Cartolina napoletana: Sanità

Case bianco sporco sgangherato traballano come i denti nelle bocche degli anziani che ci vivono; autofficine a forma di grotta bucano le facciate dei palazzi: i meccanici siedono a fumare all’interno e le auto si accumulano sul marciapiedi con il cofano aperto; i bassi allargati sulla via strappano centimetri di suolo pubblico a forza di muretti e gradini ricoperti di maioliche; i cinquantini cavalcati da ragazzi incappucciati ronzano implacabili. Quasi alla fine, quando ormai ti sei convinto che non arriveranno mai, scopri due navate enormi che bucano un colle di tufo: è il cimitero delle Fontanelle. Ci sono tre custodi: stanno conficcati tutti insieme in un’edicola in legno, microscopica. Come possono respirare così compressi? Quando arrivi cercano di sollevare il vetro sul davanti, ma stretti come sono non hanno spazio per muovere le braccia e allora rinunciano e ti urlano da dentro: “L’ingresso è libero, le foto sono vietate!”. Passi oltre, entri all’interno del cimitero dove sono accatastate le ossa di chissà quanti morti, anonime vittime della miseria e delle epidemie, da quella di peste del 1656 a quella di colera del 1836. Femori, tibie e omeri formano muriccioli spessi lungo le pareti della caverna. In cima a questi, per bene allineati, teschi a migliaia. Alla fine del XIX secolo, in questo luogo, si diffuse il culto delle anime pezzentelle, che, a quanto pare, qualcuno, qui in città, ancora pratica. Si tratta di adottare un teschio, rinchiuderlo in una teca, pregarlo con devozione per far sì che l’anima del defunto titolare del teschio giunga in paradiso. Una volta assisa tra i beati, questa anima pezzentella intercederà per il suo “curatore” garantendo grazie di vario genere: guarigioni, botte di fortuna, numeri del lotto e cose così. Qualche dubbio sulla effettiva efficacia di tale culto è legittima, ma se ben rammenti la scommessa di Pascal, puoi rapidamente convincerti che praticarlo convenga: tu ti occupi del tuo teschietto e se ti va bene ottieni la grazia, se ti va male hai vissuto in letizia confidando che il teschietto si smazzasse il lavoro sporco con l’Altissimo in vece tua. Così, dopo averlo scelto con cura, raccogli il tuo cranio. È polveroso, ti levi il berretto e con quello lo strofini per bene, fino a farlo brillare nella penombra della caverna. Gli dai un nome: Antonello; un lavoro: venditore di almanacchi. Ti ricacci il berretto in testa. Gli costruisci una cornice appiccicando tra loro tre tibie con le Vivident alla menta e lo metti lì sotto. Con l’UniPOSCA fucsia gli scrivi sopra il nome e due date a caso. Poi intoni una preghiera che è un impasto di speranza e sogno: “Spirito bello e pezzentello, mio caro Antonello, fammi la grazia… Come? Che dici? Una sigaretta? Vuoi una sigaretta. Va bene, te la incastro qui tra le mandibole. Accendo? Dicevo fammi la grazia per questo 2015 e ripulisci gli scaffali delle italiche librerie dalle immondizie letterarie dell’anno trascorso: che Gramellini abbia cura di sé e si prenda un anno sabbatico; che la Littizzetto strilli un’incredibile Urka quando va alla toilette; che D’Avenia non abbia più collegi docenti durante i quali pensare a ciò che inferno non è, per poi spiegarcelo in centinaia di pagine scritte drammaticamente male. Ecco, va bene. Solo questo, Antonello bello. Ah, e poi fa’ che qualcuno scopra, in qualche cassetto dimenticato, un inedito guidogozzano, o un Calvino, ma anche soltanto un Tabucchi. Mica chiedo troppo.”

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About Emiliano B

Un lombardo in Emilia. Insegnante nelle scuole secondarie. Amo le lettere, la musica di Seattle, il calcio, i vizi.

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