Archive | giugno 2014

Bar Mario

Ha sempre un certo fascino la città, al mattino, dopo le sconfitte della Nazionale: i turbini sollevano la polvere dal selciato dei borghi dietro l’Istituto Magistrale, il sole fa a spallate con le nuvole, gli edicolanti montano lenti gli espositori: tanto oggi si vende poco. Ha sempre un certo fascino la città, quando la Nazionale esce male al primo turno, come uno studente scagliato via a un esame prima ancora di avere il tempo di sedersi: qualcuno butta vuoti di birre nella campana verde del vetro mentre i baristi staccano le bandiere italiane appese con lo scotch sopra i cartelli scritti a pennarello: “Tutte le partite in diretta”. Dietro il registratore di cassa Mario, il titolare del caffè, per tutti Supermario, sta piegando meticolosamente il suo tricolore, appena ritirato dalla strada, per riporlo in un cassetto, prima di mollare uno stanco colpo di straccio al banco del bar. “Tocca aspettare gli europei del 2016, dov’è che li fanno poi?” “Ma che ne so. Senti, ma adesso chi ci viene più, a vedere tutte le partite in diretta?” “Esatto, chi ci viene?” Mi risponde Mario, che poi aggiunge: “Ho pagato, io, per far vedere le partite. Chi me li dà indietro i soldi adesso, Balotelli? Dovrebbero sequestrargli il Ferrari, a quello lì, venderglielo e risarcire un po’ di baristi.” Io, questo collegamento diretto tra la macchina del nostro centravanti e la sua scelta di investire su un prodotto dal rendimento incerto, quale i successi di una squadra raffazzonata in un mondiale di calcio, lo trovo un po’ azzardato, ma non glielo faccio notare, è già troppo furioso.

La radio, intanto, trasmette un’intervista a uno psicologo: “Ma un ragazzo di ventitré anni che cambia colore di capelli quattro volte in una settimana, secondo voi, è uno che sta bene?” Ha il tono davvero scandalizzato, il tipo, per questa storia dei capelli colorati. Mi dico che deve aver fatto il liceo classico dalle Orsoline e torno ad ascoltare Supermario, che carica il filtro di caffè e si sfoga: “È tutta colpa sua, ma si può far giocare un imbecille così?! Mica perché è nero, io non sono razzista, ma perché è un deficiente! Adesso fa anche la vittima, con ‘sta storia che è nero. E allora?” Assaggio il caffè, nerissimo, è squisito. Guardo Mario: “Buonissimo il tuo caffè. Senti, sono un po’ di anni, ormai, che quando le cose, in questo paese, non girano bene si va a cercare un capro espiatorio che molto spesso, guarda caso, ha la pelle nera. Per questo io sto con Balotelli. Per questo e per il fatto che ha lo sguardo dolce e svalvolato dei miei alunni peggiori. Perché ha un accento bresciano più pesante del mio, come quasi tutti i neri che ho conosciuto. Perché scandalizza gli psicologi che hanno studiato dalle suore e perché ha un tiro davvero potente, oltre a una notevole fantasia e duttilità tattica.”

Mario mi ascolta, poi sputa e tira fuori i conti del bar, quindi mi volta le spalle e si va a sedere a un tavolino libero.

La mia città

fornacicrotteSi sente ancora l’odore delle acciaierie, dalla ciclopedonale che corre lungo il Mella, che stamattina è intasata di podisti, di ciclisti e di padroni di cani, tutti presi in acrobazie a saltare le pozzanghere lasciate dagli acquazzoni della notte. La pioggia deve avere lavato l’aria dai gas di scarico e così l’odore delle terre che si alza dalle fabbriche domina incontrastato, come quando ero bambino. Allora era normale, le colate continue pompavano metallo fuso e vita nelle vene della città, i fumi riempivano il cielo e al tanfo di ferriera non ci facevi mica caso. Nelle nebbiose domeniche d’autunno, mio padre ci portava in Maddalena. Dalla cima del monte la nebbia di sotto era un oceano di zucchero filato, bianchissimo, una magia. Ma se aguzzavi la vista, vedevi delle macchie nere a cariare quel biancore. “Quella è l’Alfa” diceva papà: “Quella è Pietra, la Ori Martin è dall’altra parte.” Adesso quelle chiazze sono scomparse. Per la verità non c’è nemmeno più la nebbia, oggi, chissà perché. Sono scomparse per via dei filtri, dicono, che finalmente trattengono almeno una porzione di inquinanti, ma sono scomparse soprattutto perché inesorabilmente le linee di produzione si spengono,  si trasferiscono altrove, lasciando sole le bandiere della FIOM, fissate con lo scotch da pacchi ai cancelli davanti agli stabilimenti fermi. Per questo l’odore delle acciaierie, sulla ciclopedonale lungo il Mella, è una sorpresa. Come quei ruderi di architetture industriali che vedo spuntare all’improvviso, scorticati, assediati dalle sterpaglie, alla mia destra, alla mia sinistra, mentre corro verso nord, sopra Collebeato.

È questo quello che rimane di un modello produttivo che ha fatto la fortuna di Brescia. Questo, e tutti gli inquinanti che ammorbano la falda acquifera, tra i quali robaccia radioattiva come il Cesio 137, porcherie che mi scolerò assetato dopo la salutare corsetta mattutina. Dicono i vecchi: “Che vuoi che sia? Sarà vero che l’acqua è velenosa? Mah… Io l’ho sempre bevuta…” Come a dire che è meglio non indagare troppo, perché in fondo era necessario ridurre così il territorio, perché l’industria pesante desse lavoro a tutti, e anche gli operai si facessero la macchina e la casa pagando il mutuo e mandassero i figli a scuola e all’università. La democrazia del lavoro: ne valeva la pena, dicono. Mi fermo sotto le  fornaci di Ponte Crotte, tre gioielli di archeologia industriale eretti nel XIX secolo per cuocere la pietra del fiume e ricavarne calce, oggi in rapido declino per l‘incuria degli amministratori. Un luogo simbolo, forse. Un luogo dove si può decidere che tutto sia cominciato. Mi fermo qui e vi chiedo, streghe che grattate il cielo con le vostre forme sgangherate: “È stato giusto così?” Ma tanto voi non rispondete e io non so perché vi interrogo, perché arrivo fino a qui . Forse è soltanto che la mia città che in ogni parte è viva, ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita pensosa e schiva, e il mio non sta in cima a un’erta, ma qui dove lo scroscio delle acque marroni del fiume si mescola con il fragore della tangenziale, vicino ai cancelli di ferro dell’Iveco.

Come gira il mondo o giù di lì

061114_1702_Comegirailm1.jpgCapita che sorpassi un camion carico di maiali, su una di queste statali che portano dall’Appennino alla città: starci dietro è impossibile, il carico pencolante fa davvero paura e poi il tanfo è insopportabile. Allora metti la freccia, scali la marcia e vai, il più delle volte rischiando un frontale. Il cassone scivola alla tua destra, infinito. Tra le sbarre delle gabbie vedi decine di grugni incastrati, le narici che fremono succhiando l’aria di furori, l’aria della libertà, l’ultima aria pulita. Probabilmente li attende il macello: chi c’è stato e li ha visti sa bene che, quando arrivano lì, gli animali sono perfettamente consapevoli di cosa li attenda. Sfilano tristi e vanno alla morte, per il bene dei salumifici della valle del mangiare e per il male del sistema cardiocircolatorio dei valligiani. Per carità, niente polemiche. Come si fa a rinunciare al prosciutto che, tra l’altro, sul banco del reparto salumeria dell’Esselunga, ha un aspetto ben diverso? Niente nasi, orecchie e occhi tristi a impietosire cuori teneri. L’industria alimentare fa girare l’economia e le contraddizioni fanno parte del gioco. Che farebbero tutti gli arabi dei paesi qui intorno senza cosce di porco da disossare, chiedendo scusa ad Allah di un lavoro tanto blasfemo quanto necessario?

Rientri in corsia appena in tempo per evitare un Cayenne che traina uno di quei rimorchi aerodinamici per il trasporto dei cavalli. Al volante c’è un tipo con gli occhiali da sole colorati che sta proteso con tutto il torso verso una bionda. Siccome è un uomo, gesticola come un matto e le spiega per bene qualcosa, probabilmente come gira il mondo o giù di lì. Chissà come gli vuole bene, lui, al suo cavallo! Più che un animale, ti direbbe se glielo chiedessi, è un amico. E chissà com’è contento il cavallo, di andare in giro a cento all’ora dentro quel guscio di plastica e metallo… Ma, tutto sommato, sta di gran lunga meglio di quei salumi che camminano, imprigionati là, sul camion che ora perde terreno alle mie spalle.

Mentre abbassi il finestrino per fare entrare un po’ di aria respirabile e spingere via dall’abitacolo il puzzo di porco, ti ricordi che c’è stato un periodo nel quale si faceva un gran parlare della possibilità di utilizzare, un giorno, gli organi del maiale per i trapianti. Esiste una certa compatibilità, infatti, tra l’organismo suino e quello umano e sono stati finanziati studi al fine di perfezionare specie di maiali in grado di fornire organi trapiantabili senza rigetto. Chissà a che punto è la ricerca, magari non se n’è fatto più nulla. Di sicuro però c’è che i preziosi suini da trapianto non verrebbero trasportati come deportati in giro per la Pianura in questo modo agghiacciante. Sarebbero belli puliti e profumati, vivrebbero in porcilaie hi-tech con tutti i comfort, sistemati in ampie camere singole dotate di trogoli con acqua minerale, aria condizionata e filodiffusione. Morirebbero sedati e incoscienti, in un lettino di ospedale. Altro che macellazione con pistola a proiettile captivo e successiva iugulazione. Sarebbero dei privilegiati, in qualche modo, in confronto ai porcellini del tir, vera e propria icona di oppressione, con il loro musi schiacciati contro l’acciaio delle gabbie. Ma godrebbero comunque di uno status sociale inferiore rispetto, per esempio, al tuo cane: assistenza sanitaria puntigliosa e qualitativamente superiore a quella che si concede il padrone, esenzione da ogni tipo di attività domestica non ludica, priorità nella scelta dei cd da ascoltare in macchina. Un vero barone insomma. Anzi, per la precisione, una vera baronessa capricciosa.

Capita che sorpassi un carico di maiali, e che rammenti come tutto ciò che ha a che fare con l’uomo finisca inevitabilmente con l’obbedire a dinamiche di oppressione e privilegio. Bella specie, la nostra.

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