Archive | gennaio 2013

Cittadinanza

Un ragazzo con sindrome di Down non può ottenere la cittadinanza italiana, anche se nato in Italia. Non è in grado di intendere, né di volere.

Anche se piangeranno con te

la legge non può cambiare.

Fabrizio De André

la_repubblica_italiana1Gli occhi di mamma scoppiano di lacrime, mentre lasciamo l’ufficio dell’Anagrafe. Le prendo la mano: “Non fare così, non piangere, dai!”. Ma lei nemmeno mi guarda, si morde il labbro di sotto e stringe un po’ di più le palpebre, deglutendo a vuoto, per mandar giù un boccone amaro. Non capisco se è arrabbiata o disperata, triste o furibonda. Non mi è mai successo prima, infatti, fino a quel momento, fino a quando abbiamo parlato con quella strega, le emozioni di lei le ho sempre sentite tutte come se fossero mie. La signora allo sportello, una strega davvero, tutta pitturata in faccia, ha berciato qualcosa alla mamma, con quella sua voce stridula, in falsetto. Qualcosa come che io non posso capire quello che dico, non posso giurare quello che non capisco. La mamma ha provato a protestare, ha alzato la voce, ha spiegato, ha pregato, ma non c’è stato niente da fare. La signora allo sportello ha iniziato a ripetere meccanicamente: “Arrivederci, signora! Arrivederci!” Così siamo andati via, come siamo venuti, solo con le spalle un po’ più curve. E adesso siamo qui, per la strada, con la mamma che sta male, per colpa mia, che non capisco niente.

Avevo studiato per bene la frase che avrei dovuto ripetere, per diventare italiano: “Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi dello Stato”. Ero sicuro di riuscirci, a dirla tutta, senza magari impappinarmi per colpa di questa lingua che ogni tanto rimbalza contro il palato e mi fa diventare matto. L’avevo ripetuta davanti allo specchio tante volte, tutta di fila, e poi l’avevo detta, al telefono, anche a Giada, la mia fidanzata. Sì, insomma, futura fidanzata. Ero sicuro di farcela anche a dirla a quelli del Comune, anche perché Kevin, che sta in classe con me ed è già diventato italiano, mi ha svelato che poi, volendo, uno lo può anche leggere su un foglietto, questo benedetto giuramento. Lui ha fatto così, l’ha letto da un bigliettino, del resto fa così anche con le interrogazioni a scuola, scrive le cose sul banco o sui fogli e da lì legge, mentre la prof fa finta di non vedere. Comunque hanno detto che non c’è più bisogno che io giuri. Dicono che non capisco niente, di queste cose. Figurarsi un Down, cosa vuoi che capisca? E hanno ragione, un pochino. Lo vedo anch’io che con questa zucca dura molte cose non le capisco. Non capisco, per esempio, come si possano dire cose che feriscono gli altri, apposta per ferirli, come fanno alcuni miei compagni con la ragazza del primo banco, che così sta sempre da sola e a volte deve andare in bagno a piangere. E non capisco nemmeno perché nell’ospizio dove lavora la mamma ci siano tanti vecchi che nessuno va a trovare mai, tanti uomini e donne lasciati lì, soli, a gridare un dolore assurdo contro i vetri delle finestre chiuse. E non capisco tante altre cose. E poi, ma non ditelo a nessuno, forse non capisco nemmeno il giuramento e forse ha ragione la strega dell’Anagrafe. Cioè, per essere italiano devo essere fedele alla Repubblica e osservare le leggi e la Costituzione. È proprio difficile da capire, devo ammetterlo. Perché ci sono un sacco di italiani che non sono fedeli alla Repubblica, e lo dicono in TV e lo scrivono sui giornali, lo urlano in manifestazione e allo stadio. Giurano anche loro? Alcuni italiani addirittura si iscrivono a partiti, associazioni e logge segrete che combattono la Repubblica, c’è scritto sul libro di storia, nelle ultime pagine. Giurano anche loro? Non parliamo poi di leggi e Costituzione, infatti lo so che in Italia più uno è potente e meno le rispetta, che mica sono scemo. Ecco non ci capisco più nulla, mi si annoda il pensiero, mi fuma la testa: ma se giuro, e divento italiano anch’io… posso fare come gli italiani? Cioè quegli italiani lì? E loro avranno giurato? Magari hanno giurato da bambini piccoli, loro, senza aspettare tutti questi anni come me, diciotto anni per la precisione, perché ho la mamma africana. Hanno giurato da piccoli e non si ricordano più. Oppure non hanno mai giurato. Boh!

