No smoking area

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Succede che questa collega, affacciandosi alla finestra dell’aula dove ha appena terminato la lezione, sorprende Jonathan, biondino, lentiggini, risvoltini e piumino blu che non toglie mai, neanche in classe, neanche in giugno, lo sorprende, dicevo, lì a succhiarsi avido una marlboro, nel giardino della scuola, area dove da qualche anno vige il divieto di fumare. Lui vede che la collega lo ha visto, con aria spavalda continua a tirare boccate plateali. Se avesse schiacciato il mozzicone e l’avesse fatto sparire, magari lei avrebbe potuto chiudere un occhio, avrebbe potuto fare finta di non averlo visto nonostante avesse visto che lui aveva visto benissimo che lei lo aveva visto. Insomma: ecco che allora quel gesto di sfida induce la prof a intervenire. “Jonathan, vieni con me in presidenza, adesso facciamo il verbale e ti paghi la multa!” Jonathan finisce la cicca con calma, rientra nell’atrio della scuola dove viene intercettato da una task force di professori ingobbiti dal peso di spessi occhiali da miopi che, capitanati dalla collega inferocita, eseguono l’arresto. Il ragazzo viene condotto in catene in presidenza nonostante protesti innocenza: “Io non stavo fumando. Io non fumo.” Sbrigate le rituali formalità necessarie a sanzionare il trasgressore, la vita, all’Istituto tecnico, pare destinata a riprendere come sempre, un po’ soporifera, summa di dolci e crudeli torpori adolescenziali mattutini, ipnotizzati dal tic tic delle gocce di pioggia sul tetto di plexiglass.
E invece no. Una scossa, una botta di vita ulteriore, dopo il già eccezionale evento della multa: un manipolo di amici di Jonathan si presenta dal dirigente, lo piglia, metaforicamente ça va sans dire, per il four-in-hand del cravattone a scacchi, e dichiara: “Noi siamo qui a testimoniare.” “A testimoniare?” “Noi siamo qui a dire, a testimoniare, a giurare che Jonathan, là fuori, non stava fumando.” “Ma se è stato visto, se sapeva di fumo e poi… cos’era uscito a fare in giardino, se non per fumare?” “Noi abbiamo visto che non fumava, siamo cinque contro uno. Quindi non fumava.” Cinque contro uno, secondo loro, fa diventare una balla verità. “Ma dove andremo a finire?” si scatena il corpo docente. “Che roba, ohibò! Che faccia tosta, ma pensa un po’, che fetenti, che ragionamenti inaccettabili! Ma dove avranno imparato a comportarsi così?! Ma guarda te. Chissà che famiglie! Che gioventù smidollata, che non si assume la responsabilità delle proprie colpe, che nega l’evidenza, sissignori, nega l’evidenza!” E tutto un accartocciarsi di indignazioni trasversali, dal bidello che porta un uncino al posto della mano destra e una benda nera sull’occhio, allo spilungone scavato che ricarica i distributori automatici, ai prof miopi, all’educatrice scultrice che ha tatuato un pipistrello sul collo, tutti e dico tutti, gridiamo coi polpastrelli ficcati tra i capelli: “Che ragazzi indecenti, che vergogna! Vergogna! Vergogna!”
Ci indigniamo, certo. Che rabbia! Come si può pensare di farla franca forzando utilitaristicamente strumenti di garanzia fondamentali. Di irridere le istituzioni in questo modo. In realtà ci arrabbiamo perché siamo poco attenti, e il flusso ininterrotto di distrattori mediatici cancella dalle nostre coscienze la consapevolezza, per esempio, che viviamo in un paese dove il Parlamento ha votato che è credibile che Berlusconi ingenuamente reputasse Ruby una nipote di Mubarak. La consapevolezza che abitiamo una società dove la mistificazione della realtà è la norma, purché esercitata a tutela di più o meno piccole soperchierie, a copertura di più o meno furbe furberie e di ogni genere di intrallazzo di potenti e potentini. I giovani che si comportano come gli adulti, che, come questi alunni, negano colpe evidenti, con una faccia tosta strabiliante, in conclusione, non fanno schifo. Almeno, non dovrebbero farlo a noi adulti. Noi abbiamo permesso che la nostra società diventasse questa collosa melma di cui i comportamenti distorti dei ragazzi non sono che il naturale precipitato.

PS
Jonathan, poi, la multa l’ha beccata. Quel che lui e i suoi amici non hanno ancora appreso è che la mistificazione è un privilegio accettato e praticato e spesso celebrato e rivendicato con orgoglio in pubblico. Ma in quanto privilegio, per definizione, non appartiene a tutti.

Il capriolo

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Il podista che percorra la ciclopedonale tra Parma e Baganzola, che si sia lasciato alle spalle la carcassa mostruosa del Ponte Nuovo e i campi congelati del Milan club, poco oltre le distese di fango molle dove sono piantate le ultime case e sparsi capannoni di aziende cadenti, e il limite della città è sancito per certo dall’anello della tangenziale, appena passato un ponticello di ferro e legno che salta un fosso, incontra, figlio di un bosco di fusti sottili come peluria sulla testa di un vecchio, un compagno inatteso, un capriolo solitario. Una fugace epifania che lo accompagna da lontano correndo una traiettoria divergente finché si confonde tra scheletri vegetali e bruma perenne. Com’è che vive, qui, tanto splendore? Cosa c’entra con questa terra di nessuno, con queste pozzanghere dove salgono bolle gassose, con questi campi butterati da crateri dove rifiuti abbandonati da sempre transustanziano in materiali nuovi e misteriosi. Che ne sarebbe di un tubo catodico dismesso nei giorni dello switch-off se fosse stato affidato alle cure incostanti degli agenti atmosferici? Di uno shopper di plastica pieno dei rifiuti di un pic-nic? Di un paio di scarpe antinfortunistiche? Di un berretto di lana rossa? La risposta è qui, dove la digestione lenta della terra, in queste rive dove sono dipinte le sorti dell’umana gente, magnifiche e progressive, non tiene il ritmo dei nostri scarti. Com’è che ci vive, un capriolo, su questa crosta corrosa? Nelle acque che beve si rimescolano acidi e percolati, oli, batteri e solventi, a dare pozioni dagli esiti imprevedibili. Bruca germogli contaminati da polveri e metalli che vengono giù dal cielo e dall’A1. Scarta al clangore improvviso di un convoglio lanciato ad alta velocità, e fugge verso un rifugio che non sa trovare e che forse non esiste più.

Il podista che percorra la ciclopedonale tra Parma e Baganzola, e che si imbatta in questo leggiadro compagno di strada, ne osserva la corsa disperata e dolorosa, più facile e leggera, certo, di quella umana così goffa e macchinosa. La sente fraterna alla sua. Nelle nostre corse solitarie pare si quereli ogni malanno del mondo, ogni vita contaminata. Nelle nostre illusorie ribellioni individuali allo stato delle cose: correre, nuotare, pedalare. Non mangiare carne, non bere latte, mangiare solo verdura bio, non mettere zucchero nel caffè. Non mangiare zucchero del tutto. Andare al parco con la mascherina, non portare il bebè fuori di casa, prendere il sole con la protezione tremila. Ma ogni sforzo individuale è velleitario e non preserverà i nostri corpi dagli effetti collaterali di questo modello di sviluppo. Un modello in cui un’opinione pubblica sonnolenta accetta, per esempio, un Parlamento che raddoppia il limite consentito di emissioni di ossidi di azoto per le auto, vergognosamente prono alle richieste dei grandi marchi del settore. Per questo, sentire la corsa del capriolo fraterna alla sua è, da parte del podista, dell’uomo, un abuso. Gli animali infatti non votano, non comprano, non scrivono e non decidono le sorti di nulla. Sopravvivono nel disastro, e forse, vi si adattano. Ma non possono trovare consolazione: non hanno neppure la facoltà, nella desolazione, di percepirne il lato romantico.

