Post-operaista

leo_L’azienda che produce i latti, i biscotti e le pappe con cui tutti noi siamo venuti su ristruttura. In pratica duecento dipendenti, più o meno uno ogni quattro, sono destinati al licenziamento. I tagli sono destinati a colpire pesantemente anche il locale stabilimento e allora, stamattina presto, gli operai si sono riversati fuori dai cancelli, hanno appeso con lo scotch largo da pacchi le loro bandiere colorate alle ringhiere e hanno volantinato la loro storia mandando in tilt il traffico lungo la statale. Alle otto, a scuola, gli alunni si contano sulle punte delle dita. C’è chi è davvero rimasto invischiato nella colonna che, pare, dalla pompa di benzina appena dopo il centro abitato si è allungata fino alla rotonda un paio di chilometri a monte e c’è chi, proveniente da altre direzioni, vedendo il cortile deserto di compagni, ha pensato bene di starsene alla larga dagli ingressi, almeno per il tempo necessario a mettere meglio a fuoco la situazione. Quando l’aula comincia a popolarsi chiedo: “Sapete di che fabbrica si tratta? Perché manifestano?” “Certo, ci lavora mio papà!” Fa Vincenzo, terza fila, scuro scuro di capelli, occhi e carnagione: “Lasciano a casa un sacco di persone. Non è giusto, sa? Non è neppure in crisi l’azienda, anzi… Non ha senso. Mio papà sta lì da vent’anni!” Precisa sporgendosi dalla sedia e battendosi il petto con il pugno, in un gesto d’orgoglio un po’ goffo che somiglia a un mea culpa. “Lo so bene che non è giusto. Lo so. Va bene, prendiamo Leopardi, adesso, però.”

Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia si arrotola tra i banchi assonnati, un po’ sospeso nel generale stordimento di fine settembre, quando ancora, a scuola, non è tutto bene oliato e non si sono prese le giuste misure. “C’è lo sciopero, giù in strada, ragazzi! Su, prendete Leopardi.” “C’è il babbo che rischia il posto, ragazzi! Forza, prendete Leopardi.” Monto e smonto, cincischiando, l’idillio, con quel pensiero che mi disturba: “Già, per te magari è normale: combini un casino e prendi Leopardi; sei nella melma e prendi Leopardi; viene il terremoto e prendi Leopardi; ti crolla il mondo addosso e prendi Leopardi. È quello che sai fare. Ma loro? Perché devono prendere Leopardi?”

Al ritorno il presidio è ancora lì. A turno alcuni lavoratori attraversano la strada sulle strisce, fermando le vetture, mentre altri infilano volantini negli abitacoli. All’improvviso, in una berlina bianca, proprio davanti a me, un tizio impazzisce ed esce con tutto il torso dal finestrino, urla: “Devo andare a lavorare, io! Lavoro io, capito? LA-VO-RO! Teste di cazzo!” Una donna lo guarda sorridendo, gli infila un foglio sindacale in auto, gli dice: “Grazie!” Così, a testa alta. Oltrepasso il blocco, seguo oltre la statale, per una volta deserta. Forse Leopardi lo devono prendere per questo, anche per questo. Perché ti aiuta a stare a testa alta davanti all’insensatezza, alla violenza. Anche se quando lo studi, a scuola, in settembre, ancora non lo sai.

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About Emiliano B

Un lombardo in Emilia. Insegnante nelle scuole secondarie. Amo le lettere, la musica di Seattle, il calcio, i vizi.

6 responses to “Post-operaista”

  1. roceresale says :

    Mentre formulavi la domanda senza saperlo, cercavo di capire se ancora ci credo che serva prendere Leopardi. E sentivo un no affiorare e ricacciarlo indietro, come certe lacrime che non ti cambierebbero né potrebbero far sparire dalla faccia della terra o mettere alla berlina quei coglioni sulle berline bianche. Che questi nostri figli di nessun lavoro prendano Leopardi, e Manzoni anche.
    E tu un abbraccio, che hai scritto un post bellissimo.

  2. maurizio vito says :

    Sempre, semprissimo meglio i leopardi che tutti quegli stronzi di gattopardi che infestano lo spazio pubblico e no in Italia.

  3. bozzobox1000 says :

    Leopardi ai quindicenni sì, Leopardi. Ma il Manzoni no. sono pur sempre dei minori…

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