Gli occhiali di Matilde

6230786_14569E poi, alla fine, era toccato anche a lei. La maestra aveva stabilito che, per le due settimane a venire, sarebbe stata la compagna di banco di Matilde. Si era seduta al suo nuovo banco e se ne era stata lì, puntellata con i gomiti alla fòrmica del piano, due intere ore a capo chino, senza avere mai il coraggio di alzare gli occhi verso la nuova vicina, nella speranza che, se non l’avesse guardata, magari non sarebbe esistita. Ma non c’era nulla da fare, anche se non voleva accettarlo, Matilde era lì, la sentiva respirare, proprio accanto a lei, le pareva persino di percepire il calore del suo corpo sgraziato. Nessuno, in classe, la voleva come amica ed essere designati come suoi vicini di banco era una iattura cosmica: era goffa, sgraziata, faceva battute che nessuno capiva e in più… in più portava quegli occhiali inguardabili, fatti di una montatura rosa in plasticaccia e di due lenti spesse, ma così spesse, che “fondo di bottiglia”, l’immagine che si usa di solito per parlare di lenti spesse, non poteva minimamente rendere l’idea. Gli occhi, dietro quei filtri pesanti, apparivano microscopici e ravvicinati, davvero impressionanti. Trascorso l’intervallo, al rientro in classe dopo dieci minuti di libertà passati a lamentarsi della disgrazia sopraggiunta, ritrovò Matilde già al suo posto. Probabilmente, come accadeva spesso, non si era mossa da lì per tutto il quarto d’ora di pausa. Notò una cosa, tuttavia, che la incuriosì: il mostro si era tolto gli occhiali e li aveva posati sul banco, così, probabilmente per sgravare un po’ il naso dal peso di quell’arnese. Seduta in attesa della maestra, cominciò a provare una strana attrazione per quella specie di riprovevole binocolo rosa, finché: “M…Ma…tilde? Me li fai provare?” “Cosa? Ah, gli occhiali? Sì, certo…” Chissà che risate si sarebbero fatti i compagni nel vederla infilarsi quell’orrore, ma il desiderio di vedere cosa arrivava del mondo da dietro quel vetro pesante era così forte che, dopo una breve esitazione, li inforcò con decisione, ancorando le aste alle orecchie e lasciando ricadere l’occhiale sul naso. Fece correre lo sguardo tutto intorno: la lavagna a gesso, la cattedra, la carta geografica dell’Europa, i cartelloni di scienze sull’alimentazione, i compagni infilati ciascuno al proprio posto, ordinati e ritti come soldatini. “Ma… non cambia nulla! È tutto esattamente come prima…” Sussurrò a Matilde con aria sospettosa, “dove stava il trucco?” le diceva una vocina. “Sicura? Guarda bene…” bisbigliò la compagna di rimando. In quel momento entrò la maestra, si avviò alla cattedra con il solito passo deciso e con la solita agenda rossa in mano, ma… Ma l’espressione del viso non era quella, arcigna e terrorizzante, cui era abituata. La maestra aveva uno sguardo dolce e il viso magro tagliato da un sorriso luminoso, una cosa veramente da non crederci. “Po…po…possibile che… che siano i tuoi occhiali? La maestra sembra buona! No, non può essere…” scosse Matilde per un braccio. “Beh, credici, è proprio così! Sono i miei occhiali, ci vedi dentro un mondo più bello. Se vuoi te li presto, io ho quelli di scorta con me. Ma adesso toglili, prima che quella ti becchi o che gli altri ti vedano e ti prendano in giro.”

All’uscita da scuola percorse alla svelta la strada verso casa, ansiosa di riprovare quell’oggetto miracoloso che ora le pesava nel taschino dello zainetto. Divorato il pranzo, si mise sul divano per la mezz’ora d’ordinanza di TV. Inforcò gli occhiali: nello schermo si muovevano persone aggraziate e simpatiche, dal fare rilassato: tutto il contrario delle liti tra grumi di botox che andavano in onda ogni giorno a quella stessa ora. Si guardò intorno, la casa era più grande e luminosa, con le pareti imbiancate di fresco. La mamma non se ne stava all’acquaio con i capelli arruffati a strofinare in fretta e furia le stoviglie prima di correre al lavoro, ma sfoggiava un taglio fresco e sbarazzino e canticchiava, non sembrava nemmeno che stesse per passare dalla condanna del lavoro in casa a quella dell’impiego in ufficio. Quando la mamma se ne uscì svolazzando nella scia di un profumo delizioso, stette ancora lì, a rimirarsi attorno finché papà non rientrò dalla fabbrica. Fu un vero colpo, una sorpresa tale che quasi non lo riconobbe: la tuta blu, o meglio, la tuta che avrebbe dovuto essere blu se fumi, polveri, grassi e catrami non l’avessero immancabilmente ricoperta di nero, anche quel pomeriggio era impolverata, ma di una finissima sabbia bianca, impalpabile e luccicante, come zucchero a velo. Piuttosto che uno di quegli uomini forti che, con il loro sudore, strappano l’acciaio dalla terra e dal fuoco, sembrava un allegro pasticcere, un addetto alla colata continua della crema alla vaniglia. Papà le schioccò un bacetto sul viso: “Che ci fai con quegli occhiali di Carnevale? Su, infilati le scarpe, che oggi non sono stanco e andiamo a fare un giro. Il tempo di lavarmi via questa schifezza nera e usciamo.”

Il giorno dopo Matilde l’aspettava, già comoda al proprio posto: “Allora, com’è andata con gli occhiali?” “Wow! È stato un pomeriggio da sogno, una cosa meravigliosa…ma te li devo proprio restituire?” Matilde nascose una risatina dietro una mano: “Beh, certo, anche perché funzionano solo con me. A tutti quelli cui li ho prestati, l’effetto è durato solo qualche ora, quindi è svanito… sai, è così…” “Ma così come? Non è giusto! Perché tu li puoi avere e io no?” Interrogò la compagna con voce piagnucolosa. “Uff… come sei zuccona! Ma davvero non l’hai capito? Io ho gli occhiali, tu avrai qualcos’altro!” “Come qualcos’altro? Che cosa? Che cosa?” “Ma che cosa vuoi che ne sappia io, qualcosa, ci sarà qualcosa! Qualcosa di cui ti vergogni ma che faresti bene a far vedere a tutti, con orgoglio, per essere te stessa, perché proprio quella cosa ti fa unica e ti mostra come tutto è diverso e bello…”

“Tipo un apparecchio acustico?” “Vabbè, adesso… tu ci senti benissimo… Piuttosto tipo il fatto che hai sempre paura, si vede anche se cerchi di nasconderlo. Ecco, potresti lasciare che gli altri vedano quanto spesso ti senti sola e indifesa. Magari funziona…”

Nota

Il presente raccontino è stato scritto come testo base per una prova d’esame di comprensione di un ragazzo con disabilità. Non ha molte pretese, è un po’ didascalico, ma mi piace condividerlo.

Annunci

Tag:, , ,

About Emiliano B

Un lombardo in Emilia. Insegnante nelle scuole secondarie. Amo le lettere, la musica di Seattle, il calcio, i vizi.

2 responses to “Gli occhiali di Matilde”

  1. laurin42 says :

    Quando cambia il tuo modo di guardare tutto cambia intorno a te!
    E se si incomincia da piccoli cambiare il mondo e’ possibile!
    Love
    L

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: