Di certe teste ben fatte

120Il consulente per la did@ttic@ digit@le è un tipo che la sa lunga. Parla spiccio e infila una parolaccia qua e là, per sollecitare l’uditorio quando l’attenzione cala. Dosa con sapienza le parole in inglese, senza sbroffare troppo, ma segnando bene la distanza tra lui e i comuni mortali. Il consulente, nella vita, ne deve avere viste cose che noi umani non potremmo immaginarci: sistemi scolastici efficientissimi, laggiù in America; studenti cyborg con competenze digitali raffinatissime, in Finlandia; insegnanti virtuali coreani preparatissimi, che praticano le tecnologie come le loro tasche e sono anche molto, molto sexy. In effetti, più che un corso, quello tenuto dal consulente è un mix tra un diario di viaggio e un bestiario postumano. Chissà dove vuole andare a parare.

Durante la pausa caffè lo becco a confabulare con un suo aiutante, un tipo dalla barbetta nervosa che nell’economia della lezione riveste il ruolo di colui che gli cambia le slides. Non resisto e allungo l’orecchio. “Questi qui,” fa lui arricciando il naso: “ti dicono che lo sanno usare il tablet, perché magari lo usano per controllare la posta o firmare il registro, ma in realtà non ci sanno fare mica un cazzo.” Questi qui saremmo noi, docenti cialtroni della scuola italiana, incapaci e inguaribilmente refrattari di fronte ai prodigi della tecnica.

Torniamo in aula e l’autocelebrazione riprende e, dopo nuovi racconti di esperienze presso le più grandi organizzazioni mondiali, di partecipazioni a programmi spaziali e di viaggi lisergici in compagnia di Steve Jobs, si arriva al punto. Perché i tablet a scuola? Il tipo ci vede chiaro: “Come diceva Madre Teresa di Calcutta, basta con le teste ben piene, vogliamo teste ben fatte! I nostri studenti, cioè, non devono mica imparare le cose, ma imparare ad andarle a prendere quando gli servono. Non gli serve sapere tante cose. Possono anche saperne pochissime. Alla bisogna andranno a vedersi quello che gli serve. È la costruzione della conoscenza che conta, cioè, il costruttivismo di coso, di Bruno.” Scrosciano fragorosi applausi liberatori, la tortura è finita.

Il consulente è in buona compagnia, l’idea di sostituire la cultura con le istruzioni per l’uso di una macchinetta di vetro e alluminio è piuttosto diffusa. Così come è diffuso l’uso di fondarla, in modo piuttosto cialtronesco, su presupposti teorici che affermano ben altro. Lo guardo andarsene in Segway, petto all’infuori. Ripenso al suo “questi qui” e non posso che augurargli il male. Gli auguro di viverci, un giorno, nel suo bel mondo fantastico dove nessuno studia e nessuno sa niente, ma tutti tengono lo smartphone a portata di mano, così, per “andare a vedersi le cose”.

Un mondo dove un chirurgo, prima di chiedere il bisturi, andrà a vedersi dove sta quella maledetta appendice che deve asportare, che non se lo ricorda mai. Dove le guide, nei musei, andranno a vedersi su Wikipedia le opere da raccontare. Dove gli automobilisti, prima di fermarsi, andranno a vedersi cosa diavolo vuole dire STOP con Google Translate. Dove tutti, indistintamente da professione e studi compiuti, parleranno esclusivamente di idiozie, e penseranno solo scemenze, con le loro teste ben fatte, ma vuote.

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About Emiliano B

Un lombardo in Emilia. Insegnante nelle scuole secondarie. Amo le lettere, la musica di Seattle, il calcio, i vizi.

2 responses to “Di certe teste ben fatte”

  1. Hasegawa Kooji says :

    Temo di essere d’accordo con il consulente…
    E’ più importante il nozionismo (notoriamente di vita breve nelle teste dei diplomati) oppure la capacità di trovare e organizzare informazioni?
    Ricordo che la mia prof. di storia e filosofia diceva sempre: “Durante le interrogazioni potete usare il libro, perché vuol dire che lo avete frequentato”.
    Ecco… qualcosa del genere

  2. 'povna says :

    Da quel che dici, mi pare che si parli non di tablet genericamente, ma di Apple. Per il progetto Comunità del libro di codesti consulenti ne ho visti un po’, e, beh, posso dire una cosa? Non la sanno usare nemmeno loro la tecnologia e non hanno alba della scienza delle informazioni. Usano l’IPad, che, va detto, si presta alla bisogna, come le scimmie. Tutto qui. E gettano discreto su una didattica che, attraverso i supporti digitali, almeno in Italia può portare tante cose belle e nuove. Ma, per restare agli statunitensi, non c’è bisogno di Steve Jobs, basta ricordarsi di Thoreau. Ah, già, dimenticavo: la scimmia della Apple, oltre che di innovazione tecnologica, non ha alba nemmeno di cultura…

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