Le ragioni del Family Day

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Il cielo è scuro, ma non preoccupa. Il buon Dio non farà certo piovere oggi. Il passo è leggero mentre tengo dietro a mio figlio che cammina sul marciapiede davanti a me. Distratto da un giochino del telefono, fissa lo schermo e avanza alla cieca, un po’ di sbieco, con le gambe che bisticciano e si sgambettano. Come riesca a procedere così spedito mentre smanetta è per me un mistero. È una creatura speciale il mio Giacomo, ogni cosa che fa è fonte di meraviglia. Questo giorno, così importante, è per lui. È per lui che ho preso il coraggio a due mani e sono venuto qui. Io che vivo defilato, che mi faccio i miei affari, che non rispondo mai alle provocazioni, che non mi difendo mai, anche se sono sotto attacco ogni santo giorno che il buon Dio manda sulla Terra. Chiudo la mia famiglia dietro il portoncino blindato, la sera, e mi illudo in questo modo di lasciare fuori tutto ciò che ci minaccia. Ma lo so bene: un portoncino blindato non può fare miracoli, anche se allarmato. Magari tiene fuori gli zingari, ma come la mettiamo con i commandos di gente dell’est che ti entrano in casa armati di fucili d’assalto. Mica li ferma un allarme quelli lì. Io ci penso sempre, a questi commandos, quando mi allungo sul divano coccolato della coperta di pile.  Ci penso ma me ne sto poi zitto, mi faccio i fatti miei, che i politici han ben altro a cui pensare. Mi lamento in pausa pranzo, con i colleghi, ma non scendo in piazza. Sono anche molto preoccupato per il lavoro, non il mio, il mio è sicuro, come lavoro. Faccio il medico cattolico, lavoro all’ospedale. Ma per quello degli altri, per il lavoro di tutti insomma. Continuano ad arrivare, implacabili come la nebbia di questa pianura bagnata, sui loro barconi. Ci portano via il lavoro. Ci tolgono tutto. Lo so che non è colpa loro, scappano da miseria e morte certa, è colpa degli scafisti che li portano qui, come dice il presidente. Guardo questo quartiere violentato e mi viene da piangere, dove prima c’era la merceria ora c’è un indiano che vende birre da 66 e sacchetti di spezie, oppure un kebab. Le chiese chiudono, si aprono moschee. Ci stanno colonizzando, è la loro religione che lo prevede. Diventeremo tutti musulmani, temo. Comunque non dico niente, la mia preoccupazione me la ingoio, cucchiaiate di sciroppo acre. Per fortuna mio figlio è maschio. Maschio, sicuro. Quella volta che l’ho trovato a giocare con la barbie in camera di sua cugina semplicemente non c’era alternativa, sua cugina ha solo giochi da femmina. Infatti è femmina. Ho dovuto toglierlo da scuola, per questa storia del maschio e femmina, avevo paura. Lo so, lui ci stava bene con i compagni di classe, ma il rischio che qualche maestro gli confondesse le idee era troppo alto. Ho trovato un volantino, una domenica in chiesa, che spiegava come fanno. L’ho tolto dalla scuola pubblica e l’ho messo in una scuola-famiglia. Lì sono sicuro che ci sono solo famiglie normali. Pago una retta, ma non ho mica rotto le scatole a nessuno, me la posso permettere. Ecco, tutto questo era per dire che io non mi lamento, sopravvivo alle mie paure, non chiedo nulla per me, mai. Ma questa volta ho deciso di esserci. Io, maggioranza silenziosa orgogliosa, quella che manda avanti il paese e subisce ogni sorta di abuso: furti, violenze, cartelle esattoriali, occupazioni, chi ne ha, più ne metta. Ecco io oggi ci sono. A testa alta, respiro l’aria di Roma, qui al Circo Massimo. Inalo quest’aria che a noi della Pianura risulta straordinariamente fine, l’aria di Roma. Il cuore gonfio di orgoglio mi solleva il petto, sono qui, io, che non protesto mai, perché io difendo il mio Giacomo, insieme a tutti questi altri che stanno qui, con me. Ecco, noi che non diciamo mai niente, che non rompiamo mai le scatole a nessuno, maggioranza silenziosa che subisce da una vita le angherie di ogni sorta di minoranza, le minacce di ogni tipo di subalterno, oggi mettiamo un punto fermo. Un bel no. I nostri figli non li prenderete mai per darli via in adozione alle coppie omosessuali. A formare famiglie dove nessuno è figlio di nessuno, come nella famiglia Duck. Il mio Giacomo non me lo porterete via, è mio figlio, è mio diritto crescerlo, non di altri, magari di due uomini, magari di due donne. Per questo oggi dico un forte NO ai diritti per chi è diverso da me.

Lo strappo nel cielo di carta del presepe di Menate

– Ora senta un po’, che bizzarria mi viene in mente! Se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta che rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che avverrebbe? – Non saprei, – risposi, stringendomi nelle spalle. – Ma è facilissimo, signor Meis! Oreste rimarrebbe terribilmente sconcertato da quel buco nel cielo. […] gli occhi, sul punto, gli andrebbero lì a quello strappo, donde ora ogni sorta di mali influssi penetrerebbero nella scena, e si sentirebbe cader le braccia. Oreste, insomma, diventerebbe Amleto.
(Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal)

