Yasir

portaStrattona la lampo della sacca per chiuderla, si tira il cappuccio della felpa sui capelli freschi di shampoo, se lo calca per bene fin sopra gli occhi e prende l’uscita degli spogliatoi senza salutare nessuno dei suoi compagni, che ridono e si spruzzano dappertutto deodoranti da quattro soldi. Sembra che la luce non vada mai via, che il tramonto non finisca mai, tanto è piatta questa pianura e lontano l’orizzonte, mentre lui cammina sul ciglio della statale, verso quello che rimane del sole, con le mani affondate nelle tasche, il borsone appeso al collo che gli rimbalza sul sedere, inciampando nelle stringhe slacciate delle scarpe di gomma. Segue il disegno delle crepe nell’asfalto, ogni tanto tira un calcio a un sasso o alza gli occhi per leggere le scritte sui teloni di plastica dei rimorchi dei tir. È tutta colpa sua, lo sa bene. Perché la partita si poteva anche pareggiare, se lui non si fosse fatto infilzare come un pollo da quel rasoterra sul primo palo. Arranca ingobbito nel freddo della campagna, raggiunge il paese. Passa oltre la piazza, oltre la statua di Giovannino Guareschi in bicicletta che sembra un uomo vero, oltre il baretto con i soliti due che fumano fuori appoggiati ai cofani delle auto. Sbuffa, spinge con il piede il cancelletto arrugginito di casa, sale le scale. C’è suo padre di buonumore ai fornelli che gli chiede com’è andata, non gli risponde, si rintana in cameretta tirandosi dietro la porta. Si tuffa sul letto a pancia in giù, Iker Casillas lo guarda sorridente dal poster incollato alla parete. Che cosa ne sanno, gli altri, della solitudine del portiere? Gli altri giocano insieme, il portiere per tutto il tempo li sta a guardare. Quando arrivano da lui, la faccenda si risolve in un istante: se la prende, si rilancia e tutti corrono via di nuovo; se invece la rete si gonfia, gli altri lo guardano con quel leggero inclinare la testa e allargare gli occhi, che significa: “Non è colpa tua, vai tranquillo, però…”

Dovrebbe essere anche spensierato il portiere, pensa Yasir prono sul letto, la faccia sprofondata nel cuscino, per rendere al meglio. Non gli può toccare di vedere per tutta la mattina lei buttata addosso a lui, lui che le cinge la vita sottile col braccio, lei che gli sfiora le labbra con le sue, prima di correre in una nuvola di capelli biondi alla fermata dove c’è il bus che la aspetta. Non può osservarla tutto il tempo così lontana, due file di banchi più avanti, durante le ore di scuola, mentre scarabocchia il diario, si rosicchia le unghie, trattiene una risata stringendo le labbra quando l’amica le sussurra qualcosa all’orecchio. Non può seguirla durante l’intervallo mentre gli corre incontro leggera, sbirciarli abbracciarsi appoggiati a un pilastro da sotto la tesa del cappuccio della felpa basso sugli occhi, per poi fissare il pavimento e misurare qualcosa ciondolando le gambe a compasso, con il cuore così straziato che fa male e un groppo in gola. Non può sopportare una cosa così, la mattina prima della partita. Come si fa, dopo, a tuffarsi al momento giusto, a ricordarsi di mettere giù il ginocchio per terra se tirano basso, per essere sicuri che il pallone non passi?

Di là lo chiamano, la cena è pronta, pollo e riso. “Che cosa hai adesso? Stai sempre con quel muso,” gli diranno: “Non sei mai contento, sei stato tutto il giorno in giro, cosa cavolo vuoi di più? Lo sai, eh, quanto mi sono divertito io, laggiù in magazzino, a pilotare il muletto dieci ore di fila?” Lui non risponderà e se ne staranno lì, attorno a quel tavolo, con la testa china sul piatto, in silenzio, concentrati sul cozzare delle posate con la ceramica, ciascuno senza capire qualcosa dell’altro.

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About Emiliano B

Un lombardo in Emilia. Insegnante nelle scuole secondarie. Amo le lettere, la musica di Seattle, il calcio, i vizi.

3 responses to “Yasir”

  1. maurizio vito says :

    Anche il rigorista è solo, e i centravanti li ammazzano verso sera 🙂 Una vitaccia.

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