Ipomoea batatas

Un altro racconto dell’epidemia

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Il tentativo più azzardato fu certamente quello di vinificazione di uva nera da tavola nell’armadio della nostra classe, la seconda A delle elementari “Divisione Acqui” del Quartiere Primo Maggio di Brescia. Non so se Marina, la maestra, credesse davvero alla riuscita dell’esperimento: un paio di compagni fortunati, alla cattedra, produssero il mosto schiacciando l’uva con le mani in una bacinella da bucato di plastica. La maestra spiegò che sarebbe stato meglio usare i piedi, come facevano i nostri nonni da piccoli, ma che lì, in classe, era impossibile applicare la procedura corretta e quindi toccava accontentarsi. Quindi coprì con cura la vaschetta e quel suo contenuto grumoso di acini maciullati, mettendoci sopra un paio di sussidiari, e la fece scivolare nel buio di un armadio inutilizzato che, ci spiegò, insieme a un ambiente fresco e asciutto, era fondamentale per ottenere un prodotto di qualità. Qualche settimana e avremmo filtrato via le bucce, eliminato le impurità e proceduto a ulteriore affinamento, sempre in vasca e sussidiario, in attesa di assaggiare quel nettare con l’arrivo della bella stagione. L’anta dell’armadio non venne più riaperta. L’anno trascorse tra operazioni in colonna, dettati e Gianni Rodari mandato a memoria, finché in primavera la mia famiglia si trasferì e io cambiai scuola. Ricordo che era primavera perché nella nuova scuola, il primo giorno, la maestra Maria ci diede da studiare Marzo di Cardarelli, Oggi la primavera / è un vino effervescente. Di quel mosto non seppi più nulla, ma conoscendo le scuole italiane, posso supporre che un giorno qualcuno, un custode o un maestro alla ricerca di se stesso, aprirà l’armadio e lo scoprirà, in fondo a uno scaffale, in forma di incrostazione su conca di plastica e senza l’indicazione dell’annata, il 1986. Altri esperimenti, meno appassionanti, riguardavano gambe di sedano alimentate ad acqua e inchiostro delle bic estratto soffiando nelle cannucce, non ho mai capito a quale fine, e le più varie sterili colture idroponiche, su tutte i borlotti schiacciati da batuffoli di ovatta inzuppata contro il vetro di un vasetto e, il più grande classico, la patata americana messa a germogliare immergendola per metà nell’acqua.  

Non è nostalgia per i tempi andati, o per quella scuola un po’ naïf a cui i nostri esperimenti odierni di insegnanti a distanza mi rimandano con il pensiero. Non è nemmeno il desiderio di vedere realizzato un esperimento, dopo tanti fallimenti. È la voglia di viaggiare, nel tempo e nello spazio, la ragione per cui, mentre viviamo reclusi nelle nostre abitazioni, nel tentativo disperato di tamponare la diffusione dell’epidemia di COVID-19, ho messo a coltura una patata dolce sulla mia scrivania. Dal Quartiere Primo Maggio, un cuneo di casette operaie tra la fabbrica chimica e l’acciaieria, alle aree tropicali delle Americhe da cui questa pianta trae origine, e particolarmente diffusa nelle isole lambite dai mari del Sud, dove rattoppati legni corsari misero per secoli alle corde i vascelli della Corona, alla Cina dei Ming, anche qui l’apprezzamento locale per il prezioso tubero è documentato, all’Anguillara, dove le coltivazioni di batatas accompagnarono il Risorgimento, a questa Parma percorsa dall’urlo delle ambulanze.

La patata, prima di essere messa nell’acqua, va tenuta al buio per una decina di giorni. Io ho usato la scatola delle scarpe da ginnastica (l’imprinting della maestra Marina, in quanto ad artigianato ciabattone, ha lasciato il segno). Quindi la si può mettere sospesa in un vasetto pieno d’acqua per metà, in un luogo ben esposto ma senza luce solare diretta. Meglio aggiungere, nel vasetto, un pezzetto di carbone di legna, a evitare marciumi. Quindi, non rimane che l’attesa, lo spazio di vederla germogliare, il tempo che arrivi la fine di questa maledetta epidemia. L’attesa che qualcosa accada, la vita spogliata degli appuntamenti, delle corse a perdifiato, delle bollette dimenticate sul tavolino vicino al telefono, dei cornetti caldi, delle lezioni su Calvino.

 

 

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Informazioni su Emiliano B

Un lombardo in Emilia. Insegnante nelle scuole secondarie. Amo le lettere, la musica di Seattle, il calcio, i vizi.

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