La mia città

fornacicrotteSi sente ancora l’odore delle acciaierie, dalla ciclopedonale che corre lungo il Mella, che stamattina è intasata di podisti, di ciclisti e di padroni di cani, tutti presi in acrobazie a saltare le pozzanghere lasciate dagli acquazzoni della notte. La pioggia deve avere lavato l’aria dai gas di scarico e così l’odore delle terre che si alza dalle fabbriche domina incontrastato, come quando ero bambino. Allora era normale, le colate continue pompavano metallo fuso e vita nelle vene della città, i fumi riempivano il cielo e al tanfo di ferriera non ci facevi mica caso. Nelle nebbiose domeniche d’autunno, mio padre ci portava in Maddalena. Dalla cima del monte la nebbia di sotto era un oceano di zucchero filato, bianchissimo, una magia. Ma se aguzzavi la vista, vedevi delle macchie nere a cariare quel biancore. “Quella è l’Alfa” diceva papà: “Quella è Pietra, la Ori Martin è dall’altra parte.” Adesso quelle chiazze sono scomparse. Per la verità non c’è nemmeno più la nebbia, oggi, chissà perché. Sono scomparse per via dei filtri, dicono, che finalmente trattengono almeno una porzione di inquinanti, ma sono scomparse soprattutto perché inesorabilmente le linee di produzione si spengono,  si trasferiscono altrove, lasciando sole le bandiere della FIOM, fissate con lo scotch da pacchi ai cancelli davanti agli stabilimenti fermi. Per questo l’odore delle acciaierie, sulla ciclopedonale lungo il Mella, è una sorpresa. Come quei ruderi di architetture industriali che vedo spuntare all’improvviso, scorticati, assediati dalle sterpaglie, alla mia destra, alla mia sinistra, mentre corro verso nord, sopra Collebeato.

È questo quello che rimane di un modello produttivo che ha fatto la fortuna di Brescia. Questo, e tutti gli inquinanti che ammorbano la falda acquifera, tra i quali robaccia radioattiva come il Cesio 137, porcherie che mi scolerò assetato dopo la salutare corsetta mattutina. Dicono i vecchi: “Che vuoi che sia? Sarà vero che l’acqua è velenosa? Mah… Io l’ho sempre bevuta…” Come a dire che è meglio non indagare troppo, perché in fondo era necessario ridurre così il territorio, perché l’industria pesante desse lavoro a tutti, e anche gli operai si facessero la macchina e la casa pagando il mutuo e mandassero i figli a scuola e all’università. La democrazia del lavoro: ne valeva la pena, dicono. Mi fermo sotto le  fornaci di Ponte Crotte, tre gioielli di archeologia industriale eretti nel XIX secolo per cuocere la pietra del fiume e ricavarne calce, oggi in rapido declino per l‘incuria degli amministratori. Un luogo simbolo, forse. Un luogo dove si può decidere che tutto sia cominciato. Mi fermo qui e vi chiedo, streghe che grattate il cielo con le vostre forme sgangherate: “È stato giusto così?” Ma tanto voi non rispondete e io non so perché vi interrogo, perché arrivo fino a qui . Forse è soltanto che la mia città che in ogni parte è viva, ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita pensosa e schiva, e il mio non sta in cima a un’erta, ma qui dove lo scroscio delle acque marroni del fiume si mescola con il fragore della tangenziale, vicino ai cancelli di ferro dell’Iveco.

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About Emiliano B

Un lombardo in Emilia. Insegnante nelle scuole secondarie. Amo le lettere, la musica di Seattle, il calcio, i vizi.

One response to “La mia città”

  1. maurizio vito says :

    Se non annuso male, dalle narici della mia memoria entra anche l’odore della fatica fatta da chi in quegli ormai silenziosi e deserti ambienti ci ha passato gran parte della propria vita adulta, lavorando, uscendone a volte coi ‘piedi in avanti’, a volte piegato, spesso arrabbiato col mondo intero. Ora tutto è virtuale–a parte la fame, la povertà, la desolazione, l’iniquità, quelle cose che sembrano non cambiare mai.

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