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Feroci timidi animali di città

25/06/2010, Lavanderie Dry Tech

Si stringono sul marmo sbreccato del gradino davanti al portone di casa. Lui, casco di capelli cotonati, sigaretta da arrotolare in una mano, fissa qualcosa sul selciato del marciapiedi e cerca le parole. Lei, impaziente dietro la frangia diritta perfetta, da pubblicità di uno shampoo, attende spiegazioni. L’altra, nascosta nella kefiah viola, sbuffa nuvole di fumo azzurrino, un po’ seccata, in piedi a una ventina di metri di distanza. Dietro la vetrina della lavanderia a gettoni, un cocker solitario fissa l’oblò di una macchina: non pare molto interessato alle vicende amorose adolescenziali del vicinato. Del resto, dice, sono le stesse in tutto il mondo. Tanto vale aspettare che la lavatrice finisca, specchiandosi la toelettatura fresca nel vetro, poi raccogliere il bucato fragrante e riportarlo a casa. Il padrone nel frattempo si è rilassato in salotto, sprofondato in poltrona, in compagnia di un romanzo nero e di un tazzone di earl grey fumante, con la nuvola di latte e tutto quanto. “Vedi, ci sono cani che sanno rendersi molto utili, animali preziosi e molto ricercati.” Dico alla Chicca che nel frattempo tira per riuscire a cacciare il naso in qualcosa di puzzolente raggrumato in un’aiuola spaccata dalle radici di un tiglio. La carcassa di un piccione, forse, oppure i resti di un roditore della Padania centrale. “Questi cani, dicevo, sono molto ricercati e valgono un sacco di soldi. Sono adeguatamente ricompensati, questo è ovvio, da proprietari generosi e affabili. Anche tu, cara Chicca, se volessi…” Niente da fare, l’attrazione fatale per la carcassa è surclassata da quella per una pozza oleosa poco distante, originata da chissà quale suppurazione cittadina. Sospiro: “Non diventerai mai un cane come si deve!” E la trascino nel tour solito di edicola, bar, panetteria.

Tornando verso casa butto un occhio in lavanderia e scopro che il cane non era solo. La padrona, biondo-Parma-centro e abbronzatura come si deve, si affanna a svuotare il cestello in una grossa sporta di plastica, con sopra il logo di una catena locale di negozi di scarpe. Prima che spariscano alla vista, riconosco il cuscino di una cuccia di quelle che vendono all’Ikea, un paio di cappottini da cane, un guinzaglio con pettorina e vari asciugamani. Attendo la tipa al varco. “Buongiorno! Che bel cagnolone… come si chiama? Ho visto che lei, la roba del cane, la lava qui, nelle macchine a gettone.” “Già, guardi, glielo consiglio. Con il mio cane poi, che ha il pelo lungo e ne perde molto, la lavatrice di casa si sporca tutta e, a lungo andare, si rovina.” Non le rispondo come vorrei: “Uh! È proprio un’ottima idea! Per non sporcare la mia lavatrice insozzo quella dove anche altra gente viene, inconsapevole, a lavare!” Non le rispondo così anche perché lei mi anticipa leggendo il mio sguardo: “Beh, ma qui, a lavarci la roba, ci vengono solo i marocchini, per loro è lo stesso.” Cosa significhi, che per loro è lo stesso, non è dato sapere: che se sei marocchino non ti accorgi se hai la camicia pulita o meno perché, tanto, sei sporco dentro? Che se sei marocchino non hai diritto a fare un bucato decente?

La tipa della frangia trascina per i capelli quella con la kefiah per alcuni passi. La tipa con la kefiah strilla. Casco cotonato si è dato alla macchia, probabilmente correndo ai ripari nell’appartamentino dei suoi, proprio lì al pian terreno. Io, per quel che mi riguarda, seguirò il suo esempio. La violenza in ogni caso, anche se fatta soltanto di bolle di sapone e peli di cane, non fa per me.

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Le cose che si fanno (senza pensarci sopra)

modern-times-2 (1)Non sempre un gesto automatico diventa un’ossessione, spesso anzi la monotonia può essere liberatoria. Un’azione che non richieda impegno consente infatti di occuparsi di altro mentre la si compie. Quindi, nonostante l’idea di ripetitività si associ abitualmente a una qualche mansione alienante e spersonalizzante, come lo stringere i bulloni del Chaplin operaio alla catena di montaggio in Tempi moderni, è innegabile come gli automatismi quotidiani, a pensarci ben più numerosi di quanto si direbbe, costituiscano la spina dorsale della nostra vita, in particolare delle attività più gratificanti o creative. Sono sempre rimasto colpito dalla rapidità e precisione mostrata dai grandi chef nell’affettare cipolle e, con un briciolo di spericolatezza, ho più volte tentato di imitarli: il risultato è stato immancabilmente la somministrazione di soffritti al sangue ai miei ospiti inconsapevoli. Così mentre maneggiano, rigorosamente alla cieca, strumenti affilatissimi, questi grandi cuochi chiacchierano del più e del meno, dirigono squadre di aiutanti o decantano le peculiarità organolettiche delle prelibatezze che vanno approntando. Nel mio piccolo, del resto, ho messo a frutto anni di esperienza da insegnante affinando l’arte di correggere pacchi di temi mentre tengo l’attenzione rivolta alle partite della Viola alla Tv. Non c’è da scandalizzarsi, il matitone rosso e blu volteggia sui fogli protocollo e atterra a colpo sicuro sugli strafalcioni: se non insegnate non potete esperirlo, ma vi prego di credermi, è così. È come guidare, un’attività che a guardarci dentro è ben complicata, ma che tutti noi sappiamo fare decentemente mentre ci occupiamo di altro: dell’igiene nasale, di una lite telefonica, della ricerca di un CD finito chissà come sotto un tappetino. O come, cosa che ormai hanno automatizzato proprio tutti, aprire un giornale ed espungere mentalmente ogni notizia in cui compaia anche solo il nome di Berlusconi, senza neppure il bisogno di scorrere i titoli o di sbirciare le foto.

Queste azioni quotidiane, semplici o complesse che siano, penetrano nella nostra intimità e diventano rassicuranti bozzoli ovattati, porti tranquilli in cui specchiare le nostre vite strapazzate. Se ci venissero tolte senza preavviso, probabilmente, mostreremmo segni di squilibrio, come certe anziane casalinghe che, durante il ciclo della lavastoviglie, se ne stanno ritte di fronte all’acquaio, mimando il lavaggio manuale dei piatti che è stato loro sottratto dalla tecnologia, mentre guardano la solita soap con la nuca. O come quei musicisti che se vengono allontanati dagli strumenti, tamburellano con le dita su ogni superficie gli capiti a tiro e non saprebbero trattenersi neppure se si trovassero in una camera mortuaria e a disposizione avessero solamente il bordo della bara.

Qualche notte fa, in vacanza, ho sognato di scrivere un post, qualcosa di strampalato sugli automatismi. Il mattino successivo, camminando nella bellezza abbacinante delle strade di Marsiglia, ho realizzato che riempire queste righe, passare qualche oretta a scribacchiare, è diventato per me qualcosa di piacevolmente scontato e rassicurante e che quel sogno era una specie di crisi di astinenza di cui questo pezzo sarebbe stato l’effetto collaterale.

Io mi arrendo

Immagine

Si può essere sorpresi da un’epifania inzuppando una maria nel tè, oppure passeggiando sui marciapiedi sbilenchi del Molinetto. Un uomo di mezza età, rincantucciato nell’angolo buio di un poggiolo, fuma voracemente una sigaretta. Dalle imposte socchiuse proviene una luce calda, chissà come si sta bene in quella casa. Schiacciata la cicca in un vaso di eriche il fumatore rientra, non appena apre la portafinestra dal televisore acceso giunge un urlo, che affonda nella notte silenziosa di neve, è il Capo, è la sua voce ulcerata, sforzata: “Arrendetevi! Siete circondati!”

Sono un bambino e con mio padre aspettiamo che un fattorino ci carichi in macchina un secchio di tempera colorata, appoggiati al banco vendite del Colorificio Bresciano di via Rose di Sotto . Entra un cliente e annuncia: “Fatto!” Un commesso gli molla una pacca sulla spalla: “Chèla Lombarda?” gli chiede. “Certo, chèla Lombarda!” E aggiunge una strizzata d’occhio. Il commesso dice che dopo andrà anche lui, a votare la Lega Lombarda. Poi aggiunge agitando un sigaro davanti a sé: “Se ‘ncontre ‘n terù ghel smörse sol cül!” In macchina chiedo a mio papà come mai il signore del colorificio volesse spegnere il sigaro sul culo a un terrone, “Perché l’è un stüpit!” Taglia corto lui. È il 1990, il primo grande successo elettorale leghista, il mio primo incontro con una politica fatta di violenza, aggressioni, slogan facili, ragionamenti fallati ma gridati forte, parolacce, capi e capetti grevi e ignoranti.

Sono passati ventitré anni, da quel mattino di maggio. Anni in cui ho capito bene la misura di quella violenza, in cui l’ho osservata prendere varie forme, vari colori, rigenerarsi o riciclarsi. Ho visto come si nutra, ogni volta, nella costruzione di un nuovo nemico, di un nuovo capro espiatorio, di nuove streghe o untori. Ho osservato come cresca, di giorno in giorno, travestendosi da rinnovamento. L’ho analizzata, l’ho sezionata, ho provato a combatterla, in tutte le forme nelle quali l’ho riconosciuta: nelle barzellette sessiste di un presidente osceno, nelle ronde di camerati stanchi di fare a cinghiate tra loro, in un gruppo di maiali che disinfettano un treno sul quale si sono sedute donne nigeriane.

Ma ora, ora che si maschera di ambientalismo, che assume le forme di un giullare, che finge di parlare un po’ della mia lingua, che invasa amici e parenti ecco, ora non ce la faccio più. Non ce la faccio più, davvero, e allora mi arrendo.

Sono circondato, va bene, mi arrendo. Sono qui, venitemi a prendere, fatemi a brani, segugi del Capo dai riccioloni d’argento: rifiuto le grida, gli insulti e gli sputi. Mi ripugna la vostra retorica celodurista. Non ho verità in tasca, non ho trucchetti, non mi identifico in opposizione a un nemico, non penzolo dalle labbra di nessuno. Venitemi a prendere, non mi difendo, tengo le mani in alto per bene. Penserete forse che non sono un uomo, che sono un buson, per usare le parole tanto care al Capo: non mi importa.

E se per voi sarà un piacere, buon divertimento. Ma di una cosa posso essere a differenza vostra sicuro: con ciò che voi dite di combattere, il potere, la casta, la corruzione, con tutto questo insomma, non ho mai avuto, io, alcunché da spartire.

 

 

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