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La madre di tutte le bombe

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All’inaugurazione dell’ultramoderno centro culturale multimediale regionale è accorsa tutta la società elegante della città e l’atmosfera è frizzantina. Un tripudio di giacche e di cravatte, di barbe e di acconciature, di teleobiettivi e di iphone dove galleggia senza rotta il capitano dalla fascia tricolore con la sua ciurma di assessori, consiglieri e segretari. Strizzate di dita, pacche sulle spalle, baci. Arrivano gli ospiti, la regista della serata, gli attori, i critici, la moglie del poeta scomparso. Il sindaco le va incontro, lei è molto anziana e cammina a fatica, lui le porge il braccio con perizia teatrale e la conduce verso i gradini dell’ingresso: è uno che ci sa fare, tutti i suoi concittadini lo guardano con ammirazione. “Mica per niente è il Primo”, pensano, poi tornano a fissare lo schermo del telefono. Il sindaco, con un’abile mossa, si libera della vecchia che ora gli è diventata d’impiccio. Fa un cenno impaziente a un vigile in alta uniforme: “La prenda in consegna per dio, ché io ho ben altro da fare”. Questi, con il cinturone rosso e bianco, la coccarda e tutto infilza una sedia di plastica arancio sotto il sedere alla signora, quindi si produce in un disinvolto baciamano. Nell’inchino l’elmetto di ghisa gli scivola dal capo e va a frantumare il ginocchio dell’anziana signora con un secco crack. Il rumore improvviso mette in allarme gli astanti: chi controlla l’integrità della Canon, chi dell’asta da selfie. Un tipo particolarmente paranoico va a fare il giro dell’Audi che ha parcheggiato lì, proprio in faccia al nuovo centro, nel posto per i disabili: “Ehi, avete mica visto se qualcuno mi è venuto contro?” chiede a due anziane prostitute che gli rispondono con un gesto osceno. Ritorna quando il nastro è già stato tagliato, le forbici riposte sul piatto d’argento retto dalla vigilessa. Allora tutti dentro, a visitare gli spazi luminosi, le sale dedicate a ogni tipo di esigenza di consultazione e studio, un luogo adatto sia a quei ricercatori che amano il massaggio plantare mentre lavorano, sia a quelli che cercano una tisana ayurvedica in pausa pranzo.

Una conferenza sul poeta, durante la quale la vedova sommessamente piange (per il ginocchio, va bene, ma tutti pensano che sia per via del marito). I relatori hanno finito dopo venti minuti perché hanno calcolato male i tempi e così, invitati a proseguire, improvvisano dicendo delle cazzate a caso, ma tanto ormai tutta la sala è presa a farsi foto con il telefonino. L’unico attento è un jack russel in braccio a un tipo con i baffetti in terza fila. Discorsi di rito, assessore comunale, assessore regionale, sindaco. Mentre il Primo cittadino elogia i collaboratori e fa considerazioni sulla meritata mietitura che segue a una scrupolosa semina, dietro di lui, protetti da una paratia, gli addetti al catering allestiscono un sontuoso rinfresco. Il banchetto è celato alla vista, ma ormai tutti hanno capito cosa si vada preparando là dietro. La folla comincia a montare come zabaione sbattuto per bene, centinaia di ghiandole salivari sono già al lavoro, qualche colpo di tosse nervosa, nasi che fiutano l’aria, viste che si annebbiano. Qualcuno poco elegante bofonchia un: “Taglia!” Il sindaco capisce l’antifona: “…insomma, questo centro è una vera bomba di cultura per la nostra città! Grazie a tutti per l’attenzione. E ora, qui alle mie spalle, è stato allestito un piccolo rinfr…”

La folla è scattata, il tavolo dei relatori viene travolto, gli assessori vari, calpestati, urlano di dolore. Le cavallette si abbattono sui tavoli: tartine, pizzette, tramezzini e focacce vengono polverizzate da centinaia di bocche, gomitate, spintoni. Saltano tappi a ripetizione, decine di vuoti di bottiglie di prosecco si accumulano a terra contro una parete. Si vede di tutto. C’è uno, probabilmente un militare, che abbatte i rivali colpendoli con il calcio della rivoltella alla base della nuca. Una ragazza tatuata spruzza spray urticante per guadagnarsi spazio nella ressa. Un signore panciuto sulla sessantina si è buttato su un vassoio di pizza con tutto il corpo, urlando come un pazzo. Un intellettuale di sinistra, con gli occhiali e tutto, ha preso una bottiglia di vino dalle mani della cameriera e ci si è attaccato a canna. “Sa com’è, non vorrei sembrarle impaziente, ma lei ha solo due mani e noi qui siamo in tanti” le urla gorgogliando quando stacca la bocca dal collo della bottiglia. Una donna disperata, afferrata con due mani una grossa conca piena di patatine, ci ficca la testa dentro. Emerge dopo un po’, esultante, in estasi. Urla: “Che fame! Che fame che ho!” Il sindaco, intanto, a differenza dei suoi assessori, ha resistito alla carica. Ha anni di esperienza alle spalle e così, finito il discorso, ha mollato per terra il microfono e si è fatto trascinare dall’onda in direzione del cibo, arrivandoci per primo. Come i suoi cittadini, anzi, più di tutti loro, si è ingozzato fin quasi a morire. “Io,” pensa mentre si riempie la bocca a manate: “a differenza della plebaglia ho metodo, so cosa va via prima e mi ci fiondo, per poi passare alle pietanze che resistono di più sul vassoio.” Quando tutto è stato spazzolato c’è un attimo di smarrimento. Il sindaco, allora dà l’esempio: prima leccare le briciole da tutti i vassoi vuoti, poi attaccare direttamente le porcellane con le fauci. Proprio il Primo cittadino con i suoi dentoni frantuma piatti e vassoi e butta giù, imitato dagli astanti. Per le bevande, nel frattempo, è stato preso d’assalto un bar nelle vicinanze. La vetrina sfondata, la porta divelta. Cittadini se ne escono impugnando vini e gazzose, birre e liquori. Due metallari fanno rotolare sul selciato un fusto di Tennent’s.

