Sui giovani d’oggi

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L’ultima campanella dell’anno scolastico ha svuotato le classi e affollato i centri commerciali di studenti arruffati, che siedono schiena contro schiena nelle vie artificiali dello shopping forzoso, fissandosi con trepidazione i quattro o cinque pollici retroilluminati. Coppietta: “Amore…” fa lei, “ci facciamo un selfie con l’asta?” “Però lo facciamo con il tuo, stavolta, che il mio ha appena il 20%!” Quattro passi più avanti: due amiche tormentate dall’acne e dalla parrucchiera low-cost: “Ha fatto l’accesso cinque minuti fa, ma non ha visualizzato…” “Te l’ho detto che quello è uno stronzo. Io vado a prendere una pizza con le patatine.” “Ma non eri a dieta?” “Sì, ma adesso vado in palestra, guarda, ho fatto la foto di me sull’elliptical trainer” “Beh, allora? Sei lo stesso una cicciona!” Allungo il passo, qui sembra di essere a scuola, devo fuggire al più presto. Basta teens fino a settembre! Mio inesistente dio degli insegnanti flippati ti prego, levameli di torno, in cambio ti prometto una preghierina in terza rima. Arraffo un pranzo pronto della Coop, il romanzo di Gesuino Némus e fuori di qua. Boom, la botta di caldo post-aria condizionata, la macchina nera una gabbia incandescente, infilo i guanti per riuscire a toccare il volante. Via.

Piscina comunale, minimo sindacale di relax e frescura prima di ingaggiare liti furibonde agli scrutini. Acqua ghiacciata, ombrelloni liberi, musica tamarra soffusa, due bracciate a stile: lo sport è un ottimo alibi per correre subito a farsi una Corona bella fredda con la fettina di limone nel collo della bottiglia. Una bella sorsata e… orrore! Alunne. Di prima C. Galleggiano su salvagentoni gonfiabili gialli nella vasca dei bambini. Si spintonano, si scalciano, si urlano: “Mi bagni il telefono, troia!” Resisto all’istinto sedimentato negli anni che mi porterebbe a richiamarle: “Uhè! Vi dà di volta il cervello?” Mi vado a stendere al sole.

Sotto l’ombrellone alla mia destra c’è un brutto ceffo: brizzolato, occhiali, velo di barba delle cinque, dita affusolate che reggono un buon libro. Probabilmente un prof. Sbircio la copertina nascondendomi dietro la Corona: roba da intellettuali democratici, che mette alla berlina la borghesia schizofrenica newyorkese. Sicuramente un prof. A sinistra invece ci sono tre ragazzi. Almeno questi non sono alunni. Sembrano educati. Faranno il ginnasio. Se ne stanno in silenzio venti minuti. Poi uno si alza, sputa qualcosa per terra e propone: “Facciamo la gara a chi sputa gli smarties più lontano?” Un compagno si alza, si carica in bocca un po’ di confetti con una manata e inizia a soffiarli fuori con forza. Un tiro notevole, farà strada il giovanotto. “Oh, oh! Aspetta che faccio il video!” Urla il terzo agitando un iPhone.

Mi volto di nuovo verso destra: il tizio chiude il libro, sfila gli occhiali e li ripone con cura nel loro astuccio. Che uomo palloso. Mi guarda con aria complice. Mi fa: “Che generazione di inetti. Non combinano niente. Pensi un po’ quando andranno a votare, questi qui, cosa succederà.” “Perché noi, invece? Che cosa abbiamo combinato di bello? Che cosa è successo quando siamo andati a votare noi, eh? Niente, direi, per andarci leggero. Solo non lo abbiamo condiviso su facebook, il nostro niente.” Il tizio fa una smorfia di disgusto, mi guarda dall’alto in basso: “Ehi, ma che cazzo hai, sei malato? Non si può neanche parlare male dei giovani?”

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Pulizie di primavera

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Nel disordine dei nostri garage si riflette la perdita di certezze dell’uomo contemporaneo. La macina spersonalizzante del turbocapitalismo finanziario ci ha reso soli e impotenti. Solleviamo la saracinesca e di fronte alla confusione, stratificata in lunghi anni di incuria, oscilliamo tra nipponiche tentazioni di decluttering e sogni da maschio bianco alla Walt Kowalski: trascorrere un’intera esistenza ad accumulare, sistemare, accudire attrezzi nell’autorimessa, tempio da consacrare a una Gran Torino qualsiasi. La realtà, lo sappiamo, è che non ce la faremo mai a scegliere una strada o l’altra e, generazionalmente votati al disordine, lasceremo le cose come stanno, eccezion fatta per qualche effimero intervento di maquillage.

Così, mentre lo stato sociale va in pezzi, il sistema sanitario nazionale, la scuola, la previdenza sono allo sbando, lo Statuto dei lavoratori e tutti gli avanzamenti del diritto e culturali si sbriciolano come certa carta estenuata dal tempo, noi fissiamo abbattuti la nostra vita depositarsi nel box. Latte di vernice sul cui fondo induriscono rocce sedimentarie non ancora classificate; ricambi per automobili rottamate da anni; cassette degli attrezzi stracolme di chiavi, brugole, pinze arrugginite e cacciaviti spuntati; cataste di VHS, CD, DVD ricoperte di polvere e innervate di cavi elettrici, antenne, cavi ethernet o USB; tende da campeggio, tappetini per auto, lampade, latte d’olio minerale, diverse edizioni incomplete o con volumi doppi del Baldi, del Luperini, del Ferroni, eccetera. Qui, dove tutto si accumula, tutto è senza un perché. Come le statue (africane?) di legno che qualcuno ha comprato a una fiera, come le scatole di cartone di cento traslochi mai finiti davvero.

È che non abbiamo mica tempo per pensare a tutto, oggi come oggi, ci diciamo. E come si fa? Con il lavoro, gli impegni, le code da fare alla banca o alla posta. Lasciamo  le cose ad ammucchiarsi e forse, inconsciamente, confidiamo in questo guazzabuglio come forma di previdenza complementare: quando dopo decenni di contributi versati, da ultrasettantenni, avremo bisogno di sostituire qualcosa che ci si è rotto in casa, e l’assegno dell’INPS sarà così magro da non potercelo permettere, allora scenderemo quaggiù a frugare tra la roba impolverata che non si sa mai, un bicchiere buono, una lampadina, un rotolo di scotch marrone da pacchi, salterà pur fuori.

O forse non è questione di tempo, né di altro, forse è solo pigrizia. L’indolenza che ci prende di fronte al disordine privato dei nostri oggetti è la medesima indolenza che ci induce ad accettare il disordine pubblico del presente stato delle cose, a rinunciare alla lotta, alla partecipazione. Un’indolenza comprensibile, certo, quando pare che per raggiungere ogni obiettivo, ancorché minimo, si debbano scalare montagne, quando l’impresa è impossibile. Comprensibile ma non più giustificabile, quando da difendere non ci resta oramai molto altro oltre alla dignità.

Vongole corsare

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Ficcare la macchina nell’unico buco rimasto non è mica impresa da poco, se il sole che picchia sulla carrozzeria nera ti spreme via le estreme energie vitali in forma di grosse gocce di sudore. Cali manate sullo sterzo sbuffando: che affanno il vivere moderno. Alla radio, tanto per cambiare, c’è un cuoco che espone la sua visione del mondo. Sollecitato da un giornalista pennella risposte di ampio respiro, al limite del visionario. Da un ristorante stellato arroccato sulle Prealpi lombarde pare possa partire una riscossa culturale destinata a schiantare lo Stato islamico, levando terreno fertile di sotto i piedi dei reclutatori di terroristi combattenti. Si tratta di riscoprire i cereali integrali e i legumi ad alta digeribilità, abbinandoli alla tenera sapida carne di beccaccia e di farne un cutter con il quale squarciare la coltre spessa di ignoranza che chiude le periferie d’Europa nell’odio, come tante Moelenbeek. Perché il cibo, cazzo, è cultura. Una prospettiva originale, suggestiva, feconda.

La conferenza si tiene in una sala ancora più calda dell’abitacolo surriscaldato dal sole dell’automobile nera. Più calda e più umida: i fiati di decine di letterati dolenti appestano l’aria. Il vecchio critico è curvo sul microfono, lassù, dietro il cavaliere segnanome in plexiglass, è un vero guru: con gli occhi chiusi emette un paludato continuo gorgoglio di granitiche certezze, giudizi taglienti, ritratti affilati come lame di uno chef. Traccia linee, suggerisce canoni. Raccoglie gli applausi entusiasti della platea, risponde a qualche domanda. Ci sono i soliti professori dei licei che saltano su, che chiedono che cosa sia il Novecento, oggi che il Novecento è trascorso. Semplice, fa lui: Svevo, Pirandello, Montale e il Gadda. Buono a sapersi, rispondono loro, speriamo che con una nuova riforma allunghino di un anno la scuola superiore, così ci arriviamo. C’è uno che si azzarda a reclamare un posto per Pier Paolo Pasolini. Il guru è categorico: Pasolini, per carità! È imbarazzante come letterato, come cineasta fa venire l’orticaria. In due secondi ci ha convinti tutti: e come no? Abbiamo tutti studiato sui suoi libri e tutti insegniamo a studiare sui suoi libri. Ma nemmeno Ragazzi di vita? No. Nemmeno quello.

La macchina è ancora più calda. Giri la chiave e si accendono i fari, le frecce, i ventilatori, i tergi la cui leva hai per sbaglio urtato con il dorso della mano e, naturalmente, la radio. In diretta c’è uno che parla di vongole del Pacifico i cui sughi, dice, adeguatamente filtrati, si sposano con anguria a dadini e semi di vaniglia per un aperitivo diverso. Pare che questo piatto singolare serva a far capire a tutti noi che la diversità è un valore, e che perciò sia un modo nuovo per combattere varie declinazioni della violenza: il bullismo, gli ultras del calcio, il femminicidio. Perché il cibo, cazzo, è cultura. Guidi nel traffico, il cuoco ora è lì che disserta sulle primarie USA: si chiede se Donald Trump possa davvero mantenere ciò che promette. Pensi alla voce discreta di Pasolini in un filmato Rai: quella omologazione che il regime (fascista n.d.r.) non è riuscito assolutamente ad ottenere, il potere di oggi, che è il potere della civiltà dei consumi, invece riesce ad ottenere perfettamente. E certo, è vero, il critico ha buone ragioni: Ragazzi di vita non è La cognizione del dolore, non è La coscienza di Zeno. Ma di cose importanti, lucide, su questo orrore in cui annaspiamo disperati, Pier Paolo Pasolini ne ha dette.

Islamofobia

thC3NY3MPENei giorni che seguono gli attentati di matrice islamista il mio barbiere se la passa male. Il negozio rimane vuoto per tutta la giornata e a lui non rimane che starsene in attesa, con la schiena appoggiata allo stipite in ottone della porta a vetri. Osserva pensieroso i mulinelli di polvere arrotolarsi sull’asfalto, mentre distratto fa ballare il rasoio a mano libera tra le dita nervose. Prima Parigi, poi Bruxelles, per Ibrahim, è la stessa storia: dopo queste stragi orribili gli abitanti del quartiere si mostrano improvvisamente restii a farsi accarezzare la gola dalle lame leggere del barbiere di fiducia. Ibrahim infatti è tunisino ma è un bravo ragazzo, e tuttavia non si sa mai… con le robe che si sentono, di gente che sembra normale e poi… Meglio arrangiarsi da soli per un po’. Che poi, arrangiarsi da soli significa che qui nel quartiere andiamo tutti in giro con barbe ispide e capelli arruffati e ciuffi di pelo che sbucano indomabili dal naso o dalle orecchie. Una sorta di catastrofe, sotto il profilo estetico. In verità, una soluzione ci sarebbe: l’altro negozio. L’altro negozio, il cui titolare è italiano e non può essere sospettato di simpatie islamiste, presenta tuttavia una serie di controindicazioni. Primo: l’altro negozio è unisex, chissà cosa vuol dire. Secondo: quelli che vengono fuori di lì hanno tutti la barba morbida e profumata e i capelli ingellati che fanno un’onda. Terzo: le uniche riviste che si intravedono sparpagliate sui tavolini sono cataloghi di balsami, oli e cremine per la cura della pelle, della barba, dei capelli. Niente Gazzetta dello Sport, niente Quattroruote. Di che si parlerà là dentro? Di cosmetici? La desertificazione culturale, è evidente, avanza implacabile. Quindi, dell’altro negozio, manco a parlarne. In questa situazione difficile, i più giovani, non potendo permettersi di sprecare occasioni galanti a causa di un look impresentabile, hanno tentato con il fai da te. Su amazon macchinette e lame vengono via per pochi euro, quasi quasi, mi fa uno di questi ragazzi al parco mentre il suo pitbull trattenuto appena dal laccio addenta furibondo l’aria a due dita dal mio ginocchio, da Ibrahim non metto più piede e risparmio duecentocinquanta carte all’anno. Il giorno successivo si presenta con un colbacco e una ferita profonda al collo. Gli dico che è carino, il cappello stile sovietico. Viene via a venti euro su amazon, mi fa lui, adesso scusa non parlo più sennò mi si riapre il taglio.

Insomma, si capisce anche senza farla troppo lunga. Se da qualche giorno non ci facciamo più sistemare la peluria è perché l’islamofobia è arrivata anche qui, nel quartiere, un posto apparentemente così lontano da città come Bruxelles, con i loro palazzi istituzionali di vetro e acciaio, le stazioni della metro, gli aeroporti, la gente che fluisce con trolley e valigette su pavimenti tirati a lucido; eppure così vicino, a quelle capitali, con questo coesistere di differenze ancora così incomprensibili. L’islamofobia è arrivata fino a qui, e i nostri comportamenti irrazionali danneggiano gente come Ibrahim, che ha due figli che vanno alla scuola materna. E certo, è colpa dell’IS ed è colpa di tutti coloro che ordiscono stragi di innocenti. E poi è colpa di Salvini, e di tutti gli altri razzisti: radicali, moderati e riformisti. Ma è colpa anche nostra, che ci guardiamo bene dal lasciarci alle spalle le nostre insicurezze, le nostre paure, dall’imboccare l’unica strada, impervia, per pensare un futuro accettabile.

No smoking area

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Succede che questa collega, affacciandosi alla finestra dell’aula dove ha appena terminato la lezione, sorprende Jonathan, biondino, lentiggini, risvoltini e piumino blu che non toglie mai, neanche in classe, neanche in giugno, lo sorprende, dicevo, lì a succhiarsi avido una marlboro, nel giardino della scuola, area dove da qualche anno vige il divieto di fumare. Lui vede che la collega lo ha visto, con aria spavalda continua a tirare boccate plateali. Se avesse schiacciato il mozzicone e l’avesse fatto sparire, magari lei avrebbe potuto chiudere un occhio, avrebbe potuto fare finta di non averlo visto nonostante avesse visto che lui aveva visto benissimo che lei lo aveva visto. Insomma: ecco che allora quel gesto di sfida induce la prof a intervenire. “Jonathan, vieni con me in presidenza, adesso facciamo il verbale e ti paghi la multa!” Jonathan finisce la cicca con calma, rientra nell’atrio della scuola dove viene intercettato da una task force di professori ingobbiti dal peso di spessi occhiali da miopi che, capitanati dalla collega inferocita, eseguono l’arresto. Il ragazzo viene condotto in catene in presidenza nonostante protesti innocenza: “Io non stavo fumando. Io non fumo.” Sbrigate le rituali formalità necessarie a sanzionare il trasgressore, la vita, all’Istituto tecnico, pare destinata a riprendere come sempre, un po’ soporifera, summa di dolci e crudeli torpori adolescenziali mattutini, ipnotizzati dal tic tic delle gocce di pioggia sul tetto di plexiglass.
E invece no. Una scossa, una botta di vita ulteriore, dopo il già eccezionale evento della multa: un manipolo di amici di Jonathan si presenta dal dirigente, lo piglia, metaforicamente ça va sans dire, per il four-in-hand del cravattone a scacchi, e dichiara: “Noi siamo qui a testimoniare.” “A testimoniare?” “Noi siamo qui a dire, a testimoniare, a giurare che Jonathan, là fuori, non stava fumando.” “Ma se è stato visto, se sapeva di fumo e poi… cos’era uscito a fare in giardino, se non per fumare?” “Noi abbiamo visto che non fumava, siamo cinque contro uno. Quindi non fumava.” Cinque contro uno, secondo loro, fa diventare una balla verità. “Ma dove andremo a finire?” si scatena il corpo docente. “Che roba, ohibò! Che faccia tosta, ma pensa un po’, che fetenti, che ragionamenti inaccettabili! Ma dove avranno imparato a comportarsi così?! Ma guarda te. Chissà che famiglie! Che gioventù smidollata, che non si assume la responsabilità delle proprie colpe, che nega l’evidenza, sissignori, nega l’evidenza!” E tutto un accartocciarsi di indignazioni trasversali, dal bidello che porta un uncino al posto della mano destra e una benda nera sull’occhio, allo spilungone scavato che ricarica i distributori automatici, ai prof miopi, all’educatrice scultrice che ha tatuato un pipistrello sul collo, tutti e dico tutti, gridiamo coi polpastrelli ficcati tra i capelli: “Che ragazzi indecenti, che vergogna! Vergogna! Vergogna!”
Ci indigniamo, certo. Che rabbia! Come si può pensare di farla franca forzando utilitaristicamente strumenti di garanzia fondamentali. Di irridere le istituzioni in questo modo. In realtà ci arrabbiamo perché siamo poco attenti, e il flusso ininterrotto di distrattori mediatici cancella dalle nostre coscienze la consapevolezza, per esempio, che viviamo in un paese dove il Parlamento ha votato che è credibile che Berlusconi ingenuamente reputasse Ruby una nipote di Mubarak. La consapevolezza che abitiamo una società dove la mistificazione della realtà è la norma, purché esercitata a tutela di più o meno piccole soperchierie, a copertura di più o meno furbe furberie e di ogni genere di intrallazzo di potenti e potentini. I giovani che si comportano come gli adulti, che, come questi alunni, negano colpe evidenti, con una faccia tosta strabiliante, in conclusione, non fanno schifo. Almeno, non dovrebbero farlo a noi adulti. Noi abbiamo permesso che la nostra società diventasse questa collosa melma di cui i comportamenti distorti dei ragazzi non sono che il naturale precipitato.

PS
Jonathan, poi, la multa l’ha beccata. Quel che lui e i suoi amici non hanno ancora appreso è che la mistificazione è un privilegio accettato e praticato e spesso celebrato e rivendicato con orgoglio in pubblico. Ma in quanto privilegio, per definizione, non appartiene a tutti.

Il capriolo

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Il podista che percorra la ciclopedonale tra Parma e Baganzola, che si sia lasciato alle spalle la carcassa mostruosa del Ponte Nuovo e i campi congelati del Milan club, poco oltre le distese di fango molle dove sono piantate le ultime case e sparsi capannoni di aziende cadenti, e il limite della città è sancito per certo dall’anello della tangenziale, appena passato un ponticello di ferro e legno che salta un fosso, incontra, figlio di un bosco di fusti sottili come peluria sulla testa di un vecchio, un compagno inatteso, un capriolo solitario. Una fugace epifania che lo accompagna da lontano correndo una traiettoria divergente finché si confonde tra scheletri vegetali e bruma perenne. Com’è che vive, qui, tanto splendore? Cosa c’entra con questa terra di nessuno, con queste pozzanghere dove salgono bolle gassose, con questi campi butterati da crateri dove rifiuti abbandonati da sempre transustanziano in materiali nuovi e misteriosi. Che ne sarebbe di un tubo catodico dismesso nei giorni dello switch-off se fosse stato affidato alle cure incostanti degli agenti atmosferici? Di uno shopper di plastica pieno dei rifiuti di un pic-nic? Di un paio di scarpe antinfortunistiche? Di un berretto di lana rossa? La risposta è qui, dove la digestione lenta della terra, in queste rive dove sono dipinte le sorti dell’umana gente, magnifiche e progressive, non tiene il ritmo dei nostri scarti. Com’è che ci vive, un capriolo, su questa crosta corrosa? Nelle acque che beve si rimescolano acidi e percolati, oli, batteri e solventi, a dare pozioni dagli esiti imprevedibili. Bruca germogli contaminati da polveri e metalli che vengono giù dal cielo e dall’A1. Scarta al clangore improvviso di un convoglio lanciato ad alta velocità, e fugge verso un rifugio che non sa trovare e che forse non esiste più.

Il podista che percorra la ciclopedonale tra Parma e Baganzola, e che si imbatta in questo leggiadro compagno di strada, ne osserva la corsa disperata e dolorosa, più facile e leggera, certo, di quella umana così goffa e macchinosa. La sente fraterna alla sua. Nelle nostre corse solitarie pare si quereli ogni malanno del mondo, ogni vita contaminata. Nelle nostre illusorie ribellioni individuali allo stato delle cose: correre, nuotare, pedalare. Non mangiare carne, non bere latte, mangiare solo verdura bio, non mettere zucchero nel caffè. Non mangiare zucchero del tutto. Andare al parco con la mascherina, non portare il bebè fuori di casa, prendere il sole con la protezione tremila. Ma ogni sforzo individuale è velleitario e non preserverà i nostri corpi dagli effetti collaterali di questo modello di sviluppo. Un modello in cui un’opinione pubblica sonnolenta accetta, per esempio, un Parlamento che raddoppia il limite consentito di emissioni di ossidi di azoto per le auto, vergognosamente prono alle richieste dei grandi marchi del settore. Per questo, sentire la corsa del capriolo fraterna alla sua è, da parte del podista, dell’uomo, un abuso. Gli animali infatti non votano, non comprano, non scrivono e non decidono le sorti di nulla. Sopravvivono nel disastro, e forse, vi si adattano. Ma non possono trovare consolazione: non hanno neppure la facoltà, nella desolazione, di percepirne il lato romantico.

Le ragioni del Family Day

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Il cielo è scuro, ma non preoccupa. Il buon Dio non farà certo piovere oggi. Il passo è leggero mentre tengo dietro a mio figlio che cammina sul marciapiede davanti a me. Distratto da un giochino del telefono, fissa lo schermo e avanza alla cieca, un po’ di sbieco, con le gambe che bisticciano e si sgambettano. Come riesca a procedere così spedito mentre smanetta è per me un mistero. È una creatura speciale il mio Giacomo, ogni cosa che fa è fonte di meraviglia. Questo giorno, così importante, è per lui. È per lui che ho preso il coraggio a due mani e sono venuto qui. Io che vivo defilato, che mi faccio i miei affari, che non rispondo mai alle provocazioni, che non mi difendo mai, anche se sono sotto attacco ogni santo giorno che il buon Dio manda sulla Terra. Chiudo la mia famiglia dietro il portoncino blindato, la sera, e mi illudo in questo modo di lasciare fuori tutto ciò che ci minaccia. Ma lo so bene: un portoncino blindato non può fare miracoli, anche se allarmato. Magari tiene fuori gli zingari, ma come la mettiamo con i commandos di gente dell’est che ti entrano in casa armati di fucili d’assalto. Mica li ferma un allarme quelli lì. Io ci penso sempre, a questi commandos, quando mi allungo sul divano coccolato della coperta di pile.  Ci penso ma me ne sto poi zitto, mi faccio i fatti miei, che i politici han ben altro a cui pensare. Mi lamento in pausa pranzo, con i colleghi, ma non scendo in piazza. Sono anche molto preoccupato per il lavoro, non il mio, il mio è sicuro, come lavoro. Faccio il medico cattolico, lavoro all’ospedale. Ma per quello degli altri, per il lavoro di tutti insomma. Continuano ad arrivare, implacabili come la nebbia di questa pianura bagnata, sui loro barconi. Ci portano via il lavoro. Ci tolgono tutto. Lo so che non è colpa loro, scappano da miseria e morte certa, è colpa degli scafisti che li portano qui, come dice il presidente. Guardo questo quartiere violentato e mi viene da piangere, dove prima c’era la merceria ora c’è un indiano che vende birre da 66 e sacchetti di spezie, oppure un kebab. Le chiese chiudono, si aprono moschee. Ci stanno colonizzando, è la loro religione che lo prevede. Diventeremo tutti musulmani, temo. Comunque non dico niente, la mia preoccupazione me la ingoio, cucchiaiate di sciroppo acre. Per fortuna mio figlio è maschio. Maschio, sicuro. Quella volta che l’ho trovato a giocare con la barbie in camera di sua cugina semplicemente non c’era alternativa, sua cugina ha solo giochi da femmina. Infatti è femmina. Ho dovuto toglierlo da scuola, per questa storia del maschio e femmina, avevo paura. Lo so, lui ci stava bene con i compagni di classe, ma il rischio che qualche maestro gli confondesse le idee era troppo alto. Ho trovato un volantino, una domenica in chiesa, che spiegava come fanno. L’ho tolto dalla scuola pubblica e l’ho messo in una scuola-famiglia. Lì sono sicuro che ci sono solo famiglie normali. Pago una retta, ma non ho mica rotto le scatole a nessuno, me la posso permettere. Ecco, tutto questo era per dire che io non mi lamento, sopravvivo alle mie paure, non chiedo nulla per me, mai. Ma questa volta ho deciso di esserci. Io, maggioranza silenziosa orgogliosa, quella che manda avanti il paese e subisce ogni sorta di abuso: furti, violenze, cartelle esattoriali, occupazioni, chi ne ha, più ne metta. Ecco io oggi ci sono. A testa alta, respiro l’aria di Roma, qui al Circo Massimo. Inalo quest’aria che a noi della Pianura risulta straordinariamente fine, l’aria di Roma. Il cuore gonfio di orgoglio mi solleva il petto, sono qui, io, che non protesto mai, perché io difendo il mio Giacomo, insieme a tutti questi altri che stanno qui, con me. Ecco, noi che non diciamo mai niente, che non rompiamo mai le scatole a nessuno, maggioranza silenziosa che subisce da una vita le angherie di ogni sorta di minoranza, le minacce di ogni tipo di subalterno, oggi mettiamo un punto fermo. Un bel no. I nostri figli non li prenderete mai per darli via in adozione alle coppie omosessuali. A formare famiglie dove nessuno è figlio di nessuno, come nella famiglia Duck. Il mio Giacomo non me lo porterete via, è mio figlio, è mio diritto crescerlo, non di altri, magari di due uomini, magari di due donne. Per questo oggi dico un forte NO ai diritti per chi è diverso da me.

Lo strappo nel cielo di carta del presepe di Menate

– Ora senta un po’, che bizzarria mi viene in mente! Se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta che rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che avverrebbe? – Non saprei, – risposi, stringendomi nelle spalle. – Ma è facilissimo, signor Meis! Oreste rimarrebbe terribilmente sconcertato da quel buco nel cielo. […] gli occhi, sul punto, gli andrebbero lì a quello strappo, donde ora ogni sorta di mali influssi penetrerebbero nella scena, e si sentirebbe cader le braccia. Oreste, insomma, diventerebbe Amleto.
(Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal)

98a2f79bb493625f1b54af34e33a3e8aNel suo genere, è un piccolo capolavoro. Statuine di pregevole fattura artigiana, un territorio che seppure, come ovvio, in miniatura, fa bella mostra di un profilo orografico gradevole e sorprendente. Il presepe preparato dalla sezione locale della Lega, qui a Menate sull’Oglio, è come sempre un gioiello. A maggior ragione quest’anno, vista l’annunciata visita del carismatico Segretario federale. La cura del dettaglio è il principio ispiratore degli allestitori, che hanno dalla loro anni di esperienza, ma anche spirito di inventiva e la spregiudicatezza di osare, sempre. Cosa significa osare per un artigiano del presepe? Non certo la dilettantesca posa superficialmente dissacrante di chi infila, tra i pastori, una miniatura di Marek Hamšík. Significa piuttosto concepire un progetto organico in grado di disegnare un’interpretazione attualizzata, problematica e aperta, che sia specchio di un sistema valoriale condiviso da una comunità. Ecco così che i maestri artigiani della Lega hanno voluto far venire alla luce Nostro Signore all’ombra di conifere imbiancate, ai piedi delle amate cime alpine. Nella neve, fatta di farina, camminano pastori decisamente ariani, anzi, più che pastori sono allevatori a tutto tondo, al volante di trattori modellino Burago, con tanto di bandierine dei Cobas del latte. La mucca Ercolina, ovviamente, fa il bue. Ci sono stagni in Domopak, nel presepe di Menate, dove miniature di corvette militari puntano i loro cannoncini verso barchette fatte con i gusci delle noci, uno stuzzicadenti infilzato nella cera a fare da albero e un coriandolo bianco per vela. Sulla strada che attraversa l’abitato di Betlemme, un gazebo raccoglie firme per abrogare la legge Merlin, o perché i Tuareg se ne tornino a casa loro, non si capisce bene. Per arrivare ai dettagli più sorprendenti, grande cura è dedicata agli edifici, ricreati con tale realismo da lasciare a bocca aperta il più fine intenditore: casette verdi, con tanto di nani da giardino, tulipani nelle aiole, macadam di semi di sesamo a tracciare le stradine dagli usci ai cancelli. Cancelli sui quali è inchiodato il sacrosanto avvertimento: ATTENTI AL CANE (disegno di muso di molosso), AL PADRONE (immagine di revolver) E AL RESTO DELLA FAMIGLIA (coltelli, punteruoli, ecc.). Spesso seguito da un altro diffusissimo cartello: disegno di testimoni di Geova (di solito due uomini ingobbiti con libriccino) e scritta IN QUESTA CASA NON SIETE GRADITI, con il chiarimento in aggiunta, SIAMO UNA FAMIGLIA CATTOLICA. Al giorno d’oggi passino pure i cani e gli ebrei insomma, ma sulle altre minoranze il nazifascismo ha fatto anche cose buone. Giunti alla mangiatoia, però, abbiamo la vera chicca: i creatori del presepe di Menate hanno voluto strafare e hanno fatto un qualcosa di davvero stupefacente: il bimbo ha i lineamenti del Segretario, ma soprattutto è, arrossisco un po’ nel dirlo, decisamente dotato. L’intento encomiastico ha preso un po’ la mano degli artisti? Non solo, la scritta NO GENDER appesa al collo dell’asinello chiarisce tutto. I maschi sono maschi, altro che identità di genere fluida e balle varie. Il cielo di carta sopra il presepe si restringe in forma di un tronco di cono. Sulla superficie superiore del solido, una specie di paradiso terrestre completa l’opera. Ha le sembianze di un Valhalla, dal quale tracimano figure deformi di bevitori di birra, cornuti e armati di forconi e badili.
Fermo a braccia conserte davanti allo spettacolo del presepe di Menate riflette tra sé il signor Anselmo Paleari: “che succederebbe se uno strappo si aprisse d’improvviso nel cielo di carta del presepe? Facilissimo: le statuine resterebbero terribilmente sconcertate da quel buco nel cielo! Tenterebbero, certo, di proseguire le loro attività: discriminare, urlare, aggredire. Proverebbero a continuare a essere ciò che sempre sono state: razzisti, omofobi, bigotti. Ma si sentirebbero cadere le braccia, raggiunte dal dubbio. Tutte fisserebbero quel punto di rottura, in bambola.” Volta le spalle, Paleari, e se ne va. Ciabattando. Che disdetta! Scorda sempre il coltellino.

Indecorosi

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Si scorda sempre di infilare i guanti e così, quando arriva in Pilotta la mattina presto, puntuale per l’apertura della Biblioteca Palatina, ha le mani congelate e tirare la leva del freno è un’impresa. Smonta agile di sella, armeggia sbuffando con la catena. Girare la chiave nell’acciaio gelido del lucchetto con le mani irrigidite, poi, è una tortura. Ma è la terza bici in un mese, meglio stare attenti e legarla per bene. La città intorno è tutta inzuppata, trasuda umore gelido da ogni muro, sasso, tombino, aiuola. La bruma sfuma l’orrore dell’inverno padano e lo fa più dolce, appena accettabile. Sia benedetta la nebbia, che dio la mandi ancora più densa per questo Natale, così spessa da attutire il trambusto volgare della modernità, da fare della città una pagina bianca, tutta da scrivere. Una nebbia tanto spessa come, a sentire i vecchi di qui, veniva una volta, quando nelle taverne sperse il lambrusco si beveva ancora nelle scodelle di ceramica. Il lavoro lo aspetta, su in biblioteca. Raccogliere materiale per una nuova ricerca, un’altra giornata a leggere, ritagliare, collegare, ragionare, ricordare. Un panino al bar a mezzogiorno. Qualche altra pausa per il caffè. Ripassa il programma mentre si assesta lo zaino sulle spalle, le suole di gomma dei Dr. Martens fanno un suono ovattato, amplificato dai portici. I ragazzi che ogni notte trovano riparo rannicchiati al gelo sotto le alte volte del palazzo si sono già alzati, hanno sgomberato la zona, lasciando le loro quattro povere cose di migranti, di profughi, addossate alle pareti. Cartoni, alcune coperte raccolte nella chiesa di Santa Cristina. Ricorda che l’altra mattina i vigili urbani hanno portato via tutto, lasciando i senzatetto privi dell’unica protezione possibile contro il rigore delle notti di dicembre. Le coperte poi sono ricomparse, grazie ai volontari che ne hanno raccolte altre. Passa oltre, infila lo scalone che porta nel cuore del complesso della Pilotta. Com’è paradossale, pensa, che in nome del decoro urbano, si compiano gesti così vergognosi, moralmente ed esteticamente indecenti. Il decoro urbano, manco si parlasse di un albero di Natale, non di una città. Che cos’è questa ideologia per la quale è del tutto normale, per esempio, violentare strade e monumenti con le insegne pubblicitarie più pacchiane, o deturpare il paesaggio con improbabili colate di cemento, ma è indecente che chi dorme all’aperto utilizzi delle coperte per sopravvivere al freddo? Che cos’è questa ideologia che autorizza atti di gratuita, vera, feroce crudeltà? Quelle coperte, pensa, sono cento volte più decorose di tutte le luminarie natalizie. Hanno tutta la bellezza della dignità di chi non ha nulla, ma non rinuncia al proprio diritto di provare a vivere. Hanno la bellezza e la dignità dei cittadini che cercano di supplire, come possono, all’insufficienza culturale all’inadeguatezza organizzativa delle istituzioni, alla loro colpevole inadeguatezza. Che poi, conclude spingendo la porta a vetri della biblioteca, è proprio quello, che i nostri amministratori cercano di camuffare con le loro attenzioni per il decoro: la loro indegnità.

Del parlare degli attentati di Parigi a scuola

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È semplice, no? C’è un attacco terroristico a Parigi e tu, che fai l’insegnante, il giorno dopo entri in classe e affronti l’argomento con i ragazzi. È normale. È quello che ci si aspetta da te. In aula insegnanti è tutto un accavallarsi convulso. Ne parli tu, Emiliano, con i ragazzi di prima? Del resto insegni storia. Che cosa fai tu in classe oggi? Guarda, io ho portato questo bell’articolo di Igiaba Scego. Ti faccio la fotocopia se vuoi. C’è quella di francese che ha il testo della marsigliese ficcato in tasca e c’è quello di diritto che si gratta la testa davanti a una pagina del Fatto che dice di non aprire i quaderni, ma i giornali, oggi a scuola. Il bidello fruga in un cestone, ne trae un drapeau français che risale alla Campagna d’Italia, lo sbatte nell’aria per spolverarlo oscurando il sole.

È ovvio, no? Succede una cosa del genere, non puoi non parlarne. Come la combatti sennò la paura? Come la vinci questa fottuta guerra? I ragazzi hanno bisogno di te. Cercano punti di riferimento. C’è Marko, di quinta, che ti ferma in corridoio: prof, oggi parliamo dei terroristi, vero? C’è Daniela, che da quando ha gli occhiali nuovi con la montatura alla moda si atteggia a secchiona: prof, come la vede, lei, la situazione in Siria?

E allora, visto che proprio devi, rispondi. Ma come vuoi che la veda, Daniela, la situazione in Siria? Ma che cosa vuoi che ti dica, Marko, dei terroristi? Io non sono mica un giornalista, non sono diventato un esperto di geopolitica perché venerdì notte hanno ammazzato dei ragazzi a un concerto, al bar o al ristorante. Io non so com’è che qualcuno pensi sia possibile cambiare il mondo sgozzando o fucilando innocenti. Non so come si estirpa il fondamentalismo. Non vi posso parlare di Liberté e Fraternité, non mi scalda il cuore questo conato di retorica occidentalista. Il tricolore sta bene sulla tela immensa di Delacroix, non proiettato sui monumenti di mezzo mondo. Ancora meno verniciato sulla fusoliera dei bombardieri.

Quindi, Daniela e quindi, Marko, se penso a Parigi non riesco a non pensare ad altro che all’impatto di quei proiettili sul corpo delle vittime. Alle giornate di sole che quelle donne e quegli uomini non vedranno più. E davvero, davvero, non ce la faccio a parlarne in classe.
Per questo, oggi, in prima ho letto un brano sui migranti che cercano di attraversare il confine tra Messico e Sati Uniti, vicino a Juárez. In seconda ho fatto un’ora di analisi logica. In quinta ho spiegato la Storia della colonna infame. Ho fatto così, perché da quale velenoso terreno succhino nutrienti le radici dello Stato Islamico io non lo so. Lo confesso. Però so bene come si combatte il terrore a scuola. Facendo scuola, appunto. Senza commentare a caldo un fatto del genere, dicendo scemenze. Perché la scuola non è un programma tv, e i ragazzi non sono telespettatori.

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