Spezzo il gessetto

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Dice mio padre che correre in campagna fa male: “Chissà che cosa spruzzano, gli agricoltori, nei campi. Meglio che stai qui, in città, ad allenarti.” Forse ha ragione e, a conti fatti, concimi chimici e antiparassitari avvelenano l’aria più delle file di auto. Molto più probabilmente è la diffidenza innata di chi è venuto su nei vicoli del Carmine per tutto ciò che non è grigio ma verde. In ogni caso, caro Matteo, in questi giorni in cui tu riformi la scuola, le geometrie sghembe delle strade che tagliano basse tra i campi mi aiutano a riflettere. Così, nel tardo pomeriggio, con la terra che scappava via sotto le Asics a ricordarmi che né io né te contiamo nulla in quest’universo, ho ripensato serenamente alla tua letterina e al tuo videoclip con la lavagna. Mi dici che dobbiamo discutere, ci dobbiamo confrontare, che le chiusure e i NO non portano da nessuna parte. Che è bene che troviamo un accordo.
Mi racconti che, per esempio, potrei non storcere così il naso davanti all’introduzione della filosofia del capo e del capetto nel sistema formativo. Che la collegialità paralizza la scuola, così è bene che per prendere decisioni efficaci ci sia una figura dirigenziale con le mani meno legate, che si assuma in prima persona le responsabilità. Potrei venirti incontro, come mi chiedi, e accettare che il capo abbia più poteri. La democrazia del resto non vive un buon momento nel nostro Paese, perde terreno in ogni settore, dalla politica al lavoro, perché non nella scuola o addirittura nella famiglia, con un ritorno in pompa magna della figura del pater familias plenipotenziario su moglie e figli. Democrazia, uno scherzo strampalato uscito dalla guerra mondiale, una breve fiammata, scriveranno i libri di storia. Potrei rassegnarmi, venirti incontro.
Ma come, mi dici poi, ti fanno schifo i soldi dei privati alle scuole autonome? Rifiuti i contributi raccolti con il cinque per mille? Non ti piacerebbe che il tuo Istituto avesse fondi da investire? Quante storie! Se poi magari ti ritrovi un marchio in aula fai finta di non vederlo, no? Pecunia non olet. Non ti piacerebbero gli sghei che ti darei in più come premio per il merito? Mica siete tutti uguali. Chi lavora di più, guadagna di più. Non illuderti, caro Matteo, non mi convincerai mai, così come non mi convincerai che autoritarismo sia meglio di democrazia. Però potrei venirti incontro e non essere così rigido. Potrei chiedere ai miei studenti dei corsi serali di versare il loro cinque per mille di disoccupati alla scuola, in aggiunta al “contributo volontario” di centocinquanta euro che già pagano obbligatoriamente. Magari, tra tutti, ci salta fuori uno Scaldatutto per le sere d’inverno. Potrei entrare in classe con la toppa di Ronnie McDonald cucita su un cappellino da baseball, perché no? E poi chiedere a uno qualunque dei miei alunni del diurno di parlare molto bene, ad alta voce, di me. Magari quando un collega del comitato di valutazione è a portata d’orecchi.
Potrei fare tante altre cose, per venirti incontro. Accettare che la tua riforma se ne sbatta dell’integrazione scolastica, della disabilità, di tutti i ragazzi più belli e soli, sarebbe la cosa più dura. Ma potrei fare anche questo.
Potrei farlo perché non ho certezze in tasca e, come dici tu, magari su qualcosa mi sbaglio. Potrei cedere su qualcosa, accettare il confronto, sperare in qualche modifica, anziché rigettare in toto il progetto della Buona scuola. Potrei farlo, ma non lo faccio. Non cedo, non mi muovo di un millimetro. Ti spiego perché. Tu hai gettato sul piatto della bilancia le centomila assunzioni di docenti precari. Hai detto: niente riforma, niente assunzioni. Non si possono separare le assunzioni dall’approvazione della Buona scuola. Perché per assumere delle persone serve un motivo, cioè la riforma. Altrimenti si tratterebbe di assumere centomila insegnanti senza ragione, in pratica la scuola verrebbe utilizzata come un ammortizzatore sociale.
Hai detto così, e hai mentito sapendo di mentire, perché tutti i futuri assunti lavorano già nella scuola, quindi i posti di lavoro per loro ci sono già, non vengono creati dalla Buona scuola. Se i precari venissero assunti, non si tratterebbe di inventare cattedre inesistenti, ma semplicemente di garantire la dignità di un contratto a tempo indeterminato a chi ha anni di incertezza sulle spalle. La dignità di poter accendere un mutuo, di accudire i figli o un genitore malato senza chiedere l’elemosina. In pratica, Matteo, mi hai ricattato. Non giriamoci intorno: io ti devo venire incontro, altrimenti tu non assumi la mia compagna, gli amici, i colleghi, gente che lavora e si sbatte come e più di me, ma che non ha la fortuna di un contratto stabile. Il ricatto segna con il marchio dell’infamia chi l’ordisce e chi lo sostiene, chi lo approva. Ecco il motivo per cui lo rigetto.
Sei spigliato, sei brillante. Sorridi davanti alla tua lavagna ardesiana e mi punti un gessetto alla tempia.
Io spezzo il gessetto.