98a2f79bb493625f1b54af34e33a3e8aNel suo genere, è un piccolo capolavoro. Statuine di pregevole fattura artigiana, un territorio che seppure, come ovvio, in miniatura, fa bella mostra di un profilo orografico gradevole e sorprendente. Il presepe preparato dalla sezione locale della Lega, qui a Menate sull’Oglio, è come sempre un gioiello. A maggior ragione quest’anno, vista l’annunciata visita del carismatico Segretario federale. La cura del dettaglio è il principio ispiratore degli allestitori, che hanno dalla loro anni di esperienza, ma anche spirito di inventiva e la spregiudicatezza di osare, sempre. Cosa significa osare per un artigiano del presepe? Non certo la dilettantesca posa superficialmente dissacrante di chi infila, tra i pastori, una miniatura di Marek Hamšík. Significa piuttosto concepire un progetto organico in grado di disegnare un’interpretazione attualizzata, problematica e aperta, che sia specchio di un sistema valoriale condiviso da una comunità. Ecco così che i maestri artigiani della Lega hanno voluto far venire alla luce Nostro Signore all’ombra di conifere imbiancate, ai piedi delle amate cime alpine. Nella neve, fatta di farina, camminano pastori decisamente ariani, anzi, più che pastori sono allevatori a tutto tondo, al volante di trattori modellino Burago, con tanto di bandierine dei Cobas del latte. La mucca Ercolina, ovviamente, fa il bue. Ci sono stagni in Domopak, nel presepe di Menate, dove miniature di corvette militari puntano i loro cannoncini verso barchette fatte con i gusci delle noci, uno stuzzicadenti infilzato nella cera a fare da albero e un coriandolo bianco per vela. Sulla strada che attraversa l’abitato di Betlemme, un gazebo raccoglie firme per abrogare la legge Merlin, o perché i Tuareg se ne tornino a casa loro, non si capisce bene. Per arrivare ai dettagli più sorprendenti, grande cura è dedicata agli edifici, ricreati con tale realismo da lasciare a bocca aperta il più fine intenditore: casette verdi, con tanto di nani da giardino, tulipani nelle aiole, macadam di semi di sesamo a tracciare le stradine dagli usci ai cancelli. Cancelli sui quali è inchiodato il sacrosanto avvertimento: ATTENTI AL CANE (disegno di muso di molosso), AL PADRONE (immagine di revolver) E AL RESTO DELLA FAMIGLIA (coltelli, punteruoli, ecc.). Spesso seguito da un altro diffusissimo cartello: disegno di testimoni di Geova (di solito due uomini ingobbiti con libriccino) e scritta IN QUESTA CASA NON SIETE GRADITI, con il chiarimento in aggiunta, SIAMO UNA FAMIGLIA CATTOLICA. Al giorno d’oggi passino pure i cani e gli ebrei insomma, ma sulle altre minoranze il nazifascismo ha fatto anche cose buone. Giunti alla mangiatoia, però, abbiamo la vera chicca: i creatori del presepe di Menate hanno voluto strafare e hanno fatto un qualcosa di davvero stupefacente: il bimbo ha i lineamenti del Segretario, ma soprattutto è, arrossisco un po’ nel dirlo, decisamente dotato. L’intento encomiastico ha preso un po’ la mano degli artisti? Non solo, la scritta NO GENDER appesa al collo dell’asinello chiarisce tutto. I maschi sono maschi, altro che identità di genere fluida e balle varie. Il cielo di carta sopra il presepe si restringe in forma di un tronco di cono. Sulla superficie superiore del solido, una specie di paradiso terrestre completa l’opera. Ha le sembianze di un Valhalla, dal quale tracimano figure deformi di bevitori di birra, cornuti e armati di forconi e badili.
Fermo a braccia conserte davanti allo spettacolo del presepe di Menate riflette tra sé il signor Anselmo Paleari: “che succederebbe se uno strappo si aprisse d’improvviso nel cielo di carta del presepe? Facilissimo: le statuine resterebbero terribilmente sconcertate da quel buco nel cielo! Tenterebbero, certo, di proseguire le loro attività: discriminare, urlare, aggredire. Proverebbero a continuare a essere ciò che sempre sono state: razzisti, omofobi, bigotti. Ma si sentirebbero cadere le braccia, raggiunte dal dubbio. Tutte fisserebbero quel punto di rottura, in bambola.” Volta le spalle, Paleari, e se ne va. Ciabattando. Che disdetta! Scorda sempre il coltellino.

