Archive | maggio 2015

Spezzo il gessetto

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Dice mio padre che correre in campagna fa male: “Chissà che cosa spruzzano, gli agricoltori, nei campi. Meglio che stai qui, in città, ad allenarti.” Forse ha ragione e, a conti fatti, concimi chimici e antiparassitari avvelenano l’aria più delle file di auto. Molto più probabilmente è la diffidenza innata di chi è venuto su nei vicoli del Carmine per tutto ciò che non è grigio ma verde. In ogni caso, caro Matteo, in questi giorni in cui tu riformi la scuola, le geometrie sghembe delle strade che tagliano basse tra i campi mi aiutano a riflettere. Così, nel tardo pomeriggio, con la terra che scappava via sotto le Asics a ricordarmi che né io né te contiamo nulla in quest’universo, ho ripensato serenamente alla tua letterina e al tuo videoclip con la lavagna. Mi dici che dobbiamo discutere, ci dobbiamo confrontare, che le chiusure e i NO non portano da nessuna parte. Che è bene che troviamo un accordo.
Mi racconti che, per esempio, potrei non storcere così il naso davanti all’introduzione della filosofia del capo e del capetto nel sistema formativo. Che la collegialità paralizza la scuola, così è bene che per prendere decisioni efficaci ci sia una figura dirigenziale con le mani meno legate, che si assuma in prima persona le responsabilità. Potrei venirti incontro, come mi chiedi, e accettare che il capo abbia più poteri. La democrazia del resto non vive un buon momento nel nostro Paese, perde terreno in ogni settore, dalla politica al lavoro, perché non nella scuola o addirittura nella famiglia, con un ritorno in pompa magna della figura del pater familias plenipotenziario su moglie e figli. Democrazia, uno scherzo strampalato uscito dalla guerra mondiale, una breve fiammata, scriveranno i libri di storia. Potrei rassegnarmi, venirti incontro.
Ma come, mi dici poi, ti fanno schifo i soldi dei privati alle scuole autonome? Rifiuti i contributi raccolti con il cinque per mille? Non ti piacerebbe che il tuo Istituto avesse fondi da investire? Quante storie! Se poi magari ti ritrovi un marchio in aula fai finta di non vederlo, no? Pecunia non olet. Non ti piacerebbero gli sghei che ti darei in più come premio per il merito? Mica siete tutti uguali. Chi lavora di più, guadagna di più. Non illuderti, caro Matteo, non mi convincerai mai, così come non mi convincerai che autoritarismo sia meglio di democrazia. Però potrei venirti incontro e non essere così rigido. Potrei chiedere ai miei studenti dei corsi serali di versare il loro cinque per mille di disoccupati alla scuola, in aggiunta al “contributo volontario” di centocinquanta euro che già pagano obbligatoriamente. Magari, tra tutti, ci salta fuori uno Scaldatutto per le sere d’inverno. Potrei entrare in classe con la toppa di Ronnie McDonald cucita su un cappellino da baseball, perché no? E poi chiedere a uno qualunque dei miei alunni del diurno di parlare molto bene, ad alta voce, di me. Magari quando un collega del comitato di valutazione è a portata d’orecchi.
Potrei fare tante altre cose, per venirti incontro. Accettare che la tua riforma se ne sbatta dell’integrazione scolastica, della disabilità, di tutti i ragazzi più belli e soli, sarebbe la cosa più dura. Ma potrei fare anche questo.
Potrei farlo perché non ho certezze in tasca e, come dici tu, magari su qualcosa mi sbaglio. Potrei cedere su qualcosa, accettare il confronto, sperare in qualche modifica, anziché rigettare in toto il progetto della Buona scuola. Potrei farlo, ma non lo faccio. Non cedo, non mi muovo di un millimetro. Ti spiego perché. Tu hai gettato sul piatto della bilancia le centomila assunzioni di docenti precari. Hai detto: niente riforma, niente assunzioni. Non si possono separare le assunzioni dall’approvazione della Buona scuola. Perché per assumere delle persone serve un motivo, cioè la riforma. Altrimenti si tratterebbe di assumere centomila insegnanti senza ragione, in pratica la scuola verrebbe utilizzata come un ammortizzatore sociale.
Hai detto così, e hai mentito sapendo di mentire, perché tutti i futuri assunti lavorano già nella scuola, quindi i posti di lavoro per loro ci sono già, non vengono creati dalla Buona scuola. Se i precari venissero assunti, non si tratterebbe di inventare cattedre inesistenti, ma semplicemente di garantire la dignità di un contratto a tempo indeterminato a chi ha anni di incertezza sulle spalle. La dignità di poter accendere un mutuo, di accudire i figli o un genitore malato senza chiedere l’elemosina. In pratica, Matteo, mi hai ricattato. Non giriamoci intorno: io ti devo venire incontro, altrimenti tu non assumi la mia compagna, gli amici, i colleghi, gente che lavora e si sbatte come e più di me, ma che non ha la fortuna di un contratto stabile. Il ricatto segna con il marchio dell’infamia chi l’ordisce e chi lo sostiene, chi lo approva. Ecco il motivo per cui lo rigetto.
Sei spigliato, sei brillante. Sorridi davanti alla tua lavagna ardesiana e mi punti un gessetto alla tempia.
Io spezzo il gessetto.

