Archive | luglio 2014

La bambola di Maria Franca

Maria Franca Gamba, cinque anni, tenta di fuggire alle SS scappando lungo la strada per Coletti insieme alla mamma. Quando vengono raggiunte, il loro destino è segnato. La donna prova fino all’ultimo a riparare la figlia dal piombo nazista, allo stesso modo la bimba prova fino all’ultimo a proteggere la sua bambola dalla mitraglia e allora, quando viene raggiunta dai proiettili, la stringe ancora a sé. Maria Franca muore giocando a fare la mamma. È il 12 agosto 1944.

Il silenzio dura da allora a Sant’Anna di Stazzema, dura da quella mattina di settant’anni fa, quando in poco più di tre ore, un intero paese è cancellato con un’azione premeditata. Obiettivo delle SS che già all’alba circondano l’abitato è sterminare la popolazione a colpi di mitra e bombe a mano: 560 civili, di cui 130 bambini. Dura da allora il silenzio nei boschi intorno, nei borghi sparsi ormai quasi disabitati, nella piazza della chiesa dove in più di cento sono costretti per un quarto d’ora a fissare la mitragliatrice che presto li falcerà, perché capiscano bene che cosa li aspetta. Appena tirati giù dal letto sono stati tratti lì in fretta e furia, i carnefici non vogliono rischiare che possano morire così, intontiti dal sonno, senza realizzare bene, senza rendersi conto.

Il Museo storico della Resistenza, ricavato nella vecchia scuola elementare del paese, racconta nel dettaglio di una caccia all’uomo implacabile. È una storia fatta di morti dappertutto, di esecuzioni nelle case incendiate, nelle stalle, nei campi, lungo i sentieri, contro i muri sbreccati. Ci sono le SS, così meticolose nel seminare la morte con le cure più feroci: le donne incinte sventrate, i feti fucilati, i bimbi ficcati nei forni per il pane, i corpi vivi carbonizzati con i lanciafiamme. Ci sono i repubblichini dall’accento versiliese, così scrupolosi nell’offrire i propri vicini ai macellai di Kesselring. Ma i muri del museo testimoniano soprattutto di quelle donne e di quegli uomini che i nazisti avrebbero voluto cancellare: i loro nomi, le loro date di nascita e quella di morte, uguale per tutti; le loro fotografie in posa, con il vestito della domenica o con gli strumenti del lavoro, mentre sorridono impacciati e speranzosi al futuro; il loro ricordo sui pannelli con le parole dei sopravvissuti, raccolte con fedeltà, anche nell’irregolarità morfosintattica. C’è una teca con alcuni oggetti scampati alle fiamme: fedi nuziali di ferro, perché quelle d’oro erano andate alla Patria nel dicembre del ’35, un cappello, un vestito della festa, una bambola.

La bambola è quella di Maria Franca, la bambina che nell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema muore giocando, perché è giocando che muoiono i bambini in tutte le guerre del mondo, con le bambole in Toscana o con i “pappagalli verdi” in Bosnia. Giocando a diventare sozaboy quando a Dakana arriva la guerra o tirando calci a un pallone sulla spiaggia di Gaza.

Di fragola e di panna

Sono uno che, per chiudere il pasto, al dessert con il passito preferisce una bistecca con la Beck’s. Tuttavia ci sono occasioni in cui, come colto da un insano desiderio di sembrare una persona normale, chiedo la carta dei dolci. Desiderio di omologazione che nella vita mi spinge a tante altre azioni assurde, tipo fingere interesse per il racconto delle strabilianti gesta erotiche dei compagni di palestra.