Pochi minuti e tutto è finito. La folla inizia a defluire, sul pavimento del Centro culturale qualche cadavere e qualcuno che russa, sazio. Chi ciondola per la sala distrutta e si tiene il ventre con le mani, e qualche insaziabile a quattro zampe ancora rosicchia le gambe di tavoli e sedie. Il volto del sindaco è una  maschera di trionfo e di orgoglio, torna al microfono. Fatica a parlare, gli sanguina copiosamente la bocca per via delle porcellane. “Cari cittadini, elettori, ora… dopo la ehm… bomba di cultura, la madre di tutte le bombe!” Si carica con qualche smorfia, quindi, controllando con cura che il flusso di gas dallo stomaco sia potente ma costante, fa esplodere un rutto prodigioso, infinito, un urlo trionfale che manda in frantumi le grandi vetrate dell’ultramoderno Centro culturale e che viene registrato dai sismografi di tutto il nord Italia.

Salvezza

siriaOgni santo giorno la stessa storia. Entro in classe e lo trovo così: piazza due sedie una opposta all’altra e ci stravacca sopra il suo metro e ottanta. Incastrato con attenzione un piede sotto uno schienale, si puntella con un gomito al legno scheggiato della seduta, per raggiungere un punto di equilibrio che difficilmente abbandona; del resto, tutto ciò che gli serve ce l’ha a portata, sparpagliato sul banco: quattro o cinque tascabili spiegazzati, perlopiù Stevenson, Conrad, London, una matita, un quadernetto, una sigaretta elettronica di quelle con il serbatoio a forma di parallelepipedo che, poggiata lì, sembra una grossa pipa a riposo. “Non la fumo professo’, state tranquillo, la tengo qui per compagnia”, dice senza staccare gli occhi dalla lettura. Vincenzo è piombato da poche settimane in questa classe di quasi tutte ragazze, portandosi dietro i suoi jeans strappati, un paio di All star scolorite, una t-shirt di che cotone dice che Ciro Esposito è vivo. Da allora vive sotto una campana di cristallo, una cupola sigillata, impermeabile, dalla quale escono pochi, quasi impercettibili, suoni. Nella quale pare non filtrare nulla. Lui sta lì dentro, legge. Scrive. Ogni tanto indossa delle pesanti cuffie wireless arancioni, poi le toglie. Scrive. Legge. Intorno alla cupola di Vincenzo è tutto un brulicare di vita: le ragazze ridono, strillano, si accapigliano, piangono, studiano, alzano la mano, vanno in bagno, sistemano il trucco al cambio dell’ora. Fanno mille rumori che a lui non arrivano. Gli insegnanti entrano, sbadigliano, interrogano, accendono la lavagna, spiegano, sbadigliano, escono. Dicono mille cose, Vincenzo lì sotto non sente niente. Le campanelle suonano, i ragazzi escono spintonandosi, i bidelli spazzano. Fuori il sole buca le nuvole o si nasconde, il vento soffia tra i rami gemmati dei tigli del parco, si porta l’odore di concime della campagna misto ai gas di scarico delle auto imbottigliate sulla circonvallazione, entra dalle finestre aperte dell’aula ormai vuota. Niente di tutto questo arriva a Vincenzo che è ancora lì, in equilibrio su due sedie disposte a formare un specie di amaca per fachiri. Il richiamo della foresta. Raccolgo i miei libri. Vincenzo legge. Impacchetto un mucchio di verifiche. Vincenzo scrive. Ripongo il prezioso pennarello da whiteboard nell’astuccio. Vincenzo legge. Intorno alla cupola di Vincenzo è tutto un brulicare di morte. Un gas velenoso galleggia e si infila nei corpi per ucciderli dall’interno, lasciandoli contorti sul selciato. Autobombe scagliano lontano rottami e schegge miste a pezzi di corpi di madri accorse per il mercato. Folle urlanti fuggono da tir impazziti calpestandosi sull’asfalto. Vincenzo legge. Infilo lo zaino, sistemo la sedia sotto la cattedra,: “Ciao, Vincenzo. A domani. Senti un po’, com’è che non te ne esci mai da lì dentro? Perché stai sempre a leggere e scrivere per i fatti tuoi? Perché non provi a stare tra noi?” Una pioggia di missili tomahawk si abbatte contro il cristallo infrangibile della cupola, frantumandosi in un tripudio terribile di fuoco e metallo urlante. Gli occhi azzurri di Vincenzo sorridono: “Professo’, fuori della penna non ci sta salvezza. Voi non lo pensate?”

Sam del castello

a9of8kI grandi platani del parco sono stati spogliati dall’autunno, le foglie gialle a terra ghiacciate si frantumano sotto le sneakers di Samira. Fanno uno scricchiolio che a lei, uscita di soppiatto da casa, sembra allargarsi nella notte in modo del tutto smisurato. Vuoi vedere che tutto questo baccano arriva fino alla stanza di mamma e papà e li sveglia? Proprio ora che è quasi fatta, che dopo essere scivolata lungo il corridoio evitando di inciampare in mobili, lampade, ceramiche varie nordafricane made in China e scarpe dimenticate al solo lume del Samsung, dopo essere addirittura sfilata indenne davanti alla porta spalancata della camera dei genitori ronfanti, ma non possono chiudersi dentro come dei genitori normali?, dopo aver aperto l’uscio ruotando lentissima la maniglia, ma così lenta che ha fatto girare la leva piano come la lancetta delle ore nell’orologio della sala, con la stessa circospezione che usa il protagonista di un racconto che ha letto a scuola, dove un vecchio viene ucciso ma il suo cuore rivelatore accusa l’assassino, dopo un siffatto miracolo di autocontrollo questo dannato crick crock delle foglie mi farà scoprire. Sarà scoperta e, ovvio, punita. E la punizione sarà severa e implacabile, perché la mamma è disperata, il papà è disperato, e le punizioni dei genitori disperati sono spietate, crudeli, come il male che li rode dentro. È quasi arrivata, la luce metallica della luna filtrata da nuvole di rami nudi inquadra la meta, uno scheletro di legno e acciaio. Fa così freddo che il metallo deve bruciare a toccarlo a mani nude, pensa Sam. Immagina la sensazione così bene che la sente quasi salirle dai polpastrelli lungo i polsi e su per il braccio, come una lametta da barba strisciata a fil di pelle, con la pressione che basta a graffiare. Cammina sulle foglie, e ancora crick crock, ci sei quasi… rivede la mamma in piedi davanti alla TV, la mamma stringe la cornice con la fotografia di Hamza, dove lui è vestito con un completo blu e sorride con gli occhi, i soliti capelli leccati con il gel e il sopracciglio destro spaccato da una cicatrice. È una foto di due anni fa, di prima che suo fratello sparisse nel nulla. Il papà fuma seduto al tavolo di cucina, su quello che resta della cena interrotta, con la felpa dell’adidas macchiata, la barba lunga a chiazze, i capelli un impasto confuso di fili grigi sottili e neri, più spessi. La mamma lascia cadere la fotografia, il vetro si spacca. Mamma ha rotto la foto, bisognerà sostituire il vetro, aggiustare la cornice. Il papà le risponde di no. Sam, non è vero che le cose si possono aggiustare, quando si rompono si rompono e basta.