Slow food

{7A340D47-73D4-40F4-B673-4C178EB90000}_verdura bioAll’inizio di Strada Imbriani, all’ombra della chiesa della Santissima Annunziata, dove la strada è ancora larga prima di infilarsi di sbieco nell’Oltretorrente, si tiene, di sabato mattina, il mercatino del biologico. Le donne che vedi saggiare con la punta delle dita le verdure accatastate sui banchi, o ascoltare con attenzione le tiritere dei produttori sull’alimentazione dei maiali neri di Parma, non usano tingersi i capelli, ma li portano raccolti in acconciature raffinate. Gli uomini che si inchinano davanti alle cappelle dei porcini di Albareto per odorarne la fragranza, o che assaggiano assorti cicciolata fatta a dadini, vestono pantaloni militari, giacche comode e scarpe da escursionismo. Fanno tutti lavori un po’ strani, i clienti del mercatino. Quei lavori che, per molti, non sono neanche lavori: c’è per esempio la decoratrice di ceramiche dall’aria sognante o l’insegnante di yoga sempre più sana, oppure il pittore che spinge la carrozzella del bambino e discute distrattamente con l’erborista del quartiere. Ci sono anche, ovviamente, parecchi insegnanti sfaccendati. Una zingara chiede l’elemosina allungando un sottovaso di plastica verde, scivola tra un banco e l’altro portando con sé una nuvola di veli rosa e azzurro, una cosa leggera e vagante, direbbe un poeta.

Ci vuole pazienza, per fare la spesa qui. Magari sta per toccare a te, dopo che hai fatto mezz’ora di coda da quello che vende le uova deposte la mattina stessa da galline allevate in libertà sull’Appennino, quando al tipo che hai davanti salta in mente di chiedere all’allevatore di descrivergli per filo e per segno la giornata tipo di una delle sue preziose pennute, dalla colazione bio alle lunghe passeggiate nei boschi, alle oziose chiacchiere pomeridiane in pollaio con le amiche sfornauova. Oppure sei lì che vuoi una salsiccia, ma il venditore è impegnato perché sta illustrando a un gruppo di militanti della sinistra locale come, in via sperimentale, abbia concesso ai propri suini di costituirsi in sindacato. L’ortolano poi è così slow che c’è da mettersi a piangere, dal freddo che becchi mentre stai lì in coda. Saluta una per una le verdure prima di infilarle nei sacchetti: una carezza alle barbe dei porri, un buffetto alle rape cotte, un grattino alle verze. Del resto, con tutto l’amore che ha dedicato alle sue creature, crescendole al riparo da ogni inquinamento e celando loro ogni efferatezza o miseria di questo mondo infame, separarsene non è facile.

Comunque, al di là di questi piccoli inconvenienti, l’atmosfera, al mercatino settimanale del biologico, è in generale molto rilassata. Così rilassata da essere contagiosa e, quando te ne vai, la porti con te, una fetta di quella serenità.

Al numero 7 di via Imbriani, appena discosto dalle ultime bancarelle, vini a km zero da uve pestate con piedi lavati a sapone biodegradabile e carni rosse provenienti da bovini offertisi al macello su base volontaria, c’è la mensa Padre Lino. Lì davanti la coda si ingrossa a partire dalle undici. Una coda piuttosto rumorosa e disordinata, uomini e donne di diverse età e provenienze: molti italiani, tante signore dell’Est, alcuni maghrebini che incassano la testa nelle giacche sportive a proteggersi meglio dal freddo. Con il trascorrere dei mesi, la fila di persone in attesa del pasto caldo sembra allungarsi, o forse è solo un’impressione. Fatto sta che, essendo in un punto dove la strada piega, dal mercatino non la puoi vedere bene e ti ci imbatti solo se ti incammini in questa direzione. Per questo, se non hai la sfortuna di dovere per forza passare di qui, hai buon gioco nel riuscire a portarti a casa, con le squisitezze gastronomiche locali, la tua fetta di serenità bella intatta.