“Mi porteresti per favore la carta dei dolci?” La cameriera stropiccia tra le punte delle dita una ciocca di capelli piastrati, gesto che tradisce un leggero imbarazzo, ma poi prende coraggio e stirando il sorriso spara: “Oggi non abbiamo i dolci soliti, perché la domenica lo chef non li fa. Però, questa mattina, ho raccolto le fragoline selvatiche nel mio giardino, le ho messe tutte in un bel cesto di vimini, c’era un bel sole dopo il temporale, e le ho portate qui. Lo chef le ha lavorate con la panna e poi ha spruzzato il tutto con una salsina delle sue e… insomma, il dolce è questo…” Conclude sospirando appena e guardando per terra. Butto un occhio oltre l’oblò che buca la porta della cucina, dove il cuoco sta usando uno spelucchino a becco come filo interdentale. Mi sa che la salsina delle sue, per questa volta, se la può anche sbafare tutta lui. E poi, mi dico, la storiella della cameriera non regge. La ragazza, infatti, appartiene a una tipologia umana che fiuto subito, perché vi appartengo anch’io: quelli che senza l’ausilio di una vaschetta con l’etichetta sopra non distinguono le more dalle fragole e che, come attività nel verde, al massimo concepiscono il portare il cane al parco. Non che non ci succeda di prendere parte a qualche escursione, per carità, non siamo mica prevenuti verso la natura, ma non riusciamo, per diversi motivi, a goderne come gli altri. Come mai? Ecco, ad esempio durante queste idilliche esperienze succede spesso che qualcuno del gruppo avvisti un animale, ma noi ci giriamo sempre troppo tardi per vederlo: “Che meraviglia! Che bel cervo, com’è maestoso, davvero superbo! Hai visto, Emiliano, che spettacolo? Quasi come il muflone di prima, o il bue muschiato di ieri…” “Cervo? Dove lo vedi? Boh! Tanto io l’ho già visto, un cervo. Ti ho mai detto che una volta a Brescia c’era lo zoo in Castello?”

Cara cameriera, siamo gente che non ha mai visto un animale in libertà tranne i piccioni e che non si fiderebbe di nulla che non sia certificato dall’unica autority alimentare che riconosciamo: l’Esselunga. Quindi, questa cosa delle fragoline selvatiche non sta proprio in piedi. Stamattina, cara cameriera, dopo il temporale ho ficcato un cd dei Mudhoney nello stereo e mi sono steso sul divano a riflettere sulle ragioni profonde dell’esistenza e scommetto che tu, se aggiorniamo i gusti musicali, hai fatto più o meno lo stesso. Altro che cestino di vimini d’Egitto. Ho lavorato abbastanza nella ristorazione per capire che il titolare della baracca, o comunque quello che fa il capo, ti ha detto di intortare gli avventori con questa balla, probabilmente perché deve finire un piatto che non ha venduto nei giorni precedenti.

“Niente dessert, grazie, le fragoline saranno buonissime, ma sono allergico agli alimenti privi di conservanti.” “Allora porto il caffè?” Solleva le sopracciglia in un’espressione di impotenza e va a raccontare la parabola del giardino incantato a una coppia più in là. Man mano che la serata procede la recita migliora, anche se è evidente come la ragazza proprio non riesca a calarsi completamente nella parte della contadinella. Qualcuno comunque abbocca e assapora deliziato la panna vecchia con le fragole del discount e la cremina, che si scopre essere giallina, dello chef.

Del resto non c’è nulla di male, le storie, in fondo, ci servono per vivere meglio e senza uno strutturato sistema di invenzioni non riusciremmo a galleggiare su questa alluvione di oscenità che è il mondo. Che fastidio mi dà, allora, la balla delle fragoline, proprio a me che ogni anno insegno che fuor della penna non v’è salvezza? Abboccare mi renderebbe stuzzicante la salsina dello chef. Tuttavia la storia non mi convince, forse proprio perché a confezionarla è stato sicuramente il capo, e un capo difficilmente può mettere insieme un’idea passabile: il potere, a qualsiasi livello, intacca l’immaginazione, spegne i sogni. Inoltre il raccontino trasmette il modello femminile che, con ogni probabilità, nell’immaginario del capo è quello più allettante, la donna ideale: la brava ragazza carina e semplice che già al mattino si preoccupa della baracca e quindi si getta a raccogliere fragole mature, per offrirle al suo punto di riferimento, il padrone, anche se vicariato, nella fattispecie, dallo chef. Che orrore!

