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Il capriolo

capriolo

Il podista che percorra la ciclopedonale tra Parma e Baganzola, che si sia lasciato alle spalle la carcassa mostruosa del Ponte Nuovo e i campi congelati del Milan club, poco oltre le distese di fango molle dove sono piantate le ultime case e sparsi capannoni di aziende cadenti, e il limite della città è sancito per certo dall’anello della tangenziale, appena passato un ponticello di ferro e legno che salta un fosso, incontra, figlio di un bosco di fusti sottili come peluria sulla testa di un vecchio, un compagno inatteso, un capriolo solitario. Una fugace epifania che lo accompagna da lontano correndo una traiettoria divergente finché si confonde tra scheletri vegetali e bruma perenne. Com’è che vive, qui, tanto splendore? Cosa c’entra con questa terra di nessuno, con queste pozzanghere dove salgono bolle gassose, con questi campi butterati da crateri dove rifiuti abbandonati da sempre transustanziano in materiali nuovi e misteriosi. Che ne sarebbe di un tubo catodico dismesso nei giorni dello switch-off se fosse stato affidato alle cure incostanti degli agenti atmosferici? Di uno shopper di plastica pieno dei rifiuti di un pic-nic? Di un paio di scarpe antinfortunistiche? Di un berretto di lana rossa? La risposta è qui, dove la digestione lenta della terra, in queste rive dove sono dipinte le sorti dell’umana gente, magnifiche e progressive, non tiene il ritmo dei nostri scarti. Com’è che ci vive, un capriolo, su questa crosta corrosa? Nelle acque che beve si rimescolano acidi e percolati, oli, batteri e solventi, a dare pozioni dagli esiti imprevedibili. Bruca germogli contaminati da polveri e metalli che vengono giù dal cielo e dall’A1. Scarta al clangore improvviso di un convoglio lanciato ad alta velocità, e fugge verso un rifugio che non sa trovare e che forse non esiste più.

Il podista che percorra la ciclopedonale tra Parma e Baganzola, e che si imbatta in questo leggiadro compagno di strada, ne osserva la corsa disperata e dolorosa, più facile e leggera, certo, di quella umana così goffa e macchinosa. La sente fraterna alla sua. Nelle nostre corse solitarie pare si quereli ogni malanno del mondo, ogni vita contaminata. Nelle nostre illusorie ribellioni individuali allo stato delle cose: correre, nuotare, pedalare. Non mangiare carne, non bere latte, mangiare solo verdura bio, non mettere zucchero nel caffè. Non mangiare zucchero del tutto. Andare al parco con la mascherina, non portare il bebè fuori di casa, prendere il sole con la protezione tremila. Ma ogni sforzo individuale è velleitario e non preserverà i nostri corpi dagli effetti collaterali di questo modello di sviluppo. Un modello in cui un’opinione pubblica sonnolenta accetta, per esempio, un Parlamento che raddoppia il limite consentito di emissioni di ossidi di azoto per le auto, vergognosamente prono alle richieste dei grandi marchi del settore. Per questo, sentire la corsa del capriolo fraterna alla sua è, da parte del podista, dell’uomo, un abuso. Gli animali infatti non votano, non comprano, non scrivono e non decidono le sorti di nulla. Sopravvivono nel disastro, e forse, vi si adattano. Ma non possono trovare consolazione: non hanno neppure la facoltà, nella desolazione, di percepirne il lato romantico.

Nutrire il pianeta

339 Granchio con mozzicone

L’equipaggio dei battelli che fanno la spola tra i borghi delle Cinque Terre si compone, a grandi linee, di due tipologie umane: il pirata e il bagnino. Il pirata è un tipo ligure piuttosto basso, tarchiato, di età abbondantemente superiore ai quaranta, pelato o rasato, benda nera a coprire l’orbita vuota di un occhio, dente d’oro. Il bagnino è più giovane, slanciato, biondo vaporoso, abbronzato, 5 o’clock shadow molto sexy, quando gli parli ti ascolta a bocca aperta. Accomuna entrambi i tipi una certa ruvidezza nei modi. Un uomo in sedia a rotelle deve imbarcarsi attraversando una passerella troppo stretta? Il bagnino di turno gli urla dal ponte: “Ma non cammina proprio? Zero?” Oppure interviene direttamente un pirata: “Non poteva mica stare a casa? In TV c’è il Tour de France…”
Sui battelli per le Cinque Terre è vietato fumare, anche all’aperto, anche in poppa, dove il fumo vola via e non dà fastidio a nessuno. Al solito c’è chi finge di non vedere i cartelli, e aggrappandosi a ragioni di consuetudine si accende la sigaretta, perché io qui c’ho sempre fumato, dove andremo a finire con ‘sti divieti? Immancabile l’intervento di un membro della ciurma. Non siamo di fronte a un disabile, quindi, che si tratti di pirata o bagnino il tono è sempre delicato e comprensivo. Il marinaio si avvicina al fumatore, scuote leggermente la testa, allarga le braccia, spiana uno sguardo di disarmante dispiacere: “Non è colpa mia, ma hanno messo il divieto… sa com’è, poi ci fanno la multa anche a noi.” A questo punto, prevenendo ogni straziante protesta del trasgressore, l’uomo dell’equipaggio indica con gesto largo il mare blu, oltre l’orlo della murata. Il fumatore capisce l’antifona, ciuccia un’ultima boccata neanche fosse un condannato a morte, e con uno scatto del medio sul pollice lancia il mozzicone fuori bordo. Una parabola turbata dal vento e la sigaretta si spegne nelle acque dell’area marina protetta, dove impiegherà qualche anno a smaltirsi.
Ecco mostrato come una norma sacrosanta per la tutela della salute possa diventare facilmente ragione di danno per la natura e quindi per la stessa salute che si vorrebbe tutelare. Il fatto che sia considerato normale buttare mozziconi in mare indica che un problema culturale di fondo, nel nostro paese, esiste. Del resto, basta spulciare le cronache per imbattersi in paradossi ben più gravi di quello di cui sono rei i nostri battellieri. Expo Milano 2015 offre biglietti serali gratuiti a chi utilizza i parcheggi. In pratica hai un incentivo se preferisci il mezzo privato a quello pubblico, contribuendo a mantenere alto il livello di emissioni di inquinanti nell’atmosfera. Così, per nutrire meglio il pianeta.

The flowers in the dustbin

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We’re the flowers in the dustbin […] We’re the future, your future

Sex Pistols

Imponente figura androgina avvolta nel grembiule blu, chioma scarmigliata biondo cenere, sguardo arcigno, voce roca plasmata da due pacchetti al giorno. Arrivava a scuola presto, al mattino, per correggere i nostri quaderni prima dello squillo della campana. Quando entravi in classe e la trovavi lì, in cattedra, dietro al pesante portacenere in vetro traboccante cicche morte, le tue deduzioni di bambino ti portavano a pensare che fosse lì da sempre, che la maestra vivesse lì seduta, insomma, senza mangiare né bere, semplicemente ciucciando MS. La maestra, lo dicevano tutti, era bravissima. Severissima certo, ma bravissima. Te la facevi sotto quando sbraitava, ma era bravissima. Era molto anziana, perciò era bravissima, come sussurravano concordi mamme e papà che, sospetto, avevano pure loro una discreta fifa ad incontrarla, soprattutto quando venivano convocati “con urgenza”.

Recentemente ho ritrovato un mio quaderno di quarta. Uno di quelli che voleva lei: “alto, con le pagine incollate al dorso”, non di quelli tenuti insieme da punti metallici, inadatti a strappare le pagine. Certo, perché se un compito era fatto male, lei te lo faceva a pezzettini davanti agli occhi e a te non restava che rifare tutto. Sbirciando tra le pagine, mi sono imbattuto in un mio tema e l’ho scorso rapidamente, con un po’ di nostalgia e curiosità: “Com’ero bravo, però!” Ho pensato, paragonandomi funambolicamente ai miei alunni adolescenti di oggi. “Vediamo un po’ cosa avevo preso…” corro con lo sguardo al giudizio, in fondo alla pagina: “Non ho potuto correggere il testo perché la calligrafia è illeggibile. Ricopiare!” Nelle pagine seguenti c’era il tema ricopiato per bene, con il suo giudizio in fondo: “Benino”.

La mia maestra, rigorosamente unica, non era insomma molto democratica, almeno per i canoni odierni. Niente giochi, tanti dettati, un mucchio di compiti, di libri da leggere, di poesia da mandare a memoria… e che poesia: Giovanni Berchet se andava bene, sennò Luigi Mercantini, roba così. Una volta alla settimana si facevano gli “esercizi ginnici”, ve li lascio immaginare. Con il Natale veniva la “recita” nella quale, solitamente, facevo il pastore infilandomi in bocca una grossa pipa di mio zio. In cortile non si usciva mai, non per giocare, non per la ricreazione, figurarsi per fare lezione seduti in cerchio a primavera, come facevano i fortunatoni delle altre classi. La scuola non contemplava il giardino.

Oggi sono molto grato alla maestra. Non per aver corretto le mie irregolarità ortografiche o avermi insegnato a fare i conti. Né per avermi inculcato il piacere del leggere e dello scrivere, somministrandomi letture come cucchiaiate di medicina amara. A quello, forse, saranno servite anche le cure della prof delle medie, ancor più anziana e truce di lei. Sono molto grato, alla maestra, per avermi risparmiato il cortile della scuola, le corse nell’erba, i giochi di bimbo con i lombrichi e le formiche.

Il cortile della mia scuola elementare, oggi, è off-limits. I bimbi non ci possono più andare, fanno l’intervallo su una piattaforma di cemento. Il terreno, come quello di tutti i giardini del quartiere Chiesanuova e di vaste zone della parte Sud della città di Brescia è contaminato: diossine e, soprattutto, PCB. Una sostanza tossica prodotta fino al 1983 da un’industria, la Caffaro, che ha riversato liberamente le acque di lavorazione avvelenando la città. Gli operai addetti alla produzione negli stabilimenti di via Milano, rinchiusi là dentro, affogati in vapori letali, per sopravvivere succhiavano l’aria attraverso lunghi tubi di gomma con un filtro in cima. A loro veniva chiesto di scaricare veleno contaminando per sempre i terreni sui quali, nel frattempo costruivano le proprie case, crescevano i propri figli, coltivavano i propri orti, rilassandosi a zappare al sole freddo delle domeniche mattine d’inverno. Perché con le mani in mano, proprio, non riuscivano a stare.

Le foto dei bambini della scuola Grazia Deledda, oggi, ritraggono sorrisi e scarpe da ginnastica che si rincorrono sul cemento, a un metro dal PCB, due passi dal terreno tossico. I loro occhi a mandorla, ribelli, sono azzurri come i miei; la loro pelle, scura, è chiara come la mia. Ci rincorriamo da decenni su questi prati cancerogeni. Per la nostra salute le amministrazioni che si sono succedute, di diversi colori, non hanno fatto nulla. La salute degli operai che hanno costruito la ricchezza di questa città, il futuro dei loro figli, per la classe dirigente canaglia locale, non vale un’acca.

Tutto quello che le istituzioni ci hanno dato sono le cure, casuali, di una maestra all’antica. Non ce lo dimenticheremo. 

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