Della pietà per i vinti

121626624-152a1f33-2af9-4d11-b91a-1d35d07a88e2Finge malamente di starmi a sentire, mentre le spiego la programmazione per il figlio dislessico, mentre mi affanno a semplificare il didattichese del modello che devo farle firmare, mentre mi produco in rassicurazioni sulla consapevolezza che la scuola ha in merito alle necessità degli alunni con disturbi specifici. Finalmente ad un tratto mi blocca, spinge via le carte che le ho messo davanti con il dorso della mano: “Non so niente, non capisco niente, non mi interessa questo! Voi parlate e parlate e tutte queste cartacce…” Deglutisco un: “E allora che cosa stracazzo sei venuta a fare?” per sorriderle un: “La ascolto signora, mi dica…” Lei punta la schiena sullo schienale di plastica rossa, flettendolo. La guardo, è un mostro: un groviglio di Dolce & Gabbana, probabilmente tarocchi, da cui fa capolino una testa grossa e irregolare: capelli rossi stratinti, fondotinta come intonaco spesso, due occhi diseguali innestati su un reticolato di rughe che, intorno alle labbra, si fa più fitto per poi affogare nell’unto del rossetto. “Mio figlio mi ha detto che ci sono altri ragazzi coi computer che usano in classe…” “Certo, anche lui può utilizzarlo, per certe attività, se può essere utile.” “Ma a quei ragazzi ce li dà la scuola i computer?” “Non la scuola, i computer vengono forniti in comodato d’uso agli studenti con DSA grazie a un programma della Regione, lo dicevo prima, si fa richiesta con questo modulo…” E frugo tra le carte che lei ha allontanato. “Ma quanti pollici è?” domanda. “Prego?” “Quanti pollici, il computer, che per me ce ne vuole uno…. meglio con lo schermo grande… e sottile, non pesante da portare a scuola nella borsa. Non c’è mica l’èppol?” Un occhio rapace le si accende di voluttà e ammicca. “Guardi, metta un firma qui, poi vede quel che le arriva. Tenga presente che, in questo periodo, mi pare sia una buona opportunità, quella che vi viene data. Non sottilizzerei sulle marche… i fondi non sono illimitati!” Scarabocchia qualcosa nello spazio per la firma del preside, poi alza il tiro e sputa il rospo tra i denti marci: “Ma non è che fate il sostegno agli stranieri? Che mi hanno detto, in paese, che fate le lezioni degli stranieri al pomeriggio.” “Beh, la saluto, abbiamo finito.” Mi alzo e la odio, prepotentemente, di un odio fluido, che mi brucia dentro come lava che mi scorre nelle arterie. Grettezza, miopia, cattiveria o solo ignoranza? Dopo cinque minuti la rabbia è spenta, sono uno che si impietosisce facilmente, anche di fronte ai rapaci più feroci.

In sala insegnanti un po’ di colleghi si accaniscono contro l’ex-sindaco di Parma arrestato, finalmente, ieri mattina. Seicentomila euro pubblici utilizzati per la propria campagna elettorale e cento altre porcate di ogni foggia e misura, che hanno piegato una città sotto il peso di un debito mostruoso. Ascolto le invettive e do un’occhiata alla foto sulla prima pagina della Gazzetta: un uomo vinto, il viso gonfio, lo sguardo assente, le spalle curvate dal peso della vergogna. E lì, in quel momento, comincio a provare pena per quello sconfitto. Corro alla macchina, sono preoccupato: perché intenerirmi per l’avidità della signora stratinta ci sta, ma non posso essere così smidollato da perdonare degli amministratori che hanno fatto piazza pulita di ogni senso di decenza pubblica. Così quando arrivo a casa mi metto al pc e ricostruisco gli anni del sindaco giovane e vincente, e del suo navigato predecessore e mentore. Anni di politiche per la Sicurezza intese come volgarità e razzismo, culminati nel pestaggio da parte della polizia municipale di uno studente colpevole di essere, come gli stessi vigili scrissero a pennarello su una busta ormai famosa, “negro”. Anni di megaprogetti dall’impatto ambientale, e finanziario, devastante, soldi buttati mentre anziani e disabili venivano lasciati sempre più soli nei loro appartamenti. Anni di personaggi mediocri dalla spocchia grassa e puzzolente, sicuri dell’impunità per il solo fatto di essere ammessi a corte. Anni di assessori tracotanti e cafoni, ma così miseri che li potevi comprare regalandogli un èppol. Appunto. Mi sono rivisto tutto questo, come un film, per riuscire a non perdonarli mai, a non provare alcuna pietà per quegli uomini (e per quelle donne, molto meno numerose).

Come se mangiassi pietre

Ogni tanto un giornalista di Sarajevo piomba nel capannone e domanda a Eva perché lo fa. “Non so” sorride lei. “C’è qualcosa che mi spinge a farlo. Need to do something good. Come se volessi, tutta sola, rimediare alle ingiustizie compiute da altri. Il mio è un mestiere raro, e si dà il caso che in questo posto serva. È giusto che io sia qui”.

bm-image-764933La dottoressa Eva Klonowsky è un’antropologa, specialista nella ricerca della paternità biologica, che lavora dal 1996 all’identificazione dei resti delle vittime della guerra in Bosnia ed Erzegovina. Nel volume del 2002 (ma uscito solo nel 2010 in Italia per i tipi di Keller) Come se mangiassi pietre, Wojciech Tochman illustra il lavoro di Eva, paziente opera di ricerca che inizia con le riesumazioni delle fosse comuni, passa per la ricostruzione degli scheletri e termina con i test del DNA che consentono ai sopravvissuti, madri, mogli e fratelli di seppellire i propri morti. Ogni volta che una sepoltura di massa viene localizzata e i corpi recuperati, ciò che resta dei vestiti e delle suppellettili delle vittime viene esposto. In questo modo chi è sopravvissuto ha la possibilità di individuare un capo appartenuto a un proprio caro e dare inizio a una serie di verifiche che può terminare con l’identificazione. Il riconoscimento permette ai famigliari di seppellire i propri morti, concedendo al dolore il respiro che viene dall’uscita dall’inferno dell’indeterminatezza. Tra quest’umanità che assiste alle riesumazioni, tra queste donne che affrontano l’orrore a testa alta, il giornalista polacco autore del libro raccoglie le storie tremende che racconta: le torture, le esecuzioni, gli stupri, i massacri di luoghi sconosciuti dai nomi assurdamente familiari, Prijedor, Srebrenica, gli orrori del campo di Omarska. La prosa non dà scampo, è asciutta, categorica, ma al contempo fortemente espressiva.

Quella volta gli olandesi non mossero un dito per aiutare gli abitanti di Srebrenica. I serbi arrivarono a Potočari subito dietro di loro. Accerchiarono il terreno, si introdussero tra i civili terrorizzati. Prendevano gli uomini, respingevano le donne. Quelle piangevano, i bambini si rifugiavano nelle loro braccia.

Alla dignità delle donne musulmane che frugano tra i resti in cerca delle ossa dei propri cari, da seppellire per poterli ricordare, fa da contraltare la pavidità degli assassini che fuggono invece da un passato che vorrebbero seppellire per potersene dimenticare. Le loro storie non si trovano tra queste pagine. Questi uomini così convinti delle proprie ragioni, tornati ad esistenze ordinarie, non hanno nulla da raccontare oggi, di quei giorni di gloria, e si schermano persino il volto se temono di essere sotto il tiro dell’obiettivo di una macchina fotografica.

Le domande che tornano tra le pagine del reportage di Wojciech sono quelle, senza risposta, che accompagnano ogni riflessione su orrori di questa portata. Ricordare o dimenticare? E qual è o dovrebbe essere il valore del ricordo? Perché carnefici così volenterosi e vittime tanto docili?

Il racconto di un grande funerale chiude il libro, è un capitolo straordinario intitolato la terra. Quasi trecento civili, trucidati mentre fuggivano da Srebrenica, vengono seppelliti nei pressi del luogo teatro del massacro, lungo una strada che per decenni avevano percorso, come i propri aguzzini, per recarsi al lavoro, a scuola, a far compere. Ventimila persone assistono al rito.

