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Sam del castello

a9of8kI grandi platani del parco sono stati spogliati dall’autunno, le foglie gialle a terra ghiacciate si frantumano sotto le sneakers di Samira. Fanno uno scricchiolio che a lei, uscita di soppiatto da casa, sembra allargarsi nella notte in modo del tutto smisurato. Vuoi vedere che tutto questo baccano arriva fino alla stanza di mamma e papà e li sveglia? Proprio ora che è quasi fatta, che dopo essere scivolata lungo il corridoio evitando di inciampare in mobili, lampade, ceramiche varie nordafricane made in China e scarpe dimenticate al solo lume del Samsung, dopo essere addirittura sfilata indenne davanti alla porta spalancata della camera dei genitori ronfanti, ma non possono chiudersi dentro come dei genitori normali?, dopo aver aperto l’uscio ruotando lentissima la maniglia, ma così lenta che ha fatto girare la leva piano come la lancetta delle ore nell’orologio della sala, con la stessa circospezione che usa il protagonista di un racconto che ha letto a scuola, dove un vecchio viene ucciso ma il suo cuore rivelatore accusa l’assassino, dopo un siffatto miracolo di autocontrollo questo dannato crick crock delle foglie mi farà scoprire. Sarà scoperta e, ovvio, punita. E la punizione sarà severa e implacabile, perché la mamma è disperata, il papà è disperato, e le punizioni dei genitori disperati sono spietate, crudeli, come il male che li rode dentro. È quasi arrivata, la luce metallica della luna filtrata da nuvole di rami nudi inquadra la meta, uno scheletro di legno e acciaio. Fa così freddo che il metallo deve bruciare a toccarlo a mani nude, pensa Sam. Immagina la sensazione così bene che la sente quasi salirle dai polpastrelli lungo i polsi e su per il braccio, come una lametta da barba strisciata a fil di pelle, con la pressione che basta a graffiare. Cammina sulle foglie, e ancora crick crock, ci sei quasi… rivede la mamma in piedi davanti alla TV, la mamma stringe la cornice con la fotografia di Hamza, dove lui è vestito con un completo blu e sorride con gli occhi, i soliti capelli leccati con il gel e il sopracciglio destro spaccato da una cicatrice. È una foto di due anni fa, di prima che suo fratello sparisse nel nulla. Il papà fuma seduto al tavolo di cucina, su quello che resta della cena interrotta, con la felpa dell’adidas macchiata, la barba lunga a chiazze, i capelli un impasto confuso di fili grigi sottili e neri, più spessi. La mamma lascia cadere la fotografia, il vetro si spacca. Mamma ha rotto la foto, bisognerà sostituire il vetro, aggiustare la cornice. Il papà le risponde di no. Sam, non è vero che le cose si possono aggiustare, quando si rompono si rompono e basta.

È una specie di castello, una di quelle costruzioni dove i bambini giocano arrampicandosi su funi o aggrappandosi a grossi anelli di metallo, incespicando su passerelle di corda, rincorrendosi su piattaforme basculanti, per poi tornare a terra scivolando su pertiche o piani inclinati. Almeno, a lei sembra un castello, ci sono persino dei merletti, ma ricorda che altri bambini ci vedevano una casa nel bosco. Casetta o castello che sia, la notte di ghiaccio la veste di un velo impalpabile, spettrale. È venuta sin lì per quello che c’è proprio al centro della costruzione, sotto un pianerottolo protetto a sua volta da una tettoia di plastica arancione: una specie di stanzetta senza porta, un parallelepipedo di legno. Vi si accede da un’apertura circolare, una sorta di oblò privo della lastra di vetro. Entrarci è complicato, bisogna prima infilare una gamba, poi abbassarsi e far passare testa e tronco, quindi richiamare l’altra gamba, ma lo spazio è stretto, perciò non è una passeggiata. Alcuni bambini non ci riuscivano, ma per lei era un gioco da ragazzi e lo è ancora, anche adesso che ha quasi tredici anni: è il vantaggio di essere minuta. Inoltre, una volta che si è dentro, non è che ci sia un granché da vedere o da fare: lo spazio è soffocante e c’è anche della spazzatura: come in tutti i posti difficili da guadagnare, chissà perché, anche qui la gente ci butta i rifiuti. Lattine mezze schiacciate e tubi di Pringles che resteranno qui a lungo, probabilmente per sempre. Sam, in quella stanzetta sotto il castello del parco, c’è stata la prima volta che aveva cinque o sei anni, con lei suo fratello che ne aveva quindi o sedici; ma poi ha cominciato a tornarci da sola. Anche se sempre di giorno e sempre con la bella stagione, quando la costruzione è popolata di nanerottoli festanti e non mette mica paura come qui, adesso, nella notte, d’inverno.

Lì dentro erano riusciti a starci in due, quella prima volta: Hamza tutto rannicchiato e dopo aver massaggiato per bene testa, gomiti e ginocchia contro il legno di soffitto e pareti, lei comoda comoda in piedi. Un caldo infernale, l’odore pungente e rassicurante del sudore di suo fratello, lo stesso di quello di papà. Cosa ci facciamo qui dentro? Le sue mani sul suo viso innamorato di bimba, chiudi gli occhi, concentrati, questo è un posto speciale, solo io lo conosco. Beh, adesso anche tu, Samira. È l’ultima estate prima di iniziare la scuola, il mondo è pieno così di posti speciali, anche a soli quattro passi da casa, nel parco, dentro una costruzione che è un gioco per bambini. Luoghi misteriosi e magici, rivelati da fratelli grandi e invincibili, sui quali è bene mantenere segreto, perché nessun altro li scopra. E adesso, dopo che hai chiuso gli occhi, concentrati. Pensa a qualcosa di brutto che ti è successo, pensaci forte e vedrai, sparirà. Ci aveva provato, aveva pensato ad alcune cose brutte, per esempio a quando era morto il gatto e lei aveva pianto così a lungo che pensava che non avrebbe mai smesso. Ma sei sicuro? Io ho pensato forte, come dici tu, ma non è successo niente. Hamza aveva soffiato e messo su un’aria esasperata. I bimbi sono davvero troppo lenti a capire per la scarsa riserva di pazienza di un adolescente. Ma non così, mica siamo in una macchina per dimenticare, per cancellare i ricordi. Non funziona così, come una gomma sulla traccia di grafite. È più… tipo una macchina del tempo, che fa andare le cose all’indietro, così che poi si possa ricominciare. Hai presente? Come un film che va all’indietro fino al punto che vuoi tu, e poi incomincia di nuovo da lì, ma  succedono cose diverse. La storia brutta resta, non viene cancellata, solo va a finire in un altro posto, in quello dove ci sei tu le cose vanno meglio. Mi sono spiegato? Non è che ci avesse capito granché, film all’indietro, un posto diverso, ma aveva intuito, aveva sentito che Hamza condivideva con lei un segreto importante, così gli aveva detto che era vero, che funzionava, anche se in realtà non era successo proprio un bel niente. Ma che funzionasse, e bene, lo aveva poi capito negli anni a seguire. Erano tante le storie, gli stupidi incidenti, i piccoli sbagli che aveva abbandonato al loro destino, con quel tornare un po’ indietro, così facile come voltare le pagine di un libro nel senso opposto: entrare là dentro e rannicchiarsi con i gomiti appoggiati alle cosce e il viso tra le mani a pensare forte per spingere via le cose storte.