È una specie di castello, una di quelle costruzioni dove i bambini giocano arrampicandosi su funi o aggrappandosi a grossi anelli di metallo, incespicando su passerelle di corda, rincorrendosi su piattaforme basculanti, per poi tornare a terra scivolando su pertiche o piani inclinati. Almeno, a lei sembra un castello, ci sono persino dei merletti, ma ricorda che altri bambini ci vedevano una casa nel bosco. Casetta o castello che sia, la notte di ghiaccio la veste di un velo impalpabile, spettrale. È venuta sin lì per quello che c’è proprio al centro della costruzione, sotto un pianerottolo protetto a sua volta da una tettoia di plastica arancione: una specie di stanzetta senza porta, un parallelepipedo di legno. Vi si accede da un’apertura circolare, una sorta di oblò privo della lastra di vetro. Entrarci è complicato, bisogna prima infilare una gamba, poi abbassarsi e far passare testa e tronco, quindi richiamare l’altra gamba, ma lo spazio è stretto, perciò non è una passeggiata. Alcuni bambini non ci riuscivano, ma per lei era un gioco da ragazzi e lo è ancora, anche adesso che ha quasi tredici anni: è il vantaggio di essere minuta. Inoltre, una volta che si è dentro, non è che ci sia un granché da vedere o da fare: lo spazio è soffocante e c’è anche della spazzatura: come in tutti i posti difficili da guadagnare, chissà perché, anche qui la gente ci butta i rifiuti. Lattine mezze schiacciate e tubi di Pringles che resteranno qui a lungo, probabilmente per sempre. Sam, in quella stanzetta sotto il castello del parco, c’è stata la prima volta che aveva cinque o sei anni, con lei suo fratello che ne aveva quindi o sedici; ma poi ha cominciato a tornarci da sola. Anche se sempre di giorno e sempre con la bella stagione, quando la costruzione è popolata di nanerottoli festanti e non mette mica paura come qui, adesso, nella notte, d’inverno.

Lì dentro erano riusciti a starci in due, quella prima volta: Hamza tutto rannicchiato e dopo aver massaggiato per bene testa, gomiti e ginocchia contro il legno di soffitto e pareti, lei comoda comoda in piedi. Un caldo infernale, l’odore pungente e rassicurante del sudore di suo fratello, lo stesso di quello di papà. Cosa ci facciamo qui dentro? Le sue mani sul suo viso innamorato di bimba, chiudi gli occhi, concentrati, questo è un posto speciale, solo io lo conosco. Beh, adesso anche tu, Samira. È l’ultima estate prima di iniziare la scuola, il mondo è pieno così di posti speciali, anche a soli quattro passi da casa, nel parco, dentro una costruzione che è un gioco per bambini. Luoghi misteriosi e magici, rivelati da fratelli grandi e invincibili, sui quali è bene mantenere segreto, perché nessun altro li scopra. E adesso, dopo che hai chiuso gli occhi, concentrati. Pensa a qualcosa di brutto che ti è successo, pensaci forte e vedrai, sparirà. Ci aveva provato, aveva pensato ad alcune cose brutte, per esempio a quando era morto il gatto e lei aveva pianto così a lungo che pensava che non avrebbe mai smesso. Ma sei sicuro? Io ho pensato forte, come dici tu, ma non è successo niente. Hamza aveva soffiato e messo su un’aria esasperata. I bimbi sono davvero troppo lenti a capire per la scarsa riserva di pazienza di un adolescente. Ma non così, mica siamo in una macchina per dimenticare, per cancellare i ricordi. Non funziona così, come una gomma sulla traccia di grafite. È più… tipo una macchina del tempo, che fa andare le cose all’indietro, così che poi si possa ricominciare. Hai presente? Come un film che va all’indietro fino al punto che vuoi tu, e poi incomincia di nuovo da lì, ma  succedono cose diverse. La storia brutta resta, non viene cancellata, solo va a finire in un altro posto, in quello dove ci sei tu le cose vanno meglio. Mi sono spiegato? Non è che ci avesse capito granché, film all’indietro, un posto diverso, ma aveva intuito, aveva sentito che Hamza condivideva con lei un segreto importante, così gli aveva detto che era vero, che funzionava, anche se in realtà non era successo proprio un bel niente. Ma che funzionasse, e bene, lo aveva poi capito negli anni a seguire. Erano tante le storie, gli stupidi incidenti, i piccoli sbagli che aveva abbandonato al loro destino, con quel tornare un po’ indietro, così facile come voltare le pagine di un libro nel senso opposto: entrare là dentro e rannicchiarsi con i gomiti appoggiati alle cosce e il viso tra le mani a pensare forte per spingere via le cose storte.

Intorno al castello non ci sono foglie, solo terra gelata. Il foro d’ingresso dà sul nero, il nero puzza di freddo. Samira lascia scorrere le dita lungo la circonferenza dell’oblò, un po’ stupita: è stato un gioco da ragazzi, ora è lì. Certo, la fretta le ha fatto scordare i guanti e la sciarpa e rabbrividisce magra dentro il piumino sintetico, ma ci è riuscita: è lì e, forse, è ancora in tempo. Forse, può fare ancora girare il film al contrario, riparare quello che si è rotto. È dentro, appoggia la schiena alla parete, controlla il respiro, sente il cuore che martella. Punta i gomiti, si copre gli occhi con le dita intirizzite. La sensazione è la solita, sa che per un po’ non succederà niente, avverte solo piccoli dettagli senza importanza: la mattonella del telefono che tende la tasca posteriore dei jeans, la punta del naso bagnata come il tartufo di un cane, il rumore lontanissimo di un treno in corsa. Quando arriva è all’improvviso, succede sempre in questa maniera, che poi è come quando leggi un racconto e inizialmente ti devi fare forza per concentrarti sulle righe, ma poi un mondo intero prende forma in un baleno e tu ci navighi dentro con naturalezza, come se ci avessi sempre vissuto.

