Titoli di coda

aErano scappati via vent’anni da quando aveva riscattato dall’IACP i cinquanta metri scarsi, con balconcino, in cui ormai trascorreva rintanato la quasi totalità delle sue giornate. Mollava il settimo piano del condominio, un casermone a forma di scatola di sardine, per qualche rara puntata in edicola, a battibeccare un po’ con quella testa dura di Franco, il giornalaio, e per la settimanale immersione nel mondo incantato del supermarket, a carezzare con lo sguardo i lunghi scaffali carichi di desideri ordinati, colorati e lustri. Per il resto scorreva lunghe ore in poltrona, cullato dal ronzio basso del televisore, gli occhi spalancati su un mondo sempre più ovattato, filtrato. Lasciava la poltrona all’ora di mangiare, per riscaldare qualche cosa sui fornelli, consumare il pasto direttamente sull’incerata a quadri del tavolinetto in cucina. Quindi sgomberare in pochi gesti misurati, raccogliere le briciole e lavare le quattro solite stoviglie, per attendere infine il gorgoglio della moka e trascinarsi con la tazza fumante tra le mani nuovamente in soggiorno. Alla sera, mai troppo tardi, arrancava sino a letto. Indossava il pigiama di cotone sfilacciato, si infilava sotto le lenzuola e scarabocchiava un cruciverba con un mozzicone di lapis fino a quando la stanchezza non prendeva il sopravvento. La ritualità e la monotonia, unite all’ordine e alla precisione, aiutavano Pierluigi a vincere la solitudine. Perpetrare all’infinito gli stessi movimenti, respirare al ritmo tranquillo e familiare di una vita protetta, percorrere traiettorie conosciute erano pratiche che lo aiutavano, infatti, a non rimuginare, a non scavare nel passato, a non tentare mai un bilancio degli anni andati. Sapeva che era bene così, era sempre stato un uomo paziente, responsabile e accorto. Mai aveva tentato un passo più lungo della gamba e pensava che fosse giusto così, nonostante questa scelta avesse voluto dire una vita agra di privazioni e rinunce, di sogni soffocati sul nascere e di medicine amare da cacciare giù, a fatica, chinando il capo per lo sforzo. Pierluigi era stato un uomo morigerato in tutto: niente vizi, tabacco o alcool erano da sempre banditi dalla sua vita, seguiva un regime alimentare essenziale, che non contemplava nulla oltre all’etto di pasta con la salsa rossa, magari una fettina di pollo ai ferri, un po’ d’insalata o verdura bollita, la mela da sbucciare sempre nello stesso verso. Non si era mai fatto tentare da nulla, insomma, nemmeno dalle donne. Uomo alto, dai lineamenti interessanti, in gioventù aveva avuto, per così dire, le sue occasioni buone: quella collega con i capelli rossi e una profonda fossetta a segnarle la guancia sinistra a ogni sorriso, per esempio. Aveva per qualche tempo vagheggiato l’idea di conoscerla meglio, ma alla fine aveva preferito rinunciare: del resto, che fare? Invitarla a cena? Proporle un aperitivo dopo l’ufficio? Un concerto? Il cinema? Un bel giorno lei gli aveva consegnato la partecipazione di nozze: si sposava, poche settimane dopo, con un tale Silvio, uomo molto più anziano di lei. Anche sul lavoro era stato un tipo tranquillo, si assumeva, certo, tutte le sue responsabilità fino in fondo, ma non si era mai lasciato conquistare da alcuna ambizione di carriera né, tanto meno, dal desiderio di cambiare, di andare a fare qualcosa di diverso. Era fatto così, Pierluigi: una formichina previdente, disposta a passare la vita ammucchiando in cambusa le riserve per l’inverno, stagione che minacciava, in effetti, di essere ogni anno più rigida. E poco importava se tutte quelle provviste finivano nel migliore dei casi per rimanere lì inutilizzate o, nel peggiore, per andare in malora. Lui era fatto così, la serietà, la responsabilità l’avrebbero un dì ripagato di tanto spirito di sacrificio.

E adesso che forse non sarebbe stato più così sicuro di avere indietro un qualcosa da quel tanto investito, preferiva non guardare al passato. Chi glielo faceva fare? Un’immersione in un torrente di rimpianti, occasioni perdute, desideri strangolati, anni trascorsi a bocca asciutta, amara. Una vita senza scegliere, senza cambiare mai, al riparo da ogni azzardo, lo aveva portato sin lì, a quel presente ritagliato nel fazzoletto del suo bilocale. Di lì guardava solamente all’oggi, a un presente molto più consolatorio di quanto sarebbe stato il passato: la bambagia dentro la scatola parlante in salotto; le auto parcheggiate una sopra l’altra, sempre più numerose, giù di sotto, in strada; le volute di fumo che salivano lente dal camino dell’inceneritore, sullo sfondo; Franco che gli allungava la Gazzetta con la foto di un presidente novantenne appena eletto, di nuovo lo stesso, come è normale in un paese rassicurante, fatto proprio come lui, un paese che non cambia mai, neppure quando arrivano i titoli di coda.

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About Emiliano B

Un lombardo in Emilia. Insegnante nelle scuole secondarie. Amo le lettere, la musica di Seattle, il calcio, i vizi.

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