Non si può dire, l’Oltretorrente

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Quando alla fine arriva, il freddo di Parma picchia così forte da fare male. Il cane rinuncia volentieri alle passeggiate per starsene acciambellato con le quattro capriole di fumo del caminetto a leggere il giornale, o a fumare, sornione, la pipa, ed Emiliano diventa più nostalgico e riflessivo. Lampioni e fanali affogano nella nebbia, fogli di ghiaccio incrostano le strade e i giardini pubblici diventano riserve per badanti moldave in libera uscita, le uniche a non rinunciare a cercare un po’ di aria e luce nel gelo. Presto probabilmente avremo la neve, a grossi grumi neri, incastrata negli angoli sporchi dei marciapiedi.

Nell’Oltretorrente le botteghe minuscole, che bucano le facciate storte dei palazzi, sono così esposte che non diresti, da fuori, che sia possibile riscaldarle, con quelle vetrine sottili grandi un’intera parete a tenere fuori il freddo. Dietro quei vetri si agitano, come in un acquario, abili calzolai, spacciatori di ferramenta, corniciai e qualche pittore, spavaldi reduci di un’economia che scompare, oppure kebabbari e venditori di spezie, fruttivendoli sikh o ancora baristi strani, più attenti all’arredamento del locale, o alla foggia in cui tengono raccolti i capelli, che a ciò che somministrano: insomma il futuro, forse, del quartiere. Ti sembra, dicevo, che debbano soccombere al freddo, questi negozi, e invece ti sorprende ovunque, entrando, un calore che è quasi un miracolo. E allora ti prende la voglia, è inevitabile, di andare a cercarne altri, di miracoli nel freddo.

Ti guardi attorno, frughi ovunque, nel buio di un pomeriggio che sembra notte fonda, anche se non ce n’è bisogno, perché quello che cerchi è dappertutto, nella calda vita di tutti, ti ha spiegato il poeta: nella studentessa di cinema, che attende il proprio turno in videoteca comunale, con un pacco di vecchie vhs strette al petto e una tosse cavernosa che le arrossa gli occhi carichi di sogni; nell’uomo che spacca la strada con il martello pneumatico, per mandare soldi a una moglie lontana, che ricorda a malapena, e a un figlio che, magari, nemmeno conosce; in due ragazzetti che, dopo l’allenamento al pallone, fanno la coda al supermercato per pagare l’Estathé, che viene venduto ancora in quel bricchetto assurdo, con la cannuccia che, se non la conficchi con un colpo secco, si spunta; e infine in Giovanni, che è sempre più curvo sulla gruccia consumata, ma non rinuncia a sparpagliare briciole sul selciato della piazzetta: “Perché sennò, con questo freddo, che cosa diavolo mangiano, povere bestie, i piccioni!”.

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About Emiliano B

Un lombardo in Emilia. Insegnante nelle scuole secondarie. Amo le lettere, la musica di Seattle, il calcio, i vizi.

3 responses to “Non si può dire, l’Oltretorrente”

  1. myfullresearch says :

    I have a strong connection with Parma – ma non lo dire a nessuno!
    mfr

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