La Principessa Volubile

Stato_della_chiesa_1630

Giungevano dai più remoti luoghi della Repubblica Stivaliana i pretendenti alla mano della Principessa di Citavano, la Vegliarda Volubile: dalla meridionale regione del Tacco sino alle fredde terre pianeggianti del Laccio, gli aspiranti consorti si mettevano in marcia lungo le strade polverose di quello strano paese. Alcuni di questi potenziali mariti erano giovani e spavaldi, ma molti di più erano gli attempati e riflessivi. Tutti, però, recavano doni ricercati e onerosi, i più adatti, stando a quanto si vociferava, a sedurre la capricciosa erede al trono di Citavano.

Il motivo di tanta sollecitudine nei confronti della Principessa Volubile, al giorno d’oggi, potrebbero sembrare oscuri. Si trattava, innanzitutto, di una donna del tutto priva di avvenenza fisica, così magra e anchilosata da una vita trascorsa all’ombra dei barocchi palazzi nei quali risiedeva. Il volto, inoltre, era emaciato, con quelle occhiaie scavate e i denti chiazzati dal tempo e bucati dall’abitudine di succhiare mentine zuccherate. Ma ciononostante la Principessa seguitava ad esercitare, presso i notabili di Stivalia, un’attrazione fatale. Talmente irresistibile, quest’attrazione, da spingere i corteggiatori a soprassedere non solo alle intemperanze caratteriali della donna, Volubile, per così dire, di nome e di fatto, ma anche alle dicerie che la circondavano, rinforzate dal fatto che fosse giunta all’ennesimo matrimonio dopo aver seppellito fior di mariti, da ultimo uno yuppie della zona nord di Stivalia, precisamente della regione che il più grande romanziere del paese, oggi purtroppo dimenticato, chiamava Maradagal. Il successo della Principessa tra i maschietti più in vista di Stivalia si spiega, probabilmente, con il fatto che il matrimonio con lei garantisse, per un lasso di tempo variabile, grandi poteri e privilegi e la quasi certezza di raggiungere il Governo della Repubblica.

Ma anche se erano disposti a qualsivoglia vergogna, a incredibili concessioni, a rinnegare le proprie amicizie, a dimenticare persino la propria cultura, i pretendenti alla mano della regina andavano inevitabilmente incontro a impietose umiliazioni. Il copione, infatti, era sempre lo stesso: il Re di Citavano metteva in palio la mano della figliola, quindi bandiva una sorta di Torneo, che spingeva Cavalieri e Segretari e Presidenti a combattersi sfoggiando colpi proibiti e mosse indecorose. Terminata la tenzone, annunciava, tramite il Bollettino ufficiale, il nome del fortunatissimo prescelto, che non veniva certo selezionato in virtù di quanto dimostrato nelle giostre, ma in base a ben più solidi e utilitaristici criteri.

Durante uno degli ultimi tornei, i pretendenti avevano scelto la strada dell’adulazione. C’era stato chi si era sperticato in lodi di un importante uomo del Sovrano, recentemente scomparso e chi, addirittura, era arrivato a indicare in un predecessore dell’attuale Re il proprio punto di riferimento ideale. Entrambi, per tutta risposta, avevano ricevuto una sonora pernacchia. Infatti il designato non era mai chi dichiarava la propria fedeltà a forti parole. Doveva invece essere, lo sposo destinato della Principessa Volubile, un uomo di sostanza, che avesse dimostrato di saper garantire privilegi ben precisi e che quindi apparisse, al circostanziato giudizio del Re, molto più credibile degli altri nel momento in cui annunciava di voler portare altra acqua all’infaticabile mulino del Citavano. E così era stato anche in quell’occasione: il consorte sarebbe stato un uomo affidabile, sobrio e misurato. La notizia uscì sul Bollettino e l’indomani venne benedetta, è il caso di dirlo, da tutti i membri più in vista della Corte.

Gli appassionati aspiranti esclusi restavano, come si suol dire, a bocca asciutta. Ma erano pronti, nonostante tutto, a partecipare al torneo successivo, che si sarebbe tenuto quando la Principessa sarebbe rimasta di nuovo vedova.

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About Emiliano B

Un lombardo in Emilia. Insegnante nelle scuole secondarie. Amo le lettere, la musica di Seattle, il calcio, i vizi.

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