Indecorosi

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Si scorda sempre di infilare i guanti e così, quando arriva in Pilotta la mattina presto, puntuale per l’apertura della Biblioteca Palatina, ha le mani congelate e tirare la leva del freno è un’impresa. Smonta agile di sella, armeggia sbuffando con la catena. Girare la chiave nell’acciaio gelido del lucchetto con le mani irrigidite, poi, è una tortura. Ma è la terza bici in un mese, meglio stare attenti e legarla per bene. La città intorno è tutta inzuppata, trasuda umore gelido da ogni muro, sasso, tombino, aiuola. La bruma sfuma l’orrore dell’inverno padano e lo fa più dolce, appena accettabile. Sia benedetta la nebbia, che dio la mandi ancora più densa per questo Natale, così spessa da attutire il trambusto volgare della modernità, da fare della città una pagina bianca, tutta da scrivere. Una nebbia tanto spessa come, a sentire i vecchi di qui, veniva una volta, quando nelle taverne sperse il lambrusco si beveva ancora nelle scodelle di ceramica. Il lavoro lo aspetta, su in biblioteca. Raccogliere materiale per una nuova ricerca, un’altra giornata a leggere, ritagliare, collegare, ragionare, ricordare. Un panino al bar a mezzogiorno. Qualche altra pausa per il caffè. Ripassa il programma mentre si assesta lo zaino sulle spalle, le suole di gomma dei Dr. Martens fanno un suono ovattato, amplificato dai portici. I ragazzi che ogni notte trovano riparo rannicchiati al gelo sotto le alte volte del palazzo si sono già alzati, hanno sgomberato la zona, lasciando le loro quattro povere cose di migranti, di profughi, addossate alle pareti. Cartoni, alcune coperte raccolte nella chiesa di Santa Cristina. Ricorda che l’altra mattina i vigili urbani hanno portato via tutto, lasciando i senzatetto privi dell’unica protezione possibile contro il rigore delle notti di dicembre. Le coperte poi sono ricomparse, grazie ai volontari che ne hanno raccolte altre. Passa oltre, infila lo scalone che porta nel cuore del complesso della Pilotta. Com’è paradossale, pensa, che in nome del decoro urbano, si compiano gesti così vergognosi, moralmente ed esteticamente indecenti. Il decoro urbano, manco si parlasse di un albero di Natale, non di una città. Che cos’è questa ideologia per la quale è del tutto normale, per esempio, violentare strade e monumenti con le insegne pubblicitarie più pacchiane, o deturpare il paesaggio con improbabili colate di cemento, ma è indecente che chi dorme all’aperto utilizzi delle coperte per sopravvivere al freddo? Che cos’è questa ideologia che autorizza atti di gratuita, vera, feroce crudeltà? Quelle coperte, pensa, sono cento volte più decorose di tutte le luminarie natalizie. Hanno tutta la bellezza della dignità di chi non ha nulla, ma non rinuncia al proprio diritto di provare a vivere. Hanno la bellezza e la dignità dei cittadini che cercano di supplire, come possono, all’insufficienza culturale all’inadeguatezza organizzativa delle istituzioni, alla loro colpevole inadeguatezza. Che poi, conclude spingendo la porta a vetri della biblioteca, è proprio quello, che i nostri amministratori cercano di camuffare con le loro attenzioni per il decoro: la loro indegnità.

Del parlare degli attentati di Parigi a scuola

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È semplice, no? C’è un attacco terroristico a Parigi e tu, che fai l’insegnante, il giorno dopo entri in classe e affronti l’argomento con i ragazzi. È normale. È quello che ci si aspetta da te. In aula insegnanti è tutto un accavallarsi convulso. Ne parli tu, Emiliano, con i ragazzi di prima? Del resto insegni storia. Che cosa fai tu in classe oggi? Guarda, io ho portato questo bell’articolo di Igiaba Scego. Ti faccio la fotocopia se vuoi. C’è quella di francese che ha il testo della marsigliese ficcato in tasca e c’è quello di diritto che si gratta la testa davanti a una pagina del Fatto che dice di non aprire i quaderni, ma i giornali, oggi a scuola. Il bidello fruga in un cestone, ne trae un drapeau français che risale alla Campagna d’Italia, lo sbatte nell’aria per spolverarlo oscurando il sole.

È ovvio, no? Succede una cosa del genere, non puoi non parlarne. Come la combatti sennò la paura? Come la vinci questa fottuta guerra? I ragazzi hanno bisogno di te. Cercano punti di riferimento. C’è Marko, di quinta, che ti ferma in corridoio: prof, oggi parliamo dei terroristi, vero? C’è Daniela, che da quando ha gli occhiali nuovi con la montatura alla moda si atteggia a secchiona: prof, come la vede, lei, la situazione in Siria?

E allora, visto che proprio devi, rispondi. Ma come vuoi che la veda, Daniela, la situazione in Siria? Ma che cosa vuoi che ti dica, Marko, dei terroristi? Io non sono mica un giornalista, non sono diventato un esperto di geopolitica perché venerdì notte hanno ammazzato dei ragazzi a un concerto, al bar o al ristorante. Io non so com’è che qualcuno pensi sia possibile cambiare il mondo sgozzando o fucilando innocenti. Non so come si estirpa il fondamentalismo. Non vi posso parlare di Liberté e Fraternité, non mi scalda il cuore questo conato di retorica occidentalista. Il tricolore sta bene sulla tela immensa di Delacroix, non proiettato sui monumenti di mezzo mondo. Ancora meno verniciato sulla fusoliera dei bombardieri.