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Bella, zio

11205992_762563470524853_991803616826747373_nDi capire come sia possibile che un servizio del TGCOM24 diventi il principale strumento di analisi della giornata di protesta No Expo, proprio non mi riesce. Pare che l’informazione affidata al social, alla condivisione, orizzontale, dal basso, prepotentemente libera, si mostri per quel che è: un mito del tutto inconsistente. Quando Mediaset chiama, la rete risponde presente.

Il network fondato da Berlusconi realizza un’intervista che è del tutto insignificante dal punto di vista giornalistico: Mattia è un ventenne che risponde alle domande di un cronista, ma non si capisce nemmeno il perché sia stato scelto o meglio, forse lo si capisce fin troppo bene. Il ruolo del ragazzo negli scontri non è chiaro, avrebbe voluto spaccare qualcosa, ma non ha spaccato nulla, parla a volto scoperto, ma porta il cappuccio (prova inconfutabile di militanza pluriennale nel blocco nero), ha poche idee, ma confuse, su proteste di piazza e cortei. Di fronte a un servizio di questo genere, l’unica reazione accettabile da parte del pubblico dovrebbe essere un bel: Beh? Ecchissenefrega!

Comunque il video comincia a girare, diventa virale, si dice. Il ragazzo viene messo alla gogna su facebook, deriso, offeso, insultato. Chi auspica randellate, chi si sbizzarisce e sogna sevizie di ogni genere. Leggo un se fosse mio figlio finirebbe dritto in psichiatria dopo essere passato dal reparto gessi. Qualcuno invoca l’intervento della mamma coraggio afroamericana, a pigliarlo per le orecchie. Qualcuno auspica una nuova Diaz, una nuova Bolzaneto. Qualcuno che, evidentemente, o non ha idea di che cosa siano state Diaz e Bolzaneto, o pensa che torturare a freddo manifestanti inermi e pacifici sia un intervento efficace contro le devastazioni.

Nascono gruppi dai nomi fantasiosi, ispirati al gergo del guerrigliero black bloc che presta il suo volto al TGCOM24: Minchia, zio, se non bruci una banca non sei nessuno; Figa zio se non bruci la banca sei un coglione; più originale il Se non bruci un coglione sei una banca ecc. Sono gruppi popolari, in molti si iscrivono, in molti condividono. In tantissimi decostruiscono l’intervista, la sezionano, per meglio evidenziare quanto, secondo loro, sia stupido e ignorante il giovane. Molti mostrano di avere acquisito fini competenze nell’analisi testuale, durante gli anni del liceo, altri commentano con supponenza piuttosto immotivata, e con un’ortografia piuttosto irregolare. Poco importa, il viso di Mattia, le sue parole un po’ sconnesse, sono confortanti, ci rassicurano in merito alla nostra superiorità intellettuale. Ma quanto siamo intelligenti, meno male.

Il quarantenne che si spertica ad augurargli cose indicibili, davanti a Mattia, si sente al suo posto, dalla parte della ragione. Ha studiato, lui. Mica come quell’imbecille figlio di operai che a ventun anni fa ancora le superiori. Mica come quell’idiota bruciamacchine che è così coglione che non sa nemmeno parlare. E che Mediaset gli offre sul 30 pollici smart ultrapiatto, mentre all’aperitivo si succhia un flûte di Franciacorta stravaccato sul divano.

C’è il mostro, signori rivoluzionari da tastiera, sbattuto in prima pagina. È un ragazzo sprovveduto come ce ne sono tanti: voi siete più istruiti, più intelligenti, o almeno più vecchi e scafati. Eccolo qui, prendetevela con lui, come se le responsabilità di quanto accaduto a Milano fossero le sue; accanitevi, mi raccomando, contro di lui e lasciate in pace il potere, che i responsabili ringraziano.

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