La bambola di Maria Franca

Maria Franca Gamba, cinque anni, tenta di fuggire alle SS scappando lungo la strada per Coletti insieme alla mamma. Quando vengono raggiunte, il loro destino è segnato. La donna prova fino all’ultimo a riparare la figlia dal piombo nazista, allo stesso modo la bimba prova fino all’ultimo a proteggere la sua bambola dalla mitraglia e allora, quando viene raggiunta dai proiettili, la stringe ancora a sé. Maria Franca muore giocando a fare la mamma. È il 12 agosto 1944.

Il silenzio dura da allora a Sant’Anna di Stazzema, dura da quella mattina di settant’anni fa, quando in poco più di tre ore, un intero paese è cancellato con un’azione premeditata. Obiettivo delle SS che già all’alba circondano l’abitato è sterminare la popolazione a colpi di mitra e bombe a mano: 560 civili, di cui 130 bambini. Dura da allora il silenzio nei boschi intorno, nei borghi sparsi ormai quasi disabitati, nella piazza della chiesa dove in più di cento sono costretti per un quarto d’ora a fissare la mitragliatrice che presto li falcerà, perché capiscano bene che cosa li aspetta. Appena tirati giù dal letto sono stati tratti lì in fretta e furia, i carnefici non vogliono rischiare che possano morire così, intontiti dal sonno, senza realizzare bene, senza rendersi conto.

Il Museo storico della Resistenza, ricavato nella vecchia scuola elementare del paese, racconta nel dettaglio di una caccia all’uomo implacabile. È una storia fatta di morti dappertutto, di esecuzioni nelle case incendiate, nelle stalle, nei campi, lungo i sentieri, contro i muri sbreccati. Ci sono le SS, così meticolose nel seminare la morte con le cure più feroci: le donne incinte sventrate, i feti fucilati, i bimbi ficcati nei forni per il pane, i corpi vivi carbonizzati con i lanciafiamme. Ci sono i repubblichini dall’accento versiliese, così scrupolosi nell’offrire i propri vicini ai macellai di Kesselring. Ma i muri del museo testimoniano soprattutto di quelle donne e di quegli uomini che i nazisti avrebbero voluto cancellare: i loro nomi, le loro date di nascita e quella di morte, uguale per tutti; le loro fotografie in posa, con il vestito della domenica o con gli strumenti del lavoro, mentre sorridono impacciati e speranzosi al futuro; il loro ricordo sui pannelli con le parole dei sopravvissuti, raccolte con fedeltà, anche nell’irregolarità morfosintattica. C’è una teca con alcuni oggetti scampati alle fiamme: fedi nuziali di ferro, perché quelle d’oro erano andate alla Patria nel dicembre del ’35, un cappello, un vestito della festa, una bambola.

La bambola è quella di Maria Franca, la bambina che nell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema muore giocando, perché è giocando che muoiono i bambini in tutte le guerre del mondo, con le bambole in Toscana o con i “pappagalli verdi” in Bosnia. Giocando a diventare sozaboy quando a Dakana arriva la guerra o tirando calci a un pallone sulla spiaggia di Gaza.

Annunci

Tag:, , , , ,

About Emiliano B

Un lombardo in Emilia. Insegnante nelle scuole secondarie. Amo le lettere, la musica di Seattle, il calcio, i vizi.

One response to “La bambola di Maria Franca”

  1. poetella says :

    che cuore stretto in questa morsa di cattiveria che impasta il mondo…
    Impotente.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: