The flowers in the dustbin

deledda2

We’re the flowers in the dustbin […] We’re the future, your future

Sex Pistols

Imponente figura androgina avvolta nel grembiule blu, chioma scarmigliata biondo cenere, sguardo arcigno, voce roca plasmata da due pacchetti al giorno. Arrivava a scuola presto, al mattino, per correggere i nostri quaderni prima dello squillo della campana. Quando entravi in classe e la trovavi lì, in cattedra, dietro al pesante portacenere in vetro traboccante cicche morte, le tue deduzioni di bambino ti portavano a pensare che fosse lì da sempre, che la maestra vivesse lì seduta, insomma, senza mangiare né bere, semplicemente ciucciando MS. La maestra, lo dicevano tutti, era bravissima. Severissima certo, ma bravissima. Te la facevi sotto quando sbraitava, ma era bravissima. Era molto anziana, perciò era bravissima, come sussurravano concordi mamme e papà che, sospetto, avevano pure loro una discreta fifa ad incontrarla, soprattutto quando venivano convocati “con urgenza”.

Recentemente ho ritrovato un mio quaderno di quarta. Uno di quelli che voleva lei: “alto, con le pagine incollate al dorso”, non di quelli tenuti insieme da punti metallici, inadatti a strappare le pagine. Certo, perché se un compito era fatto male, lei te lo faceva a pezzettini davanti agli occhi e a te non restava che rifare tutto. Sbirciando tra le pagine, mi sono imbattuto in un mio tema e l’ho scorso rapidamente, con un po’ di nostalgia e curiosità: “Com’ero bravo, però!” Ho pensato, paragonandomi funambolicamente ai miei alunni adolescenti di oggi. “Vediamo un po’ cosa avevo preso…” corro con lo sguardo al giudizio, in fondo alla pagina: “Non ho potuto correggere il testo perché la calligrafia è illeggibile. Ricopiare!” Nelle pagine seguenti c’era il tema ricopiato per bene, con il suo giudizio in fondo: “Benino”.

La mia maestra, rigorosamente unica, non era insomma molto democratica, almeno per i canoni odierni. Niente giochi, tanti dettati, un mucchio di compiti, di libri da leggere, di poesia da mandare a memoria… e che poesia: Giovanni Berchet se andava bene, sennò Luigi Mercantini, roba così. Una volta alla settimana si facevano gli “esercizi ginnici”, ve li lascio immaginare. Con il Natale veniva la “recita” nella quale, solitamente, facevo il pastore infilandomi in bocca una grossa pipa di mio zio. In cortile non si usciva mai, non per giocare, non per la ricreazione, figurarsi per fare lezione seduti in cerchio a primavera, come facevano i fortunatoni delle altre classi. La scuola non contemplava il giardino.

Oggi sono molto grato alla maestra. Non per aver corretto le mie irregolarità ortografiche o avermi insegnato a fare i conti. Né per avermi inculcato il piacere del leggere e dello scrivere, somministrandomi letture come cucchiaiate di medicina amara. A quello, forse, saranno servite anche le cure della prof delle medie, ancor più anziana e truce di lei. Sono molto grato, alla maestra, per avermi risparmiato il cortile della scuola, le corse nell’erba, i giochi di bimbo con i lombrichi e le formiche.

Il cortile della mia scuola elementare, oggi, è off-limits. I bimbi non ci possono più andare, fanno l’intervallo su una piattaforma di cemento. Il terreno, come quello di tutti i giardini del quartiere Chiesanuova e di vaste zone della parte Sud della città di Brescia è contaminato: diossine e, soprattutto, PCB. Una sostanza tossica prodotta fino al 1983 da un’industria, la Caffaro, che ha riversato liberamente le acque di lavorazione avvelenando la città. Gli operai addetti alla produzione negli stabilimenti di via Milano, rinchiusi là dentro, affogati in vapori letali, per sopravvivere succhiavano l’aria attraverso lunghi tubi di gomma con un filtro in cima. A loro veniva chiesto di scaricare veleno contaminando per sempre i terreni sui quali, nel frattempo costruivano le proprie case, crescevano i propri figli, coltivavano i propri orti, rilassandosi a zappare al sole freddo delle domeniche mattine d’inverno. Perché con le mani in mano, proprio, non riuscivano a stare.

Le foto dei bambini della scuola Grazia Deledda, oggi, ritraggono sorrisi e scarpe da ginnastica che si rincorrono sul cemento, a un metro dal PCB, due passi dal terreno tossico. I loro occhi a mandorla, ribelli, sono azzurri come i miei; la loro pelle, scura, è chiara come la mia. Ci rincorriamo da decenni su questi prati cancerogeni. Per la nostra salute le amministrazioni che si sono succedute, di diversi colori, non hanno fatto nulla. La salute degli operai che hanno costruito la ricchezza di questa città, il futuro dei loro figli, per la classe dirigente canaglia locale, non vale un’acca.

Tutto quello che le istituzioni ci hanno dato sono le cure, casuali, di una maestra all’antica. Non ce lo dimenticheremo. 

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About Emiliano B

Un lombardo in Emilia. Insegnante nelle scuole secondarie. Amo le lettere, la musica di Seattle, il calcio, i vizi.

3 responses to “The flowers in the dustbin”

  1. roceresale says :

    Che dire. Davanti alle ferite aperte e al pus di un paese, niente.

  2. Ian Saiin says :

    Pensi: un post nostalgico per la maestra arcigna. Oppure: chissà quale simpatica diavoleria adesso ritroverà fra i giudizi dei temi per casa. E sei curioso.
    Poi, il pugno nello stomaco.

  3. bozzobox1000 says :

    Sì, trovo che sia il post più toccante di Emiliano.
    In queste situazioni mi chiedo chi fruisca della filiera e dei prodotti derivati da quelle attività.
    Anche qui a Parma ne avremo giovato.
    Eh, ma qui siamo più furbi dei bresciani, non a caso la città è da trent’anni saldamente in testa alle classifiche mondiali del benessere.
    Oggi i veleni se li bevono i cinesi affinche noi possiamo riempirci la casa di inutili scarabattole.
    Per fortuna adesso, quando le nostre case ne sono piene, abbiamo anche noi un bell’inceneritore per buttarcele dentro.

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