano tappi a ripetizione, decine di vuoti di bottiglie di prosecco si accumulano a terra contro una parete. Si vede di tutto. C’è uno, probabilmente un militare, che abbatte i rivali colpendoli con il calcio della rivoltella alla base della nuca. Una ragazza tatuata spruzza spray urticante per guadagnarsi spazio nella ressa. Un signore panciuto sulla sessantina si è buttato su un vassoio di pizza con tutto il corpo, urlando come un pazzo. Un intellettuale di sinistra, con gli occhiali e tutto, ha preso una bottiglia di vino dalle mani della cameriera e ci si è attaccato a canna. “Sa com’è, non vorrei sembrarle impaziente, ma lei ha solo due mani e noi qui siamo in tanti” le urla gorgogliando quando stacca la bocca dal collo della bottiglia. Una donna disperata, afferrata con due mani una grossa conca piena di patatine, ci ficca la testa dentro. Emerge dopo un po’, esultante, in estasi. Urla: “Che fame! Che fame che ho!” Il sindaco, intanto, a differenza dei suoi assessori, ha resistito alla carica. Ha anni di esperienza alle spalle e così, finito il discorso, ha mollato per terra il microfono e si è fatto trascinare dall’onda in direzione del cibo, arrivandoci per primo. Come i suoi cittadini, anzi, più di tutti loro, si è ingozzato fin quasi a morire. “Io,” pensa mentre si riempie la bocca a manate: “a differenza della plebaglia ho metodo, so cosa va via prima e mi ci fiondo, per poi passare alle pietanze che resistono di più sul vassoio.” Quando tutto è stato spazzolato c’è un attimo di smarrimento. Il sindaco, allora dà l’esempio: prima leccare le briciole da tutti i vassoi vuoti, poi attaccare direttamente le porcellane con le fauci. Proprio il Primo cittadino con i suoi dentoni frantuma piatti e vassoi e butta giù, imitato dagli astanti. Per le bevande, nel frattempo, è stato preso d’assalto un bar nelle vicinanze. La vetrina sfondata, la porta divelta. Cittadini se ne escono impugnando vini e gazzose, birre e liquori. Due metallari fanno rotolare sul selciato un fusto di Tennent’s.

Pochi minuti e tutto è finito. La folla inizia a defluire, sul pavimento del Centro culturale qualche cadavere e qualcuno che russa, sazio. Chi ciondola per la sala distrutta e si tiene il ventre con le mani, e qualche insaziabile a quattro zampe ancora rosicchia le gambe di tavoli e sedie. Il volto del sindaco è una  maschera di trionfo e di orgoglio, torna al microfono. Fatica a parlare, gli sanguina copiosamente la bocca per via delle porcellane. “Cari cittadini, elettori, ora… dopo la ehm… bomba di cultura, la madre di tutte le bombe!” Si carica con qualche smorfia, quindi, controllando con cura che il flusso di gas dallo stomaco sia potente ma costante, fa esplodere un rutto prodigioso, infinito, un urlo trionfale che manda in frantumi le grandi vetrate dell’ultramoderno Centro culturale e che viene registrato dai sismografi di tutto il nord Italia.

Non basta un Sì

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Nino ha dodici anni, capelli arruffati e gli occhi colore del cielo a bucare un viso spruzzato di lentiggini. La mamma ogni mattina, quando lo vede scendere in cucina per la colazione, pensa che sia il bambino più bello del mondo. Allora lo tira a sé per sbaciucchiarlo, ma lui si divincola, insofferente: “Dai, mamma, mollami…” Trangugia caffellatte e cereali, infila una tuta e le nike e corre fuori nel mattino intirizzito. È l’unico, in casa, a uscire presto. Papà infatti si alza sempre più tardi. Una volta era il primo a saltar fuori dal letto, per andare in fabbrica: una tazza di caffè nero bollente, prima di infilare per la tracolla il borsone di tela con dentro tuta e scarpe antinfortunistiche e prendere la porta. Poi la fabbrica ha chiuso e ha riaperto in Turchia, ma papà non poteva andare a lavorare fin laggiù. Così papà ha cominciato ad alzarsi sempre più tardi. La mamma la mattina sta in casa, perché lavora al pomeriggio. Esce prima che lui torni da scuola, così gli prepara una bella fondina con la pastasciutta già condita e la lascia lì, sul tavolo, coperta da un piatto capovolto. A volte Nino arriva a casa che ha così fame che non la scalda nemmeno nel microonde, la divora così, quasi senza respirare. Il pomeriggio la mamma lavora in banca, all’università e nel reparto pescheria di un supermercato: non sempre in tutti e tre i posti, a volte in uno, a volte nell’altro. Fa le pulizie, la mandano dove c’è bisogno. Quando torna dalla pescheria non le si può stare vicino dall’odore che manda. Papà dice che le danno una paga così di merda che tanto vale lavorare in nero, che almeno si guadagna meglio. Mamma gli risponde che se ci badasse lui, di mattino, alla nonna, lei potrebbe lavorare a tempo pieno e guadagnare di più. Poi, di solito, mamma e papà litigano: la mamma vince sempre, perché grida più forte, ma poi si chiude in bagno e Nino la sente che piange, dietro la porta. La nonna un giorno ha detto a Nino che sarebbe meglio che lei morisse, che è colpa sua se tutto va a rotoli, perché è un peso per la famiglia. Almeno prima c’era una ragazza del comune che le dava una mano a casa, perché la nonna fa fatica a camminare, così si arrangiava. Ma adesso il comune ha finito i soldi perché doveva costruire nuovi palazzi e un grande ponte e così non ha più mandato la ragazza. Così la nonna è si è trasferita a casa con loro, e ora si sente un peso per la mamma e vorrebbe morire, almeno è quello che dice, anche se Nino non ci crede poi tanto.

Alla sera papà guarda spesso i canali con le televendite e le pubblicità. Forse gli piace guardare quello che non può comprare; forse, quando fissa lo schermo con lo sguardo assente, non ascolta e non guarda davvero. Negli ultimi tempi, c’è un venditore nuovo un po’ insistente, uno che dev’essere proprio bravo, pensa Nino, se lo chiamano dappertutto. Dice che basta un Sì, perché tutto cambi. Nino pensa che sarebbe proprio bello, se tutto cambiasse, la fabbrica riaprisse, la ragazza del comune tornasse a preparare il pranzo alla nonna e la mamma non si chiudesse in bagno a piangere, la sera. Nino vorrebbe davvero vedere cambiare l’Italia, come dice il venditore in TV. Allora cerca di capire meglio. Gli viene in mente di quella volta che era venuta a casa una signora, per vendere un aspirapolvere potentissimo e versatile. La rappresentante, così si era presentata, faceva tutta una lunghissima dimostrazione, puliva mensole tappeti e termosifoni con facilità e leggerezza, ma non diceva mai il prezzo. Poi alla fine della fiera, quando la mamma era ormai convinta a comperarlo, è venuto fuori che costava un occhio della testa. La mamma non l’aveva più voluto, ma aveva comunque detto che la signora era proprio brava a vendere le cose. Ecco, anche il tipo in TV probabilmente è bravo come lei, visto che anche lui non arriva mai a dire il prezzo; magari, pensa Nino, te lo sussurra solo all’ultimo secondo, quando ormai hai già la penna in mano per firmare il contratto.

Anzi, no, a pensarci bene il venditore della TV è più bravo. La rappresentante infatti ti faceva tutta la dimostrazione, per riuscire a venderti l’aspirapolvere. Questo qui ti dice che cambia l’Italia, ma non si preoccupa nemmeno di fare la dimostrazione. Non è che poi uno paga e niente cambia? Nino è confuso, Nino è fragile. Ha dodici anni, le lentiggini e gli occhi blu. Guarda il babbo assente, illuminato dalla luce azzurrina del televisore. E ha bisogno che tutto cambi davvero, Nino, non di qualcuno che gli parli di cambiamenti epocali affinché tutto rimanga com’è.

