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Non gridate più, non gridate (dalle colonne dei vostri giornali)

CGiovanni non riesce proprio a capire come diavolo metta il tempo, oggi. Infatti certe lame bianchissime di sole bucano le nuvole scure, recando così un brivido di indecisione nella sua routine di pensionato. Una sosta al giardino con letta al giornale su una panchina di legno verniciato, o tornarsene a casa, poggiare le chiavi sul tavolino all’ingresso e affondare nell’ecopelle marrone della poltrona nuova? L’aria è leggera e Giovanni non sta mica male, tutto sommato, all’aperto. Incrocia le gambe sulle listarelle della panca che guarda, oltre una pista di pattinaggio in cemento, la parete esterna della palestra della scuola media. L’hanno pitturata di nuovo, pensa, di un giallo paglierino tremendo, uno strato spesso, dato alla bell’e meglio, a coprire scritte e graffiti. Il comune è puntualissimo, constata, quando si tratta di ripulire i muri. Sbadiglia, srotola il giornale. In prima pagina c’è la foto di un bambino morto. È un bambino curdo, ha tre anni. È un profugo, un povero, già. Perché i cadaveri dei ricchi morti d’occidente mica li sbattono così, nudi e crudi in prima pagina, senza nemmeno un lenzuolo sopra, senza una cassa avvolta in qualcosa o coperta di fiori o smaltata di bianco. La salivazione si secca, che roba è mai questa Giovanni? C’è un pezzo, di fianco alla foto, del direttore del giornale. C’è un pezzo che spiega il perché della scelta di pubblicare l’immagine di Aylan, 3 anni, morto annegato mentre con altri profughi cercava di raggiungere l’isola greca di Kos. Dice, l’articolo del direttore, che ha pubblicato la foto per rispetto del bambino, perché questo rispetto pretende che tutti sappiano, che ciascuno di noi si fermi e prenda coscienza di ciò che succede a pochi chilometri dalle nostre vite. Giovanni lo sa, che le coscienze non si risvegliano per una foto. La saliva non torna. Non parlategli di Kim Phuc, la bambina vietnamita scorticata dal napalm. Non raccontategli favole: le guerre non finiscono per le foto di bambini ammazzati. Le foto di bambini ammazzati lavano le coscienze: la commozione è un balsamo. L’orrore un anestetico. Per questo un’immagine tremenda fa vendere di più, diventa virale in rete, riempie le bocche putride dei governanti di parole toccanti, allineate con cura dai professionisti della comunicazione. I bambini, invece, quelli continuano a morire. Nelle onde fredde del Mediterraneo o sotto le bombe, abbracciati alle gambe dei genitori, facendo scudo col proprio corpo a una bambola, tirando calci a un pallone o inseguendo un aquilone su un campo minato. Giovanni molla il giornale sulla panca, si guarda intorno. C’è un ragazzo con lo zainetto seduto sullo skate che smanetta col telefonino. Lo punta deciso: “Ciao, come ti chiami?” Quello solleva lo sguardo incuriosito: “Ahmed… Cosa c’è?” “Uh, niente, mi chiedevo se mi potevi prestare una di quelle bombolette di vernice che tieni lì dentro, nello zaino.” “Che cazzo dici zio? Non tengo nessuna bomboletta…” “Ma va’! Chi vuoi che sia a scarabocchiare il muro della palestra in questo quartiere di nonni? Tu e i tuoi amici, no? Tranquillo, non sono mica un vigile. Me ne presti una?”
Domani un operaio del comune, armato di secchio di pittura gialla e di una pennellessa ricoprirà una scritta fresca, tutta in nero, un po’ incerta: Cessate d’uccidere i bambini morti.