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About Emiliano B

Un lombardo in Emilia. Insegnante nelle scuole secondarie. Amo le lettere, la musica di Seattle, il calcio, i vizi.

5 responses to “Spezzo il gessetto”

  1. poetella says :

    anche io.
    E sono una prof.
    Schifata.

  2. dmitri says :

    …all’introduzione della filosofia del capo e del capetto nel sistema formativo
    In questi termini sembra la descrizione di una cosca, pare quasi che tutti coloro che non lavorano nella scuola e che hanno dei superiori, capi e capetti, siano degli affiliati ad associazioni criminali.

    • Emiliano B says :

      La scuola è un contesto lavorativo diffferente rispetto ad altri. Su cosa insegnare e sul come insegnarlo non c’è nessuno che abbia soluzioni in tasca, come dimostra per esempio il fatto che un alunno possa trovarsi bene e apprendere con due insegnanti che adottano strategie diversissime tra loro. Ci sono più metodi e più stili di insegnamento e di apprendimento, spesso ugualmente validi. Per questo la scuola è governata da organi collegiali in cui tutte le componenti sono rappresentate. La figura dirigenziale nella scuola deve essere leggermente diversa da quella di altri contesti lavorativi, non per questo meno nobili, come per esempio un’azienda. In pratica un dirigente scolastico può organizzarmi l’orario, ad esempio, ma non impormi di trattare o meno un argomento o di utilizzare o meno un determinato strumento didattico, dalla lavagna al viaggio di istruzione. Se potesse farlo sarebbe, a mio avviso, pericoloso. Detto questo, la filosofia del capetto cui mi riferivo è quella che si manifesta nell’arrogante che impone un proprio piccolo potere, ampiamente rappresentata in ambito pubblico, non a quella di un caposquadra che con equilibrio si assume le proprie responsabilità.

      • dmitri says :

        Nei luoghi nei quali le cose sono organizzate diversamente dall’Italia cosa difetta: la democrazia o l’apprendimento?

      • Emiliano B says :

        C’è luogo e luogo. Ci sono paesi come la Germania dove il dirigente è elettivo. Un metodo sicuramente democratico, ma che può condizionarne eccessivamente l’operato. Tuttavia, a mio parere, per riformare la scuola italiana non si può non muovere dalla sua specificità. La valutazione di un sistema si fa tenendo conto dei risultati in relazione all’obiettivo che ci si pone: non è detto che il sistema scolastico, in Italia, abbia gli stessi obiettivi di quello finlandese o nordcoreano. Io, bada bene, non dico che il sistema italiano si perfetto. Anzi, soprattutto nella scuola secondaria, fa acqua da tutte le parti. Sono disposto a confrontarmi con proposte di modifica, ma non accetto una ricetta qualsiasi adottata in fretta e furia, priva di un impianto pedagogicamente accurato. Non accetto, inoltre, che l’adozione di un provvedimento sia condizionata da un potente distrattore, chiamiamolo così, come l’assunzione dei lavoratori precari. Perché sono due cose distinte, anche se le si vuole spacciare come imprescindibili l’una dall’altra.

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