Non basta un Sì, proprio per niente, superficiali cinici scippatori di sogni. E no, se è per questo, non basta neanche un No.

Dear minister (o le FAQ della fertilità)

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«Si piglia gioco di me?» interruppe il giovine. «Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?» (Manzoni)

Per venire incontro alle numerose perplessità suscitate dall’iniziativa prevista per il 22 settembre, il Ministry of health, wellness and youth dell’Italian Republic ha predisposto un’apposita FAQ sul tema della fertility. Intento del Ministry è evitare qualsiasi misunderstanding nei confronti dell’iniziativa e promuovere contestualmente good behaviours tra la popolazione giovanile chiamata alla mission dell’implementation of the population. Di seguito un little sample delle clarifications, direttamente dalla lista di questions e relative answers, postate sul website del Ministry.

  • Dear minister, io e mio marito abbiamo tutti i requisiti necessari alla procreazione e anche qualcosina in più: siamo rigidamente eterosessuali, italiani e bianchi, abbiamo entrambi un posto di lavoro stabile (un full e un part-time), siamo discretamente giovani e fiduciosi nel futuro, abbiamo contratto regolare matrimonio. I nostri stipendi, sommati tra loro, però ammontano a soli duemila euro al mese. La rata del mutuo ne assorbe circa ottocento, le utenze succhiano un’altra quota significativa, mantenere due automobili esaurisce quanto rimane. Come potremmo, per esempio, pagare una retta mensile in un nido comunale, dal momento che questa si aggira, per la nostra fascia di reddito, intorno ai cinquecento euro?

Dear young woman, don’t worry. Se a una biological fertility non corrisponde una economic fertility, c’è sempre una solution. Scelga tra queste options: ask for help (non allo stato, non fare il piagnone, ma a mom and dad); stay hungry, stay hungry (scelta adatta a chi non può chiedere a mom and dad, vedrete che più di tutto potrà il digiuno); there is always a loan shark in the neighborhood (e più d’uno è anche amico mio, quindi se necessario, poiché la fertilità è un bene comune, contattami in private).

  • Dear minister, sono stata recentemente assunta a tempo indeterminato presso un’azienda della grande distribuzione. Mi è stato vivamente consigliato di nascondere il più a lungo possibile la gravidanza, per evitare noie. Mi chiedo, tuttavia, se questo comportamento sia responsabile sotto il profilo sanitario, considerato che tra le mie mansioni attuali vi sono anche lavori pesanti, come il carico/scarico e la movimentazione merci. Inoltre, paradossalmente, mi sentirei in imbarazzo al momento di svelare la verità di fronte ai colleghi. Non solo subirei una violenza, me ne dovrei anche vergognare.

Dear young woman, it’s ok! Sono reperibili sul mercato busti contenitivi molto efficaci che, oltre a comprimere a dovere il pancione, proteggono il feto da eventuali shocks e hits tipici del lavoro di magazzino. Inoltre, ti fanno più bella, perché la beauty non ha età, la fertility sì. Imbarazzo? Ma quale imbarazzo, look at us! E fai come noi quando ci troviamo alle strette: abbozza.

  • Dear minister, sono lesbica. Io e la mia compagna siamo entrambe fertili, ma la genitorialità ci è negata per legge. Come la mettiamo?

Dear young woman, non è questo il luogo per affrontare temi, come la genitorialità, che poco hanno a che fare con la fertility. Quindi la invito a discutere del merito, lasciando da parte le provocazioni. Mi sembra che il problema, qui, sia definibile in termini di lack of sperm. In questi casi, come potrà ben comprendere, suggeriamo un gentlemen’s agreement con soggetto atto a compensare la carenza.

La FAQ completa è disponibile sul website del Ministry.