Si prova l’impulso di fuggire via da qui. Da alcuni minuti la terra batte sulle tavole di legno. Sopra ciascuna delle duecentoottantadue fosse, sette pale si alzano, si abbassano. Il cupo rimbombo si moltiplica fino a diventare assordante. Il lamento diventa sempre più difficile da sopportare per coloro che fino a questo momento sono riusciti a tener duro. I partecipanti si sorreggono l’un l’altro.

L’impulso di fuggire via, di scappare da queste storie, di non domandare nulla, è anche quello che prende legittimamente il lettore al termine del libro, bellissimo, di Wojiciech.

L’Untore

Medico-della-peste-MaskC’è da stare all’erta quando si va dal medico. La sala d’attesa, specie in questa stagione, è gremita di pazienti, afflitti da malanni più o meno contagiosi. Spalanco la porta e fotografo, rapido, la stanza: al centro un tavolino in bambù stracarico di vecchie riviste, contro le pareti otto sedie, due sole libere, una di fianco a una signora di mezza età, l’altra vicino a un ragazzino. Punto la prima, il giovane infatti ha il volto punteggiato da qualcosa che, senza occhiali, fatico a diagnosticare: varicella? Morbillo? Semplici foruncoli? “Fortuna che c’era quest’altra sedia libera!” Mi dico con un sospiro mentre mi allungo per afferrare un numero di Quattroruote con una FIAT Uno in copertina, sotto la scritta in giallo Auto dell’anno 1984. Apro il periodico sulle ginocchia e mi immergo nella lettura.

Una manciata di secondi e sento qualcosa muoversi alla mia destra. Guardo di sottecchi la vicina che, stretta nel cappotto verdone, si sforza di mantenersi composta, deglutisce, strizza gli occhi, ma poi cede e sobbalzando sul sedile attacca a tossire. Cinque, sei colpi, sempre più lunghi, sempre più veementi. Prima un crepitio, poi un gorgoglio immondo, come se si smuovessero catarri decennali. “Eppure sembrava così sana e pulita…” Rifletto allarmato su come ripararmi senza dare nell’occhio, ma intanto lei non la finisce più e, noto con orrore, ha estroflesso la lingua per facilitare le espettorazioni. Si scherma la bocca con la sinistra ma, quando questa non basta più a evitare di innaffiare gli astanti, si porta davanti al volto anche il numero di Sette che regge nell’altra mano. Mi raddrizzo e premo con forza contro lo schienale, ho gli occhi sbarrati, fissi sulle pagine squadernate sulle mie gambe: “Cos’avranno visto mai, dall’Ottantaquattro a oggi? Quali sternuti le avranno investite? Con quali mucose saranno entrate in contatto?” Piglio la rivista per un angolino con la punta delle dita e la lancio sul tavolino in bambù. Un anziano avvolto nel Loden mi guarda da sopra un altro numero di Quattroruote, dedicato alla R5, come si può guardare un mentecatto. Poi un lampo attraversa i suoi occhi austeri, aggrotta appena la fronte, solleva un sopracciglio, quindi si allunga in avanti riponendo il mensile, tossicchiando, con complicità un: “Sono proprio vecchie, eh? Queste riviste…”

Nel frattempo entra un tizio tutto nervoso, uno di quei personaggi molto impegnati che vanno sempre così di fretta da non aver tempo nemmeno per l’educazione. Lancia con noncuranza alcune buste e il telecomando dell’auto sul piano con i giornali, ma sbaglia mira, una, due volte. Al terzo tentativo fa centro. Finalmente si lascia cadere sulla seggiola libera quindi, da seduto, la trascina al centro della sala. Soddisfatto, punta i gomiti sul tavolino e prende a sfogliare un po’ di roba a caso. Il signore in Loden ammicca alla carte infette e mi strizza l’occhio, io sorrido. Il telefono del cafone, immancabile, squilla: “Sono dal dottore… sono qui dal DOTTORE… c’ho una cosa, son tre o quattro settimane… febbre, vomito, è da quando son tornato dal Kenya che non sto bene un giorno…eh sì…” Guardo l’anziano, ora agita le mani in tasca, in preda alla superstizione si difende come può dal rischio di malattie tropicali.

