Tag Archive | costi della politica

Sogno di una notte di mezza primavera

PaperinoSi avvicina di soppiatto, guardandosi intorno con aria circospetta, mi punta con quel suo muso da roditore, mi scruta. Voglio scansare quegli occhietti sospettosi, mi concentro sulle perle di sudore che gli si impigliano nella barba del giorno prima. “Prego, desidera?” Lo anticipo. Soffia tra gli incisivi, mentre sceglie le parole: “Buongiorno, sono l’agente Frugalis, piacere!” Allunga una zampa sudaticcia dal dorso peloso che stringo senza entusiasmo: “Agente di polizia?” “Uh! No, no… sono al servizio della nuova agenzia governativa Onorari e stipendi Verranno Ridotti Adesso, in breve: OVRA.” “Un’agenzia che ha come nome uno slogan? Di cosa si occupa?” Cerco di capire interrogando Frugalis. Lui nicchia, si ispeziona distrattamente l’orecchio con il mignolo, poi rimira il cerume accumulato sotto l’unghia: “Beh, lo slogan dà chiarezza, è immediato… comunque, si tratta di un’agenzia di nuova concezione, incaricata dal governo di provvedere al controllo della condotta dei cittadini in merito al problema delle retribuzioni.” Fatico a capire: “Va bene, ma di che cosa vi occupate nella pratica? E poi, cosa vuole da me? Perché mi ferma qui, proprio oggi, mentre porto a spasso il cane?” Sibila di nuovo tra i denti da castoro, soffiando fuori goccioline di saliva collosa: “Scusi, ma lei non segue le notizie? Non vede che in Italia tutti si rincorrono nell’autoridursi volontariamente lo stipendio? Politici, ministri… non desidera seguire il loro nobile esempio? La nostra Agenzia si occupa, diciamo, di controllare che i nostri insigni uomini politici non seminino nel vento e che, insomma, i cittadini di buona volontà raccolgano il testimone e si taglino le retribuzioni. L’adesione al taglio, se così si può dire, è su base strettamente volontaria, ça va sans dire…” Non capisco cosa voglia da me quello strano tipo, guardo la vegetazione del parco straordinariamente rigogliosa in virtù delle piogge torrenziali di questa primavera malata e giro sui tacchi per allontanarmi. Repentino mi afferra per la giacca: “Dove pensa di andare? Ho qui con me il modello, lei dovrebbe rinunciare a un quarto del suo stipendio da insegnante! Firmi qua, non faccia storie! Via, in fondo, io, lei, noi… siamo dei privilegiati…” “Questa, poi! Parli per lei e per i suoi colleghi dell’OVRA, io i soldi me li guadagno eccome!” Lui perde le staffe, il grugno si fa paonazzo: “Tu, brutto cane rognoso! Maledetto parassita! Canaglia impestata! Tu adesso ti riduci volontariamente lo stipendio, hai capito, altrimenti l’Agenzia sbatte il tuo nome in prima pagina, ti mette sul sito con la foto e tutto, tu che non rinunci ai tuoi benefit, tu che succhi linfa vitale a questo glorioso paese! I politici hanno dato il sangue, governo e opposizione, per il risanamento, non solo economico ma anche, direi, morale del paese!”

Mi sveglio in un bagno di sudore, che incubo! È tardi, tocca correre al lavoro. Guido assonnato, la statale è nastro adesivo che galleggia sulla pianura gonfia di piogge. Gli automobilisti picchiano i clacson sempre più rabbiosi mentre il notiziario alla radio gracchia la solita solfa: questo che si riduce quello e quell’altro che rinuncia a questo, inoltre tutti si pagano tutto. Dopo il radiogiornale c’è un programma che trasmette telefonate di cittadini indignati. Persone che chiamano in radio per dire che è uno schifo, che i politici fanno vomitare, ma anche che gli statali sono pagati troppo, che gli operai Fiat sono lazzaroni e hanno un sacco di tutele. Insomma, sembra che la lotta a privilegi e ruberie assuma sempre più la fisionomia di un diversivo per far perdere di vista l’idea che il lavoro vada adeguatamente retribuito .

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L’Onorevole Scipioni

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Si considerava un moralizzatore, l’Onorevole Scipioni. Del resto si era guadagnato uno scranno nell’assemblea legislativa a furia di campagne di denuncia del malcostume imperante tra i politici, di indagini spietate sugli sprechi degli uomini di stato. Aveva lottato scandendo pochi, ma chiari slogan: “Tutti a casa i parlamentari parassiti! Tagliamo i costi della politica!” Aveva cavalcato con agilità la tigre dell’indignazione montante tra i cittadini divorati dalla crisi e aveva centrato l’obiettivo: ora era lui, un normale cittadino, a impugnare saldamente le leve del comando, ma non avrebbe smesso di svolgere lo sporco lavoro che aveva portato innanzi sino ad allora. Aveva comprato, questo sì, un bel completo da indossare per le sedute della Camera, ma si era rivolto all’outlet fuori città. Niente roba di sartoria, per carità! Allo stesso modo, i suoi piedi, a differenza di quelli dei suoi colleghi corrotti, non calzavano scarpe pregiate, ma riposavano infilzati in un paio di morbide Clarks. La solennità dell’aula non lo aveva intimorito. Sin dalle prime sedute aveva incominciato a guardarsi intorno, a caccia di sprechi da segnalare, privilegi da stigmatizzare, inciuci da additare alla pubblica indignazione. Si sarebbe mosso, insomma, dall’interno del Sistema, sarebbe stato il granello di sabbia nell’ingranaggio della cattiva politica. La Rete sarebbe stata la sua alleata, Twitter la sua arma segreta: avrebbe pubblicato in diretta gli scandali, le aberrazioni di una macchina malata. I suoi elettori avrebbero potuto vedere, controllare il suo lavoro, tenere il fiato sul collo a tutti i deputati, lui per primo. E così aveva cominciato a postare fotografie degli scontrini del ristorante interno alla Camera, con quei prezzi incredibilmente bassi. Aveva sputtanato un commesso sorpreso a sbirciare lo schermo del telefonino: fotografia, nome e cognome in pasto ai suoi followers. Aveva notato, con queste prime azioni simboliche, come i suoi ammiratori si fossero in breve tempo moltiplicati. Quindi si era recato nelle spa convenzionate e si era sottoposto a interminabili trattamenti gratuiti o, meglio, pagati dai cittadini. Sedute rilassanti, rassodanti, tonificanti, tutte documentate con un certosino lavoro fotografico: le immagini delle sue chiappe spalmate di oli o impiastricciate di fanghi avevano spopolato in rete, richiamando nuovi fans indignatissimi, che urlavano nei commenti la loro rabbia a lettere maiuscole. Aveva preso l’abitudine di volare più volte al giorno, sempre a sbafo, tra la capitale e la sua città di residenza, informando in tempo reale gli elettori dei suoi spostamenti gratuiti.

Dopo qualche mese l’Assemblea, pressata da tanta veemente critica, aveva preso in seria considerazione l’idea di eliminare alcuni dei privilegi dei suoi membri e, pur tra mille resistenze, i comportamenti più impopolari erano stati proibiti. Scipioni aveva brindato a questa vittoria postando l’immagine di un suo collega che pagava un caffé. Aveva scoperto con piacere che il prezzo della mela cotta, presso il ristorante di Palazzo, era passato da uno a tre euro: scontrino su Twitter subito. La barberia aveva allontanato il cerimonioso professionista che vi lavorava da anni per assumere un paio di skinheads armati di macchinetta disposti a tosare la Casta per pochi centesimi ogni chilo di pelo. Scipioni aveva sostituito la propria immagine sul profilo facebook, nella quale era ritratto in compagnia del suo nume tutelare, politicamente parlando, con la fotografia del proprio cranio rapato di fresco.

Ma qualcosa, si era accorto l’Onorevole, aveva preso ad andare di sbieco. Il numero dei suoi seguaci, da sempre in crescita costante, si era assestato e da qualche giorno non cambiava più. I commenti erano sempre meno e, soprattutto, sempre meno a caratteri maiuscoli. La preoccupazione si impadroniva lentamente di Scipioni e aumentava con il passare dei giorni. Fortunatamente giunse in suo soccorso una legge, formulata tra l’altro su sua proposta, che dimezzava lo stipendi di tutti i politici. Quel giorno attese fin dopo la pausa pranzo, quando tutti gli impiegati hanno lasciato al bar la voglia di lavorare e cominciano a cazzeggiare di nascosto sui social, il momento più propizio per rendere pubblica la grandiosa novità. La notizia non ricevette commenti, se non un: “era ora…” di un ex-compagno di liceo e un “Proprio adesso?” di sua moglie. Aveva fatto il suo tempo? Il suo linguaggio, i suoi temi, erano venuti a noia? O c’era qualcosa d’altro? La comprensione colpì Scipioni come un ceffone a mano aperta in pieno viso, uno di quegli scappellotti che una volta i nonni rifilavano ai nipoti senza farsi troppo pregare: non stava più dando al suo pubblico quello che questo voleva, schifo, scandalo a buon mercato. Non mostrava più al suo popolo un capro espiatorio contro il quale accanirsi. Capì che la sua popolarità era stata intaccata dall’aver perso tutto il suo slancio censorio e corse rapidamente ai ripari. Avanzò proposte di legge aberranti, che i suoi colleghi ben volentieri appoggiarono, per reintrodurre insopportabili ingiustizie: dalla possibilità di farsi sostituire in aula da un animale da compagnia, all’istituzione dello ius primae noctis. Riprese a filmare, pubblicare e additare. Si fece ritrarre nelle pose più oscene, affogato nel lusso più smodato e volgare, in compagnia di figuri sempre più discutibili, mentre gridava forte l’indignazione del popolo. Il suo nome era di nuovo sulla bocca di tutti. Cominciò per davvero a sognare la propria rielezione, ma non si fermò a quello. Pensò che avrebbe potuto finalmente ottenere la laurea che non era mai riuscito a conseguire, facendo felice la mamma ottantenne. Forse sarebbe riuscito a sistemare anche quel suo figliolo un po’ tocco, chissà… Doveva solo tenere duro e sbraitare, nonostante il fisico cominciasse a risentire degli stravizi.

NIMBY, o la filosofia del macellaio

Non ha certo l’aria di uno con cui mettersi a discutere, il macellaio: un pachiderma in gabbia, lì, stretto dietro quel banco, con una cicatrice che sega in due il volto sgraziato e una luce negli occhi che è una mezza minaccia. Lo trovi sempre assorbito in qualche attività truculenta, segare ossa o affettare organi spumosi, per esempio, tanto che puoi affermare con ragionevole certezza che di certo il sangue non gli dispiace. Avventurarsi oltre la porta a vetri cigolante della macelleria, in ogni caso, comporta seri rischi. Qualche settimana fa, sollevando stretto nel pugno un cuore bovino, grugniva torvo a una vecchietta assenziente: “Vengono a controllare me, se faccio lo scontrino… devono tagliare i costi della politica, invece. Ah, ma io li ammazzo tutti, li ammazzo. No, perché se mi vogliono morto, li scanno prima io”. “Già, già…” sussurra l’anziana donna, un po’ impressionata, cambiando discorso: “Ha mica quelle scaloppine di vitello dell’altra volta?” Stamane, quando entro, lo sorprendo a sistemarsi il baffo con la punta di una colossale mannaia. Il negozio è deserto, per strada pochi passanti. Mi rivolge un sorriso sospetto, quindi spara tutto gioviale: “Ho sentito che fanno lavorare anche voi professori, adesso, era ora!” Cosa gli dico, che si sbaglia? Che il provvedimento sull’orario è stato cassato dalla legge di stabilità? Mentre penso a come replicare, misuro con il pensiero la distanza che mi separa dall’unica via di fuga: niente da fare, è troppo elevata per sperare di guadagnare il marciapiede prima di essere raggiunto alla schiena dal lancio di un coltellaccio. Per fortuna è lui a cambiare discorso, se non musica: “Comunque li squarto tutti, quelli lì del Parlamento!” Butta lì, mentre attacca a calare ritmicamente la mannaia su un fagotto di carne sanguinolenta. “Ah, come mai?” mi informo con premura. “Io con Piacenza non ci voglio andare, io sono parmigiano, e voglio morire parmigiano, che diventino loro piacentini. Che ci vadano loro a Piacenza!” Si infervora, diventa paonazzo, mi spiega che lui, proprio, con i piacentini non ha nulla a che spartire. A scoppio ritardato capisco che si riferisce al provvedimento per l’accorpamento delle province. Per un attimo mi ci vedo, con il tono un po’ saputello, professorale, a dirgli: “Che ti credevi che fosse il taglio ai costi della politica? Non eri tu che ne parlavi, con la vecchina delle scaloppe di vitello? Andavano bene per giustificare la tua evasione fiscale, ma se poi sollecitano il nervo scoperto del tuo campanilismo da quattro soldi, i famosi tagli alla politica, non vanno più bene?” Per un attimo mi ci vedo, a fargli la lezioncina, ma non ho ancora capito bene se questo accorpamento delle amministrazioni sia proprio un affare, quindi indugio. Alla fine alzo lo sguardo, lui lascia cadere con noncuranza un fendente su un osso spesso quattro dita, fracassandolo, schegge e sangue dappertutto. “Volevo del macinato, per fare un sugo alla bol… ehm, ma sì, un ragù, insomma.”

 

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