Io mi arrendo

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Si può essere sorpresi da un’epifania inzuppando una maria nel tè, oppure passeggiando sui marciapiedi sbilenchi del Molinetto. Un uomo di mezza età, rincantucciato nell’angolo buio di un poggiolo, fuma voracemente una sigaretta. Dalle imposte socchiuse proviene una luce calda, chissà come si sta bene in quella casa. Schiacciata la cicca in un vaso di eriche il fumatore rientra, non appena apre la portafinestra dal televisore acceso giunge un urlo, che affonda nella notte silenziosa di neve, è il Capo, è la sua voce ulcerata, sforzata: “Arrendetevi! Siete circondati!”

Sono un bambino e con mio padre aspettiamo che un fattorino ci carichi in macchina un secchio di tempera colorata, appoggiati al banco vendite del Colorificio Bresciano di via Rose di Sotto . Entra un cliente e annuncia: “Fatto!” Un commesso gli molla una pacca sulla spalla: “Chèla Lombarda?” gli chiede. “Certo, chèla Lombarda!” E aggiunge una strizzata d’occhio. Il commesso dice che dopo andrà anche lui, a votare la Lega Lombarda. Poi aggiunge agitando un sigaro davanti a sé: “Se ‘ncontre ‘n terù ghel smörse sol cül!” In macchina chiedo a mio papà come mai il signore del colorificio volesse spegnere il sigaro sul culo a un terrone, “Perché l’è un stüpit!” Taglia corto lui. È il 1990, il primo grande successo elettorale leghista, il mio primo incontro con una politica fatta di violenza, aggressioni, slogan facili, ragionamenti fallati ma gridati forte, parolacce, capi e capetti grevi e ignoranti.

Sono passati ventitré anni, da quel mattino di maggio. Anni in cui ho capito bene la misura di quella violenza, in cui l’ho osservata prendere varie forme, vari colori, rigenerarsi o riciclarsi. Ho visto come si nutra, ogni volta, nella costruzione di un nuovo nemico, di un nuovo capro espiatorio, di nuove streghe o untori. Ho osservato come cresca, di giorno in giorno, travestendosi da rinnovamento. L’ho analizzata, l’ho sezionata, ho provato a combatterla, in tutte le forme nelle quali l’ho riconosciuta: nelle barzellette sessiste di un presidente osceno, nelle ronde di camerati stanchi di fare a cinghiate tra loro, in un gruppo di maiali che disinfettano un treno sul quale si sono sedute donne nigeriane.

Ma ora, ora che si maschera di ambientalismo, che assume le forme di un giullare, che finge di parlare un po’ della mia lingua, che invasa amici e parenti ecco, ora non ce la faccio più. Non ce la faccio più, davvero, e allora mi arrendo.

Sono circondato, va bene, mi arrendo. Sono qui, venitemi a prendere, fatemi a brani, segugi del Capo dai riccioloni d’argento: rifiuto le grida, gli insulti e gli sputi. Mi ripugna la vostra retorica celodurista. Non ho verità in tasca, non ho trucchetti, non mi identifico in opposizione a un nemico, non penzolo dalle labbra di nessuno. Venitemi a prendere, non mi difendo, tengo le mani in alto per bene. Penserete forse che non sono un uomo, che sono un buson, per usare le parole tanto care al Capo: non mi importa.

E se per voi sarà un piacere, buon divertimento. Ma di una cosa posso essere a differenza vostra sicuro: con ciò che voi dite di combattere, il potere, la casta, la corruzione, con tutto questo insomma, non ho mai avuto, io, alcunché da spartire.

 

 

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About Emiliano B

Un lombardo in Emilia. Insegnante nelle scuole secondarie. Amo le lettere, la musica di Seattle, il calcio, i vizi.

5 responses to “Io mi arrendo”

  1. guardaitreni says :

    Dai voce al mio stesso sentire…

  2. maurizio vito says :

    A Parma, per caso, non state già sentendo tutto questo bel profumo di novità “grillorso”?
    E non richiama vagamente quello portato in un lontano agosto di quasi 100 anni fa da altri liberatori nerovestiti?

    La cosa non piacque moltissimo alle cittadine e ai cittadini di Oltretorrente, cioè questa grande gente qua:

    “Però, cercate di capirmi, non era un vezzo o una mania da poveracci che si illudevano per una sera di stare al pari dei ricchi… no, era qualcosa di molto più profondo, una sorta di identificazione tra vita e musica, si gioiva e si soffriva assieme ai personaggi sul palcoscenico e ci si sentiva uniti da una passione comune; andare all’opera era il momento magico dei sentimenti in comunanza, che rappresentavano anche la solidarietà della vita quotidiana dei borghi […] di quella gente che sudava e sputava sangue e si alzava tre o quattro ore prima dell’alba, eppure la sera di un debutto te la ritrovavi tutta agghindata con le vesti migliori che profumavano di sapone, […] orgogliosi di ritrovarsi lì e vogliosi di emozioni condivise, ma pronti a non perdonare neanche un accenno di ottava sotto il dovuto.”

    No?

    C’è più attenzione, amore verso l’altr* in queste tutte righe che in tutto il grillismo, secondo me.

    Stai su EB, questi non durano nemmeno i 25 anni della Lega…

  3. sportelloutenti says :

    Parma è l’esempio che non si amministra solo con le buone attenzioni. Il sindaco ha detto che non si può accontentare tutti e che si devono fare delle scelte. Sindaco grillino e pieno di buone intenzioni che si scontra con la dura realtà. Aspettiamo i suoi colleghi in parlamento
    Elisa

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