Non ci avevo mica pensato

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Le murate poderose del traghetto Minoan si fanno un baffo delle intemperanze del Canale d’Otranto. La nave avanza diritta, non si avverte rollio né beccheggio, solo la vibrazione implacabile dei motori. Calma piatta, insomma, non fosse per la violenza del vento, che dà l’impressione di poterti levar via dal ponte per scaraventarti in mare in un baleno. Due figure solitarie fissano le onde nere là sotto infrangersi contro l’acciaio dello scafo. Fisico pesante da camionisti, rughe profonde sulla fronte, quattro capelli strapazzati dai turbini. Florian pinza una MS tra pollice e indice e con le altre fa una coppa a proteggere la brace. Sergio s’affanna a distendere i lembi disobbedienti di un poncho impermeabile in plastica azzurrina. “Che ti salta in mente di infilarti in quell’affare? Non vedi, si gonfia come una vela!” “Così mi riparo dall’umidità. Sennò mi escono fuori i dolori. Certo che c’è proprio mare grosso, eh?” Florian getta la cicca tra i flutti con uno scatto dell’indice, sbuffa il fumo dal naso: “È così sempre nel Canale, qui i due mari si incontrano e fanno a botte. Anzi, questo giro è più tranquillo di altri.” Sergio lo guarda in tralice, scettico, lo apostrofa con sarcasmo: “Ma piantala lì di fare il lupo di mare Albània, cosa ne sai tu? È la prima volta che facciamo questa tratta.” Il fumatore si volta, un sorriso accennato solamente: “Torniamo dentro, su, che sento freddo.” Si siedono in un bar del ponte di mezzo, tra i pochi turisti ancora insonni. Guardano oltre un vetro la sala giochi dove un paio di disperati si ammazzano di slot, Stravecchio e solitudine. “Lo faccio tutti gli anni, questo canale. Lo attraverso ogni volta che torno a Durazzo, in Albania. Non è la prima volta che prendo un traghetto sull’Adriatico; anche se è la prima che facciamo una linea dalla Grecia all’Italia per l’azienda, questo sì. Però il canale d’Otranto lo conosco bene, io.” “Certo, che scemo. Non ci avevo mica pensato che passi di qui per andare in Albania, e sì che lo so bene dov’è l’Albania. Ormai siete più voi albanesi che italiani quelli con cui lavoro, lo so bene dov’è l’Albania.” “Qui, i due mari fanno a botte. Sempre onde alte, correnti, vento teso. L’ho fatto anche in gommone, quattro volte, negli anni Novanta.” Sergio strabuzza gli occhi: “In gommone? Come in gommone?” “In gommone. Non c’era altro modo, allora, per venire di qua in Italia. Non lo sapevi?” “Certo, che lo sapevo. Ma non ci avevo mica pensato che potessi davvero essere arrivato in gommone, proprio tu.” “Stavamo tutti in piedi, in cinquanta, sessanta, non lo so. Tutti ritti come asparagi, su quel gommone. Un ragazzino reggeva il timone con una mano, il kalashnikov con l’altra: sapeva assecondare la rabbia delle onde, procedendo a zig-zag per ore e ore. Nient’altro. Era addestrato solo per quello. I trafficanti mandavano i ragazzini per non rischiare in prima persona di essere arrestati. Gli insegnavano in fretta e furia l’essenziale. Ti dovevi fidare, lungo una notte intera di terrore. Non c’era scelta. Se chiedevi qualcosa, se protestavi, la risposta arrivava dalla canna del fucile. Senza la minima esitazione.” “Ma come? E viaggiavate tutti così?” “Non avevamo scelta. Cosa pensavi che fosse, sfuggire dalla miseria? Un pranzo di gala?” “No, beh, sì… È solo che non ci avevo mica pensato davvero.” “Tutto quello che ho sopportato da allora, tutto, il lavoro duro, la fatica, il dolore, la nostalgia che torce lo stomaco, tutto, l’ho fatto perché mio figlio non debba mai fare un’esperienza del genere. Nessuno dovrebbe provare una paura del genere per cercare un futuro.”

Nella pancia della nave, nel garage dedicato ai mezzi pesanti, due ragazzi, probabilmente curdi, lottano contro il caldo infernale della stiva e la fame, nascosti sotto due TIR, magari proprio sotto quelli di Florian e Sergio. Sono saliti a Patrasso, scattando al momento buono per eludere i controlli della temuta polizia greca. Ieri mattina, mentre vagavo per il porto nel tentativo di raggiungere il molo giusto per l’imbarco, li ho visti attendere l’istante giusto nascosti dietro una Jeep. Loro mi hanno visto che li ho visti, mi hanno fatto segno di stare zitto, per favore. Allora mi sono spicciato a trovare l’imbarco, mi sono messo in fila con gli altri vacanzieri di ritorno, un po’ scosso. Cioè, lo sapevo che sono in molti a viaggiare distesi sotto i camion, a sfidare la sorte in questo modo, per arrivare in Italia. Ho letto più di un reportage sull’argomento. Ma che qualcuno potesse farlo qui, di rischiar di crepare per raggiungere Ancona, qui, sulla nave con cui torno dalle vacanze, ecco, non ci avevo mica pensato.

Sergio che non ci aveva mica pensato non può dirsi innocente. Io che non ci avevo mica pensato non posso dirmi innocente.
Chi prima non ci aveva mica pensato, e ora interrompe le campagne elettorali per fingere di combinare qualcosa, sicuramente può dirsi colpevole.
Chi ci ha pensato e ha deciso di tagliare i finanziamenti alle missioni di soccorso può dirsi assassino.
Chi ci ha pensato per auspicare eccidi in modo da poter speculare politicamente sui morti può dirsi sciacallo.

A luci spente

microfono_originalNon ce ne sono mica più tanti, come lui, in giro. Capelli biondi stopposi rovinati da anni di tinte sconsiderate, barba trascurata e voce roca, modulata da corde vocali spesse, scartavetrate da pacchetti e pacchetti di Marlboro: di rockers veri oramai se ne vedono pochi. Una serata qua e là, sempre più rara, sempre meno pagata, in locali sempre più fuori città, sempre più spopolati. Il pubblico ingrigisce e guarda l’orologio mentre in scena è il suo tormento, aggrappato all’asta del microfono, come d’abitudine. Un pubblico che dopo vent’anni ancora scatta foto ai suoi concerti, perché deve esserci pure un modo per usare l’iPad oltre che per leggere la mail aziendale.

Una serata ogni tanto, il magazzino tutte le sante mattine: bancali da spostare, da scellophanare, da sbancalare, muletti che corrono rimescolando cartacce e cicche spente sul pavimento di cemento verniciato di verde. I compagni insopportabili: le volgarità nel dialetto greve di Giovanni, i video sul telefonino di Mohammed, così sconci da prendere allo stomaco. Il pudore imbarazzato di Ion, che butta un occhio per educazione, ma senza guardare. Il capo che urla di piantarla di cazzeggiare, che lì dentro lavora solo lui. Il pubblico uno se lo sceglie, i colleghi no.

Sullo stradone stasera sfila una fiaccolata per la legalità. I cittadini del quartiere Nord si lamentano di non poter più uscire di casa. Troppi spacciatori. Ora basta! C’è scritto così, sui vecchi lenzuoli retti da ragazzi strizzati in bomberini neri. Più controlli, che cosa ci fanno tutti questi stranieri per la strada? Domande scritte a pennarello su cartelli improvvisati, trasportati dalla pompa della Erg fin sotto il ponte della ferrovia. Qualcuno, intervistato dalla TV locale, mette in guardia dal pericolo che le ragazze, un giorno, debbano indossare il burqa anche in Italia. Fa lo slalom tra la gente che manifesta ordinata, schermando la fiaccola dal vento con la mano libera. È in leggero affanno, in ritardo per le prove, la chitarra nella custodia rigida, con sopra gli adesivi scoloriti. Il tipo della TV lo adocchia da lontano, gli viene incontro con tutto il suo quintale abbondante avvolto nel completo d’ordinanza. Deve averlo riconosciuto, c’è stato un tempo in cui era piuttosto celebre in città, e l’occasione gli è sembrata interessante: l’intervista al musicista ribelle in corteo per l’ordine e la legalità: «Anche tu giù in strada questa sera?» Oppure: «Quanto ci si sente minacciati, a vivere qui, in un far west di illegalità, immigrazione e fondamentalismo?» Meglio evitare.

Svicola via tagliando per una traversa male illuminata. Via da chi per questa sera è No al degrado, oggi ci riprendiamo le nostre strade e poi, domani, torniamo a specchiarci lungo interi pomeriggi nelle vetrine del Centro commerciale. Via da chi teme il burqa perché già ne indossa (o ne fa indossare) uno, ogni giorno. Via da chi nella buona e nella cattiva fede chiama legalità il razzismo. Le lampadine a incandescenza della sala prove mandano una luce fioca, ma calda. Ci sono i pezzi nuovi da risistemare. Le stramaledette cover da mettere a punto, perché nei locali, oggi, ti chiedono sempre più di fare cover. È meno rischioso.

Io, venditore di bracciali

Nel mercato del nord mi sono intristito.

Nel mercato del nord ho perso te e il mio sud.

Gëzim Hajdari, da Stigmate

070913_2004_Iovenditore1.jpg“Le strade, le strade! Con tutte le strade che, a sentir loro, hanno costruito in Africa, questi italiani potevano almeno pensare a lastricare un passaggio anche sulla stradannata spiaggia di Riccione!” rifletto ansimando, mentre spingo un passo dopo l’altro, con i piedi che sprofondano nella sabbia, i granelli che si infilano nei sandali di gomma a dare il tormento alle vesciche, il sole che mi schiaccia per terra e la mezza valigia che funziona da espositore per occhiali da sole, bracciali e collane che pesa il doppio a ogni ora che passa. Si vende poco, quest’anno. La Riviera non è affollata come le scorse estati e la gente che c’è, anziché comprare, fa un sacco di domande oppure soppesa la merce sul palmo aperto della mano, o la guarda in controluce, per poi dire: “Ci penso… Ripassi anche domani, no?” E così ne devo macinare di chilometri di stabilimenti di cabine e ombrelloni colorati per vendere qualcosa. “Scusa, vedere?” Mi fa un tizio seminascosto dietro un numero della Settimana enigmistica, spalle strette e pancia larga, occhiali tondi e qualche ciuffo di barba brizzolata: “Tu vendere solo braccialetti e collanine? Non avere orologi?” “No, niente orologi…” mi giustifico: “non vanno più, quindi non ne tengo. Sarà che l’ora la legge anche sul telefonino, l’orologio è diventato un accessorio di lusso, o quantomeno un oggetto chic, non una cosa che si compra in spiaggia. Almeno credo…” Abbassa la rivista, la bocca che disegna lo stupore in una O: “Ah! Tu parlare italiano?” “Certo!” rispondo sorridendo: “L’ho studiato a scuola e poi, oramai, sto qui da sette anni.” Contrae quanto gli resta degli addominali e si mette a sedere sull’asciugamano, lo sforzo e la pena scritti in un smorfia di dolore: “Ma pensa! E da dove venire, tu?” “Vengo dalla Somalia, sa dov’è?” “Certo, certo! Ma tu essere proprio di Nairobi, o venire da campagna?” “Vengo proprio dalla capitale,” rispondo: “la mia famiglia vive ancora lì, a Mogadiscio. Un tempo era la citta più bella dell’Africa, la Perla dell’Oceano Indiano, ma la guerra l’ha sfregiata in maniera irrimediabile.” Non mi ascolta più, accarezza i bracciali di vetro colorato, ne stacca uno e lo analizza in controluce allungando in aria il braccio peloso: “Bellini questi! Da dove venire? Da Africa?” Ci penso un po’ su: “Vede, quei frammenti colorati, non sono altro che i ninnoli importati in Somalia dagli italiani, quando il mondo era diviso in Nazioni Progredite e Colonie. Gli alfieri del Progresso rifilavano ai nostri vecchi affamati questi vetrini luccicanti, spacciandoli per oggetti preziosi, per cose di valore. Come contropartita si prendevano oro e petrolio. Adesso da noi non rimane più nulla e noi giovani siamo costretti a emigrare, a vivere senza un tetto, a soffrire ogni giorno trascinandoci in mezzo alla gente spaparanzata sui lettini, che sonnecchia o scola granite e birra fredda. E lo sappiamo pure, di rompere un po’ le scatole, quando invadiamo il vostro spazio con le nostre valigie di ciarpame, ma che volete? Dobbiamo guadagnarci il pane e non abbiamo altro modo, per farlo, che restituirvi i vostri maledetti vetrini.” Non mi segue, il tizio. Fruga nei boxer rossi alla ricerca di qualcosa, spero il portafogli, o forse solamente si gratta, dato che poi scrolla la testa: “Mah, dici? Secondo me li fanno in Cina”. Lo fisso e mi rassegno: “No, no essere di Cina, venire di Africa, di mio paese Nairobi!” “Sicuro? Non ci credo mica tanto…” Borbotta e, finalmente, tira fuori il portamonete.

La risposta dell’ambulante somalo sulla provenienza dei bracciali è reale, la racconta un lettore del Secolo XIX in una lettera al quotidiano pubblicata domenica 7 luglio. Tutto il resto è fittizio.

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