Quindi, Daniela e quindi, Marko, se penso a Parigi non riesco a non pensare ad altro che all’impatto di quei proiettili sul corpo delle vittime. Alle giornate di sole che quelle donne e quegli uomini non vedranno più. E davvero, davvero, non ce la faccio a parlarne in classe.
Per questo, oggi, in prima ho letto un brano sui migranti che cercano di attraversare il confine tra Messico e Sati Uniti, vicino a Juárez. In seconda ho fatto un’ora di analisi logica. In quinta ho spiegato la Storia della colonna infame. Ho fatto così, perché da quale velenoso terreno succhino nutrienti le radici dello Stato Islamico io non lo so. Lo confesso. Però so bene come si combatte il terrore a scuola. Facendo scuola, appunto. Senza commentare a caldo un fatto del genere, dicendo scemenze. Perché la scuola non è un programma tv, e i ragazzi non sono telespettatori.

Da Mayor/Il Sindaco

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Qui, tra i muri graffiati delle case del Quartiere, Marino, il pensionato che abita sopra di me, è così popolare che tutti lo chiamano Il Sindaco. Assomiglia, in effetti, all’attaccabottoni alcolizzato di Fa’ la cosa giusta, il capolavoro di Spike Lee, soprannominato appunto Da Mayor. In comune hanno alcune passioni, come il gusto per il Tavernello succhiato direttamente da un foro nel cartone e per la conversazione molesta, ma bisogna ammettere che il primo cittadino nostrano è un po’ meno sfaccendato del Mayor. Per anni macellaio, il Sindaco ha chiuso bottega quando tra le clienti più affezionate è iniziata a circolare la voce che la sua specialità, costate vermiglie altre tre dita, non fossero di origine bovina, ma prodotte con una stampante 3D in un capannone di Orzinuovi. Ma decisiva è stata anche l’apertura di Esselunga, che gli ha fatto una concorrenza spietata a colpi di supersconti e cassieri abbonzati e palestrati. Ormai in pensione, si dedica a una lunga serie di occupazioni che in Italia restano tutt’oggi popolari, tipo passare avanti agli altri nelle interminabili code in posta, gettare cartacce e mozziconi nelle aree verdi e molestare incaute passeggiatrici solitarie, magari con il vecchio numero di aprirsi improvvisamente l’impermeabile rivelando una pingue irsuta nudità.
A poco a poco, dal rappresentare per noi vicini semplicemente un incontro saltuario, e non sempre gradito, Il Sindaco è riuscito con le sue imprese a intrufolarsi nelle vite di tutti noi: non passa giorno, giuro, che non ci imbattiamo in qualcosa di quantomeno evocativo della sua esistenza. Un’esperienza da mettere alla prova la sanità mentale di chiunque. A dire la verità, però, tutta questa popolarità non se l’è cercata da sé, una bella colpa ce l’hanno i media. Sono stati gli anziani, colonna portante della voce più potente del Quartiere, Radioscarpa, a fare sì che il suo nome assumesse per noi tutti l’ossessività del mantra: non ti dico cos’ha fatto Marino… Hai sentito del Sindaco? Che schifoso! L’ha fatta di nuovo fuori dal vaso. Un contributo importante è venuto anche dal curato, che ha interrotto l’omelia domenicale per puntarlo con il dito e domandargli: “Oh, ma te, chi diavolo ti ha invitato?”
Ma per tornare a noi qui del Quartiere, diciamo che i mille vizietti del Sindaco sono stati dapprima un diversivo, poi sono divenuti un fastidio, quindi un problema, poi una maledizione. Infine, gradualmente, abbiamo iniziato ad apprezzarne un imprevisto potenziale positivo per noi, che potremmo definire come una specie di funzione autoassolutoria del linciaggio. C’è sempre lui, peggio di noi. Teniamocelo sempre bene fisso in mente, Il Sindaco e che il suo nome circoli incessante, rimbalzi impazzito di bocca in bocca. Così che possiamo starcene belli tranquilli e fare tutto quello che ci passa in mente.
Oggi, vedendo una vecchietta attraversare sulle strisce, le ho inchiodato a un centimetro, sono uscito con tutto il torso dal finestrino dell’auto e le ho urlato: “Oh vecchia rimbambita! E levati dalle palle!” Alla mia compagna che mi guardava con una punta di sorpresa ho opposto: “Ma hai sentito che ieri, in chiesa, Marino ha ruttato dopo aver inghiottito l’ostia?” “Ah, ah! Che ridere! E non era neanche invitato. È proprio un balordo!” Ha ribattuto lei approfittando della frenata per svuotare il portacicche stracolmo sul marciapiedi. Sono ripartito con una sgommata.

Impressioni di settembre

first45-1aMatteo Renzi ha 40 anni. Matteo Salvini è un po’ più vecchio, ne conta 42. Durante queste vacanze estive ho realizzato che, se c’è una cosa che invidio ai miei alunni, è che loro avranno la fortuna di sopravvivere a questi due, io no. Posso sperare in un miracolo, ma con tutta probabilità le dispute di alto profilo tra questi fini statisti mi accompagneranno per il resto dei miei giorni. Lo so, non è modo di ragionare molto progressista: uno dovrebbe pensare che la possibilità di un cambiamento esista, anzi, che una svolta sia addirittura imminente. Ma dopo tante stagioni sospese nel sogno in attesa della Rivoluzione, non vorrete biasimarmi se comincio a prendere atto che, realisticamente, lascerò un mondo peggiore di quello che ho trovato.
Di fronte a un dibattito sui rifugiati che vede i due leader darsi vicendevolmente della bestia e del verme per dribblare un argomento obiettivamente fuori dalla loro portata, concedetemi, non dico una furbesca atarassia da disimpegno, ma almeno il dolce abbandono alle impressioni di settembre, che non sono solo banale effetto romantico del trascolorare dei tigli, ma impressioni di Resistenza a tutto lo schifo del mondo. Impressioni che così generosamente la brezza oggi ci offre, se spalanchiamo una finestra o, meglio, se scendiamo in strada e le sappiamo raccogliere.
C’è l’urlo di un trapano, lontano; la sgommata di furgone rosso Bartolini, qui sotto; una portiera sbattuta, più giù: Gianni che va in fabbrica. Il pollivendolo solleva la saracinesca, poi si ferma davanti alla porta a vetri del negozio, prima di infilare le chiavi nella toppa: si volta, fiuta l’aria, gli sembra buona, ma è solo un’impressione dettata dalla luce, a settembre bella anche in pianura. Olga, la badante della signora che sta al civico 23, batte tappeti in balcone. Settembre è il rumore del lavoro di tutti, che resiste a tutto.
Oltretorrente è un vecchio che bestemmia, una signora che bega, il vigile in bicicletta in equilibrio su un piede, accostato al banco del fritto, una tumultuante ragazza pazza d’amore che corre da qualche parte. Al parco due ragazzi hanno mollato le bici nell’erba: ridono, si toccano, si baciano. Costretta a passargli vicino, la nonna gira la testa alla nipotina: oddio che schifo, non guardare. Settembre è l’amore di tutti, l’amore per tutti, che resiste a tutto.
A scuola sono esposti i tabelloni con gli esiti degli esami di riparazione, con gli elenchi delle nuove classi. Sospiri di sollievo, sorrisi, saluti. Una collega studia i nomi degli alunni di prima, una ruga profonda di preoccupazione ingigantita dagli occhiali da presbite alzati sulla fronte: “Oh, ciao, Emiliano. Hai visto che nomi? Guarda che la prima ce l’hai anche tu quest’anno. Che roba, siamo diventati proprio la scuola degli stranieri!” “Uh sì, Brunella, è vero, già. La scuola degli stranieri.” Oh, sì sì! Non è la Buona Scuola settembre. Settembre è la scuola di tutti, e resiste a tutto.

Non gridate più, non gridate (dalle colonne dei vostri giornali)

CGiovanni non riesce proprio a capire come diavolo metta il tempo, oggi. Infatti certe lame bianchissime di sole bucano le nuvole scure, recando così un brivido di indecisione nella sua routine di pensionato. Una sosta al giardino con letta al giornale su una panchina di legno verniciato, o tornarsene a casa, poggiare le chiavi sul tavolino all’ingresso e affondare nell’ecopelle marrone della poltrona nuova? L’aria è leggera e Giovanni non sta mica male, tutto sommato, all’aperto. Incrocia le gambe sulle listarelle della panca che guarda, oltre una pista di pattinaggio in cemento, la parete esterna della palestra della scuola media. L’hanno pitturata di nuovo, pensa, di un giallo paglierino tremendo, uno strato spesso, dato alla bell’e meglio, a coprire scritte e graffiti. Il comune è puntualissimo, constata, quando si tratta di ripulire i muri. Sbadiglia, srotola il giornale. In prima pagina c’è la foto di un bambino morto. È un bambino curdo, ha tre anni. È un profugo, un povero, già. Perché i cadaveri dei ricchi morti d’occidente mica li sbattono così, nudi e crudi in prima pagina, senza nemmeno un lenzuolo sopra, senza una cassa avvolta in qualcosa o coperta di fiori o smaltata di bianco. La salivazione si secca, che roba è mai questa Giovanni? C’è un pezzo, di fianco alla foto, del direttore del giornale. C’è un pezzo che spiega il perché della scelta di pubblicare l’immagine di Aylan, 3 anni, morto annegato mentre con altri profughi cercava di raggiungere l’isola greca di Kos. Dice, l’articolo del direttore, che ha pubblicato la foto per rispetto del bambino, perché questo rispetto pretende che tutti sappiano, che ciascuno di noi si fermi e prenda coscienza di ciò che succede a pochi chilometri dalle nostre vite. Giovanni lo sa, che le coscienze non si risvegliano per una foto. La saliva non torna. Non parlategli di Kim Phuc, la bambina vietnamita scorticata dal napalm. Non raccontategli favole: le guerre non finiscono per le foto di bambini ammazzati. Le foto di bambini ammazzati lavano le coscienze: la commozione è un balsamo. L’orrore un anestetico. Per questo un’immagine tremenda fa vendere di più, diventa virale in rete, riempie le bocche putride dei governanti di parole toccanti, allineate con cura dai professionisti della comunicazione. I bambini, invece, quelli continuano a morire. Nelle onde fredde del Mediterraneo o sotto le bombe, abbracciati alle gambe dei genitori, facendo scudo col proprio corpo a una bambola, tirando calci a un pallone o inseguendo un aquilone su un campo minato. Giovanni molla il giornale sulla panca, si guarda intorno. C’è un ragazzo con lo zainetto seduto sullo skate che smanetta col telefonino. Lo punta deciso: “Ciao, come ti chiami?” Quello solleva lo sguardo incuriosito: “Ahmed… Cosa c’è?” “Uh, niente, mi chiedevo se mi potevi prestare una di quelle bombolette di vernice che tieni lì dentro, nello zaino.” “Che cazzo dici zio? Non tengo nessuna bomboletta…” “Ma va’! Chi vuoi che sia a scarabocchiare il muro della palestra in questo quartiere di nonni? Tu e i tuoi amici, no? Tranquillo, non sono mica un vigile. Me ne presti una?”
Domani un operaio del comune, armato di secchio di pittura gialla e di una pennellessa ricoprirà una scritta fresca, tutta in nero, un po’ incerta: Cessate d’uccidere i bambini morti.

Nutrire il pianeta

339 Granchio con mozzicone

L’equipaggio dei battelli che fanno la spola tra i borghi delle Cinque Terre si compone, a grandi linee, di due tipologie umane: il pirata e il bagnino. Il pirata è un tipo ligure piuttosto basso, tarchiato, di età abbondantemente superiore ai quaranta, pelato o rasato, benda nera a coprire l’orbita vuota di un occhio, dente d’oro. Il bagnino è più giovane, slanciato, biondo vaporoso, abbronzato, 5 o’clock shadow molto sexy, quando gli parli ti ascolta a bocca aperta. Accomuna entrambi i tipi una certa ruvidezza nei modi. Un uomo in sedia a rotelle deve imbarcarsi attraversando una passerella troppo stretta? Il bagnino di turno gli urla dal ponte: “Ma non cammina proprio? Zero?” Oppure interviene direttamente un pirata: “Non poteva mica stare a casa? In TV c’è il Tour de France…”
Sui battelli per le Cinque Terre è vietato fumare, anche all’aperto, anche in poppa, dove il fumo vola via e non dà fastidio a nessuno. Al solito c’è chi finge di non vedere i cartelli, e aggrappandosi a ragioni di consuetudine si accende la sigaretta, perché io qui c’ho sempre fumato, dove andremo a finire con ‘sti divieti? Immancabile l’intervento di un membro della ciurma. Non siamo di fronte a un disabile, quindi, che si tratti di pirata o bagnino il tono è sempre delicato e comprensivo. Il marinaio si avvicina al fumatore, scuote leggermente la testa, allarga le braccia, spiana uno sguardo di disarmante dispiacere: “Non è colpa mia, ma hanno messo il divieto… sa com’è, poi ci fanno la multa anche a noi.” A questo punto, prevenendo ogni straziante protesta del trasgressore, l’uomo dell’equipaggio indica con gesto largo il mare blu, oltre l’orlo della murata. Il fumatore capisce l’antifona, ciuccia un’ultima boccata neanche fosse un condannato a morte, e con uno scatto del medio sul pollice lancia il mozzicone fuori bordo. Una parabola turbata dal vento e la sigaretta si spegne nelle acque dell’area marina protetta, dove impiegherà qualche anno a smaltirsi.
Ecco mostrato come una norma sacrosanta per la tutela della salute possa diventare facilmente ragione di danno per la natura e quindi per la stessa salute che si vorrebbe tutelare. Il fatto che sia considerato normale buttare mozziconi in mare indica che un problema culturale di fondo, nel nostro paese, esiste. Del resto, basta spulciare le cronache per imbattersi in paradossi ben più gravi di quello di cui sono rei i nostri battellieri. Expo Milano 2015 offre biglietti serali gratuiti a chi utilizza i parcheggi. In pratica hai un incentivo se preferisci il mezzo privato a quello pubblico, contribuendo a mantenere alto il livello di emissioni di inquinanti nell’atmosfera. Così, per nutrire meglio il pianeta.

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