Cani randagi

Gli altoparlanti della piscina comunale diffondono la voce di Eddie Vedder sugli stanchi bagnanti comunali, che ingollano birre e patatine e tengono d’occhio preoccupati i marmocchi e il cielo carico di nuvole. Molti artisti rock, a un certo punto della loro carriera, rincretiniscono e si mettono a girare videoclip in piscina, dove ci danno dentro con melodie zuccherose tra bambole siliconate e cocktail colorati e spumeggianti. Ho sempre ritenuto che i Pearl Jam, dato il loro percorso artistico piuttosto coerente, non corressero questo rischio e infatti di video con Vedder a bordo vasca, stravaccato tra indossatrici di bikini e occhiali da sole griffati, finora non se ne sono visti. Ma non avevo previsto che un giorno il suono di Seattle avrebbe accompagnato i tranquilli bagni domenicali delle famigliole parmigiane.

Un po’ più in là, dove c’è la vasca piccola, la musica cambia. Il volume, innanzitutto, è a palla e il pezzo è quella canzoncina abominevole che fa: “Salutare!” E tutti salutano con aria ebete: “Urlare!” E via la gara a chi si lascia andare al barrito più scomposto. Si tratta, scopro grazie a un cartello scarabocchiato in fretta e furia, di una specie di corso di aquagym per bambini e ragazzi, una roba da incubo che mi muove ricordi tremendi e timori ancestrali. Sbircio l’ammasso di mostriciattoli che si dimenano sollevando spruzzi improponibili. Lì, tra loro, ci sarà di sicuro qualcuno che soffre come soffrivo io quando, da piccolo, mi costringevano a partecipare ad attività di quel tipo. Replicare i movimenti di un idiota che mi sta di fronte non mi è mai riuscito e ancora oggi rifuggo con cura i vari corsi che la palestra mi propone. Credo che tutto nasca dal non aver mai trovato risposta a una questione di fondo: se, per esempio, il pirla alza la zampa destra, io cosa stracazzo devo alzare? La mia destra? Oppure devo comportarmi come uno specchio? Nel dubbio perdo subito il ritmo e, quando cerco di riorientarmi imitando un vicino, finisco per peggiorare le cose, dal momento che per guardarmi intorno perdo di vista l’istruttore, il quale nel frattempo è già riuscito a proporre una decina di esercizi differenti. A questo punto qualcuno del gruppo incomincia a fissarmi e, senza ovviamente perdere il ritmo, mi indica agli altri, finché tutti mi guardano con compassione, ma rimangono in perfetta sincronia con il maledettissimo programma di allenamento. Ecco, quando arriva quel momento io me ne vado e, ora che l’età adulta è sopraggiunta, nessuno può fermarmi, come mi succedeva da bambino. Anche se, a dir la verità, salta sempre fuori l’entusiasta che, pensando di fare una buona azione, si lancia in un: “Ma non andava mica male!” “No, grazie. Faccio schifo!” Io me ne vado da questo balletto, da questo corso, da questa dannata lezioncina di ginnastica spiritosa. E per darmi un tono con me stesso comincio a raccontarmi che per forza queste cose non mi vengono, perché io sono così di natura e non riesco ad allinearmi e a fare le stesse cose di tutti, non replico gesti da imbecille, non scatto in piedi a comando, non sono una scimmietta ammaestrata, ma un cane randagio e ribelle e mai appartenni a qualcosa o a qualcuno.

Sì, lo so, sono un po’ esagerato, oggi che evidentemente il grunge è diventato musica da piscina e la mia generazione ha perso. Ritorno sui miei passi, galvanizzato da questa storia del cane randagio. Spin the black circle si interrompe in uno schiocco dell’altoparlante. Parte Angels di Robbie Wiliams. Ah, ecco, l’hanno tolta subito.