Il califfato sulle spiagge, parte seconda

a-tutto-zumba-brolo-4443-300x223I bagni più in della Riviera ligure di Levante pompano la stessa musica truzza, ma li sgami subito che non sono dei paradisi per tamarri in stile Rimini, perché i baristi sono particolarmente parsimoniosi sulla quantità di superalcolico che versano nei cocktail e i bagnini hanno il sorriso e l’energia dell’impiegato del catasto a un mese dalla pensione. Così tanto vale ripiegare sulle spiagge comunali, con gli asciugamani stesi direttamente sulla sabbia e con gli ombrelloni del Decathlon, piantati alla bell’e meglio, che finiscono facile preda del maestrale a seminare il panico tra le famiglie assise attorno alle ghiacciaie a condividere Moretti, coca-cola e ciotole di riso venere con i gamberetti guastati dal sole. Il chiosco, anche qui, ha la radio a mille. Anche se non sono ancora le dieci. Anche se è il 15 luglio e ti sei svegliato con l’immagine di decine di corpi schiantati da un camion frigo sulla Promenade nizzarda. Il giornale radio lo ha appena ricordato, benché si sia soffermato più che altro sul fatto che la tappa del Tour de France di oggi, la crono, si svolgerà regolarmente, ma solo dopo un momento di raccoglimento. Perché la vita deve andare avanti, perché non abbiamo paura, perché le bestie non ci fermeranno. Sembra un comandamento, questa cosa, dell’andare avanti. Ora, infatti, alla radio del chiosco un dj mescola brani vintage ai ributtanti successi dell’estate 2016. Tra un brano e l’altro infila una serie di banalità, urlando come se fosse seduto sulla griglia di un barbecue. Quando introduce il pezzo di Fedez e J-AX si sente in dovere di dire qualcosa, avverte probabilmente un certo stridore tra la sua foga forzata da animatore Valtur e la brutale realtà della cronaca di questi giorni: “Beh, ragazzi… sappiamo tutti cos’è successo, no? E allora non possiamo stare indifferentiiiiii! Bisogna che in qualche modo andiamo avantiiiiii! E allora godiamocelaaaaaa questa estateeeeeeeee!” Il vicino d’ombrellone è un tizio uguale a Mario Monti, ma con una lunga barba: potrebbe benissimo essere un islamico moderato. Alla sparata del dj solleva un sopracciglio, poi prosegue nella lettura di un Maigret spiegazzato. Alle undici il programma del chiosco propone il corso di Zumba. Salta fuori un tipo tutto nervoso e dinoccolato, che assomiglia pericolosamente a quello che alla sera raccoglie le cicche dalla sabbia con il retino, ma con in più un cappello a sonagli. Il barista, al microfono, lo presenta come il migliore istruttore di Zumba della Riviera. “Minchia, che credenziali!”, sbotta Monti. Il volume della musica aumenta e quattro zombie iniziano a scimmiottare il maestro di danza: sudano forte e si procurano distorsioni alle caviglie sulla sabbia infuocata. Poi la musica cessa di colpo, l’istruttore bercia: “Ragazzi, su le mani tutti! Facciamo vedere a questi bastardi dell’ISIS che non ci fermeranno mai! Che non abbiamo paura!” Segue un uhh! collettivo della spiaggia, poi di nuovo via col tunz tunz a palla.

Il Mario Monti barbuto si leva gli occhiali e si stropiccia le rughe. “Sarà che io un po’ di paura davvero ce l’ho.” Sbotta: “Sarà che io tutta questa voglia di sfrenarmi davvero non la sento più, che sono vecchio. Tutta questa necessità di fare come se nulla fosse, come se non si stessero ancora contando i cadaveri, i dispersi, che poi sono decine di vite strozzate e centinaia di persone sprofondate nel buio di un dolore assurdo… Non bisogna farsi intimidire, certo. Bisogna andare avanti. Anch’io sono qui, mi leggo un giallo, per carità. Ma tutto questo bisogno di divertirsi a ogni costo, senza concedersi nemmeno una mezzoretta per riflettere, insomma, di fare come se non ci fosse un domani, non sarà mica un’esigenza del capitalismo consumista più ignorante piuttosto che la risposta dignitosa che dovremmo attenderci della nostra cosiddetta civiltà occidentale?”

“Beh, professore. Se lo dice anche lei…”

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