Mi sono quasi convinto che sia meglio, per prudenza, tornarmene a casa, quando la porta dello studio si spalanca e il medico si affaccia: “Emiliano, vieni tu, ti faccio per primo, che con quella brutta influenza non vorrei l’attaccassi anche a qualcuno altro. Signori, se nessuno ha fretta faccio in un attimo con lui e poi sono da voi…”

Nessuno, ovviamente, ha fretta. Mentre varco la soglia dell’ambulatorio sento sette sguardi come sette lame pugnalarmi tra le scapole. Prima che il dottore chiuda la porta ho il tempo di vedere la signora della tosse strofinarsi le mani con una perla di gel igienizzante.

Vizio e castigo

6611408611_0f991dbacb“Poi dicono che c’è la crisi…” Osservo gli avanzi bruciacchiati di fontane, razzi e petardi ingombrare il selciato, dopo la notte sorprendentemente esplosiva appena trascorsa. I vicini che ci hanno dato dentro sono probabilmente quelli nuovi, che stanno al pianterreno, perché la novantenne al secondo di recente si è rotta un gomito e credo sia fuori gioco, per questo genere di cose.

“Poi dicono che c’è la crisi…” Penso e subito realizzo di essere diventato un accigliato bacchettone. Raccolgo un paio di raudi inesplosi, gratto la capocchia carbonizzata con l’unghia, quindi li getto nel bidone della spazzatura. Le testate on line sono un bollettino di guerra: morti, feriti, mutilati, molti bimbi coinvolti. A uno scervellato che festeggiava tirando fucilate nella notte è esplosa l’arma in mano. Ma sto ancora pensando a quella faccenda dei soldi, perché tutti si lamentano che sono a corto di quattrini, ma i botti costano parecchio, quindi c’è qualcosa che non torna.

Qualche giorno fa, fuori da uno SPAR di Dublino, un clochard mi ha chiesto di arrotolargli una sigaretta, lui aveva le mani troppo gonfie per arrangiarsi da solo. Mi ha allungato una busta di preziosissimo Old Holborn, in Irlanda il tabacco costa un accidente, e si è messo in attesa. Mentre mi davo da fare, mi è venuto in mente un episodio di qualche mese prima. In macchina con una collega, aspettavamo il verde, quando si avvicina un ragazzino caracollando su zampe non troppo solide, un secchio di acqua sporca in una mano, una sigaretta nell’altra. “Ecco, vedi Emiliano? Quello lì, se fuma, non ha bisogno davvero di soldi!” “Ma dai! Cosa c’entra? Non è che se uno fuma è ricco. Ha un vizio…” “E allora prima di venirmi a chiedere i soldi, se lo leva, il vizio! Sennò li chiede a te!” “Magari, infatti, veniva a chiederli a me…” Commento mentre scatta il semaforo e lei schiaccia con foga sull’acceleratore, bruciando il tizio sul tempo. “Un vizio non è un lusso!” Spiego con piglio didattico a me stesso, mentre restituisco tutto l’ambaradan al barbone irlandese evitando per miracolo che mi ferisca con gli artigli. Del resto, è molto più facile mollare i vizi quando non si vive il disagio, che quando si soffre. Nell’introduzione di A volte ritornano, Stephen King racconta di come, raggiunto il successo, abbia chiuso con l’alcool e abbia rinunciato a fumare sigarette senza filtro. Non penso che il caso del Re sia paradigmatico, ma certo è innegabile che una condizione di tranquillità, di benessere economico e psicologico, aiuti a liberarsi da vizi e dipendenze, e che, dall’altra parte, la disperazione invece favorisca le cattive abitudini.

Gli italiani che lamentano la crisi, ma sparano in aria centinaia di euro per accogliere il nuovo anno, sono come il senzatetto che fuma? Li posso giudicare? I botti sono inversamente proporzionali al PIL del paese? Un paese in agonia seguiterebbe a festeggiare il Capodanno in questo modo? Se ci sarà la ripresa non mi toccherà più raccogliere raudi che non sono esplosi? Mah! Ho qualche dubbio. Forse, il ragionamento su vizio e disagio sopra esposto non funziona sui grandi numeri.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: