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La cresta di Vidal

vidal-capelli-1000x735Prima ora, indirizzo meccanici: Mattia non ne vuole proprio sapere di levarsi il cappuccio della felpa. Si è rincagnato lì sotto e se ne sta con lo sguardo basso. “Non puoi tenere il cappuccio in classe, levatelo, sennò mi tocca darti una nota e non mi sembra che ne valga la pena!” Lui non reagisce, solo sbircia con sguardo sospettoso la situazione. I compagni sogghignano, io insisto: “Ma che cosa ti prende stamattina? Dai, vedi un po’ di non farci perdere tempo…” Niente da fare. Alla fine si alza Ibrahim, che oggi si è presentato in canotta nonostante il termometro inchiodato a 7° e la pioggia battente, lo raggiunge con tre balzi da troglodita e con gesto esperto lo scappuccia. Capisco al volo che Mattia si vergogna del suo nuovo taglio di capelli: una crestina fine, spessore sul centimetro, bella alta ma inclinata di 45° a destra. Colore giallo. Tra l’inorridito e l’impietosito gli concedo di coprirsi. “Ma scusa, perché cavolo ti sei fatto fare quella specie di alettone in testa? Non potevi pensarci prima?” “La parrucchiera non capisce niente, non le sa fare le creste. Gli ho detto che volevo la cresta di Vidal, che è più larga, ma lei è stupida.” “Beh, la prossima volta vacci con una fotografia… così ti spieghi meglio.” “No, non ci vado più! La foto certo che ce l’ho portata e glielo ho anche detto che la volevo più larga. Adesso devo andare in giro così.” “Vedi un po’ tu. Su, adesso però prendete la Commedia. Chi è che si ricorda di Marco Lombardo e ce ne parla?”

È una cosa che capita con una certa frequenza, a una parte dei ragazzi dell’Istituto, di doversi presentare a scuola con acconciature assurde di cui si vergognano. Penso a Leonardo e al morbido caschetto mesciato che gli è valso l’appellativo di Lea, o ad Andrea, che una volta si è ritrovato a circolare con una specie di gatto tigrato spalmato in testa. Si tratta, solitamente, dei ragazzi che vengono dai posti più sperduti dell’Appennino. Del resto, ve l’immaginate una parrucchiera sessantenne di montagna che si ritrova a scolpire creste, a praticare incisioni, a ossigenare capelli maschili? Nella mente riesco a disegnare l’espressione tra l’ansioso e l’orripilato che deve assumere quando questi ragazzotti le allungano un’immagine di Vidal o di qualche altro bomber di batteria. E chissà cosa racconta al marito una volta tornata a casa: “È venuto il figlio della Lalla, sai? Il grande. S’è fatto fare un lavoro in testa, ma che roba!” I ragazzi che vivono nei centri più grandi, quasi tutti figli di operai migranti, se la passano meglio, sotto questo punto di vista. Sfoggiano criniere molto più credibili e, inoltre, hanno carnagioni olivastre più adatte a certi azzardi estetici.

Qualcuno ci prova, a ricordarsi di Marco Lombardo, e infila titubante parole poco frequentate una dopo l’altra, tentando di rispondermi mentre io ancora sono assorto e rifletto sull’inadeguatezza delle parrucchiere genuine di montagna. Ma cosa volete che ne sappiano di Vidal e di queste acconciature aggressive? Guardo Mattia, che ovviamente vuole fare il calciatore, come per sussurrargli: “Vedi, la distanza che corre tra l’estensione della tua cresta e l’estensione di quella di Vidal misura l’inadeguatezza dei posti in cui viviamo alle dimensioni smisurate dei nostri sogni.”

Yasir

portaStrattona la lampo della sacca per chiuderla, si tira il cappuccio della felpa sui capelli freschi di shampoo, se lo calca per bene fin sopra gli occhi e prende l’uscita degli spogliatoi senza salutare nessuno dei suoi compagni, che ridono e si spruzzano dappertutto deodoranti da quattro soldi. Sembra che la luce non vada mai via, che il tramonto non finisca mai, tanto è piatta questa pianura e lontano l’orizzonte, mentre lui cammina sul ciglio della statale, verso quello che rimane del sole, con le mani affondate nelle tasche, il borsone appeso al collo che gli rimbalza sul sedere, inciampando nelle stringhe slacciate delle scarpe di gomma. Segue il disegno delle crepe nell’asfalto, ogni tanto tira un calcio a un sasso o alza gli occhi per leggere le scritte sui teloni di plastica dei rimorchi dei tir. È tutta colpa sua, lo sa bene. Perché la partita si poteva anche pareggiare, se lui non si fosse fatto infilzare come un pollo da quel rasoterra sul primo palo. Arranca ingobbito nel freddo della campagna, raggiunge il paese. Passa oltre la piazza, oltre la statua di Giovannino Guareschi in bicicletta che sembra un uomo vero, oltre il baretto con i soliti due che fumano fuori appoggiati ai cofani delle auto. Sbuffa, spinge con il piede il cancelletto arrugginito di casa, sale le scale. C’è suo padre di buonumore ai fornelli che gli chiede com’è andata, non gli risponde, si rintana in cameretta tirandosi dietro la porta. Si tuffa sul letto a pancia in giù, Iker Casillas lo guarda sorridente dal poster incollato alla parete. Che cosa ne sanno, gli altri, della solitudine del portiere? Gli altri giocano insieme, il portiere per tutto il tempo li sta a guardare. Quando arrivano da lui, la faccenda si risolve in un istante: se la prende, si rilancia e tutti corrono via di nuovo; se invece la rete si gonfia, gli altri lo guardano con quel leggero inclinare la testa e allargare gli occhi, che significa: “Non è colpa tua, vai tranquillo, però…”

Dovrebbe essere anche spensierato il portiere, pensa Yasir prono sul letto, la faccia sprofondata nel cuscino, per rendere al meglio. Non gli può toccare di vedere per tutta la mattina lei buttata addosso a lui, lui che le cinge la vita sottile col braccio, lei che gli sfiora le labbra con le sue, prima di correre in una nuvola di capelli biondi alla fermata dove c’è il bus che la aspetta. Non può osservarla tutto il tempo così lontana, due file di banchi più avanti, durante le ore di scuola, mentre scarabocchia il diario, si rosicchia le unghie, trattiene una risata stringendo le labbra quando l’amica le sussurra qualcosa all’orecchio. Non può seguirla durante l’intervallo mentre gli corre incontro leggera, sbirciarli abbracciarsi appoggiati a un pilastro da sotto la tesa del cappuccio della felpa basso sugli occhi, per poi fissare il pavimento e misurare qualcosa ciondolando le gambe a compasso, con il cuore così straziato che fa male e un groppo in gola. Non può sopportare una cosa così, la mattina prima della partita. Come si fa, dopo, a tuffarsi al momento giusto, a ricordarsi di mettere giù il ginocchio per terra se tirano basso, per essere sicuri che il pallone non passi?

Di là lo chiamano, la cena è pronta, pollo e riso. “Che cosa hai adesso? Stai sempre con quel muso,” gli diranno: “Non sei mai contento, sei stato tutto il giorno in giro, cosa cavolo vuoi di più? Lo sai, eh, quanto mi sono divertito io, laggiù in magazzino, a pilotare il muletto dieci ore di fila?” Lui non risponderà e se ne staranno lì, attorno a quel tavolo, con la testa china sul piatto, in silenzio, concentrati sul cozzare delle posate con la ceramica, ciascuno senza capire qualcosa dell’altro.

Circle time

circle_time_shadowI capelli rossi lisci un po’ stropicciati con la scriminatura nel mezzo, un’espressione che evidenzia concentrazione estrema, il fisico minuto, vestito Desigual, la erre moscia vera, non quella di Parma: l’esperta esterna tiene banco e accompagna parole profferite con solennità a gesti rallentati. Dieci minuti e gli alunni di terza sono quasi tutti imbambolati.

“Allora, vediamo… facciamo il circle time, ci disponiamo in cerchio, bene così… Adesso stabiliamo insieme le regole del gruppo. Voi cosa dite? Quali regole sono importanti in un gruppo?”

“Parlare uno alla volta!” “Ascoltare gli altri!” “Non interrompere!” “Rispettare i compagni!” urlano sovrapponendosi almeno una dozzina di ragazzi, in un inatteso scoppio di vita. “Non ci siamo.” Li zittisce l’esperta, incaricata del corso di educazione all’affettività, prima di assentarsi in una sorta di stato di trance che si prolunga per un minuto buono. “La regola più importante è il segreto di gruppo” sancisce risvegliandosi. Mirko, seduto di fronte a lei, la fissa immobile a bocca aperta, la mandibola inferiore che sta per toccare terra, la testa leggermente inclinata in avanti. Con circospezione mi assicuro che respiri.

“Adesso che siamo un gruppo, facciamo il brainstorming.” Afferra il pennarello per la lavagna bianca e scarabocchia la parola affettività sulla superficie della lavagna multimediale. Victor si prende la testa tra mani: “Noooo!” Francesca mi guarda come a chiedermi: “Ma questa sta fuori?” Accenno un sospiro come a risponderle: “Eh già, proprio così…”

Imperterrita l’esperta prosegue, saltano fuori delle carte da sparpagliare per terra, su ciascuna un disegno e delle parole da indovinare. Poi si medita tutti in silenzio. Quindi parte una canzone melensa, stile Sanremo, che non conosco. E lì, a metà del ritornello, qualcosa si spezza nel cuoricino delle fanciulle di terza, adolescenti tormentate della pedemontana: una dopo l’altra scoppiano in un pianto dirotto, inconsolabile. A vederle così disperate mi si strizza il cuore e ho la tentazione di prendere la tipa per la pashmina kaki che le avvolge il collo rinsecchito e dirle: “Ma senti un po’, ma che cosa ti salta in mente? Mi suggestioni le alunne?”

Fortunatamente lo strazio finisce. Il guru dell’affettività ora distribuisce dei fogli: “Ecco, ognuno di voi ora è pronto per disegnare il Mandala delle emozioni.” Il suono della campanella giunge inaspettato e liberatorio.

Khadija mi avvicina durante l’intervallo, mentre tento, con scarso successo, di far desistere un primino dall’incastrarsi con la testa in un cestino della spazzatura. “Prof, è stato bellissimo!” “Bellissimo cosa?” “Il corso, prof, ho pianto tantissimo!” “Uh, il corso, già! Bello, bello… per poco non piangevo anch’io…”

Così perdo di vista il tipo del cestino, che brancola ora per il corridoio, con un elmo di plastica grigia calcato sugli occhi. Lo libero blaterando dei rimproveri in un tripudio di cartacce sporche, Tetra Pak vuoti, carte di caramella. Guardo il suo sorriso ebete, le guance spruzzate di lentiggini: “Cosa ne capisci tu delle sofferenze delle tue compagne più grandi? Di quel dolore così puro e inconsolabile? Cosa ne capiamo noi di come di colpo si cominci a soffrire per non smettere più?”

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