Il Compagno del Sindacato

200812230540_rosso_rubino_atvIncontro il Compagno del Sindacato, un ex-collega, in via D’Azeglio, verso sera. “Ma dai! Emiliano, com’è la scuola nuova? Come ti trovi? Prendi un caffè?” “Mah, un caffè a quest’ora? Piuttosto un prosecco!” Ci infiliamo nel caldo vaporoso di un aperibar. Il Compagno del Sindacato, vero e proprio pachiderma, attraversa la sala travolgendo una povera cameriera con l’orecchio deturpato da un dilatatore grosso come un’arancia. Quindi, con un vigoroso lavoro di corporatura, sgombera il banco disperdendo un gruppo di gracili e stilosi universitari. Finalmente, dopo esseri grattato il pancione con aria soddisfatta tuona: “Cos’è che volevi tu, fighetto? Ah, già! Barista? Un prosecco per il ragazzo, qui. E una pallina di lambrusco per me.” Poi piazza il gomito sul marmo e si passa quattro dita nel barbone, tirando forte per sciogliere i nodi. In alto i bicchieri, brindiamo a Palmiro Togliatti. Ma lui, per troppa foga, frantuma con il bordo spesso del suo calice il mio esile flûte. Rimango con il vetro del gambo in mano, a bocca aperta, gli occhi increduli piantati in quelli del Compagno del Sindacato, due buchi neri, mefistofelici, nel fondo dei quali, nonostante tutto, la passione rivoluzionaria brucia mai sopita. Lui non fa una piega, si sporge oltre il bordo del banco: “Barista! Guardi che ci ha dato un bicchiere rotto! Dovrebbe farcene un altro per favore!” Poi attacca con i problemi della scuola, con il contratto bloccato, con gli scatti. Passa in rassegna la situazione politica nazionale e internazionale, con analisi doviziose e ben saldate a terra, come le care e vecchie querce, così solide sulle loro radici. “Ma ti pare,” mi fa venendomi sotto con il suo quintale abbondante: “Hai sentito questa faccenda del cognome? Che adesso faranno una legge che anche le donne possono trasmettere il cognome ai figli?” “Mi sembra giusto,” gli dico: “Un diritto in più è sempre un diritto in più. I bambini che ora sono considerati illegittimi, inoltre, non saranno più i soli portare il cognome della madre, non avranno addosso questa specie di stigma.” Lui scuote la testa, gocce di sudore si sganciano a pioggia dalla fronte segnata da rughe profonde, per condire un paio di spritz e i salatini parcheggiati momentaneamente sul banco. “No, ma smettila Emiliano! Ti pare che con la crisi, la disoccupazione, la povertà, i salari bassi, la fame che bussa, ci si debba occupare di queste bazzecole? Non mi dirai, collega, che ti frega anche dei diritti delle coppie di fatto, o dei gay e tutte quelle robe lì. Ma credi che ai lavoratori cambi qualcosa, se perdiamo tempo con certe questioni? Ci sono cose più urgenti, le priorità!” Mi prende per la giacca e, per farmi capire bene il discorso, mi solleva anche un pochino da terra e così, un po’ sopraffatto, non ho spirito di replicare, di fargli notare che, magari, ci sono coppie di fatto fatte di disoccupati, o gay che sbarcano il lunario lavorando agli impianti di colata continua. E poi non gli riesco a spiegare che i diritti, tutti i diritti, sono urgenti, sono tutti priorità. E non c’è niente da aspettare, da mettere da parte: li vogliamo tutti e subito. Lui aspetta una risposta, vuole che gli dica che forse ha ragione lui: prima il pane e poi le rose. Sto zitto.

Il Compagno del Sindacato mi ha domato, mi molla una gran pacca sulle spalle: “Ti saluto, Emi. Su con la vita, che alle prossime elezioni, con Matteo, ce la facciamo!”

Rimango lì, ancora un poco stordito e lo saluto con la mano: “Ma Matteo chi?”

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About Emiliano B

Un lombardo in Emilia. Insegnante nelle scuole secondarie. Amo le lettere, la musica di Seattle, il calcio, i vizi.

3 responses to “Il Compagno del Sindacato”

  1. Antonio says :

    Ovazione e solidarietà per te. 🙂

  2. maurizio vito says :

    Intanto restituisci il maltolto, pelandrone. Che quegli eurini che ti sei intascato negli anni scorsi non te li sei meritati, e l’Italia va male a causa di quelli come te. C’è gente che lavora, in Italia, come quel tal Saccomanni, che loro si che si meritano tutto quel che si intascano, loro ci portano all’Expo, ci fanno il giobbact, e dalla crisi nasce un fiore, mica dai diamanti che vi siete pappati voi, scribacchini privilegiati intellettualoidi. Adesso viene il Matteo, bello bello, e vi mette a posto.

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