La mamma è in piedi davanti alla TV, il papà al tavolo di cucina. Il frammenti di vetro si raggrumano, il quadro si ricompone e torna tra le mani della mamma che piange, che prega, che non crede più a niente, mentre la bocca di papà si rimangia un’intera nuvola di fumo. La fotografia segnaletica di Hamza, con quel suo sopracciglio spaccato e gli occhi aperti sul vuoto che non sorridono più, diffusa dalla polizia, scompare dallo schermo della TV. La conduttrice del TG parla all’indietro, i titoli scorrono al contrario in sovraimpressione sulle immagini del ristorante recintato con i nastri della scientifica, alternate a scene in cui figure incappucciate sventolano bandiere nere del califfato: HA UN VOLTO IL TERRORISTA DEL RISTORANTE. Tutto viaggia al rovescio, la telefonata dello zio a papà: accendete la TV, il telefono che vibra sul tavolo con la fotografia dello zio che lampeggia sullo schermo, lo schermo che torna nero. Il video che gira su internet dalle ore immediatamente successive al massacro, lei l’ha guardato, come tutti, mille volte, si avvolge su se stesso. Si tratta delle immagini delle telecamere di sicurezza a circuito chiuso del ristorante, montate in modo da mostrare tutta la dinamica dell’attentato. La figura incappucciata rientra dalla porta, cammina all’indietro, guadagna l’unico tavolo occupato, stende il braccio, si vedono tre cadaveri: due uomini a terra e un ragazzo in camicia bianca piegato in avanti sul tavolo, sulla tovaglia bianca una larga pozza di sangue. La canna della pistola esita un po’, oscilla nell’aria immobile e raccoglie i proiettili che si sfilano dai corpi mentre i due a terra si rialzano e tornano ai loro menu. Sullo sfondo una signora bionda si rialza da dietro il bancone con uno strofinaccio e un bicchiere tra le mani, l’orrore dipinto sul volto sparisce. Pochi secondi e si alza anche il cameriere, la faccia esplosa torna un sorriso gentile, con gli occhi azzurri che nel video originale non si distinguono, ma che ora Sam distingue perfettamente. La pistola di nuovo dentro la giacca, l’uomo in passamontagna con pochi veloci passi all’indietro torna fuori dal ristorante. Sam spinge ancora un po’, con gli occhi chiusi, l’orrore all’indietro. Spinge via il suo dolore di sorella, e per questo si sente un po’ egoista. Sarà giusto, per la sorella di un assassino, soffrire così, come soffrirebbe la sorella di una vittima? Non lo sa che il dolore è di tutti, è uno solo ed è sempre lo stesso, un groviglio così informe che non sai da che parte prenderlo, e che quindi puoi solo spingerlo via. Spingere via tutto il dolore e tutto l’orrore che c’è. Mantiene la concentrazione, Sam. Sta lì rannicchiata fino a che non esiste più quell’uomo incappucciato che urla Dio è grande.  Quell’uomo che è Hamza, anche se lei adesso non lo sa più.

Fuori di lì si stira i muscoli, che razza di freddo. Ritrova le tracce fresche sulle foglie ghiacciate, gioca a ricalpestare i suoi passi, leggera esce dal parco, va verso casa. Ci vuole un attimo, perché la strada del ritorno è sempre più veloce di quella dell’andata. Un ragazzo in bicicletta la affianca, le dice qualcosa, lei guarda sempre diritto davanti a sé, come le ha insegnato la mamma. Lui le chiede che cosa ci faccia in giro a quell’ora, se non abbia paura o semplicemente freddo. Ti accompagno a casa, che è pericoloso, qui la notte. Samira guarda avanti e sente le parole, ma anche senza voltarsi è come se le vedesse sbuffare in nuvolette bianche attraverso la sciarpa. Tanto, sai, io sono abituato al pericolo, faccio il lavoro più pericoloso di tutti, di questi tempi. Faccio il cameriere in un ristorante, quello che c’è giù in fondo a questa strada. Stacco ora. Senza pensarci Samira si volta, del resto oramai è sotto casa. Il cameriere ha gli occhi azzurri e un sorriso gentile. Sentiamo un po’, da quando in qua sarebbe un lavoro pericoloso fare il cameriere? Comunque, io sono arrivata a casa, abito proprio qui: scampato pericolo, no?

Non basta un Sì

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Nino ha dodici anni, capelli arruffati e gli occhi colore del cielo a bucare un viso spruzzato di lentiggini. La mamma ogni mattina, quando lo vede scendere in cucina per la colazione, pensa che sia il bambino più bello del mondo. Allora lo tira a sé per sbaciucchiarlo, ma lui si divincola, insofferente: “Dai, mamma, mollami…” Trangugia caffellatte e cereali, infila una tuta e le nike e corre fuori nel mattino intirizzito. È l’unico, in casa, a uscire presto. Papà infatti si alza sempre più tardi. Una volta era il primo a saltar fuori dal letto, per andare in fabbrica: una tazza di caffè nero bollente, prima di infilare per la tracolla il borsone di tela con dentro tuta e scarpe antinfortunistiche e prendere la porta. Poi la fabbrica ha chiuso e ha riaperto in Turchia, ma papà non poteva andare a lavorare fin laggiù. Così papà ha cominciato ad alzarsi sempre più tardi. La mamma la mattina sta in casa, perché lavora al pomeriggio. Esce prima che lui torni da scuola, così gli prepara una bella fondina con la pastasciutta già condita e la lascia lì, sul tavolo, coperta da un piatto capovolto. A volte Nino arriva a casa che ha così fame che non la scalda nemmeno nel microonde, la divora così, quasi senza respirare. Il pomeriggio la mamma lavora in banca, all’università e nel reparto pescheria di un supermercato: non sempre in tutti e tre i posti, a volte in uno, a volte nell’altro. Fa le pulizie, la mandano dove c’è bisogno. Quando torna dalla pescheria non le si può stare vicino dall’odore che manda. Papà dice che le danno una paga così di merda che tanto vale lavorare in nero, che almeno si guadagna meglio. Mamma gli risponde che se ci badasse lui, di mattino, alla nonna, lei potrebbe lavorare a tempo pieno e guadagnare di più. Poi, di solito, mamma e papà litigano: la mamma vince sempre, perché grida più forte, ma poi si chiude in bagno e Nino la sente che piange, dietro la porta. La nonna un giorno ha detto a Nino che sarebbe meglio che lei morisse, che è colpa sua se tutto va a rotoli, perché è un peso per la famiglia. Almeno prima c’era una ragazza del comune che le dava una mano a casa, perché la nonna fa fatica a camminare, così si arrangiava. Ma adesso il comune ha finito i soldi perché doveva costruire nuovi palazzi e un grande ponte e così non ha più mandato la ragazza. Così la nonna è si è trasferita a casa con loro, e ora si sente un peso per la mamma e vorrebbe morire, almeno è quello che dice, anche se Nino non ci crede poi tanto.

Alla sera papà guarda spesso i canali con le televendite e le pubblicità. Forse gli piace guardare quello che non può comprare; forse, quando fissa lo schermo con lo sguardo assente, non ascolta e non guarda davvero. Negli ultimi tempi, c’è un venditore nuovo un po’ insistente, uno che dev’essere proprio bravo, pensa Nino, se lo chiamano dappertutto. Dice che basta un Sì, perché tutto cambi. Nino pensa che sarebbe proprio bello, se tutto cambiasse, la fabbrica riaprisse, la ragazza del comune tornasse a preparare il pranzo alla nonna e la mamma non si chiudesse in bagno a piangere, la sera. Nino vorrebbe davvero vedere cambiare l’Italia, come dice il venditore in TV. Allora cerca di capire meglio. Gli viene in mente di quella volta che era venuta a casa una signora, per vendere un aspirapolvere potentissimo e versatile. La rappresentante, così si era presentata, faceva tutta una lunghissima dimostrazione, puliva mensole tappeti e termosifoni con facilità e leggerezza, ma non diceva mai il prezzo. Poi alla fine della fiera, quando la mamma era ormai convinta a comperarlo, è venuto fuori che costava un occhio della testa. La mamma non l’aveva più voluto, ma aveva comunque detto che la signora era proprio brava a vendere le cose. Ecco, anche il tipo in TV probabilmente è bravo come lei, visto che anche lui non arriva mai a dire il prezzo; magari, pensa Nino, te lo sussurra solo all’ultimo secondo, quando ormai hai già la penna in mano per firmare il contratto.

Anzi, no, a pensarci bene il venditore della TV è più bravo. La rappresentante infatti ti faceva tutta la dimostrazione, per riuscire a venderti l’aspirapolvere. Questo qui ti dice che cambia l’Italia, ma non si preoccupa nemmeno di fare la dimostrazione. Non è che poi uno paga e niente cambia? Nino è confuso, Nino è fragile. Ha dodici anni, le lentiggini e gli occhi blu. Guarda il babbo assente, illuminato dalla luce azzurrina del televisore. E ha bisogno che tutto cambi davvero, Nino, non di qualcuno che gli parli di cambiamenti epocali affinché tutto rimanga com’è.

Non basta un Sì, proprio per niente, superficiali cinici scippatori di sogni. E no, se è per questo, non basta neanche un No.

Il califfato sulle spiagge, parte seconda

a-tutto-zumba-brolo-4443-300x223I bagni più in della Riviera ligure di Levante pompano la stessa musica truzza, ma li sgami subito che non sono dei paradisi per tamarri in stile Rimini, perché i baristi sono particolarmente parsimoniosi sulla quantità di superalcolico che versano nei cocktail e i bagnini hanno il sorriso e l’energia dell’impiegato del catasto a un mese dalla pensione. Così tanto vale ripiegare sulle spiagge comunali, con gli asciugamani stesi direttamente sulla sabbia e con gli ombrelloni del Decathlon, piantati alla bell’e meglio, che finiscono facile preda del maestrale a seminare il panico tra le famiglie assise attorno alle ghiacciaie a condividere Moretti, coca-cola e ciotole di riso venere con i gamberetti guastati dal sole. Il chiosco, anche qui, ha la radio a mille. Anche se non sono ancora le dieci. Anche se è il 15 luglio e ti sei svegliato con l’immagine di decine di corpi schiantati da un camion frigo sulla Promenade nizzarda. Il giornale radio lo ha appena ricordato, benché si sia soffermato più che altro sul fatto che la tappa del Tour de France di oggi, la crono, si svolgerà regolarmente, ma solo dopo un momento di raccoglimento. Perché la vita deve andare avanti, perché non abbiamo paura, perché le bestie non ci fermeranno. Sembra un comandamento, questa cosa, dell’andare avanti. Ora, infatti, alla radio del chiosco un dj mescola brani vintage ai ributtanti successi dell’estate 2016. Tra un brano e l’altro infila una serie di banalità, urlando come se fosse seduto sulla griglia di un barbecue. Quando introduce il pezzo di Fedez e J-AX si sente in dovere di dire qualcosa, avverte probabilmente un certo stridore tra la sua foga forzata da animatore Valtur e la brutale realtà della cronaca di questi giorni: “Beh, ragazzi… sappiamo tutti cos’è successo, no? E allora non possiamo stare indifferentiiiiii! Bisogna che in qualche modo andiamo avantiiiiii! E allora godiamocelaaaaaa questa estateeeeeeeee!” Il vicino d’ombrellone è un tizio uguale a Mario Monti, ma con una lunga barba: potrebbe benissimo essere un islamico moderato. Alla sparata del dj solleva un sopracciglio, poi prosegue nella lettura di un Maigret spiegazzato. Alle undici il programma del chiosco propone il corso di Zumba. Salta fuori un tipo tutto nervoso e dinoccolato, che assomiglia pericolosamente a quello che alla sera raccoglie le cicche dalla sabbia con il retino, ma con in più un cappello a sonagli. Il barista, al microfono, lo presenta come il migliore istruttore di Zumba della Riviera. “Minchia, che credenziali!”, sbotta Monti. Il volume della musica aumenta e quattro zombie iniziano a scimmiottare il maestro di danza: sudano forte e si procurano distorsioni alle caviglie sulla sabbia infuocata. Poi la musica cessa di colpo, l’istruttore bercia: “Ragazzi, su le mani tutti! Facciamo vedere a questi bastardi dell’ISIS che non ci fermeranno mai! Che non abbiamo paura!” Segue un uhh! collettivo della spiaggia, poi di nuovo via col tunz tunz a palla.

Il Mario Monti barbuto si leva gli occhiali e si stropiccia le rughe. “Sarà che io un po’ di paura davvero ce l’ho.” Sbotta: “Sarà che io tutta questa voglia di sfrenarmi davvero non la sento più, che sono vecchio. Tutta questa necessità di fare come se nulla fosse, come se non si stessero ancora contando i cadaveri, i dispersi, che poi sono decine di vite strozzate e centinaia di persone sprofondate nel buio di un dolore assurdo… Non bisogna farsi intimidire, certo. Bisogna andare avanti. Anch’io sono qui, mi leggo un giallo, per carità. Ma tutto questo bisogno di divertirsi a ogni costo, senza concedersi nemmeno una mezzoretta per riflettere, insomma, di fare come se non ci fosse un domani, non sarà mica un’esigenza del capitalismo consumista più ignorante piuttosto che la risposta dignitosa che dovremmo attenderci della nostra cosiddetta civiltà occidentale?”