Intorno al castello non ci sono foglie, solo terra gelata. Il foro d’ingresso dà sul nero, il nero puzza di freddo. Samira lascia scorrere le dita lungo la circonferenza dell’oblò, un po’ stupita: è stato un gioco da ragazzi, ora è lì. Certo, la fretta le ha fatto scordare i guanti e la sciarpa e rabbrividisce magra dentro il piumino sintetico, ma ci è riuscita: è lì e, forse, è ancora in tempo. Forse, può fare ancora girare il film al contrario, riparare quello che si è rotto. È dentro, appoggia la schiena alla parete, controlla il respiro, sente il cuore che martella. Punta i gomiti, si copre gli occhi con le dita intirizzite. La sensazione è la solita, sa che per un po’ non succederà niente, avverte solo piccoli dettagli senza importanza: la mattonella del telefono che tende la tasca posteriore dei jeans, la punta del naso bagnata come il tartufo di un cane, il rumore lontanissimo di un treno in corsa. Quando arriva è all’improvviso, succede sempre in questa maniera, che poi è come quando leggi un racconto e inizialmente ti devi fare forza per concentrarti sulle righe, ma poi un mondo intero prende forma in un baleno e tu ci navighi dentro con naturalezza, come se ci avessi sempre vissuto.

La mamma è in piedi davanti alla TV, il papà al tavolo di cucina. Il frammenti di vetro si raggrumano, il quadro si ricompone e torna tra le mani della mamma che piange, che prega, che non crede più a niente, mentre la bocca di papà si rimangia un’intera nuvola di fumo. La fotografia segnaletica di Hamza, con quel suo sopracciglio spaccato e gli occhi aperti sul vuoto che non sorridono più, diffusa dalla polizia, scompare dallo schermo della TV. La conduttrice del TG parla all’indietro, i titoli scorrono al contrario in sovraimpressione sulle immagini del ristorante recintato con i nastri della scientifica, alternate a scene in cui figure incappucciate sventolano bandiere nere del califfato: HA UN VOLTO IL TERRORISTA DEL RISTORANTE. Tutto viaggia al rovescio, la telefonata dello zio a papà: accendete la TV, il telefono che vibra sul tavolo con la fotografia dello zio che lampeggia sullo schermo, lo schermo che torna nero. Il video che gira su internet dalle ore immediatamente successive al massacro, lei l’ha guardato, come tutti, mille volte, si avvolge su se stesso. Si tratta delle immagini delle telecamere di sicurezza a circuito chiuso del ristorante, montate in modo da mostrare tutta la dinamica dell’attentato. La figura incappucciata rientra dalla porta, cammina all’indietro, guadagna l’unico tavolo occupato, stende il braccio, si vedono tre cadaveri: due uomini a terra e un ragazzo in camicia bianca piegato in avanti sul tavolo, sulla tovaglia bianca una larga pozza di sangue. La canna della pistola esita un po’, oscilla nell’aria immobile e raccoglie i proiettili che si sfilano dai corpi mentre i due a terra si rialzano e tornano ai loro menu. Sullo sfondo una signora bionda si rialza da dietro il bancone con uno strofinaccio e un bicchiere tra le mani, l’orrore dipinto sul volto sparisce. Pochi secondi e si alza anche il cameriere, la faccia esplosa torna un sorriso gentile, con gli occhi azzurri che nel video originale non si distinguono, ma che ora Sam distingue perfettamente. La pistola di nuovo dentro la giacca, l’uomo in passamontagna con pochi veloci passi all’indietro torna fuori dal ristorante. Sam spinge ancora un po’, con gli occhi chiusi, l’orrore all’indietro. Spinge via il suo dolore di sorella, e per questo si sente un po’ egoista. Sarà giusto, per la sorella di un assassino, soffrire così, come soffrirebbe la sorella di una vittima? Non lo sa che il dolore è di tutti, è uno solo ed è sempre lo stesso, un groviglio così informe che non sai da che parte prenderlo, e che quindi puoi solo spingerlo via. Spingere via tutto il dolore e tutto l’orrore che c’è. Mantiene la concentrazione, Sam. Sta lì rannicchiata fino a che non esiste più quell’uomo incappucciato che urla Dio è grande.  Quell’uomo che è Hamza, anche se lei adesso non lo sa più.

Fuori di lì si stira i muscoli, che razza di freddo. Ritrova le tracce fresche sulle foglie ghiacciate, gioca a ricalpestare i suoi passi, leggera esce dal parco, va verso casa. Ci vuole un attimo, perché la strada del ritorno è sempre più veloce di quella dell’andata. Un ragazzo in bicicletta la affianca, le dice qualcosa, lei guarda sempre diritto davanti a sé, come le ha insegnato la mamma. Lui le chiede che cosa ci faccia in giro a quell’ora, se non abbia paura o semplicemente freddo. Ti accompagno a casa, che è pericoloso, qui la notte. Samira guarda avanti e sente le parole, ma anche senza voltarsi è come se le vedesse sbuffare in nuvolette bianche attraverso la sciarpa. Tanto, sai, io sono abituato al pericolo, faccio il lavoro più pericoloso di tutti, di questi tempi. Faccio il cameriere in un ristorante, quello che c’è giù in fondo a questa strada. Stacco ora. Senza pensarci Samira si volta, del resto oramai è sotto casa. Il cameriere ha gli occhi azzurri e un sorriso gentile. Sentiamo un po’, da quando in qua sarebbe un lavoro pericoloso fare il cameriere? Comunque, io sono arrivata a casa, abito proprio qui: scampato pericolo, no?

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Venezia che muore

Venezia è un pesce che non vuole, spegnendosi, mostrare l’argento della pancia all’aria, vittima del calo demografico, del turismo insostenibile, dell’acqua, forse semplicemente della storia. 175000 residenti nel centro storico a metà del XX secolo, 61500 oggi: le cifre parlano chiaro e prefigurano, a meno di serie e onerose politiche di sostegno a chi, con la propria fisicità, sceglie di mantenere viva la Laguna, un futuro da museo a cielo aperto, un destino di plastica per una città che è stata potenza, Impero, ma anche incanto e contaminazione, sogno. In un romanzo del 1988, uscito in Italia come Notte e nebbia a Bombay, la scrittrice indiana Anita Desai disegna una Venezia struggente, filtrata dello sguardo di un ebreo in fuga dal nazismo:

Il clima, in verità, era europeo: quelle nubi minacciose di un grigio malinconico, la pioggia fine che cadeva come una rete soffice, avviluppante, per posarsi sulla testa e le spalle e inumidirle. Eppure non era Europa: qui c’era un’atmosfera magica, una poesia che a Berlino non aveva mai conosciuto.

Una Venezia, quella del racconto di Desai, che è ponte, anello di congiunzione tra un Occidente sull’orlo dell’implosione e un Oriente che forse è ancora magia, proiezione onirica, ma che di lì a poco reclamerà il proprio protagonismo. Una Venezia nobile, orgogliosa, che non c’è più, di cui già Hemingway assaporava il prossimo declino guardandolo attraverso il vetro di bicchieri appannati dal dry Martini, all’Harry’s Bar, sul finire degli anni Quaranta.

Così, insomma: Venezia muore. Muore una città che, tra mille contraddizioni, è stata un punto di incontro tra civiltà e la sua agonia mi pare simbolica, in questi giorni di fiamme, di sangue, di attentati e film indecenti su musulmani omosessuali. Una specie di progresso che è solo trascorrere inarrestabile del tempo della superficialità, dell’incomprensione, degli egoismi tritatutto.

Un pesce, però, prima di morire è disposto a tutto: ho visto una carpa, in un canale a Narbonne, battersi per dieci minuti buoni con un pescatore bambino, fino a fuggire, in un riflesso dell’acqua limacciosa. Per questo confido in Venezia, che è un pesce buzzicone ingrassato in un Adriatico che è un acquario, ma che resta un pesce: ora che il destino è marcato è il momento di un guizzo incredibile, l’ora di tornare ponte e, non si sa mai, simbolo di una possibilità.

Una pezza, del resto, la si può mettere sempre, lo dimostra proprio una vicenda veneziana: nel 2011 un’ovovia ha consentito ai disabili di attraversare il Canal Grande, nonostante Calatrava, da buon archistar, disegnando il ponte realizzato nel 2008, si fosse scordato di loro.

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