Signora Aquilone

 

aqLa belva schiumante avanza implacabile, graffia l’asfalto crepato del marciapiede e trascina con sé una padrona impotente disperatamente aggrappata al guinzaglio, un aquilone strapazzato dal vento con il filo sul punto di spezzarsi. “Buongiorno! Ma che carino! È maschio o femmina?” Mi urla con voce trafelata la donna, una signora robusta, elegante, di mezz’età: “Dico a lei, è una femmina?” Guardo preoccupato il cane, un groviglio di muscoli impressionante affiora sotto pelle, mentre guadagna inesorabilmente terreno. Saranno venti metri, al massimo. “Il mio è buonissimo, ha tanta voglia di giocare…” Tenta di convincermi Signora Aquilone mentre la bestia, per darle man forte, ruggisce. “Guardi, mi scusi… sì! È una femmina, in effetti, ma è stata appena operata…” Le grido, disperato: “Proprio ieri, è la prima volta che esce di casa, è ancora molto debole.” Niente da fare: quindici metri, dieci. Ormai sento il pit bull in avvicinamento stantuffare, ansimare, smascellare, mentre la mia bastardina, quattro chili e mezzo scarsi, una ferita chirurgica fresca di venti centimetri sulla pancia, è in preda a un tremito inarrestabile. “Guardi signora, sta male, vada via, la prego!” Niente, probabilmente è sorda. Avanza imperterrita: “Dio che bella, ma che piccolina, è cucciola?” Adesso riesco a distinguere nettamente gli occhi iniettati di sangue del bestione: “No, ha undici anni. E ha appena subito un intervento delicato, un’operazione!” Si fa ancora più vicina: “Oh, è stata operata, e di che cosa di bello?” Sono solamente tre o quattro metri: “Le hanno tolto un tumore.” L’Aquilone sbianca, strabuzza gli occhi, deglutisce e poi inchioda. Quindi impugna il guinzaglio con entrambe le braccia e lo strattona con una forza insospettabile: il cagnaccio, colto di sorpresa, rincula. “Vieni via! È malata!” Volta i tacchi e scappa, di corsa, senza salutare, senza voltarsi indietro. Ora, incredibilmente, l’aquilone è il cane. Mi lascia lì, interdetto. Faccio per urlare: “Ma Signora Aquilone non le sembra un po’ idiota questa sua reazione? Non è mica contagiosa! Non è un pericolo né per lei, né per il suo cane… e, se vuole saperlo, non porta nemmeno sfiga!” Ma si è dileguata nella prima laterale disponibile.

Frugo nelle tasche, cerco le chiavi del portone. Salgo le scale e una considerazione amara, desolante, mi investe come un flash: la malattia è uno stigma e spesso produce il vuoto attorno a chi soffre. E il fatto che i seccatori siano i primi a levarsi di torno è una consolazione ben magra.

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About Emiliano B

Un lombardo in Emilia. Insegnante nelle scuole secondarie. Amo le lettere, la musica di Seattle, il calcio, i vizi.

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