“Beh, professore. Se lo dice anche lei…”

Il califfato sulle spiagge, parte prima.

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L’erosione costiera nel Levante ligure è direttamente proporzionale alla diffusione sulle spiagge di giochi, di squadra o individuali, che prevedono l’uso di racchette, mazze, palle, palline, ovali, giavellotti, boomerang, bolas e dischi volanti di diverse taglie. Il bagnante che non sia abituale in questi luoghi, resterebbe forse sorpreso da come, su queste strisce di sabbia o ciottoli ogni anno più risicate, si riesca contestualmente a svolgere un così elevato numero di attività ginnico-ricreative. Stormi di oggetti in volo, neri contro il sole come cattivi pensieri, inseguiti da branchi di sportivi scalzi e sudati. Certo, qualche incidente, data la densità dei bagnanti, è inevitabile, ma il clima lieve di festa e serenità resta in ogni caso ineguagliabile e appagante.

Una vecchina impegnata nella passeggiata sul bagnasciuga, passi incerti e ginocchia gonfie è colpita alla nuca da un ovale da rugby spiovente da una ventina di metri d’altezza: cade in acqua, faccia in giù, forse svenuta. Una medusa si sincera delle sue condizioni allungandole un tentacolo lungo il collo. Un ragazzone americano, cento chili ammucchiati a manubri e bistecche, rincorre un frisbee scalcagnando la sabbia: stacco, presa plastica in volo: “Wow, it’s mine!” e atterraggio con tallone destro sul cranio di un tizio, mezza età, che dorme steso su un fianco. L’osso parietale del cranio cede di schianto, lo schiocco di una noce che si rompe, la poltiglia di sangue e cervello che si allarga sul telo mare a fantasie afro; il tipo stira le zampe di scatto, irrigidisce la schiena e continua a dormire. Una bimba stampa una torre merlettata col secchiello, perfetta, un lavoro coi fiocchi; si rizza in piedi trionfante, chiama: “Papà, guarda!” Un istante e un dardo scoccato a bruciapelo da un’amazzone brianzola la trafigge in un occhio. La bimba resta in piedi, con il secchiello in mano, assorbe tutta l’aria che può in due tre secondi di silenzio surreale, poi lascia partire l’urlo più acuto che sia mai risuonato su questa terra. Il papà è assorbito dalla messa a punto del mirino di una cerbottana di precisione in fibra di carbonio, così sussurra alla moglie che sta tirando al piccione con la fionda: “Jessica, vedi un po’ cosa vuole la bambina!” Stesa alla mia destra c’è una signora, una di quelle persone completamente votate alla tintarella, che se ne stanno perfettamente immobili per ore, così da non sprecare un centimetro di radiazione solare. A un palmo dal suo orecchio destro c’è il punto che un gruppo di teenager ha eletto a luogo di battuta di una serie di calci di rigore. Il primo piazza il pallone, quindi rivolto a quello che pare il portiere mima il gesto del cucchiaio, infine fa partire una bomba: una trentina di metri più in sopra le nostre teste intuisce e blocca un gabbiano basito. La fanatica della tintarella salta su, afferra il calciatore per un polso: “Adesso basta, ancora uno e faccio venire i vigili, o la Guardia Costiera!”. Il tipo la guarda e le fa: “Eh, sì… e poi? Viene anche l’ISIS?” Fa un rutto e si volta, mentre il secondo rigorista sistema con cura la sfera sul dischetto.

C’è qualcosa che non torna nel ragazzino che per rendere in modo iperbolico la minaccia rappresentata dall’intervento di un’autorità pubblica tira in ballo l’IS? Probabilmente no. Probabilmente non è che il prodotto di una cultura che ci spinge sempre di più a guardare il mondo unicamente dal nostro ridottissimo angusto punto di vista. Che ci ripete che al di là dei nostri confini, fuori dal nostro paesino, oltre le mura di casa nostra, fuori dal gruppo di amici, dalla nostra famiglia, c’è il nemico: che sia il vicino Anacleto, lo Stato, il migrante o l’organizzazione terroristica. Io ho il sacrosanto diritto di farmi i fatti miei, tutto quello che mi passa in mente, sempre e ovunque, non importa che il mio comportamento sia consono o inadeguato, che si tratti di azioni giuste o sbagliate; chiunque, in qualsiasi modo, per qualsiasi ragione, mi intralci è un nemico. O forse è soltanto che il ragazzo ha una gran confusione in testa. In ogni caso è in buona compagnia.

L’ultima lezione di Rudi

autoscuola_2Rudi, il mio istruttore di scuola guida, è un omone burbero, la voce levigata da migliaia di Marlboro e il volto corroso da un’acne impietosa. Ora deve essere piuttosto anziano, ma se la vista non mi inganna, lavora ancora: l’ho visto specchiato nel retrovisore, qualche giorno fa, dopo aver sorpassato una Clio nera con il marchio dell’autoscuola sulle portiere. Credo fosse lui, la sagoma enorme sporgente verso il sedile del guidatore era difficilmente confondibile. Aveva l’abitudine, Rudi, quando all’esercitazione di guida sedeva una ragazza, di cingere con un braccio il sedile dell’allieva, facendo scivolare la zampa attorno al poggiatesta e lasciando penzolare morbide le dita sulla spalla della guidatrice, mentre chiudeva la mano destra sulla sinistra della malcapitata per assecondarne le manovre al volante. Il volto sfigurato, enorme, arrivava a sfiorare il lobo dell’orecchio dell’allieva, a sussurrarle cose che noi altri, in macchina in attesa del nostro turno di guida, non arrivavamo a intendere. Una grande fortuna è stata per me essere uomo. Quando prendevo il volante io, Rudi abbassava il vetro dal suo lato, si sporgeva dal finestrino a fumare, sbracciandosi per salutare centinaia di conoscenti nel traffico, completamente indifferente al mio incedere a strappi, travolgere ostacoli, bruciare rossi, giustiziare anziani incerti sulle strisce pedonali. Un grande insegnante, Rudi. Praticamente un maestro di vita.

Quando sostenni l’esame di pratica per la patente B, mentre rientravamo dagli uffici della motorizzazione all’autoscuola, Rudi diede a me e ad altri due neopatentati la sua ultima lezione. Sulla tangenziale, guardando fisso davanti a sé con l’ombra di un sorriso compiaciuto sul volto distrutto, premette l’acceleratore a fondo, a lungo, fino a portare la lancetta del tachimetro della Punto diesel d’ordinanza a sfiorare la tacca dei 150 km/h. Percorremmo a quella velocità folle tre o quattro chilometri di tangenziale, nell’ora di punta, facendo lo slalom tra le utilitarie dei lavoratori che tornavano a casa per la pausa pranzo. Finalmente arrivammo all’uscita del centro e in pochi minuti raggiungemmo la sede dell’autoscuola, dove con una fugace stretta di mano le nostre strade si separarono.

Non ho mai dimenticato la lezione che Rudi, quel giorno, ha voluto darci. La lezione finale del suo corso. Ci aveva portato in giro per la città a trenta all’ora, per settimane, insegnandoci, più o meno, a dare precedenze, rispettare i limiti, la segnaletica, insomma, le norme del codice della strada. Infine, prima di lasciarci, ormai patentati, ci ha voluto dire: ora di tutto quello che avete imparato dovete fottervene. Le regole, quello che si studia, non c’entra nulla con la vita reale. Del resto si tratta di una convinzione ben diffusa, oggi, nella nostra società, ben integrata nel pensiero dominante, e non riguarda certo solo il codice della strada: norme, procedure, e più in generale tutto quello che si studia non sono altro che quattro idiozie da spappagallare al commissario di turno, per il pezzo di carta. Poi si fa quello che si vuole. Questo avrebbe voluto insegnarmi, con la sua folle corsa in tangenziale, il vecchio Rudi. Un grande insegnante, in pratica un maestro di vita.

Oggi, molti anni dopo, mi accorgo che Rudi, involontariamente, mi ha insegnato davvero qualcosa di prezioso. Mi ha fatto capire, per opposizione, quello che un insegnante non deve mai essere, non deve mai volere: essere funzionale alla propagazione del pensiero dominante. Ecco, è per Rudi l’istruttore e il suo esempio becero che io non dirò mai, a un mio alunno: “Ripeti questa cosa, è una fesseria. Ma poi ti diplomi e te ne scordi.”

Sui giovani d’oggi

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L’ultima campanella dell’anno scolastico ha svuotato le classi e affollato i centri commerciali di studenti arruffati, che siedono schiena contro schiena nelle vie artificiali dello shopping forzoso, fissandosi con trepidazione i quattro o cinque pollici retroilluminati. Coppietta: “Amore…” fa lei, “ci facciamo un selfie con l’asta?” “Però lo facciamo con il tuo, stavolta, che il mio ha appena il 20%!” Quattro passi più avanti: due amiche tormentate dall’acne e dalla parrucchiera low-cost: “Ha fatto l’accesso cinque minuti fa, ma non ha visualizzato…” “Te l’ho detto che quello è uno stronzo. Io vado a prendere una pizza con le patatine.” “Ma non eri a dieta?” “Sì, ma adesso vado in palestra, guarda, ho fatto la foto di me sull’elliptical trainer” “Beh, allora? Sei lo stesso una cicciona!” Allungo il passo, qui sembra di essere a scuola, devo fuggire al più presto. Basta teens fino a settembre! Mio inesistente dio degli insegnanti flippati ti prego, levameli di torno, in cambio ti prometto una preghierina in terza rima. Arraffo un pranzo pronto della Coop, il romanzo di Gesuino Némus e fuori di qua. Boom, la botta di caldo post-aria condizionata, la macchina nera una gabbia incandescente, infilo i guanti per riuscire a toccare il volante. Via.

Piscina comunale, minimo sindacale di relax e frescura prima di ingaggiare liti furibonde agli scrutini. Acqua ghiacciata, ombrelloni liberi, musica tamarra soffusa, due bracciate a stile: lo sport è un ottimo alibi per correre subito a farsi una Corona bella fredda con la fettina di limone nel collo della bottiglia. Una bella sorsata e… orrore! Alunne. Di prima C. Galleggiano su salvagentoni gonfiabili gialli nella vasca dei bambini. Si spintonano, si scalciano, si urlano: “Mi bagni il telefono, troia!” Resisto all’istinto sedimentato negli anni che mi porterebbe a richiamarle: “Uhè! Vi dà di volta il cervello?” Mi vado a stendere al sole.

Sotto l’ombrellone alla mia destra c’è un brutto ceffo: brizzolato, occhiali, velo di barba delle cinque, dita affusolate che reggono un buon libro. Probabilmente un prof. Sbircio la copertina nascondendomi dietro la Corona: roba da intellettuali democratici, che mette alla berlina la borghesia schizofrenica newyorkese. Sicuramente un prof. A sinistra invece ci sono tre ragazzi. Almeno questi non sono alunni. Sembrano educati. Faranno il ginnasio. Se ne stanno in silenzio venti minuti. Poi uno si alza, sputa qualcosa per terra e propone: “Facciamo la gara a chi sputa gli smarties più lontano?” Un compagno si alza, si carica in bocca un po’ di confetti con una manata e inizia a soffiarli fuori con forza. Un tiro notevole, farà strada il giovanotto. “Oh, oh! Aspetta che faccio il video!” Urla il terzo agitando un iPhone.

Mi volto di nuovo verso destra: il tizio chiude il libro, sfila gli occhiali e li ripone con cura nel loro astuccio. Che uomo palloso. Mi guarda con aria complice. Mi fa: “Che generazione di inetti. Non combinano niente. Pensi un po’ quando andranno a votare, questi qui, cosa succederà.” “Perché noi, invece? Che cosa abbiamo combinato di bello? Che cosa è successo quando siamo andati a votare noi, eh? Niente, direi, per andarci leggero. Solo non lo abbiamo condiviso su facebook, il nostro niente.” Il tizio fa una smorfia di disgusto, mi guarda dall’alto in basso: “Ehi, ma che cazzo hai, sei malato? Non si può neanche parlare male dei giovani?”

Pulizie di primavera

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Nel disordine dei nostri garage si riflette la perdita di certezze dell’uomo contemporaneo. La macina spersonalizzante del turbocapitalismo finanziario ci ha reso soli e impotenti. Solleviamo la saracinesca e di fronte alla confusione, stratificata in lunghi anni di incuria, oscilliamo tra nipponiche tentazioni di decluttering e sogni da maschio bianco alla Walt Kowalski: trascorrere un’intera esistenza ad accumulare, sistemare, accudire attrezzi nell’autorimessa, tempio da consacrare a una Gran Torino qualsiasi. La realtà, lo sappiamo, è che non ce la faremo mai a scegliere una strada o l’altra e, generazionalmente votati al disordine, lasceremo le cose come stanno, eccezion fatta per qualche effimero intervento di maquillage.