 

Il grande mare del Marocco

ZineddineIn H-OUT (La guide de la migration) l’artista algerino Zineddine Bessaï fornisce, in forma di mappa del tesoro, un quadro umoristico della pericolosa avventura dei migranti. Si tratta di un planisfero dove sono indicati i mezzi di trasporto utili a coprire le diverse tratte, come rimorchi di camion o imbarcazioni di fortuna, le caratteristiche delle regioni attraversate, come la prosperità economica o una particolare concentrazione di bellezze occidentali e i contrattempi in cui ci si può imbattere, tipo i pattugliamenti dei guardacoste. Le mete preferite sono contrassegnate da un cerchio rosso con una X bianca dentro. Alcune città europee sono chiamate con il nome della locale compagine calcistica, ad esempio Real Madrid o AC Inter. Il marchio pallonaro ha un’elevata capacità di penetrazione all’estero e arriva a raggiungere, almeno a livello di immaginario, i più remoti villaggi dell’Africa Subsahariana. Non è quindi così strano che, per molti ragazzi che partono in cerca di fortuna, un luogo si identifichi con il nome di una squadra di calcio. E non è così strano che molti di loro indossino le divise, più o meno grossolanamente tarocche, delle formazioni più celebri. Come John, che ha lasciato un posto vicino a Cape Coast con una maglia blaugrana addosso e ha raggiunto un paese nel sud del Marocco, sulla costa, da dove imbarcarsi per le Canarie. In poco tempo ha trovato un posto su una bagnarola, anche se lo ha pagato un occhio della testa. La traversata notturna però non è stata fortunata. Il vecchio motore marino ha cominciato a perdere colpi, poi si è fermato. I piloti sono fuggiti a bordo di un gommone lasciando andare alla deriva lo scafo in avaria. Le impetuose correnti oceaniche hanno portato l’imbarcazione lontano dalle Canarie, lontano dal mondo. Il numero di migranti lasciati così, in balìa dell’Atlantico, è sconosciuto. Quando un peschereccio si è finalmente imbattuto nel relitto, a bordo rimanevano solamente sei cadaveri. Corpi scorticati mortificati dalla sofferenza, cui il sole ha bruciato la pelle, ha prosciugato le carni. La maglietta del Barcellona che avvolgeva quello che restava di John aveva perso il colore. Prima di morire, John ha graffiato poche parole, le sue ultime parole, nella vernice dello scafo.

Qui finisce la mia vita, nel grande mare del Marocco.

Sono passate otto estati, John, dalla mattina in cui la radio ha raccontato la tua storia. Ricordo che, in vista dell’ora di pranzo, stavo disponendo i tavolini pieghevoli di un bar sul pavé di una piazza del centro storico, qui, a Parma FC. Ricordo le tue parole, il grande mare del Marocco, il conato di dolore che ho provato per la tua morte, per la sofferenza di uno sconosciuto, forse per le pene di tutti gli sconosciuti oppressi dal mondo. Pochi secondi a deglutire a vuoto, strizzando le palpebre, prima di riprendere il lavoro. Chissà che fine hanno fatto i tuoi resti martoriati. E chissà come ti chiami veramente, e chissà da dove sei partito. Magari davvero forse io solo so ancora che hai vissuto, anche se della tua storia conosco solo il tragico finale. Ma voglio pensare che non sia così. Voglio pensare che ancora viva una madre, seduta all’ombra in un cortile polveroso di qualche posto lontano che, nonostante non riceva tue notizie da troppo tempo e abbia smesso di sperare, continui a credere che il suo dolore non sia stato inutile. Che sia valsa lo stesso la pena aver amato così forte tutto di te, dei piedi allacciati nei sandali consumati alla massa crespa dei capelli.

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