Le rane di Giada

La serata è tremendamente noiosa: il mangiare biologico, le primarie, la decrescita, gli sprechi del MIUR, Marchionne; e poi occhiali che vengono lucidati, per concentrarsi meglio, davanti a fini bicchieri di vetro colorato, a pietanze spiluccate appena, invitanti solo perché c’è la luce giusta. Poiché ci intendiamo di tutto, parliamo di tutto: arte, cinema, economia, teatro, politica, anche calcio, ma solo quando tra uomini si va fuori a fumare.

Giada non è molto interessata alla conversazione. Ha eletto il metro quadro di bambù di un tappetino a proprio regno e gioca con qualche foglio di carta e un mazzo di pennarelli mezzi scarichi. Disegna i sogni nascosti oltre il velo dei suoi occhi profondi, con pochi segni veloci, quindi li sparpaglia sul rovere graffiato del parquet. L’impegno che ci mette è tanto che lo sforzo le incide una piega leggera sulla fronte.

A un certo punto una specie di architetto, un disoccupato aspirante contadino e una commerciante di vini biodinamici si alleano e i rottamatori, qui a tavola, sembrano prevalere. Fisso una bruschetta spalmata di un paté di cinghiale dei boschi qui attorno, mentre penso a cosa ho fatto di male per ritrovarmi con Renzi di traverso, proprio ora che il Cavaliere non c’è più. Penso alla cravatta viola che non posso più mettere e mi mordo la lingua per non dire cosa ho pensato quando il Sindaco fiorentino ha tirato fuori la blogger tunisina nell’incontro tv.

Mi alzo e mi accuccio per terra, tra le carte di Giada. “Che cos’è?” le chiedo sollevando un foglio con dei cerchi verdi. Mi guarda muta, mi sfila il disegno dalle mani, lo appoggia per terra e lo fa avanzare a balzi regolari verso di me, sbilanciandosi in avanti e cadendo sui gomiti ossuti. “Occhio che rompi il pavimento!” la riprendo aiutandola a sollevarsi. “Ah, è una rana!” intuisco. Lei batte appena le mani, mi invita imbronciata a sedermi sul suo tappetino. “Le sai fare le rane di carta?”, le dico incrociando alla meglio le gambe, attento a non rovesciare il drink. Scuote la testa con tanta energia da frustarmi il viso con i capelli neri, profumati di shampoo. Così comincio a spiegazzare incerto un foglio, con Giada che osserva intenta le mie mani, il corpo magro avvinghiato al mio ginocchio. Appoggio la rana origami per terra: “Adesso le facciamo fare un bel giro”. Avanziamo carponi per la stanza, inseguendo un animaletto di carta.

Il dolce è fatto di tanti ingredienti sani e naturali, tutti a chilometro zero ma, diciamocelo, è ripugnante. Al caffè, equosolidale dalla Colombia, cerco la bimba con lo sguardo: un esercito di rane circonda il tappetino, pronto a invadere la casa. “Ecco, la mia sinistra non rottama, non ragiona, non è responsabile, non si confronta, non aggredisce, non si difende, non si rilancia, non si arrende alla realtà: disegna mondi improbabili come i sogni di una bambina muta e li conquista con eserciti di carta straccia”, sbotto.

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About Emiliano B

Un lombardo in Emilia. Insegnante nelle scuole secondarie. Amo le lettere, la musica di Seattle, il calcio, i vizi.

4 responses to “Le rane di Giada”

  1. myfullresearch says :

    (Im)pietoso ritratto di un modo di aggregarsi di una umanità che sa (o no sa) di essere dolente ?
    mfr

  2. sportelloutenti says :

    Ma così resta solo quello che è: un sogno. Peccato che si viva in un mondo”maledettamente” reale 😦
    Stiamo a vedere come va domani
    Elisa

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