Così, mentre lo stato sociale va in pezzi, il sistema sanitario nazionale, la scuola, la previdenza sono allo sbando, lo Statuto dei lavoratori e tutti gli avanzamenti del diritto e culturali si sbriciolano come certa carta estenuata dal tempo, noi fissiamo abbattuti la nostra vita depositarsi nel box. Latte di vernice sul cui fondo induriscono rocce sedimentarie non ancora classificate; ricambi per automobili rottamate da anni; cassette degli attrezzi stracolme di chiavi, brugole, pinze arrugginite e cacciaviti spuntati; cataste di VHS, CD, DVD ricoperte di polvere e innervate di cavi elettrici, antenne, cavi ethernet o USB; tende da campeggio, tappetini per auto, lampade, latte d’olio minerale, diverse edizioni incomplete o con volumi doppi del Baldi, del Luperini, del Ferroni, eccetera. Qui, dove tutto si accumula, tutto è senza un perché. Come le statue (africane?) di legno che qualcuno ha comprato a una fiera, come le scatole di cartone di cento traslochi mai finiti davvero.

È che non abbiamo mica tempo per pensare a tutto, oggi come oggi, ci diciamo. E come si fa? Con il lavoro, gli impegni, le code da fare alla banca o alla posta. Lasciamo  le cose ad ammucchiarsi e forse, inconsciamente, confidiamo in questo guazzabuglio come forma di previdenza complementare: quando dopo decenni di contributi versati, da ultrasettantenni, avremo bisogno di sostituire qualcosa che ci si è rotto in casa, e l’assegno dell’INPS sarà così magro da non potercelo permettere, allora scenderemo quaggiù a frugare tra la roba impolverata che non si sa mai, un bicchiere buono, una lampadina, un rotolo di scotch marrone da pacchi, salterà pur fuori.

O forse non è questione di tempo, né di altro, forse è solo pigrizia. L’indolenza che ci prende di fronte al disordine privato dei nostri oggetti è la medesima indolenza che ci induce ad accettare il disordine pubblico del presente stato delle cose, a rinunciare alla lotta, alla partecipazione. Un’indolenza comprensibile, certo, quando pare che per raggiungere ogni obiettivo, ancorché minimo, si debbano scalare montagne, quando l’impresa è impossibile. Comprensibile ma non più giustificabile, quando da difendere non ci resta oramai molto altro oltre alla dignità.

Vongole corsare

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Ficcare la macchina nell’unico buco rimasto non è mica impresa da poco, se il sole che picchia sulla carrozzeria nera ti spreme via le estreme energie vitali in forma di grosse gocce di sudore. Cali manate sullo sterzo sbuffando: che affanno il vivere moderno. Alla radio, tanto per cambiare, c’è un cuoco che espone la sua visione del mondo. Sollecitato da un giornalista pennella risposte di ampio respiro, al limite del visionario. Da un ristorante stellato arroccato sulle Prealpi lombarde pare possa partire una riscossa culturale destinata a schiantare lo Stato islamico, levando terreno fertile di sotto i piedi dei reclutatori di terroristi combattenti. Si tratta di riscoprire i cereali integrali e i legumi ad alta digeribilità, abbinandoli alla tenera sapida carne di beccaccia e di farne un cutter con il quale squarciare la coltre spessa di ignoranza che chiude le periferie d’Europa nell’odio, come tante Moelenbeek. Perché il cibo, cazzo, è cultura. Una prospettiva originale, suggestiva, feconda.

La conferenza si tiene in una sala ancora più calda dell’abitacolo surriscaldato dal sole dell’automobile nera. Più calda e più umida: i fiati di decine di letterati dolenti appestano l’aria. Il vecchio critico è curvo sul microfono, lassù, dietro il cavaliere segnanome in plexiglass, è un vero guru: con gli occhi chiusi emette un paludato continuo gorgoglio di granitiche certezze, giudizi taglienti, ritratti affilati come lame di uno chef. Traccia linee, suggerisce canoni. Raccoglie gli applausi entusiasti della platea, risponde a qualche domanda. Ci sono i soliti professori dei licei che saltano su, che chiedono che cosa sia il Novecento, oggi che il Novecento è trascorso. Semplice, fa lui: Svevo, Pirandello, Montale e il Gadda. Buono a sapersi, rispondono loro, speriamo che con una nuova riforma allunghino di un anno la scuola superiore, così ci arriviamo. C’è uno che si azzarda a reclamare un posto per Pier Paolo Pasolini. Il guru è categorico: Pasolini, per carità! È imbarazzante come letterato, come cineasta fa venire l’orticaria. In due secondi ci ha convinti tutti: e come no? Abbiamo tutti studiato sui suoi libri e tutti insegniamo a studiare sui suoi libri. Ma nemmeno Ragazzi di vita? No. Nemmeno quello.

La macchina è ancora più calda. Giri la chiave e si accendono i fari, le frecce, i ventilatori, i tergi la cui leva hai per sbaglio urtato con il dorso della mano e, naturalmente, la radio. In diretta c’è uno che parla di vongole del Pacifico i cui sughi, dice, adeguatamente filtrati, si sposano con anguria a dadini e semi di vaniglia per un aperitivo diverso. Pare che questo piatto singolare serva a far capire a tutti noi che la diversità è un valore, e che perciò sia un modo nuovo per combattere varie declinazioni della violenza: il bullismo, gli ultras del calcio, il femminicidio. Perché il cibo, cazzo, è cultura. Guidi nel traffico, il cuoco ora è lì che disserta sulle primarie USA: si chiede se Donald Trump possa davvero mantenere ciò che promette. Pensi alla voce discreta di Pasolini in un filmato Rai: quella omologazione che il regime (fascista n.d.r.) non è riuscito assolutamente ad ottenere, il potere di oggi, che è il potere della civiltà dei consumi, invece riesce ad ottenere perfettamente. E certo, è vero, il critico ha buone ragioni: Ragazzi di vita non è La cognizione del dolore, non è La coscienza di Zeno. Ma di cose importanti, lucide, su questo orrore in cui annaspiamo disperati, Pier Paolo Pasolini ne ha dette.

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